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Il paesaggio e il silenzio

Capitolo 1. Il rumore e il silenzio

Il tempo del paesaggio è il tempo del silenzio mentre il tempo dell’uomo è dinamismo, rumore. Da un lato troviamo le cose che vivono e producono energia, dall’altro le cose che principiano e finiscono nei silenzi. La concezione della montagna sacra (secondo cui più si è in alto più ci si avvicina a Dio) è inscindibile dall’immagine della pianura. Sono due immagini opposte: in basso scorgiamo il dinamismo e il rumore della vita, in alto l’infinità dei silenzi.

L’uomo non sa auscultare la voce degli ecosistemi, non sa cogliere i ritmi dei processi che fanno vivere i paesaggi. Tuttavia, la sensibilità degli uomini e la capacità di auscultazione sono variate storicamente. Nel mondo delle culture primitive l’atteggiamento dell’uomo era improntato alla percezione della soggezione alle forze della natura in senso religioso; il rumore serviva solamente per rapportarsi ai propri simili. Nelle savane africane, il rumore dei tamburi suscitava il senso del sacro, rappresentava la voce della divinità stessa. Nel mondo cristiano, a partire dal VIII secolo, si è imposta la campana che scandiva il ritmo delle ore. Per quanto essa diffonda rumore, la sua funzione sacralizza il silenzio. La percezione del divino dinnanzi al silenzio, come condizione che sta oltre la vita, la si coglie soprattutto dinnanzi ai luoghi che richiamano la morte, luoghi del silenzio per eccellenza (monumenti funebri ad es. piramidi; cimiteri).

La solitudine e il silenzio

La manifestazione estrema dell’uomo che rifugge dalla manipolazione della natura è l’eremitaggio: gli eremiti cercano i luoghi del silenzio e della solitudine (la vetta delle montagne; i valloni segreti; le grotte). Luogo ideale per trovare il silenzio è il deserto che si propone come ambiente paralizzato, immoto, soggetto a ritmi lentissimi. Nel deserto il silenzio sembra attutire ogni minimo rumore della presenza umana, anche il respiro e il battito cardiaco. Esistono diversi tipi di deserto: il deserto roccioso, soggetto ad un disfacimento lentissimo; il deserto sabbioso che dà più di ogni altro il senso di vuoto; il silenzio polare, senza alcuna manifestazione fisica e vitale nella maggior parte dell’anno. Nel deserto la percezione della divinità è immensa.

La modernità e la fine del silenzio

Con l’avvento della modernità, quando l’uomo si pone al centro del mondo e si contrappone alla natura, il silenzio andrà via via svanendo. Il rumore si configura come il segno della crescita dell’uomo, del suo essere prometeico, del suo configurarsi come artifex di un mondo totalmente a sua misura. L’uomo inizia a configurarsi come produttore di rumori di ogni genere: rumori di guerra, rumori di macchine. Rumori che diventano simbolo della potenza dell’uomo e che vengono avvertiti dai moderni come una sorta di musica.

Per una storia del rumore

La storia del rumore comincia col grido del cacciatore primitivo di fronte alla preda. Approda poi nel terreno degli scontri fra tribù per annettersi gli spazi. Altro genere di rumore è quello delle macchine cigolanti, dei mulini, delle città popolose attraversate dal traffico. C’è il rumore della polvere da sparo, delle macchine a vapore e dei missili, etc.

Il canto degli uccelli e le musiche celesti

La capacità umana di produrre rumore è veramente eccezionale: l’uomo, infatti, sa produrre anche rumori non sgradevoli e suoni (come la musica). Gli studiosi hanno fissato una soglia che misura i rumori per distinguere quelli molesti da quelli che non disturbano: dai 40 decibel si inizia a sentire il fastidio. La musica, anche se alta e supera i decibel sopportabili, non è fastidiosa: è un rumore ordinato che crea effetti particolari, quasi al pari delle arti figurative. Per creare musica occorre astrarsi dal rumore: il silenzio è, per chi compone, come la tela per il pittore. Il silenzio è la condizione per creare musiche capaci di penetrare nell’essenza del mondo.

