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Scritture di paesaggio Girolamo Cusimano

Paesaggio: zona di confine tra il paesaggio della pietra e il

di Olsson

paesaggio della mente

Un paesaggio non è così semplice come appare ad un primo sguardo: esso

appare immenso alla mente. Più esattamente esso non è né corpo né mente

ma sta nell’unione dei due. Una comprensione di questo genere mette in

evidenza lo stretto parallelo tra l’idea di Olsson di paesaggio e il concetto di

merce di Marx. La concezione marxista di merce è chiaramente estesa ai segni

e pertanto anche all’analisi del paesaggio. In questo modo così come la merce

risulta dalla fusione inscindibile del valore di uso di quello di scambio, così il

segno è la fusione di significante e significato. Nel paesaggio le trasformazioni

sono date sia dall’azione congiunta dei 5 sensi del corpo e del sesto senso della

cultura, sia dalla relazione tra la prospettiva naturale dell’occhio fisico e la

prospettiva artificiale dell’immagine sociale. Il testo più adatto per un’analogia

è la genesi dove si racconta la storia di Giacobbe. Esaù conosce il suo nemico

da sempre. Già nel grembo della madre Giacobbe, il suo gemello, aveva

tentato di trattenere con forza il fratello lottando per nascere per primo, deciso

ad accaparrarsi i diritti della primogenitura. E questo è il motivo per cui fu

chiamato Giacobbe che letteralmente significa quello che tiene per il tallone

oppure quello che soppianta. È comprensibile che Esaù fosse arrivato a odiare il

fratello e giurò di ucciderlo. Giacobbe, messo in guardia dalla madre Rebecca,

non ebbe altra scelta se non quella di fuggire e andare a Carran accompagnato

dalla paura. Giacobbe prese una pietra se la pose come guanciale e si coricò e

in sogno Dio gli disse che gli avrebbe dato la terra sulla quale si era fermato. Al

mattino dopo Giacobbe prese la pietra e la eresse come una Stele e chiamò

quel luogo Betel. Questo è il racconto di un paesaggio che nasce dalla roccia e

il segreto di un tale prodigio si rivela nel fatto che i due termini Betel e

paesaggio sono due diversi termini per indicare lo stesso posto ovvero quel

certo luogo in cui il paesaggio della mente, pura spiritualità, e quello della

pietra, pura materialità, si uniscono e divengono una cosa sola. Giacobbe diede

un nome a ciò che era innominabile. La pietra, quel cuscino su cui Giacobbe

poggia la testa, è un masso che può conoscere attraverso i 5 sensi del corpo

ma certo non attraverso il sesto senso della cultura. Se i due governanti del

paesaggio della pietra e di quello della mente in qualche modo parlano lo fanno

usando lingue reciprocamente incompatibili. Le loro rispettive frasi non

possono essere tradotte poiché il governante del paesaggio della pietra è una

materia talmente materiale da non emettere alcun significato e il governante

del paesaggio della mente è un significato così significativo che non esiste al

mondo Materia abbastanza ricca da poterlo esprimere. Ne consegue che

entrambi gli assoluti stanno al di là dei sensi eppure è solo mediante l’atto del

rinominare che essi possono essere avvicinati. Risvegliato dal sogno Giacobbe

si rende conto di essere lui stesso uno degli ambasciatori che si muovono

avanti e indietro tra i due regni portando messaggi segreti da una estremità

all’altra della scala che nel suo sogno conduceva verso il cielo. Per porre un

sigillo, il cuscino da una posizione orizzontale viene rivolto verso l’alto e

diventa stele verticale. Questa cosiddetta casa di Dio non è in realtà una casa

bensì un luogo, l’unico nel quale il confine tra il paesaggio della pietra e quello

della mente diventa valicabile. È proprio da ciò che il concetto di paesaggio

viene fuori. Ancora una volta Giacobbe è in movimento e si trova a combattere

con un uomo il quale allo spuntare dell'alba gli chiede di lasciarlo andare ma

Giacobbe risponde che non lo lascerà andare fin quando non l'avrà benedetto.

