Geografia culturale: luoghi, spazi, simboli di Adalberto Vallega
Cap. I: Cultura, geografia, modernità
L’origine dei concetti di cultura e di civiltà si fa risalire all’idea di paideia, con cui nell’antichità classica si intendeva il livello individuale di educazione. Se dalle origini del concetto passiamo all’origine della parola, troviamo che cultura ha radici ancora più lontane. Dopo essere stata abbandonata per secoli, nel Settecento la parola rientrò nell’uso per indicare le qualità intellettuali e morali che l’individuo possiede per propria natura e che possono essere migliorate con l’uso della ragione.
La cultura fu uno dei concetti coltivati dall’illuminismo per costruire teorie fondate sul postulato secondo cui il progresso dipende dall’uso della ragione dove la cultura fu assunta sostanzialmente come manifestazione di capacità raziocinanti. Attorno a quell’argomento si svilupparono intensi dibattiti. Ai dibattiti contribuì notevolmente Kant di cui si ricorda il dibattito con Mendelssohn finalizzato a discutere come l’Illuminismo avrebbe potuto elevare le qualità intellettuali e morali.
Fu soltanto nel 1845, tre quarti di secolo dopo, che Kapp introdusse il termine di geografia culturale nella letteratura geografica tedesca. In quel momento la cultura era ancora intesa come manifestazione individuale; per concepirla come manifestazione sociale, concetto più congeniale all’indagine geografica, sarebbero trascorsi altri decenni. La proposta di Kapp ha il merito di avviare un discorso geografico su uno dei temi trainanti della modernità qual era la cultura in rapporto all’ideale illuminista e per di più di farlo in un momento, negli anni '40 dell’800, contraddistinto da notevoli tensioni intellettuali e sociali.
Siamo infatti negli anni del positivismo, di cui era stato protagonista Comte. Il positivismo è una forma di pensiero che conduceva a costruire conoscenza descrivendo nessi di causalità tra i fenomeni e proclamava il primato della scienza sulle altre forme di manifestazione intellettuale, comprese l’arte e la religione. Proprio nel 1845 Engels pubblicava La situazione della classe operaia in Gran Bretagna, affermandosi come fondatore della Sociologia operaia e nel 1848 assistiamo alla comparsa del Manifesto del Partito Comunista con cui il proletariato ottenne il sopravvento sulla borghesia.
Nel 1845 la borghesia era incoraggiata dalla pubblicazione del primo volume di Cosmos, un'opera attraverso la quale Alexander von Humboldt si proponeva per la prima volta di rappresentare e spiegare la geografia del mondo in senso rigorosamente razionalista. Una ventina di anni prima Humboldt aveva prodotto una conoscenza scientifica dei territori dell’America centrale e meridionale e le sue descrizioni associavano natura e cultura, forme del territorio e clima con usi del suolo e costumi sociali, denotando una capacità così grande di combinare razionalità e poesia. Nei suoi lavori Humboldt non parla di geografia culturale ciò non vuol dire però che egli sia insensibile agli aspetti culturali del territorio. Humboldt non ebbe modo di completare il suo volume, lasciò incompiute le parti relative alla geografia biologica e alla geografia dell’uomo. È ragionevole presumere che se l’ultima parte dell’opera, quella relativa alla geografia dell’uomo, fosse stata scritta, probabilmente sarebbe emersa un impostazione della geografia ricca di spunti per creare un campo strutturato di studi delle culture. A nutrire questa supposizione conduce la circostanza che Humboldt intendeva l’uomo come indivisibile unità spirituale e fisica per cui vita intellettuale e vita naturale apparivano come componenti di una realtà unica.
Kant aveva sostenuto che vi sono due modi per classificare gli oggetti, un modo praticato dalle discipline non geografiche e un modo proprio della geografia. Humboldt si mostrava molto sensibile a quattro punti della filosofia kantiana sulla geografia fisica. Primo: Kant enunciava che il fulcro della conoscenza geografica stava nei luoghi, nei punti in cui le cose sono sorte o dove sono venute a trovarsi. Secondo: muovendo dai luoghi la geografia doveva fornire visioni del mondo. Terzo: la rappresentazione degli spazi e del mondo richiedeva che si considerasse la loro evoluzione nel corso del tempo per cui le due coordinate, quella geografica e quella storica, si trovavano associate nel costruire conoscenze. Quarto: la conoscenza se così conseguita era per sua natura oggettiva.