Il silenzio e la percezione dei fragori d’oggi

Coltivare il silenzio non significa staccarsi dal mondo ma vivere quest’ultimo in maniera più profonda. L’uomo moderno, tuttavia, non riesce a fare a meno del rumore che si impone come un modo per dimenticare il mondo vero. Oggi non si è più capaci di stare in solitudine, in ogni momento della giornata siamo inondati dal rumore e ci sembra che senza rumore non ci sia vita. Il silenzio è insopportabile per l’uomo che ha fretta e che non sa riflettere su di sé. L’Italia è uno dei paesi più rumorosi: gli italiani amano le motociclette più rumorose, parlano a voce alta, tengono radio e televisione al massimo volume. Ma se l’uomo vorrà costruire un mondo migliore dovrà, senza dubbio, imparare ad ascoltare il silenzio.

Capitolo 2. L’altra metà del paesaggio: il cielo

Le due essenze del cielo

Solitamente quando si parla di paesaggio si fa riferimento a tutto ciò che sta sulla superficie terrestre. Il mare stesso non viene considerato paesaggio. Anche il cielo, inizialmente, non era considerato parte del paesaggio perché lo si considerava come qualcosa di inattingibile, indescrivibile e, soprattutto, di diversa natura rispetto alla Terra. Oggi non è più così: il cielo condiziona quanto sta sulla superficie terrestre; non si può immaginare un paesaggio senza cielo e ogni paesaggio ha il proprio cielo (nuvoloso, limpido, etc.). Se teniamo conto delle conoscenze geografiche distinguiamo due modi del cielo di presentarsi all’intelletto: il cielo atmosferico (legato allo strato d’aria che avvolge il pianeta); lo spazio uranico.

La percezione del cielo

La percezione immediata del cielo ci dà l’illusione di uno spazio relativamente finito. La finitezza è data dalla linea dell’orizzonte che è una linea relativa, cioè cambia a seconda del punto di osservazione: il cielo che si intravede tra le montagne è limitato, come quello che si intravede tra le cime degli alberi; il cielo che si osserva dalla vetta più alta dei monti, invece, ci dà l’idea dell’immensità, di una cupola che avvolge tutto ciò che sta sotto di lei. Alla percezione del cielo come rotondità si contrappone quella del cielo come tetto, come copertura. Le nuvole danno una consistenza materiale al cielo e dalla loro forma scaturiscono diversi tipi di percezione: le nuvole riducono il senso della vuotezza del cielo e gli conferiscono una dimensione terrestre.

Ben altra è la percezione uranica, cioè del cielo come contenitore di fenomeni astronomici. È interessante, a questo proposito, analizzare il ruolo della luna e del sole. La luna scompare, riappare, si muove ed è associata ad una figura femminile; il sole è fermo. La luna è silenzio, pace notturna dopo il tumulto del giorno; il sole è rumore.

La luce del sole sul paesaggio

Che il sole sia identificabile con il rumore dipende dal fatto che sorgendo incita al dinamismo, al lavoro, alla produzione. Il sole scandisce i ritmi della vita: man mano che la luce cresce il ritmo aumenta per poi rallentare non appena il sole inizia a tramontare. In relazione al giornaliero ciclo del sole, l’uomo ha pensato che vi fosse un ordine celeste proiettato sul mondo e che poteva esprimersi attraverso una visione quadripartita. Ai quattro punti cardinali vennero associate situazioni diverse: alla condizione lieta dell’est si contrapponeva l’angoscia dell’ovest; al caldo del sud si contrapponeva il freddo del nord. Il sole ha la capacità di far percepire in maniera diversa i paesaggi. Dalla lucentezza del sole dipende lo splendore dei paesaggi, l’intensità della luce crea vari effetti suggestivi.

Il firmamento e l’ordine del mondo

Come la luna è associata alla notte, così è anche per le stelle. Sin dai tempi più antichi l’uomo si è sforzato di interpretare la disposizione delle stelle come manifestazione del potere del cielo di parlare agli uomini ed influenzarne le vicende. Le stelle assumono significati differenti a seconda delle culture e dei popoli. La stella polare, ad esempio, nel mondo occidentale era vista come motore universale; i Tartari la consideravano il palo a cui erano legati i propri cavalli; Carlo Magno la identificava come simbolo della chiesa.