Giacobbe chiamò quel luogo Penuel perché aveva visto Dio faccia a faccia

eppure la sua via era rimasta salva. Penuel significa letteralmente il volto di Dio

e questo termine è semplicemente oltraggioso perché se qualcosa Dio ha

stabilito con assoluta chiarezza è che il suo volto non deve essere mai visto.

Giacobbe vanta che non solo ha visto Dio faccia a faccia ma è anche

sopravvissuto alla prova. Se Betel costituisce la zona di confine tra i regni

ontologici del paesaggio della pietra e del paesaggio della mente, allora Penuel

è la camera della tortura nella quale tutti i viaggiatori vengono interrogati, i

documenti controllati e i corpi segnati. Heidegger la chiamava casa, Giacobbe

la chiamò Betel, non importa quando o dove, esiste un suolo pietroso in ogni

cultura e un significato culturale in ogni pietra. di Antonino

Il principe e la memoria di un paesaggio immemoriale

Buttitta

Gli uomini producono e consumano segni e attraverso i segni conoscono.

Nell'universo dei segni amplificati in simboli fanno consistere le ragioni e il

senso dell’esistere. I segni non divengono simboli per caso ma sono sempre il

risultato di concreti processi storici. Ogni siciliano si porta dentro un’immagine

mitica della Sicilia, che con forza emerge quando si trova in altri paesi o

quando vieni a parlare di essa. Questa immagine è la cristallizzazione

ideologica della storia dell’isola. Nessun luogo forse ha visto tanti popoli e

culture tanto diverse. Ciò che ha caratterizzato il corso delle vicende storiche

dell’isola non è comunque solo il notevole mutamento etnico ed economico ma

anche il fatto che si sono venuti manifestando consistenti fenomeni di

permanenza. Più che di una storia evolutiva il caso siciliano è quello di una

storia cumulativa in cui i nuovi popoli e le nuove culture, costumi, tecniche,

linguaggi, non hanno mai completamente sostituito quelli precedenti ma a essi

si sono venuti a sovrapporre. Le nuove tecniche di coltivazione della vite edi

industrializzazione della produzione introdotte nell’Ottocento non hanno del

tutto soppiantato l’arcaico mezzo di produzione del vino mediante lo

schiacciamento delle uve con i piedi. Non è un caso che il simbolo della Sicilia

sia la trinacria, derivazioni antica del segno della ruota, in analogia con il corso

del sole. Non diversamente da come in apparenza il sole si muove, la ruota è

un movimento circolare e possiede tutti gli elementi concreti per rappresentare

l'immagine mitica della Sicilia. La trinacria, nella quale i raggi del cerchio si

sono trasformati in gambe e il mozzo dell’asse in testa, ha in definitiva

potenziato il valore simbolico originario del segno. La Sicilia Terra del Sole e i

Siciliani che pur avendo visto di molte genti le città e conosciuto i costumi si

ostinano a restare sempre fedeli a se stessi, hanno un motivo di identificarsi in

un simbolo. Il paesaggio, lo spazio in cui si muovono i singoli personaggi

letterari, dovrebbe riflettere situazione ambientali reali, così è nelle grandi

opere letterarie europee. Non è così invece nella letteratura siciliana. Non che

manchino le notazioni paesaggistiche però quasi sempre l’ambiente naturale è

presentato per inversione. Non solo la letteratura ma tutta la cultura dell’isola è

devastata da mistificazioni oleografiche sulle quali il paesaggio siciliano è

rappresentato in distese di fiori. Data la distanza di queste rappresentazioni

dalla realtà effettuale, si tratta di prodotti ascrivibili al paesaggio della retorica.

Vi sono autori come Navarro, Borgese o Quasimodo che nelle loro narrazioni

pongono attenzione al paesaggio naturale ma più numerosi sono gli autori

come De Roberto o Verga che si concentrano sul paesaggio umano. L'insistenza

sul paesaggio umano rispetto a quello naturale si può leggere in modi diversi.

