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Scritture di paesaggio

Girolamo Cusimano: paesaggio come zona di confine

Paesaggio: zona di confine tra il paesaggio della pietra e il paesaggio della mente. Un paesaggio non è così semplice come appare a un primo sguardo: esso appare immenso alla mente. Più esattamente, esso non è né corpo né mente ma sta nell’unione dei due. Una comprensione di questo genere mette in evidenza lo stretto parallelo tra l’idea di Olsson di paesaggio e il concetto di merce di Marx.

La concezione marxista di merce è chiaramente estesa ai segni e pertanto anche all’analisi del paesaggio. In questo modo, così come la merce risulta dalla fusione inscindibile del valore di uso di quello di scambio, così il segno è la fusione di significante e significato. Nel paesaggio le trasformazioni sono date sia dall’azione congiunta dei 5 sensi del corpo e del sesto senso della cultura, sia dalla relazione tra la prospettiva naturale dell’occhio fisico e la prospettiva artificiale dell’immagine sociale.

Il testo più adatto per un’analogia è la Genesi dove si racconta la storia di Giacobbe. Esaù conosce il suo nemico da sempre. Già nel grembo della madre, Giacobbe, il suo gemello, aveva tentato di trattenere con forza il fratello lottando per nascere per primo, deciso ad accaparrarsi i diritti della primogenitura. E questo è il motivo per cui fu chiamato Giacobbe, che letteralmente significa quello che tiene per il tallone oppure quello che soppianta.

È comprensibile che Esaù fosse arrivato a odiare il fratello e giurò di ucciderlo. Giacobbe, messo in guardia dalla madre Rebecca, non ebbe altra scelta se non quella di fuggire e andare a Carran accompagnato dalla paura. Giacobbe prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò e in sogno Dio gli disse che gli avrebbe dato la terra sulla quale si era fermato. Al mattino dopo, Giacobbe prese la pietra e la eresse come una Stele e chiamò quel luogo Betel.

Questo è il racconto di un paesaggio che nasce dalla roccia e il segreto di un tale prodigio si rivela nel fatto che i due termini Betel e paesaggio sono due diversi termini per indicare lo stesso posto, ovvero quel certo luogo in cui il paesaggio della mente, pura spiritualità, e quello della pietra, pura materialità, si uniscono e divengono una cosa sola. Giacobbe diede un nome a ciò che era innominabile.

La pietra, quel cuscino su cui Giacobbe poggia la testa, è un masso che può conoscere attraverso i 5 sensi del corpo ma certo non attraverso il sesto senso della cultura. Se i due governanti del paesaggio della pietra e di quello della mente in qualche modo parlano, lo fanno usando lingue reciprocamente incompatibili. Le loro rispettive frasi non possono essere tradotte poiché il governante del paesaggio della pietra è una materia talmente materiale da non emettere alcun significato e il governante del paesaggio della mente è un significato così significativo che non esiste al mondo materia abbastanza ricca da poterlo esprimere. Ne consegue che entrambi gli assoluti stanno al di là dei sensi eppure è solo mediante l’atto del rinominare che essi possono essere avvicinati.

Risvegliato dal sogno, Giacobbe si rende conto di essere lui stesso uno degli ambasciatori che si muovono avanti e indietro tra i due regni portando messaggi segreti da una estremità all’altra della scala che nel suo sogno conduceva verso il cielo. Per porre un sigillo, il cuscino da una posizione orizzontale viene rivolto verso l’alto e diventa stele verticale.

Questa cosiddetta casa di Dio non è in realtà una casa bensì un luogo, l’unico nel quale il confine tra il paesaggio della pietra e quello della mente diventa valicabile. È proprio da ciò che il concetto di paesaggio viene fuori. Ancora una volta Giacobbe è in movimento e si trova a combattere con un uomo il quale allo spuntare dell'alba gli chiede di lasciarlo andare ma Giacobbe risponde che non lo lascerà andare fin quando non l'avrà benedetto. Giacobbe chiamò quel luogo Penuel perché aveva visto Dio faccia a faccia eppure la sua via era rimasta salva.

