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Riassunto esame Geografia culturale, prof. Barilaro, libro consigliato La Geografia del tempo, Vallega

Riassunto per l'esame di geografia culturale e della prof. Barillaro, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente La Geografia del tempo, Vallega, dell'università degli Studi di Messina - Unime. Scarica il file in PDF!

Esame di Geografia culturale docente Prof. C. Barillaro

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per una seconda funzione culturale, di essere uno strumento di progetto. L’uomo

moderno deve progettare la propria giornata per sincronizzarla con i progetti altrui e

con i ritmi delle macchine. Questo uomo, protagonista di nuove forme di pensiero e di

società, avverte che il tempo è sempre più la piattaforma di riferimento dei suoi

progetti. L’idea di progetto è così influente che nell’Ottocento all'orologio si affiancano

altri due prodotti che sottendono l’idea del tempo oggettivo. Il primo prodotto è

l’orario che inquadra l’attività della fabbrica, i movimenti dei treni e delle navi. Il

secondo prodotto e l’agenda, libro in cui si annotano le azioni da compiere nei giorni

che verranno.

Cap. II Calendario, trama di segni

In Mesopotamia sono disseminati segni del tempo nei quali era rappresentato Sin, il

dio Luna. Essendo le prime rappresentazioni del tempo state riferite alla Luna, i primi

calendari sono stati quelli lunari. Prima che il neolitico partorisse la civiltà urbana, il

rifarsi alla Luna per rappresentare come i cicli vegetali e la vita umana si svolgessero

con regolarità nel corso del tempo, era una pratica diffusa. Questa impostazione è

stata adottata dall'Islam, per cui oggigiorno è condivisa da oltre un sesto dell'umanità.

Grazie a una rappresentazione del rapporto con la natura riferito alla Luna e in qualche

modo attenta anche al Sole, il calendario nacque come rappresentazione ciclica del

tempo. Se si tratta della Luna, il ciclo lunare comincia con la Luna nuova e a questa

posizione ritorna dopo aver percorso le tappe del primo quarto, della luna piena e

dell'ultimo quarto. Se si tratta del Sole il ciclo è disegnato dal suo percorso sulla volta

celeste. La rappresentazione del tempo vede mesi lunari nel contesto di un anno

solare, suddiviso in 4 stagioni. Nella civiltà islamica il disegno cruciforme della città

costituisce una rappresentazione del mondo e del suo legame con il trascendente;

rappresentazione nella quale il tempo non è considerato in rapporto alle funzioni della

città, ma piuttosto in base a una concezione religiosa della vita urbana. La pianta

urbana è, infatti, dominata dal numero quattro: quattro sono le porte che rendono

possibile l'accesso alla città. Secondo la cultura islamica il pianeta si fonda in 4

elementi (fuoco, aria, acqua, terra), luoghi e paesaggi sono contraddistinti da 4 colori

(giallo, rosso, verde, blu) e 4 sono le condizioni ambientali (caldo secco, caldo umido,

umido freddo, secco freddo) in cui conduciamo l'esistenza. La realtà urbana a sua

volta è immersa in un ciclo temporale quadripartito, suddiviso cioè nei due equinozi e

nei due solstizi. Ecco, dunque, che il tempo dell'anno, impresso nel disegno della città,

diventa una componente di due narrazioni, quella dell'universo e quella dell'esistenza

umana. La prima narrazione disegna l'universo come un grande affresco, ove

campeggiano Luna e Sole e nel quale si trova l'impronta di Dio. La seconda narrazione,

quella riferita all'esistenza umana, disegna un ciclo di stagioni che si succedono a

intervalli regolari dando luogo a uno scenario nel quale si manifesta l'obbedienza del

fedele nei confronti di Dio. Il calendario lunare affonda le proprie radici più nel mythos,

cioè nella conoscenza rivelata e nell'immaginazione, che nel logos, cioè nella

conoscenza costruita sulla base dell'esperienza e della ragione. Il calendario lunare è

costituito, infatti, da simboli che si rifanno alle influenze degli astri sull'esistenza

umana e chiamano in causa divinità e mitologie. Ne deriva una visione della vita

umana e delle sue relazioni con l'universo e il trascendente costruita e legittimata

soprattutto su base religiosa.