In prima istanza si potrebbe cercarne la motivazione nell'esperienza di una

natura sostanzialmente ostile. Si potrebbe anche riferire all'interesse per la

complessità dei rapporti sociali o alla sfera personale. Le distese sconfinate e le

vie polverose della campagna lasciano il posto alle lande illimitate e ai sentieri

tortuosi dell'animo del protagonista. Verga riconosce comunque l'importanza

allo spazio naturale in cui i suoi personaggi sono inscritti. Ogni elemento a loro

esterno, piante, animali, cose, è sempre solo un rinvio a ricordi, sentimenti,

sensazioni. Rispetto al singolare orientamento della letteratura siciliana incline

alla sostanziale emarginazione del paesaggio, posizioni opposte occupano

Piccolo e Tomasi di Lampedusa. In Piccolo, l'attenzione al paesaggio è centrale.

Del tutto singolare è invece la posizione dell'autore de Il Gattopardo. Qui il

passaggio descritto non è semplicemente una proiezione della cultura e della

sensibilità del narratore. La sua Sicilia pastorale dal silenzio immemoriale,

come egli la definisce, è una metafora e un simbolo. L'aggettivo immemoriale

denuncia la visione di Tomasi della realtà siciliana. Nell'immagine

dell'immemoriale silenzio della Sicilia pastorale Tomasi esprime la sua visione

della Sicilia come di un'isola estranea al fluire della storia, un territorio

impossibile alla razionalità perché irrimediabilmente occupato soltanto dal

mito. Questa visione del mondo e della vita, questo chiamarsi fuori dalla storia,

appartiene anche alla cultura popolare tradizionale dell'Isola. A parere di

Sciascia tutti hanno sentito drammaticamente e vissuto con dolorosa ansietà il

fatto di essere siciliani, di far parte di una realtà, di un modo di essere, di una

condizione umana diversa ed irreversibile; e più o meno consapevolmente non

si sono sottratti alla condanna di rappresentare quella realtà, quel modo di

essere, quella condizione umana. La fortuna de Il Gattopardo sta proprio nel

fatto che ciascun siciliano ha letto nella parole del Principe di Salina la storia

della propria condizione. di

Lo sguardo di Guatarrale, il silenzio di Kant, gli occhi di Humboldt

Franco Farinelli

Precursore del positivismo, rappresentante del romanticismo, figlio

dell'illuminismo e della Rivoluzione francese e ancora esploratore, naturalista,

geografo, diplomatico e letterato, von Humboldt fu una grandissima figura

interprete di molteplici correnti di pensiero e rappresentante di un'epoca. Nel

suo libro Kosmos fin dall’inizio promette al suo lettore soltanto godimento della

natura. Sua prima cura era assicurare che la conoscenza scientifica non

mortifica ne uccide tale godimento, al contrario lo esalta e lo accresce. Per 5

anni aveva viaggiato in America e avrebbe voluto perlustrare l’Italia

meridionale ma ne è impedito dal subbuglio successivo alle conquiste

napoleoniche. L’India britannica d'altra parte gli è vietata ed è annullata

all’ultimo istante anche la spedizione nei Mari del Sud e il successivo progetto

di un itinerario in Nord Africa. Houboldt finalmente coglie l’occasione per

andare in Spagna, l’ultima meta possibile. È qui che nello studioso la pienezza

della natura sortisce i più ricchi effetti sui sentimenti. Egli passa

dall'impressione sensibile sentimentale all'esame analitico dei singoli elementi

e dall'insieme di tali esami alla messa a punto del complesso sistemico. Il

paesaggio è il modo di percezione incaricato di assicurare il collegamento tra i

diversi momenti. Lo sguardo paesistico humboldtiano è la sintesi di almeno tre

distinti soggetti. Il primo è lo stesso cui Schiller indirizza il suo saggio

sull’educazione estetica dell’uomo. Si tratta di una strategia di trasformazione

del soggetto umano in funzione di una politica progressista. Humboldt

aggiunge in questo caso una mediazione in più, interpone tra il polo estetico e

quello politico il passaggio scientifico, la sua mira è quella di correggere una

parte degli errori originati dall’empiria. Il secondo è Kant. Per Kant la geografia

serve alla cognizione dell’uso del mondo e individua due tipi di classificazione,