Penuel significa letteralmente il volto di Dio e questo termine è semplicemente oltraggioso perché se qualcosa Dio ha stabilito con assoluta chiarezza è che il suo volto non deve essere mai visto. Giacobbe vanta che non solo ha visto Dio faccia a faccia ma è anche sopravvissuto alla prova. Se Betel costituisce la zona di confine tra i regni ontologici del paesaggio della pietra e del paesaggio della mente, allora Penuel è la camera della tortura nella quale tutti i viaggiatori vengono interrogati, i documenti controllati e i corpi segnati. Heidegger la chiamava casa, Giacobbe la chiamò Betel, non importa quando o dove, esiste un suolo pietroso in ogni cultura e un significato culturale in ogni pietra.

Antonino Buttitta: il principe e la memoria di un paesaggio immemoriale

Gli uomini producono e consumano segni e attraverso i segni conoscono. Nell'universo dei segni amplificati in simboli fanno consistere le ragioni e il senso dell’esistere. I segni non divengono simboli per caso ma sono sempre il risultato di concreti processi storici. Ogni siciliano si porta dentro un’immagine mitica della Sicilia, che con forza emerge quando si trova in altri paesi o quando vieni a parlare di essa. Questa immagine è la cristallizzazione ideologica della storia dell’isola.

Nessun luogo forse ha visto tanti popoli e culture tanto diverse. Ciò che ha caratterizzato il corso delle vicende storiche dell’isola non è comunque solo il notevole mutamento etnico ed economico ma anche il fatto che si sono venuti manifestando consistenti fenomeni di permanenza. Più che di una storia evolutiva, il caso siciliano è quello di una storia cumulativa in cui i nuovi popoli e le nuove culture, costumi, tecniche, linguaggi, non hanno mai completamente sostituito quelli precedenti ma a essi si sono venuti a sovrapporre.

Le nuove tecniche di coltivazione della vite e di industrializzazione della produzione introdotte nell’Ottocento non hanno del tutto soppiantato l’arcaico mezzo di produzione del vino mediante lo schiacciamento delle uve con i piedi. Non è un caso che il simbolo della Sicilia sia la trinacria, derivazione antica del segno della ruota, in analogia con il corso del sole. Non diversamente da come in apparenza il sole si muove, la ruota è un movimento circolare e possiede tutti gli elementi concreti per rappresentare l'immagine mitica della Sicilia.

La trinacria, nella quale i raggi del cerchio si sono trasformati in gambe e il mozzo dell’asse in testa, ha in definitiva potenziato il valore simbolico originario del segno. La Sicilia Terra del Sole e i Siciliani, che pur avendo visto di molte genti le città e conosciuto i costumi, si ostinano a restare sempre fedeli a se stessi, hanno un motivo di identificarsi in un simbolo. Il paesaggio, lo spazio in cui si muovono i singoli personaggi letterari, dovrebbe riflettere situazioni ambientali reali, così è nelle grandi opere letterarie europee.

Non è così invece nella letteratura siciliana. Non che manchino le notazioni paesaggistiche però quasi sempre l’ambiente naturale è presentato per inversione. Non solo la letteratura ma tutta la cultura dell’isola è devastata da mistificazioni oleografiche sulle quali il paesaggio siciliano è rappresentato in distese di fiori. Data la distanza di queste rappresentazioni dalla realtà effettuale, si tratta di prodotti ascrivibili al paesaggio della retorica.

Vi sono autori come Navarro, Borgese o Quasimodo che nelle loro narrazioni pongono attenzione al paesaggio naturale ma più numerosi sono gli autori come De Roberto o Verga che si concentrano sul paesaggio umano. L'insistenza sul paesaggio umano rispetto a quello naturale si può leggere in modi diversi. In prima istanza si potrebbe cercarne la motivazione nell'esperienza di una natura sostanzialmente ostile. Si potrebbe anche riferire all'interesse per la complessità dei rapporti sociali o alla sfera personale.

Le distese sconfinate e le vie polverose della campagna lasciano il posto alle lande illimitate e ai sentieri tortuosi dell'animo del protagonista. Verga riconosce comunque importanza allo spazio naturale in cui i suoi personaggi sono inscritti. Ogni elemento a loro esterno, piante, animali, cose, è sempre solo un rinvio a ricordi, sentimenti, sensazioni.