A differenziarsi da Humboldt era ad esempio Ritter, anch’egli esponente di prestigio della geografia. Per garantire l’oggettività della conoscenza geografica, Humboldt era indotto a produrre le descrizioni di territori e di genti dunque creare una rappresentazione geografica limitandosi essenzialmente alla realtà immateriale, realtà che indagava applicando rigorosamente i precetti cartesiani: studiava quella parte della realtà territoriale che era del tutto palese (principio di evidenza), scomponeva l’insieme della realtà in elementi descrivendo con cura ciascuno di essi (principio di riduzione), accertava come gli elementi si influenzassero tra loro (principio di causalità), e alla fine cercava di presentare il territorio nel suo insieme (principio di sintesi).
Ritter era persuaso invece che la realtà territoriale non potesse essere spiegata in sé, ma soltanto tenendo conto di un retroterra ideale dal quale i fatti materiali sono influenzati. Insomma egli teneva conto di una realtà non visibile, la quale costituiva un terreno tanto importante quanto quello della realtà visibile. La conoscenza geografica non si costruisce dunque scoprendo la realtà, ma riconoscendola. Foucault ha dimostrato come nell’atmosfera dell’illuminismo, soprattutto nel razionalismo cartesiano, la conoscenza avvenga costruendo rappresentazioni della realtà in base al principio di causa ed effetto con l’obiettivo di individuare e spiegare l’ordine che presiede al reale. Così facendo, il segno con cui costruiamo rappresentazioni, nel nostro caso rappresentazioni della cultura, non riflette la realtà ma piuttosto la spiega.
Foucault sostiene che la costruzione della conoscenza si trasforma da ternaria in binaria perché l’oggetto cioè la realtà territoriale è emarginato e la conoscenza è ottenuta mettendo in relazione il segno cioè la rappresentazione con il significato cioè la spiegazione. Questo è il terreno in cui si muove Humboldt, un terreno razionalista, aderente al pensiero della modernità, all’interno del quale lo scienziato compie osservazioni, elabora ipotesi basate sul principio di causa ed effetto, verifica le ipotesi e costruisce così conoscenza. Al contrario, Ritter è persuaso che la verità sia contenuta nello spirito che plasma la realtà e quindi non condivide la tesi secondo la quale la realtà debba essere rappresentata mediante procedimenti di razionalizzazione. Al significato cioè alla conoscenza, secondo Ritter, si perviene muovendo da una rappresentazione che riflette la realtà, compresa la sua parte immateriale, una parte non visibile eppure così presente. Così facendo la conoscenza è ternaria, ingloba l’oggetto come suo referenziale, il segno e il significato. Secondo Foucault il passaggio da una conoscenza ternaria a una conoscenza binaria contrassegna la transizione dalla premodernità alla modernità.
Mentre Humboldt e Ritter producevano descrizioni che anticipavano la geografia culturale, altre scienze si occupavano esplicitamente di cultura. All’incirca dagli anni '30 dell’800 furono avviati gli studi nel campo dell’etnologia. All’inizio del Novecento, Malinowski delinea il campo di studio dell’etnografia, conferendole il compito di compiere studi descrittivi delle singole culture con l’obiettivo finale di metterle a confronto. All’etnologia spettava invece il compito di spiegare la singola cultura.
All’inizio del Novecento inoltre nel Nord America l’antropologia si divise in due rami, dedicati rispettivamente allo studio delle caratteristiche somatiche, antropologia fisica, e all’indagine delle culture, antropologia culturale. La seconda fu intesa come una disciplina con contenuti tanto estesi da inglobare quelli dell’etnologia e dell’etnografia. È dunque importante sapere che nella seconda metà dell’800 le culture sono state studiate non soltanto dalla geografia ma anche da scienze di nuova fondazione.
Grazie alle ricerche che etnologi, etnografi e geografi, spesso in collaborazione, stavano compiendo sulle culture semplici, nella seconda metà dell’800 emersero le condizioni per abbozzare una teoria della cultura in senso sociale. Il passo fu compiuto nel 1871 da Tylor con il suo Primitive Culture. Secondo Tylor la cultura è quel complesso insieme che comprende conoscenza, credenze, arte, valori morali, leggi, costumi e ogni altra capacità e atteggiamento acquisiti da un uomo in quanto membro di una società. Grazie a questa impostazione Tylor è riconosciuto come precursore dell'antropologia culturale che si è sviluppata all'inizio del '900.