logica o fisica. La prima costruisce sistemi naturali esaminando le cose una

dopo l’altra, le unisce logicamente e le divide, secondo una qualche

somiglianza ritrovata, in nomi e classi. È il metodo che ancora oggi è usato

nella classificazione scientifica. Al contrario la geografia o la storia, che non

sono scienze ma saperi, procedono in base alla classificazione fisica appunto

basata non sul principio della somiglianza o dell’affinità ma su quello della

vicinanza o prossimità. Il terzo è Ralegh che Humboldt definisce più cortigiano

che esploratore. Si racconta che quando a Westminster misero la sua testa sul

ceppo egli guardasse verso occidente. La consuetudine voleva che il

condannato guardasse invece verso Oriente in segno dell’imminente

redenzione o almeno della sua speranza. Ma egli rispose “ non ha molta

importanza dove si ha la testa, purché il cuore sia nel giusto”. E la tragica

nascita della moderna legge del cuore che consiste nel mettere da parte, in

base al giudizio estetico, ogni autointeressata razionalità in nome appunto dei

generali interessi dell’umanità. di Giuseppe Dematteis

Una geografia mentale come il paesaggio

Secondo Deleuze e Guattari la geografia non si limita a fornire una materia e

dei luoghi variabili, non è soltanto fisica e umana ma anche mentale come il

paesaggio questo perché il pensare si realizza nel rapporto fra il territorio e la

terra. La geografia mentale è un anello essenziale della catena che unisce la

percezione ai concerti. Senza quest'anello la geografia fisica e umana da sole

non possono avere alcun significato concettuale ma è nella geografia mentale

che l'oggetto torna a unirsi al soggetto. Il paesaggio nella geografia mentale si

prefigura come interfaccia del mondo sensibile esterno e le nostre

rappresentazioni. In particolare esso è il punto di partenza dell’esplorazione del

mondo cioè di un percorso che dalla percezione porta alla comprensione. È

quello che Merleau-Ponty chiama apertura al mondo o anche ingresso del

mondo in me. Berque distingue tra il concetto di paesaggio in senso stretto che

è invenzione storica databile di alcune culture soltanto e il concetto di

paesaggio più generale come ambiente di esperienze coevolutive comuni che

egli Chiama Proto-paesaggio. Si può dire che il paesaggio segue le sorti del

linguaggio, può riferirsi a entità esistenti ma può anche generarne di nuove. È

vero che, come afferma Wittgenstein, “se un leone potesse parlare, noi non

potremmo capirlo”. Ma ci sono occasioni in cui lo possiamo capire benissimo

per esempio quando lo vediamo fuggire incalzato dall'incendio della savana. Se

una geografia soltanto fisica e umana è perversa perché nega l'invisibile, una

geografia solo mentale è addirittura impossibile perché fuori dalla portata degli

esseri umani. Una seconda questione riguarda la cosiddetta morte del

paesaggio nell’era della globalizzazione. Come è nato un effetto di quest’ultima

è la frammentazione dei territori che possono così diventare luoghi lontani tra

loro sebbene fisicamente vicini e luoghi vicini anche se fisicamente molto

lontani. Il paesaggio rende la geografia contigua non solo alla filosofia ma

anche alla narrazione letteraria e alla poesia. Come ha ben intuito e teorizzato

Olsson la geografia alterna le posizioni del significante e del significato, così

che il paesaggio ci può apparire di volta in volta come significante di significati

già dati e come significante di possibili significati da scoprire.

di Andrea Camilleri

Realtà, invenzione e memoria dei luoghi letterari

Poeti e narratori sono due razze diverse e la differenza si può definire in modo

quasi brutale perché il poeta cerca una terra dove poter stare mentre il

narratore crea una terra dove poter far stare i suoi personaggi. Gli scrittori che

si limitano a disegnare e a erigere un habitat ideale per i loro personaggi si

dividono sostanzialmente in tre categorie: geografi, topografi e topologi-

toponomastici. Scrittori e geografi sono autori delle grandi e piccole utopie e gli