L’ascensione al cielo

L’attributo principale del cielo è quello di essere inattingibile e alto. Nel punto più alto si trova Dio che è, appunto, l’Altissimo. Grazie al rapporto che può instaurare col cielo, l’uomo può trovare uno spiraglio salvifico che gli permetta di ascendere e di allontanarsi dalle condizioni terrestri. L’ascensione avviene simbolicamente lungo l’asse verticale che unisce cielo e terra (da qui deriva l’immagine della montagna sacra - più in alto si è, più vicini a Dio).

Il cielo rappresentato

La rappresentazione concreta del cielo è rintracciabile nelle più diverse manifestazioni dell’arte, da quella primitiva a quella moderna. I popoli primitivi hanno cercato di rappresentare le costellazioni sulle pietre. Ma le prime rappresentazioni del cielo che aspirano a darne una mimesi diretta si hanno quando l’uomo inizia a dipingere il paesaggio: inizialmente il cielo fa solamente da sfondo ai soggetti; in età rinascimentale comincia la spettacolarizzazione del cielo con le nuvole che gli danno consistenza; la pittura fiamminga considera il cielo come sede della divinità. La rappresentazione del cielo, però, non si limita alla pittura ma tocca anche il campo dell’architettura (pensiamo alle yurte con copertura a forma emisferica che viene chiamata cielo). I paesaggi dei paesi industriali hanno cieli particolari, spesso inquinati e ciò dipende dal disinteresse dell’uomo che si manifesta anche nella costruzione di impianti sulle cime dei monti.

Il cielo dell’uomo che ha dimenticato il silenzio

Il cielo è estraneo nella sua essenza misteriosa al pensare dell’uomo. Quest’ultimo, infatti, guarda più allo spazio terrestre e al paesaggio, luoghi in cui organizza la sua concreta esistenza. Ciò però non è uguale per tutti: c’è chi si interessa del cielo e di capire quali siano i comportamenti dei corpi che lo abitano. La poca inclinazione dell’uomo d’oggi a guardare il cielo è indicata dalla perdita dei significati simbolici che l’uomo dava a tante sue manifestazioni che al cielo facevano riferimento. Si nota anche dal solo interesse, nella costituzione del paesaggio, nei confronti della funzionalità delle cose. Si edifica non tenendo conto del tipo di luogo, di cielo, dell’orientamento del sole, cioè trascurando il rispetto per la realtà circostante.

Capitolo 3. Il visibile e l’invisibile del paesaggio

Un’ontologia del visibile e dell’invisibile

Il paesaggio è il visibile ma non è detto che esso esprima tutta la realtà di cui è proiezione sensibile. Maurice Merleau-Ponty afferma che il visibile è tutto tessuto di non-visibile: c’è la luce perché esiste il buio, c’è l’Essere perché c’è il Nulla. La nostra realtà, perciò, è intessuta di elementi che si manifestano ed altri che si celano e l’invisibile è la condizione indispensabile alle rivelazioni che ci portano alla conoscenza. Che il visibile non sia l’intera realtà, lo capivano già gli stessi primitivi che erano consapevole dell’esistenza di spazi che stavano al di là dello spazio locale, vissuto. Ciò che è latente, quindi, è in primo luogo lo spazio lontano.

Dall’invisibilità metafisica alla fisica dell’invisibile

Con la laicizzazione dell’uomo e l’imporsi delle scienze nel sistema di interpretazione del mondo, il nostro rapporto con il visibile/non-visibile è mutato. La realtà locale, cioè lo spazio che percepiamo, diventa espressione geografica, spazio di vita, teatro del nostro agire. Ma la percezione ci suggerisce che entro quello spazio visibile si cela una tessitura di aspetti non-visibili che determinano l’ordine vigente. Diverse sono le ipotesi riguardanti l’origine del movimento: alcuni approdano a teorie metafisiche, altri sostengono che sia originato dall’uomo locale. Ma i veri registi siamo noi, perché noi diamo il valore alle cose che, di conseguenza, acquisiscono un senso. Senza di noi il paesaggio non esisterebbe: i paesaggi esistono perché esiste chi li guarda e riempie di senso.

L’evento e il segno

Nell’ambito del paesaggio, si può parlare di invisibile non solo come latenza ma anche come assenza. Un paesaggio osservato in un momento in cui è fermo e vuoto esprime la sua essenza di spazio marcato da segni, risultato di un processo e di una serie di eventi accaduti in passato. Ci sono due modi di percezione del paesaggio: se si...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

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