Rispetto al singolare orientamento della letteratura siciliana incline alla sostanziale emarginazione del paesaggio, posizioni opposte occupano Piccolo e Tomasi di Lampedusa. In Piccolo, l'attenzione al paesaggio è centrale. Del tutto singolare è invece la posizione dell'autore de Il Gattopardo. Qui il passaggio descritto non è semplicemente una proiezione della cultura e della sensibilità del narratore. La sua Sicilia pastorale dal silenzio immemoriale, come egli la definisce, è una metafora e un simbolo.

L'aggettivo immemoriale denuncia la visione di Tomasi della realtà siciliana. Nell'immagine dell'immemoriale silenzio della Sicilia pastorale, Tomasi esprime la sua visione della Sicilia come di un'isola estranea al fluire della storia, un territorio impossibile alla razionalità perché irrimediabilmente occupato soltanto dal mito. Questa visione del mondo e della vita, questo chiamarsi fuori dalla storia, appartiene anche alla cultura popolare tradizionale dell'Isola.

A parere di Sciascia, tutti hanno sentito drammaticamente e vissuto con dolorosa ansietà il fatto di essere siciliani, di far parte di una realtà, di un modo di essere, di una condizione umana diversa ed irreversibile; e più o meno consapevolmente non si sono sottratti alla condanna di rappresentare quella realtà, quel modo di essere, quella condizione umana. La fortuna de Il Gattopardo sta proprio nel fatto che ciascun siciliano ha letto nelle parole del Principe di Salina la storia della propria condizione.

Franco Farinelli: lo sguardo di Guatarrale, il silenzio di Kant, gli occhi di Humboldt

Precursore del positivismo, rappresentante del romanticismo, figlio dell'illuminismo e della Rivoluzione francese e ancora esploratore, naturalista, geografo, diplomatico e letterato, von Humboldt fu una grandissima figura interprete di molteplici correnti di pensiero e rappresentante di un'epoca. Nel suo libro Kosmos fin dall’inizio promette al suo lettore soltanto godimento della natura. Sua prima cura era assicurare che la conoscenza scientifica non mortifica né uccide tale godimento, al contrario lo esalta e lo accresce.

Per 5 anni aveva viaggiato in America e avrebbe voluto perlustrare l’Italia meridionale ma ne è impedito dal subbuglio successivo alle conquiste napoleoniche. L’India britannica d'altra parte gli è vietata ed è annullata all’ultimo istante anche la spedizione nei Mari del Sud e il successivo progetto di un itinerario in Nord Africa. Humboldt finalmente coglie l’occasione per andare in Spagna, l’ultima meta possibile. È qui che nello studioso la pienezza della natura sortisce i più ricchi effetti sui sentimenti.

Egli passa dall'impressione sensibile sentimentale all'esame analitico dei singoli elementi e dall'insieme di tali esami alla messa a punto del complesso sistemico. Il paesaggio è il modo di percezione incaricato di assicurare il collegamento tra i diversi momenti. Lo sguardo paesistico humboldtiano è la sintesi di almeno tre distinti soggetti. Il primo è lo stesso cui Schiller indirizza il suo saggio sull’educazione estetica dell’uomo. Si tratta di una strategia di trasformazione del soggetto umano in funzione di una politica progressista.

Humboldt aggiunge in questo caso una mediazione in più, interpone tra il polo estetico e quello politico il passaggio scientifico, la sua mira è quella di correggere una parte degli errori originati dall’empiria. Il secondo è Kant. Per Kant la geografia serve alla cognizione dell’uso del mondo e individua due tipi di classificazione, logica o fisica. La prima costruisce sistemi naturali esaminando le cose una dopo l’altra, le unisce logicamente e le divide, secondo una qualche somiglianza ritrovata, in nomi e classi. È il metodo che ancora oggi è usato nella classificazione scientifica.

Al contrario, la geografia o la storia, che non sono scienze ma saperi, procedono in base alla classificazione fisica appunto basata non sul principio della somiglianza o dell’affinità ma su quello della vicinanza o prossimità. Il terzo è Ralegh che Humboldt definisce più cortigiano che esploratore. Si racconta che quando a Westminster misero la sua testa sul ceppo egli guardasse verso occidente. La consuetudine voleva che il condannato guardasse invece verso Oriente in segno dell’imminente redenzione o almeno della sua speranza. Ma egli rispose “non ha molta importanza dove si ha la testa, purché il cuore sia nel giusto”.