autori della grande satira sociale. L'autore della satira più feroce contro

l'umanità intera è Swift con i viaggi di Gulliver. Faulkner crea la Contea di

Yoknapatawpha dove i Sartoris, i negri, gli indiani, popoleranno un Cosmo

grande quanto un francobollo ma che rappresenterà la più grande metafora sia

della storia del Sud dopo la guerra civile sia del destino dell’uomo. Di questa

contea Faulkner non ci narra solamente le vicende degli uomini che la abitano

al presente ma ne disegna anche la storia attraverso i racconti. Gli autori

italiani e quelli siciliani in particolare sono essenzialmente topologi e

toponomastici. Voglio dire che in loro prevale l’ambientazione in luoghi reali

concedendosi solo di tanto in tanto dei leggeri spostamenti del paesaggio

urbano o dalle campagne. Ma questi spostamenti sono spesso poco avvertibili.

I biografi ci raccontano che due furono i paesi dell’infanzia di Pirandello,

Girgenti e Porto Empedocle. Nel Corpus delle novelle pirandelliane una decina

sono ambientate a Porto Empedocle. Ebbene in tutte e dieci i racconti sempre il

paese è triangolato con tre immutabili punti di riferimento, il porto, la torre, il

Camposanto sulla collinetta. A Girgenti Pirandello ambienterà non solo racconti

ma anche i romanzi. Nelle novelle non si presenta mai un’alterazione dei luoghi

e lo stesso accade nei romanzi. Le cose cambiano invece nel romanzo I giovani

e i vecchi, ambientato principalmente Girgenti e a Roma. In questo romanzo

storico Pirandello opera parecchie alterazioni del paesaggio urbano. Di

Pirandello però non si può fare a meno di ricordare una novella pochissimo

conosciuta che parla dell'uso terapeutico della geografia e si intitola Rimedio:

la geografia. Il protagonista in prima persona racconta dello strazio e anche

della fatica fisica che prova in lunghe notti di assistenza alla madre in agonia.

di Vincenzo Guarrasi

La città perfetta

Il contenuto della nostra personale esperienza nel confronto con quella di altri

uomini, altre società o altre culture diviene parte integrante della

comprensione dei fatti geografici. Vi è un limite nel discorso geografico, esso si

muove sul confine tra ciò che è noto e ciò che è altrimenti noto e non può

distaccarsi da lì. Se esiste una gabbia, l’uccello geografico se ne è fuggito via e

vola libero e senza alcuna intenzione di rientrarvi. Il discorso geografico anche

se pare volteggiare libero e senza meta è in realtà vincolato come un aquilone.

Un filo sottile pare tenerlo legato a terra e questo filo è l’anima stessa del

discorso geografico. Il suo destino sta scritto nel nome infatti geografia

significa discorso sul mondo, sull’ordine che l’uomo ha imposto la terra. Il

geografo-uccello è costretto dalla natura e dal destino a imitare le movenze

dell’uomo-aquilone. La geografia non solo pone a confronto due domini

eterogenei e cioè il mondo della natura e il mondo della cultura ma postula tra

le due coppie una similitudine di rapporti che risulta sterile alla comprensione

di entrambe. Se raccolta invece come chiave metaforica essa rivela la forza di

quel filo invisibile che costringe la rappresentazione geografica a volare basso

sulla superficie terrestre. Il signor Palomar è un personaggio di Calvino. È un

libro che prende il nome dal personaggio e il personaggio prende il nome da un

potente telescopio. Se pronunciato all’americana il nome richiama alla mente il

telescopio, se pronunciato alla spagnola evoca l’immagine del palombaro.

Come un telescopio puntato sui fatti della vita quotidiana e come un palombaro

che si immerge nella superficie, il signor Palomar manifesta un ossessivo

scrupolo di precisione e il libro lo insegue lungo gli itinerari delle sue giornate. Il

signor Palomar abita il mondo dei libri ma il mondo dei libri a sua volta

appartiene al mondo reale.