Nel rappresentare il tempo attraverso i calendari, il Sole ha esercitato un'influenza più

estesa di quanto abbia fatto la Luna. Dal punto di vista geosemiotico è rilevante il fatto

che il calendario solare sia stato adottato nella civiltà romana e si sia trasferito nella

civiltà cristiana per approdare infine alla modernità. Costituisce dunque la

manifestazione più significativa della civiltà moderna e uno dei caratteri più marcati

attraverso i quali essa si distingue dalla civiltà islamica. A Giza il complesso delle tre

piramidi di Cheops, Chephren e Mykerinos, una delle 7 meraviglie del mondo, da modo

di comprendere quale sia stato il senso del tempo che ha condotto a passare dal

calendario lunare a quello solare. I centri delle tre piramidi sono disposti lungo una

retta con il Sole. L'ingresso è stato realizzato sul lato settentrionale, in direzione della

Stella polare, il luogo verso il quale i Faraoni si sarebbero diretti dopo la morte e dove

avrebbero conseguito l'immortalità. Il mito della creazione, collocato nel Sole, e quello

della vita oltre la morte, collocato nella Stella polare, davano dunque luogo alla

rappresentazione dell'universo e del suo rapporto con l'esistenza umana. La pianta

quadrata delle piramidi di Giza fa ritenere che questo segno abbia voluto

rappresentare la posizione del sole nei 4 momenti fondamentali dell'anno, cioè nei due

equinozi e nei due solstizi. Muovendo da questa base saremmo indotti a pensare che

l’anno sia stato suddiviso in quattro stagioni. La deduzione sarebbe però affrettata,

perché il calendario egizio faceva posto a 3 Stagioni. La posizione del sole nel solstizio

d’estate era il solo evento astronomico preso in considerazione per suddividere l’anno

in stagioni. In quel momento, infatti, cominciavano le piene del Nilo che duravano circa

4 mesi. Alla stagione delle inondazioni seguivano altri 4 mesi che costituivano la

stagione della semina e della maturazione e infine altri 4 mesi che era la stagione dei

raccolti. L'adozione del calendario solare non determinò la fine del calendario lunare, il

quale continuò a essere usato soprattutto per determinare ricorrenze religiose e

sociali. La metà del III millennio avanti Cristo può essere considerata la base di

partenza del calendario solare. La prima svolta avvenne con l'adozione del calendario

di Caio Giulio Cesare che si sostituì alle numerose versioni che erano state introdotte

nel corso del tempo. La seconda svolta avvenne con l'adozione del calendario da parte

di Papa Gregorio XIII che fece del calendario un'efficace manifestazione del potere

ecclesiastico.

La rappresentazione del tempo su base solare associata a quella su base lunare

condusse Merone, astronomo greco del V secolo a.C. a constatare che 19 anni solari

corrispondevano quasi perfettamente a 235 mesi lunari. Siccome in 19 anni lunari vi

sono 228 mesi, era sufficiente inserire nel calendario lunare sette mesi intercalari per

ottenere una coincidenza quasi perfetta tra i due calendari. La scoperta fu molto

apprezzata nel mondo greco, che però non la utilizzò. Un secolo dopo fu invece

utilizzata dalle comunità ebraiche per creare il calendario lunisolare, una

rappresentazione del tempo molto raffinata e indubbiamente complicata. Con questa

innovazione la civiltà ebraica riuscì a rendere coerente il vecchio calendario lunare con

il ritmo delle stagioni e anche con le ricorrenze religiose che alle stagioni erano in

vario modo collegate. Ma il calendario lunisolare non era immune da lacune. È invece

interessante notare come i segni impressi dalle sinagoghe nei paesaggi urbani di

buona parte del mondo, riflettano questo modo di rappresentare l'anno. Così come

avvenne per la basilica, anche la sinagoga si rifece al templum romano soprattutto per

averne tratto la pianta ortogonale. È inoltre orientata verso Gerusalemme, città sacra.