Per la prima volta nella storia del pensiero si delineava un’esplicita distinzione tra due piani su cui intendere la cultura. Fino a quel momento la cultura era stata riferita ai livelli intellettuale e morale della persona. È vero che nelle descrizioni di Humboldt la cultura era affrontata più sotto la prospettiva sociale che sotto quella individuale. Ed è anche vero che nell’introdurre il concetto di geografia culturale Kapp aveva posto le basi per trattare la cultura come manifestazione collettiva. Nessun geografo però aveva avviato una descrizione della cultura in senso sociale. Tylor definì e concepì la cultura all’interno di una visione evoluzionista. In pratica estese la teoria di Darwin sull’evoluzione della specie allo studio delle culture e sostenne che le culture primitive non dovessero essere considerate in termini dissociati da quelle moderne, perché ambedue fanno parte di uno stesso processo evolutivo che procede da configurazioni culturali semplici a configurazioni complicate.
Nel 1875 Ratzel parlò di geografia culturale riprendendo il termine coniato dal Kapp. L'esordio di Ratzel nell’arena della geografia culturale era dovuto soprattutto al fatto che il geografo tedesco aveva trascorso lunghi periodi di studio negli Stati Uniti collaborando con etnografi nello studio delle popolazioni indigene. Anche se si usava il termine geografia culturale, nella sua opera non vi era però una discussione concettuale di tale spessore da far pensare a una fondazione della geografia culturale come ramo ben delineato della geografia.
Ratzel distinse le popolazioni in due categorie: le popolazioni primitive dominate dalle condizioni ambientali e le popolazioni avanzate capaci di mettere l’ambiente sotto controllo. Questa distinzione lo conduceva ad abbracciare la teoria di Darwin dell’evoluzione della specie come era stato per Tylor. Per vedere apparire uno statuto epistemologico della geografia culturale bisogna spostarci negli Stati Uniti all’inizio degli anni trenta del Novecento, soprattutto grazie Sauer. Gli Stati Uniti si trovavano tra la crisi di Wall Street del 1929 e l’avvio della politica del New Deal. A Berkeley Sauer aveva fondato una scuola per lo studio del paesaggio che avrebbe acquistato notorietà mondiale sotto il nome di scuola di Berkeley.
In precedenza gli aspetti delle culture del Nord America erano stati indagati da un’altra scuola, quella del Middle West, ma i risultati si erano ridotti alla raccolta di dati insufficienti per abbozzare uno statuto epistemologico. Dall’inizio del Novecento, la geografia francese sotto la guida di Vidal de la Blache si stava esibendo in un’affascinante produzione di monografie sul paesaggio. Gli studi riguardavano effettivamente aspetti culturali ma non si parlava di geografia culturale, per questo non deve stupire che Sauer venne riconosciuto come il fondatore della geografia culturale.
Il primo passo di Sauer consistette nel proclamare la geografia come applicazione dell’idea di cultura ai problemi geografici. La geografia culturale fu disegnata da Sauer come un’arena di ricerca empirica essenzialmente articolata in quattro campi:
- La distribuzione geografica e la diffusione sul territorio di elementi culturali, dai tipi di abitazione ai toponimi, tutti elementi che denotano i caratteri di una cultura.
- Le manifestazioni geografiche dell’ecologia culturale, espresse dai modi con cui l’ambiente e lo sfruttamento delle risorse naturali sono percepite dalle singole culture e contrassegnate dalle conseguenti forme di intervento sul territorio.
- L’identificazione delle regioni culturali attraverso lo studio della distribuzione delle componenti del paesaggio, dando così modo di integrare i metodi della geografia culturale con quelli della geografia regionale.
- La specializzazione regionale delle culture in modo da identificare le peculiarità culturali dei singoli territori.