Il discorso geografico scala pareti ripide e grazie al supporto delle metafore

getta ponti, e traduce mondi da mondi e conduce allo straniamento. Ogni

geografo opera dunque come un palombaro o un astronauta che si immerga

nella superficie. La superficie terrestre è la sua vocazione e il suo mezzo

espressivo. L’immagine del geografo palombaro e forse ancora più efficace di

quella del geografo aquilone. Anche in questo caso abbiamo qualcosa che

volteggia sospeso a un filo ma protetto da una tuta spaziale collegata alla sua

navicella da un tubo esplora l’ambiente e lo sottopone a misura. La città e il

luogo in cui si genera la complessità: essa non si identifica con nessun luogo

fisico particolare ma avvolge con la sua rete l’intero pianeta. La città disorienta.

La città globale non diviene più piccola ma più densa, aumenta lo spessore dei

luoghi e con esso si modificano le dimensioni dell’agire umano. Soltanto se

impariamo a vivere la città e ad apprezzare la qualità urbana della vita

possiamo divenire cittadini del mondo e testimoni del nostro tempo.

di Luisa Adorno

Una terra nera e fine come rena

Luisa Adorno racconta un passo della sua vita e da lì si potrà capire ciò che

pensa del paesaggio. Si sposò con il figlio di un prefetto siciliano e arrivò

nell’isola per la prima volta una fine di settembre degli anni 50 con il marito e il

suocero felice di passare ancora le ferie su quel pezzetto di terra sull’Etna. Un

pezzetto di terra nera e fine come rena, accidentato da massi di lava, con balze

e strapiombi improvvisi. Quando arrivarono vicino a quel luogo, il taxi si fermò

ai piedi di un viottolo fiancheggiato da muretti di lava. In basso davanti a loro vi

era il mare, limpido, intenso, con le vele nette. Alle loro spalle la casa adagiata

su un fianco dell’Etna. C’era molto caldo e quando il sole spariva dietro la

montagna e le cascine si alzavano come un sipario a lasciare entrare l’aria

della sera, le voci e rumori sembravano spegnersi. Essi uscivano sulla terrazza

davanti a un mare che cominciava a sbiadire fra i rami della Bouganville. Il clou

della vacanza era la vendemmia che piaceva tanto al prefetto. Il suocero di

Luisa aveva anche la passione degli agrumi. Il prefetto passava il poi l’estate a

Belvedere con la moglie e la domestica Concetta: sono gli anni 60. Il suocero

avrebbe voluto alzare la propria casa di un piano perché tutti potessero stare li

ma Luisa si era opposta perché proprio in quei giorni voleva essere libera visto

che a Roma vivevano già insieme. Luisa racconta che al limite estremo del

paese in fondo all’agrumeto cresceva di anno in anno una fabbrica di birra. A

poco a poco alla fabbrica erano stati aggiunti piani, depositi, ciminiere che

sull’onda di un certo vento riversavano su di loro un tanfo acre. Tutto ciò aveva

inciso anche sull’economia del paese. Intorno alla fabbrica era nata una strada

in cui fiorivano palazzine irte di ringhiere e ghirigori. Vicino alle palazzine

risuonavano gong di carrozzieri e ululavano fughe di motori premuti a mano da

meccanici. Con la scomparsa della suocera negli anni 70 Luisa e i suoi figli

cominciarono ad alternarsi per fare compagnia al nonno, per non lasciarlo solo

con la domestica. Una volta tornò ad agosto con suo marito e lui non si lamentò

mai del caldo, almeno davanti a suo padre. Ogni anno al loro arrivo il suocero li

aspettava davanti al cancello e a modo di saluto diceva “u vinu s'appizzau”.

Tante estati passarono dalla scomparsa del suocero ma Luisa non mancò mai a

Belverde, come se avesse dovuto continuare per tutti l'antico ritmo di famiglia.

Paesaggi antichi e moderni nel “Carosello Siciliano” di Lawrence

di David Atkinson

Durrell

Atkinson, attraverso l'analisi dei testi di Durrell vuole evidenziare le prospettive

che caratterizzano la geografia culturale inglese. Durrell nasce in India nel

cuore dell’impero britannico. Fu mandato in una scuola privata inglese all’età di

12 anni. Il trasferimento avrebbe dovuto cementare la sua anima inglese ma al

contrario l’Inghilterra frantumò le certezze del suo mondo di bambino e per

tutta la vita egli mantenne un legame ambiguo con la parte inglese di se.