Gli stili architettonici delle sinagoghe sono mutati: dagli edifici in stile bizantino, i cui

mosaici costituiscono affascinanti narrazioni di vicende bibliche, si è passati agli stili

orientaleggianti, poi ai magnifici edifici sefarditi per venire allo stile gotico e persino a

interpretazioni stilistiche moderniste e postmoderniste. A fronte di tanta varietà, la

pianta ortogonale resta però un connotato permanente, il quale conduce a considerare

il dominio simbolico del numero quattro nella civiltà ebraica. La pianta poggia si un

impianto a croce, nel quale combina due campi di significati. Il primo campo è quello

del tempo ciclico: i bracci della croce indicano le quattro stagioni e le 4 fasi della luna.

Il secondo campo riguarda la narrazione del mondo secondo l'Antico Testamento. I 4

bracci sono infatti rivolti verso i 4 pilastri dell'universo e verso i 4 muri della

Gerusalemme celeste. Nel 1793 nell'ambito della rivoluzione francese vi fu l'adozione

di un nuovo calendario. Mentre i segni del calendario gregoriano, così come quello dei

calendari che precedettero, sono tangibilmente impressi nei manufatti architettonici,

nella planimetria, negli ornamenti, i segni del calendario rivoluzionario sono

soprattutto testuali e si trovano concentrati in collezioni private e in musei, soprattutto

in suolo francese. Il numero 12 dei mesi possiede una simbologia su base

essenzialmente religiosa, incompatibile con lo spirito della Rivoluzione francese. Evoca

infatti la città delle 12 porte costituita da 3 livelli, sotterraneo con gli inferi, superficiale

con l'umanità, e superiore con la divinità, e da 4 porte orientate verso i 4 punti

cardinali secondo criteri derivati dalla religione. La numerazione su base decimale

storicamente precedette quella su base sessagesimale infatti si ritiene che sia nata in

modo spontaneo, facendo uso delle dita delle mani per contare gli oggetti. A fronte

della rappresentazione del tempo su base decimale, il sistema sessagesimale appare

dunque un prodotto peculiare del mito, una manifestazione semiotica generata dalla

religione. La rappresentazione su base sessagesimale è utilizzabile soltanto per usi

specifici, lontana dall’assumere una funzione universale nella misura della realtà.

Riflettendo sul fatto che il calendario rivoluzionario durò ben poco si sarebbe indotti a

ritenere che ai giorni nostri la rappresentazione del tempo su base decimale non abbia

più prospettive ma la deduzione sarebbe affrettata. Le influenze razionaliste infatti

sono sopravvissute e hanno continuato a tenere desto il dibattito sul conflitto tra la

rappresentazione mitica la rappresentazione logica del tempo.

Immaginiamo un venerdì a Tunisi, oppure in qualsiasi altra città magrebina che

accolga cordialmente gli occidentali e li ponga a proprio agio nel muoversi all’interno

del paesaggio urbano. Mentre ci muoviamo tra segni affascinanti come quelli delle

moschee e della melina, il venerdì ci mostra come la città possegga un doppio volto

sociale. In parte è animato dal movimento dei turisti occidentali cui si aggiunge parte

della popolazione locale che frequenta negozi e compie affari quotidiani senza

manifestare comportamenti coerenti con prescrizioni religiose. In parte nostra invece

musulmani osservanti, raccolti nelle mosche perché è il loro giorno di preghiera che

essi rispettano e celebrano conformandosi ai precetti dell’Islam. In rapporto a queste

circostanze il paesaggio di questa città può essere suddiviso in quattro gruppi di luoghi

che mostrano differenti corredi simbolici. Il primo gruppo è costituito dai luoghi del

culto islamico e dei quartieri dove risiede la comunità islamica soprattutto quella parte

che più fedelmente segue gli insegnamenti del Corano. Il venerdì qui ci si riposa e ci si

raccoglie in preghiera. Il secondo gruppo è costituito dai quartieri moderni, soprattutto

dai quartieri degli affari, abitati e frequentati dagli occidentali. Qui ci si riposa la

domenica. Il terzo gruppo è costituito dalle poche famiglie ebraiche che in vari

momenti storici affluirono in questa città. Essi riposano il sabato, comincia alle 6 del

pomeriggio del venerdì e si conclude 24 ore dopo. Il quarto gruppo è costituito dai

luoghi, come la stazione, gli aeroporti e gli alberghi dove non c'è giorno di riposo e

tutti, musulmani e occidentali, contribuiscono ad animarli in ogni momento. Sono i

luoghi della modernità, dove non vige il principio dell'interruzione dell'attività e qui le

influenze della religione sono deboli, praticamente assenti. Il ritmo settimanale sul

quale è impostata l'esistenza di comunità israelite, cristiane e musulmane diventa una

rappresentazione del modo con cui l'universo è stato creato e quindi della posizione

dell'individuo. Le tre rappresentazioni identificano il giorno di riposo in momenti diversi

della settimana. Il giorno di riposo e di preghiera costituiscono un connotato culturale

dei luoghi.