È la tragica nascita della moderna legge del cuore che consiste nel mettere da parte, in base al giudizio estetico, ogni autointeressata razionalità in nome appunto dei generali interessi dell’umanità.

Giuseppe Dematteis: una geografia mentale come il paesaggio

Secondo Deleuze e Guattari la geografia non si limita a fornire una materia e dei luoghi variabili, non è soltanto fisica e umana ma anche mentale come il paesaggio questo perché il pensare si realizza nel rapporto fra il territorio e la terra. La geografia mentale è un anello essenziale della catena che unisce la percezione ai concerti. Senza quest'anello la geografia fisica e umana da sole non possono avere alcun significato concettuale ma è nella geografia mentale che l'oggetto torna a unirsi al soggetto.

Il paesaggio nella geografia mentale si prefigura come interfaccia del mondo sensibile esterno e le nostre rappresentazioni. In particolare esso è il punto di partenza dell’esplorazione del mondo cioè di un percorso che dalla percezione porta alla comprensione. È quello che Merleau-Ponty chiama apertura al mondo o anche ingresso del mondo in me. Berque distingue tra il concetto di paesaggio in senso stretto che è invenzione storica databile di alcune culture soltanto e il concetto di paesaggio più generale come ambiente di esperienze coevolutive comuni che egli Chiama Proto-paesaggio.

Si può dire che il paesaggio segue le sorti del linguaggio, può riferirsi a entità esistenti ma può anche generarne di nuove. È vero che, come afferma Wittgenstein, “se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo”. Ma ci sono occasioni in cui lo possiamo capire benissimo per esempio quando lo vediamo fuggire incalzato dall'incendio della savana. Se una geografia soltanto fisica e umana è perversa perché nega l'invisibile, una geografia solo mentale è addirittura impossibile perché fuori dalla portata degli esseri umani.

Una seconda questione riguarda la cosiddetta morte del paesaggio nell’era della globalizzazione. Come è nato un effetto di quest’ultima è la frammentazione dei territori che possono così diventare luoghi lontani tra loro sebbene fisicamente vicini e luoghi vicini anche se fisicamente molto lontani. Il paesaggio rende la geografia contigua non solo alla filosofia ma anche alla narrazione letteraria e alla poesia.

Come ha ben intuito e teorizzato Olsson la geografia alterna le posizioni del significante e del significato, cosicché il paesaggio ci può apparire di volta in volta come significante di significati già dati e come significante di possibili significati da scoprire.

Andrea Camilleri: realtà, invenzione e memoria dei luoghi letterari

Poeti e narratori sono due razze diverse e la differenza si può definire in modo quasi brutale perché il poeta cerca una terra dove poter stare mentre il narratore crea una terra dove poter far stare i suoi personaggi. Gli scrittori che si limitano a disegnare e a erigere un habitat ideale per i loro personaggi si dividono sostanzialmente in tre categorie: geografi, topografi e topologi-toponomastici. Scrittori e geografi sono autori delle grandi e piccole utopie e gli autori della grande satira sociale.

L'autore della satira più feroce contro l'umanità intera è Swift con i viaggi di Gulliver. Faulkner crea la Contea di Yoknapatawpha dove i Sartoris, i negri, gli indiani, popoleranno un cosmo grande quanto un francobollo ma che rappresenterà la più grande metafora sia della storia del Sud dopo la guerra civile sia del destino dell’uomo. Di questa contea Faulkner non ci narra solamente le vicende degli uomini che la abitano al presente ma ne disegna anche la storia attraverso i racconti.

Gli autori italiani e quelli siciliani in particolare sono essenzialmente topologi e toponomastici. Voglio dire che in loro prevale l’ambientazione in luoghi reali concedendosi solo di tanto in tanto dei leggeri spostamenti del paesaggio urbano o dalle campagne. Ma questi spostamenti sono spesso poco avvertibili. I biografi ci raccontano che due furono i paesi dell’infanzia di Pirandello, Girgenti e Porto Empedocle. Nel corpus delle novelle pirandelliane una decina sono ambientate a Porto Empedocle. Ebbene in tutte e dieci i racconti sempre il paese è triangolato con tre immu

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

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