Durrell lasciò l’Inghilterra insieme alla sua famiglia per trasferirsi al Corfù e fu

impegnato con una serie di lavori ad Atene, Creta, in Egitto, Rodi e a Cipro.

Trovo che l’Inghilterra e l’essere inglese fossero profondamente deprimenti e

persino i suoi sforzi per seppellirsi nella classe dirigente inglese, mediante

l’accesso all’Università di Cambridge, fallirono. Politicamente egli era un

convinto sostenitore dell’imperialismo inglese nel Mediterraneo pertanto,

sebbene non si sentì mai a casa in Inghilterra, non riuscì neppure a identificarsi

con altre nazionalità o gruppi sociali. Durrell esibisce un senso geografico del

paesaggio forte e permanente. In Carosello siciliano Durrell descrive se stesso

come paesaggio-dipendente. In tal modo si identificava in un individuo

particolarmente sensibile verso differenti paesaggi, luoghi e ambienti. Presta

particolare attenzione ai paesaggi, agli ambienti e ai diversi sensi del luogo con

i quali viene a contatto. Ciò ha inizio immediatamente al suo arrivo

all’aeroporto di Catania e allorché descrive la sua visita in centro città, egli

racconta di essere passato per i sobborghi che apparivano cavernosi e luridi.

Tuttavia gli aspetti di questo nuovo paesaggio risuonano di una serie di

stereotipi sul meridione e sulla Sicilia in particolare: le rappresentazioni del Sud

dell’Italia come rumoroso, sporco, caotico e confusionario. Analogamente

stereotipi sugli abitanti della Sicilia sono introdotti subito nel testo. Mario,

l'autista del pullman è un siciliano doc, tarchiato e dallo sguardo severo e la

sua espressione era oscura e depressa. Al di là delle città egli celebrava la luce,

l’aria e i paesaggi della campagna. Ad esempio la città collinare di Piazza

Armerina era carina e vivace, il passeggiare tra quelle colline sembrava

meraviglioso. Diversamente da altri scrittori di viaggio inglesi, Durrell

raramente descriveva i luoghi per analogia con luoghi familiari della Gran

Bretagna. Gli aspetti grotteschi della moderna urbanizzazione venivano

condannati. Avvicinandosi ad Agrigento egli sperava che la città non fosse

finita sotto Il flagello dell’urbanizzazione. Per Durrell Palermo era puro stress,

mentre i sobborghi deprimenti di Catania erano condannati a causa del loro

aspetto anonimo. Egli trovò ciò che definiva la vera Sicilia nei luoghi più

caratteristici e trascurati dell’isola, i luoghi che rimanevano immuni alla

modernità. Egli pretende di trovare una certa atemporalità sull’isola ed è in

questi luoghi che sopravvive ancora una Sicilia preindustriale, non inquinata e

non complessa. All’inizio del suo libro l’autore dipinge una serie di grossolane

caricature dei suoi compagni di viaggio, britannici ed europei. Stabilisce

immediatamente una gerarchia basata soprattutto sulla loro supposta cultura e

conoscenza, sul loro grado di civilizzazione e sui loro standard di

comportamento. Lo sguardo da turista gli forniva la prospettiva privilegiata

dalla quale consumare e appropriarsi dei paesaggi, tuttavia, nonostante il suo

consumo visivo dell’isola, passo dopo passo l’autore inizia a contemplare le

geografia morale del turismo in quel tipo di luoghi. Al tempio greco di Segesta

Durrell vide una coppia di nobili che pranzavano e al tempo stesso leggevano

dei classici e mentre passavano l’uomo si rivolse alla moglie dicendo “misera

gentaglia che va in giro”. Gli aristocratici stavano apprezzando il luogo con

professionalità, nella maniera giusta, mentre loro turisti, una folla sudata di

gente di ogni forma e misure, stavano galoppando in giro distruggendo la pace.

Fu solo quando l'etichetta di turista venne rivolta a lui che l'autore si rese conto

che la sua falsa dignità morale ed intellettuale poteva venire compromessa

dalla sua partecipazione al turismo di massa.