Cap. III Calendario, trama di discorsi

Il calendario è una trama di discorsi e di narrazioni sull'esistenza umana che si trovano

impressi sui luoghi. Si pensi ad esempio ai luoghi dove si celebra la festività, oppure a

quelli che custodiscono la memoria delle persone cui sono dedicati determinati giorni

del calendario. Per esplorare le rappresentazioni dell'esistenza umana possiamo

partire dal concetto di “anno”. Alla fine di ogni anno le stazioni televisive diffondono in

tutto il mondo le immagini dei festeggiamenti dell’anno che è alle porte. A mezzanotte

nella civiltà occidentale tante città si illuminano in sequenza, una sequenza di segni

che mostra come il Capodanno sia una ricorrenza che contraddistingue la maggior

parte del mondo mentre in altre civiltà l’inizio dell’anno ricorre in altre date. I cittadini

del mondo occidentale percepiscono il Capodanno come una ricorrenza laica che

segue di pochi giorni quella religiosa del Natale mentre nel calendario ebraico l’inizio

dell’anno coincide con la regalità di Dio sulla terra, il 6 settembre. Il mondo

musulmano fa iniziare l’anno il 16 luglio in ricordo dell’ inizio dell’ emigrazione cioè

della fuga di Maometto dalla Mecca verso Medina. Le città addobbate a festa per

celebrare il nuovo anno sono segni dotati di una doppia valenza simbolica, la prima

valenza è costituita dalle prospettive di progresso la seconda risiede nel simbolo

pagano che contrassegna l’avvio dell’anno. Gennaio infatti si richiama Giano, il Dio con

due volti opposti che si rivolgono l’uno alla sera e l’altro al mattino ed è un segno

ambiguo perché capace di fare approdare a due significati. Giano ci induce a guardare

indietro all’anno trascorso per farne un bilancio e nello stesso tempo ci spinge a

scrutare in avanti per scorgere nostre possibili condizioni esistenziali. Nel capodanno

possiamo scorgere almeno tre significati: il significato di una ricorrenza meramente

convenzionale, il significato di una ricorrenza che esprima il senso della salvezza del

mondo, il significato ereditato dalla Civiltà Romana secondo il quale questa data segna

l’inizio dell’ allungamento della durata del giorno e quindi è riferita al solstizio

d’inverno.

È noto come le cattedrali gotiche siano considerate segni che con le loro forme solenni

svettanti verso l’alto esprimono l’anelito verso la trascendenza. Interessante è il

rapporto tra calendario e configurazione zodiacale. Segni del calendario e segni

zodiacali hanno formato due itinerari paralleli, l’uno imperniato sul moto del Sole e

della luna e ricco di riferimenti alla vita sociale e l’altro imperniato su influenze

esercitate dagli astri sulla vita umana. Associandosi hanno caratterizzato la visione del

tempo nella civiltà neolitica. La connessione tra ciò che è nei luoghi e ciò che sta sopra

i luoghi influenzandone gli accadimenti ha continuato a essere rappresentata in due

modi: il modo espresso dall’indagine astronomica, essenzialmente basata

sull’osservazione del moto degli Astri nel corso dell’anno quindi concentrato su una

realtà esterna all'esistenza umana; il modo fornito dall'astrologia che considerando gli

astri come fonte di influenza sulla comunità umana pone l'esistenza umana al centro

della rappresentazione. Nel corso del Medioevo la rappresentazione dei luoghi in

rapporto allo Zodiaco si è rafforzata e si è trovata associata al mantenimento di nomi

pagani dei mesi. Nel calendario Cristiano i primi sei mesi dell’anno restano infatti

consacrati a divinità pagane, altri due mesi sono dedicati a imperatori romani, i

restanti nomi da settembre a dicembre indicano semplicemente la loro posizione nel

calendario Romano nel quale l’anno era suddiviso 10 mesi. Se ci trasferiamo dai nomi

dei mesi a quelli dei giorni della settimana incontriamo altre interessanti intersezioni

tra civiltà classica e Civiltà Cristiana. Da un lato la sequenza dei giorni della settimana

riproduce la sequenza dei giorni nel corso della quale secondo la Genesi è avvenuta la

creazione del mondo ma dall’altro i nomi chiamano in causa divinità pagane che

risalgono alla mitologia greca e romana.