Alla fine degli anni '30 il modo strutturalista di considerare il territorio si era affacciato nel pensiero geografico. Nel 1939 Hartshorne, il maggior esponente dello strutturalismo, aveva progettato un disegno teorico nel quale il territorio era rappresentato come un complesso di elementi connessi da relazioni. Claval sostiene che la geografia culturale sia sorta con Ratzel, che la sua fase di sviluppo iniziale si sia protratta fino agli anni '30, momento in cui si è affermata la scuola di Berkeley, che abbia percorso ancora itinerari di sviluppo negli anni '50 e che sia andata incontro a un declino negli anni '60. Nella modernità la geografia culturale ha trovato il suo migliore terreno nello studio delle culture semplici e degli ambienti rurali. In quell’ambito di ricerca il geografo si trovava a fianco dell’antropologo culturale, il quale concentrava i propri interessi sugli stessi aspetti ma da un’altra prospettiva, sicché i due indirizzi potevano sposarsi a vicenda; da qui la fortuna della geografia culturale.
Nel corso degli anni '60 però, l’urbanizzazione e l’industrializzazione offrirono motivi per occuparsi sempre più di cultura urbana, un vasto campo tematico per il quale in quel momento né l'antropologia culturale né la geografia culturale erano propriamente attrezzate. Inoltre sia l’antropologo culturale sia il geografo si ispiravano al pensiero strutturalista. Nella seconda metà degli anni '60 sul piano filosofico presero però avvio movimenti che confutavano il modo strutturalista di rappresentare la realtà. Il criticismo nei confronti dello strutturalismo coinvolse sia l’antropologia culturale sia la geografia. Furono compiuti tentativi per innovare sia i contenuti della ricerca sia le sue basi concettuali e l’insieme di questi lavori ha condotto a quella che è stata diffusamente qualificata come nuova geografia culturale.
Cap. II: Nuova geografia culturale e postmodernità
Dall’800 fino agli anni sessanta del secolo successivo si è svolta la prima fase della geografia culturale, quella della nascita e dello sviluppo. Questa fase entra nel vivo negli anni '30, quando la geografia culturale acquisì un proprio statuto epistemologico. Alla sua affermazione non contribuirono soltanto legami con l’antropologia culturale ma anche altri due fattori. Il primo fattore fu che la geografia culturale adottò una visione strutturalista della realtà grazie alla quale era possibile fornire chiare descrizioni dei vari elementi delle culture, come le tecnologie di uso del suolo e l’organizzazione sociale. Il secondo fattore fu che la geografia culturale considerava le relazioni tra gli elementi essenzialmente in termini causalisti, vale a dire attribuendo a determinati elementi la funzione di causa e ad altri la funzione di effetto e questa circostanza contribuiva molto a imprimere un carattere di scientificità alle indagini.
La geografia culturale così concepita andava incontro a un’inevitabile caduta di interesse perché alla fine si esibiva in rappresentazioni che non erano molto diverse da quelle cui si approdava in geografia umana. Da qui il declino cui andò incontro negli anni '60 e '70 e a provocarlo contribuì anche la caduta di interesse per gli aspetti culturali del territorio. L’atteggiamento dei geografi cominciò a mutare negli anni '80. La sfiducia verso la geografia culturale fu provocata da l’insorgere di sfiducia su tre livelli. Il primo livello detto superficiale era costituito dalla sfiducia nei metodi quantitativi, prodotti sull’onda dello strutturalismo geografico; non si faceva altro che produrre modelli su modelli senza far avanzare la conoscenza. Il secondo livello era costituito dalla sfiducia nella rappresentazione analitica del territorio, che riduceva lo spazio a una mera tessitura di relazioni tra elementi e agevolava sì elaborazioni teoretiche, ma nello stesso tempo banalizzava anche il discorso geografico. Il terzo livello più profondo era costituito dalla sfiducia nello strutturalismo, vale a dire in quella forma di pensiero che aveva reso possibile una così vasta diffusione di rappresentazione analitica e di metodi quantitativi.
Emersa negli anni '80, una geografia culturale dotata di una retorica debole perché era incline a evitare discorsi forti ed era orientata a concentrare l’attenzione su aspetti che riflettessero una visione esistenziale dello spazio di vita. Abbiamo come esempi due descrizioni di Los Angeles, una degli inizi degli anni '90 di Giacomo Corna Pellegrini e una del 1986 di Soja. La descrizione di Corna Pellegrini ha finalità oggettivistiche, gli elementi materiali sono presentati in sé e per sé, vale a dire senza considerare...
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