Rêverie di un viaggio. Frammenti di paesaggio siciliano in Violette

di Giuseppina Calvaruso e Anna Lombardo

Leduc

Violette Leduc è un’autrice francese che racconta un viaggio fatto in Sicilia nel

1965. Esiliata dalla nascita in quanto figlia illegittima di un ricco borghese che

non l’ha riconosciuta e di una serva che per tutta l’infanzia le ha instillato un

irrimediabile senso di colpa per il fatto di essere nata, di essere donna e di

essere quindi votate all’infelicità della condizione femminile. A partire da

questa infanzia, dall’amore folle per la madre che la priva di ogni tenerezza che

le abbandonerà per crearsi una famiglia legittima, si struttura la tensione che

sottende alla vita e alle opere di Violette. Lasciato il nord della Francia si

trasferisce a Parigi e vive una vita segnata dalla miseria. Solo l’incontro con la

scrittura le rivelerà la possibilità di una rinascita. Ella fa un resoconto di viaggio

in Sicilia che si apre all'insegna della mitica solarità siciliana, uno dei topòi della

letteratura. Il paesaggio siciliano scorre dinanzi agli occhi estasiati dell’autrice

quando, tra due colline, ella si vede venire incontro il deserto siciliano. Durante

i suoi pellegrinaggi è disposta ad ascoltare la voce delle cose. Con un tono

calmo il deserto si racconta e alla voce del deserto si alterna quella dell’autrice

che vede questo paesaggio distendersi sotto il sole siciliano, non arido come la

maggior parte dei viaggiatori lo ha ritratto ma quasi come in un miraggio. Pur

nella sua solarità il deserto siciliano racchiude in sé l’idea della morte. Dopo

l’ebrezza provata dall’impatto con questo paesaggio l’autrice individua nello

spazio immenso delle casseforti. Sono mausolei di silenzio che suscitano

timore. Alla gamma di colori del deserto, le sfumature della sabbia, i petali di

rose, il viola dei lilla, si sostituisce il colore plumbeo e luttuoso delle case.

Continuando a viaggiare incontra lungo la strada degli uomini a cavallo che

procedono solitari. L’autrice coglie uno degli aspetti più peculiari dei siciliani,

quel chiudersi in se stessi, apatica nei confronti del proprio destino. Secondo

Violette, che ha sperimentato una dolorosa separazione dalla sua terra, vi è un

legame indissolubile tra l’uomo e il luogo in cui si vive che è tanto più evidente

tra gli umili, che affondano le mani in quella terra. di Giuseppe

Una città incompiuta: Messina a 90 anni dal terremoto

Campione

Il ruolo della geometria e quindi della geografia, secondo le analisi di Raffestin,

è quello di racchiudere il disordine dell’esistenza dentro l’ordine concreto delle

forme. A Messina si è lungo pensato che il terremoto avesse azzerato le

memorie, determinando una condizione di cittadini senza storia. L’avvenimento

terremoto segna sicuramente un taglio decisivo non solo nella struttura urbana

e nella vita economica, ma soprattutto nella composizione demografica e

.

sociale Messina appariva come un mondo livido e informe, tra cui vagavano le

ombre degli scampati e il resto della terra leggeva il numero pauroso delle

vittime e contemplava la straordinaria visione di una città crollata in pochi

secondi come i castelli che i ragazzi fanno con le carte. Una città abitata anche

da un miscuglio di gente forestiera assillata dal desiderio di far fortuna. Gli

scienziati si mettono alle prese con i problemi delle cause e degli effetti

convinti che il riparo alle future catastrofi doveva trovarsi in una razionale

edilizia. Borgese scriveva che Messina non è morta di morte naturale ma per il

suicidio. Si legge in una guida curata dal comune nel 1914 che si sarebbero

adottate misure antisismiche con case basse e strade larghe. Tutto questo era

assolutamente necessario, ma il primo pensiero avrebbe dovuto essere quello


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venera19

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in turismo e spettacolo
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher venera19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Barillaro Caterina.

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