Il calendario gregoriano è di solito considerato come lo strumento che ha rimediato

alle sfasature del tempo che erano state prodotte dal calendario Giuliano. Per almeno

tre motivi la riforma diede vita a una sorta di stadio preparatorio alla rappresentazione

moderna del tempo. Il tipo d’ordine realizzato attraverso il calendario costituisce il

primo motivo, la correzione della misura del tempo costituisce il secondo, il terzo

motivo fu che un anno dopo che Gregorio tredicesimo adottò il nuovo calendario

Galileo Galilei enuncia la legge sull' isocronismo del pendolo grazie alla quale fu

possibile produrre misure esatte, capaci di mettere ordine nel tempo quotidiano.

Distinguiamo fra calendario civile e calendario liturgico. Il calendario civile che varia

ovviamente passando da un paese all’altro si manifesta attraverso le festività civili che

rievocano valori nazionali o eventi che hanno avuto un peso fondamentale nella storia

e nella cultura. Il calendario religioso invece sono contenuti 2 disegni, da un lato un

disegno generale presente in tutti i paesi di religione cristiana, dall’altro un disegno

specifico presente soltanto nei paesi con religione cattolica. Il calendario gregoriano

cattolico possiede due proprietà che hanno una speciale rilevanza, è molto più

strutturato degli altri calendari maturati nella cristianità ed è congegnato in modo da

imprimere i segni sui singoli luoghi. In quanto a struttura questo calendario suddivide

l’anno in tre parti costituite da due cicli e dal tempo ordinario. Il primo ciclo è quello

natalizio che comprende l’Avvento e le successive quattro settimane nel corso del

quale si svolgono i riti preparatori al Natale. Il secondo ciclo è quello pasquale centrato

sulla Pasqua e sulla Quaresima. Il tempo ordinario è composto da 33 settimane che

comprendono il resto dell’anno liturgico. È soprattutto per la sua capacità di creare

una trama condivisibile da un gran numero di culture e nello stesso tempo per la

capacità di offrire un intelaiatura di valori che il calendario gregoriano può essere

considerato un fattore di universalismo e un importante sentiero di avvio alla

modernità.

In Francia la rappresentazione del tempo su base religiosa fornita dal calendario

gregoriano fu abbandonata per alcuni anni in conseguenza all’adozione del calendario

rivoluzionario. Con il calendario rivoluzionario non vi fu posto per segni che

conducessero a elementi liturgici, in particolare l’anno non venne più rappresentato

come un ciclo compreso tra la nascita e il sacrificio di Gesù. In termini di

territorializzazione fu una regressione perché i segni della cultura che sui luoghi si

erano accumulati nel corso del tempo venivano rimossi.

Un calendario è moderno quando propone una configurazione dell’anno che rispetto al

calendario gregoriano sia più semplice e più razionale. In secondo luogo il calendario è

moderno perché è universale, vale a dire perché impostato su criteri che ogni cultura e

ogni paese possono accettare. Quanto più un calendario è moderno, cioè possiede una

configurazione semplice e risponde a un ordine avanzato, tanto più esteso è il campo

dei paesi e delle culture disposti ad accettarlo. In tempi recenti il calendario

gregoriano è stato praticamente accolto in tutto il mondo.

Pecker si chiede se non sia in atto una terza rivoluzione nella rappresentazione del

tempo. Dopo quella attuata attraverso la riforma di Cesare e dopo quella attuata da

Gregorio XIII, saremmo di fronte alla possibilità di creare calendari che riposino su una

misura del tempo completamente diversi da quelli tradizionali. Oggigiorno infatti il

minuto secondo, che sta alla base della misura del tempo, non è determinato in

rapporto al movimento del sole ma piuttosto in rapporto al movimento che avviene

alla Scala atomica. È stato anche appurato come le costellazioni siano oggi

attraversate dal sole con un mese di ritardo rispetto a quanto accadesse nell’antichità.

Ne discende che la rappresentazione del calendario su base solare è relativa, poiché si

basa sul movimento di un corpo celeste che cambia gradualmente le proprie

traiettorie nel suo moto apparente rispetto alla Terra.

Cap. IV Tempo, musica, luoghi

La nostra esistenza nel mondo e il modo con cui rappresentarla poggiano su 2 idee,

l’idea del qui e là, l’idea del prima e dopo. Kant ha dimostrato che la nostra

conoscenza è possibile perché queste due idee, spazio e tempo, sono innate in noi e

costituiscono la sorgente dalla quale partiamo per costruire rappresentazioni e

spiegazioni, attribuire simboli alle cose e procedere alla costruzione di significati.

Spazio e tempo presuppongono che vi sia movimento in ogni cosa, se non vi fosse

movimento non vi sarebbe bisogno di distinguere un prima e un dopo. Il movimento si

manifesta sostanzialmente su due piani. Il primo piano è quello della realtà,

ontologico, in rapporto al quale il movimento è visibile attraverso lo spostamento

effettivo o apparente dei corpi come la luna che ruota intorno alla Terra. Il secondo

piano è quello esistenziale ed è costituito dal modo con cui il movimento è vissuto dal

soggetto attraverso emozioni che sollecitano l’immaginazione. Ad esempio il

susseguirsi delle stagioni ci porta ad immaginare la nostra esistenza come un

susseguirsi di stagioni, infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia.

Le architetture classiche riflettono un carattere costante delle architetture ellenica e

romana, quello di essere basati sul trilite, due colonne verticali che sorreggono un

terzo blocco orizzontale. La sequenza di triliti è espressione di movimento cioè del

rapporto tra spazio e tempo. Nei colonnati scorgiamo il ritmo che lega musica e

architettura quindi scorgiamo uno dei segni del tempo che hanno caratterizzato i

luoghi della civiltà classica. Il ritmo è infatti l’organizzazione della durata dei suoni così

come la sequenza delle colonne, realizzata attraverso i triliti, è l’organizzazione di

elementi inseriti nello spazio.

Il tempo espresso dal ritmo si trova incastonato in luoghi caratterizzati da differenti

stili architettonici. A Notre Dame le due torri svettanti verso l’alto danno vita a una

composizione elegante e tutto, dalle torri alle navate, converge nel produrre

un’affascinante articolazione ritmica. Il ritmo di questo stile romanico è un ritmo

profondamente diverso da quello che abbiamo visto a proposito dell’architettura su

base trilitica della civiltà classica, per cui ci troviamo di fronte anche a segni

profondamente differenti di movimento, di relazioni tra spazio e tempo. Il segno del

trilite ci conduce al ritmo come melodia, un ritmo che si sviluppa lungo una coordinata

orizzontale perché si gioca su sequenze di suoni che variano in rapporto all’intervallo

da cui sono separati. Il ritmo dell’edificio romanico è giocato invece sulla coordinata

verticale, il movimento narra dell’esistenza umana che si eleva verso il cielo alla

ricerca di una comunione con la trascendenza.

Con il gotico la chiesa poté svilupparsi tanto in estensione quanto in altezza.

L’atmosfera simbolica del gotico con il suo svettare verso l’alto ha narrato più della

trascendenza che dell’esistenza. Questo stile mostra come il segno architettonico sia

in realtà una musica impressa sul luogo e l'architettura sia musica pietrificata.

Passando invece al barocco, i suoi segni producevano scenografia, trasformavano il

paesaggio urbano in un teatro. Il Barocco si apre alla grande varietà di forme e

possiamo asserire di trovarci in presenza di un concerto pietrificato. Come il Barocco è

una sorta di vestibolo che conduce alla modernità allo stesso modo il concerto apre la

porta alla musica moderna. Non è casuale che, proprio mentre a Roma esordisce il

barocco, il concerto emerga da precedenti manifestazioni musicali e si esibisca il

composizioni strumentali con più suonatori. Il ritmo o meglio ancora la composizione di

ritmi, che ha luogo nel concerto, mostra una stupefacente analogia con il ritmo dei

segni che connotano i luoghi del Barocco. In ambedue i casi vi è una pluralità di

protagonisti: così come la scultura, pittura, decorazione, stucco, concorrono a creare il

segno barocco, allo stesso modo le componenti dell’orchestra concorrono a dar vita al

susseguirsi, incrociarsi e sovrapporsi di ritmi.

I segni del Barocco urbano e il concerto debuttarono nella stessa epoca e

combinandosi impressero ai luoghi un ritmo che annunciava i caratteri della

modernità. Il segno urbano mostra una grande armonia con le forme della natura e

denota creatività, qualità culturale, assenza di banalità. Il ritmo che avvertiamo lungo

l’asse della Senna, che ci racconta la storia culturale di Parigi, così come quello che

avvertiamo negli anelli che compongono la tavolozza planimetrica di Canberra, ci

conducono indubbiamente ai ritmi del concerto ma un tipo speciale, evolutivo e

raffinato di concerto, quello della sinfonia. In questa forma musicale infatti il ritmo

nasce da un dialogo che si instaura tra un vasto complesso di voci strumentali e si

dispiega su più piani espressivi che si rincorrono a vicenda creando un grande disegno

di suoni e generando un intenso impatto emotivo. La sinfonia dunque è una tessitura

di ritmi che si trova riflessa in quei disegni urbani dove c’è un filo conduttore espresso

da una cultura consapevole delle proprie eredità.

La modernità ha preso campo attraverso strategie di europeizzazione del mondo,

strategie che si sono dispiegate dalla rivoluzione industriale fino all’alba del 900 e

sono state dominate dal protagonismo della Gran Bretagna in campo economico e

quello della Francia in campo culturale. Dall’inizio del 900 gli hanno fatto seguito

strategie di occidentalizzazione e di globalizzazione dominate dal protagonismo degli

Stati Uniti. In ambedue le fasi i segni impressi dalle città sul territorio si sono diffusi

con due connotazioni divaricanti. Da un lato sono emersi segni eccellenti che hanno

manifestato creatività e hanno dato vita ad apparati simbolici che esaltano le capacità

umane di costruire cultura. La maggior parte dei tessuti urbani possiede però caratteri

antipodici: distese di parallelepipedi, uno uguale all’altro e tutti con forme banali,

occupano vasti spazi e caratterizzano anche gli spazi tra le coperture urbane e gli

ambienti rurali e queste strutture offrono paesaggi uniformi e grigi. Proprio in virtù di

questa uniformità i segni della banalità urbana possono essere considerati come il

frutto di un processo globalizzante. Nella globalizzazione vi è assenza di ritmo a causa

dei tratti banali, siamo agli antipodi della sinfonia, coinvolti da rumori uniformi, rumori

pietrificati, il ritmo diventa piatto.

Piazza Italia a New Orleans si inserisce in uno spazio occupato da grattacieli e

intersecato da grandi assi viabili in modo da creare una sorta di Isola nella quale un

ampio sentiero con copertura alberata si inoltra lungo un complesso costituito da

anelli concentrici che si dispongono in una sorta di collina che culmina in uno spazio

centrale circolare. Nel complesso si crea un disegno planimetrico concentrico,

esibendosi come un segno barocco che richiami l’idea di qualcosa che si svolge verso

l’esterno. Ne deriva un paesaggio urbano profondamente contrastante; il disegno

infonde il senso di attesa di qualcosa al di fuori dell’usuale. Il ritmo che ne deriva è

eclettico. Il colonnato rievoca la melodia, impronta ritmica dell’architettura classica; il

disegno concentrico che conduce verso una sorta di centro generatore ci conduce al

concerto, forma legata al barocco; l’architettura al culmine della piazza, soprattutto

quella del ristorante, fa pensare ai ritmi della musica popolare. Nel complesso quindi

non troviamo più un ritmo dominante sul paesaggio ma piuttosto un insieme di ritmi

che si presentano senza alcun ordine predeterminato, senza condurci verso una

particolare rappresentazione del mondo. In sostanza siamo in presenza di un ritmo

ambiguo, frutto di un collage di ritmi, uniti soltanto dal desiderio di suscitare emozioni.


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venera19

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5 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in turismo e spettacolo
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher venera19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Barillaro Caterina.

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