Capitolo I: Che cos’è la fotografia?
In un mondo dominato dalle immagini, la fotografia è diventata quasi invisibile. È giusto parlare di ‘illusione’, poiché
registrare e fissare un’immagine permanente fosse considerato, per effetti e
questo ci ricorda quanto il tentativo di
suggestioni, ai limiti della magia. Tutto questo sottolinea senza dubbio la dipendenza della luce ( fotografia: scrittura
con la luce), ma ci dice anche qualcosa circa la fondamentale preoccupazione di controllare la luce e il tempo.
La foto non è solo indice di un rapporto diverso con e verso la natura, ma fa appello alla sensazione di potere che si
accompagna al nostro tentativo di ordinare e costruire il mondo circostante. Questo duplice aspetto (scientifico e
culturale) è di cruciale importanza per la modalità di rappresentazione fotografica. L’atto di scattare una foto fissa il
tempo, ma anche lo ruba, stringe il passato in una morsa e imprigiona ermeticamente la storia in un continuo presente.
era utilizzata dagli artisti, ai quali presentava un’immagine rovesciata e ricalcabile, una resa
camera obscura
La
accurata del riflesso della luce. Wedgwood
Piccoli progressi furono compiuti in Inghilterra da figure come e Davy, i quali nel 1802, utilizzarono la
carta bianca inumidita con una soluzione di nitrato d’argento per catturare oggetti di piccole dimensioni. Ma anche in
questo caso non si trattava di immagini permanenti.
Il primo a fissare un’immagine fotografia fu Niépce
Nicéphore , Vista dalla finestra a Gras, 1826.
Una veduta dalla finestra della sua soffitta a Gras con un’esposizione di circa 8 ore.
e fu la prima fotografia della storia. L’eliografia venne definita
Eliografia
Fu chiamata produzione automatica, tramite l’azione della luce, con le
dallo stesso Niepce, come la
relative gradazioni di toni dal nero al bianco, delle immagini ottenute nella camera
obscura.
La sua scarsa qualità indusse il fotografo a collaborare con un altro francese, Daguerre.
L’interesse di Daguerre per il diorama (panorama) sottolinea il suo interesse per la
produzione di vedute e prospetti di città e paesaggi.
Daguerre
Niepce morì nel 1833, ma solo nel 1839 pubblicò il suo nuovo procedimento fotografico: il
dagherrotipo : riproduzione spontanea delle immagini della natura ricevute dentro la camera oscura, un processo
chimico e fisico che consentiva alla natura di riprodursi.
Nel 1839 si andava concretizzando un modo per fissare le immagini. Daguerre aveva reso possibile un’impronta
costante e duratura che non è necessariamente legata alla presenza degli oggetti.
‘ Da oggi la pittura è morta’.
Una delle caratteristiche straordinarie del dagherrotipo era la capacità di riprodurre i
dettagli: Louis-Jacques-Mandé Daguerre, Interno di atelier, 1837.
Questa fotografia possiede un nitore e una chiarezza totalmente assenti in Niepce, una
minuziosità straordinaria, una trascrizione esatta. Faceva dell’oggetto una presenza
tangibile nel tempo e nello spazio.
Il prolungato tempo di esposizione costringeva a
immobilizzare il soggetto prima dello scatto.
Louis-Jacques-Mandé Daguerre, Boulevard du Temple, 1838.
È una delle prime scene urbane, dotate di una tale gamma di tonalità e capacità di
dettaglio.
Lo scrittore americano Poe dichiarò questa invenzione il più importante e forse il più straordinario trionfo della
scienza moderna. Il dagherrotipo, tuttavia, presentava una serie di svantaggi che ne causarono il rapido declino come
mezzo di rappresentazione fotografica:
- Tempi di esposizione lunghi
- Scelta del soggetto limitata
Il minimo movimento causava una sfocatura dell’immagine
-
Il mondo doveva farsi statico difronte all’apparecchio fotografico. Nella fotografia di ritratti, il soggetto
doveva essere tenuto fermo, a volte ricorrendo a speciali sostegni per favorire la posa. Ciò produceva spesso
l’atto di essere fotografati soppiantava l’esperienza di
posizioni e atteggiamenti stilizzati, in cui essere
I ritratti riflettevano il metodo e non il medium. Ogni dagherrotipo era un’immagine unica. Non
fotografati.
esisteva alcun processo negativo/positivo e, pur essendo un’immagine riflessa dell’originale, non era
riproducibile.
La sua superficie delicata e sensibile ai graffi doveva essere attentamente protetta, spesso da una custodia in
pelle foderata di velluto. Il doppio status della foto, simultaneamente soggetto e immagine.
William Fox Talbot elaborò le basi della fotografia moderna. Mise a punto il primo
procedimento fotografico negativo/positivo, permettendo la realizzazione di copie multiple
da un singolo negativo. Iniziò i suoi esperimenti con le fotografie nel 1833 durante un
soggiorno in Italia, dopo aver utilizzato una camera lucida per realizzare i disegni più
che prevedeva l’impiego di nitrati
accurati. Nel 1834 si dedicò al disegno fotogenico,
d’argento su carta ed era una delle più elementari forme di fotografia. Servendosi di felci,
merletti e fiori, Talbot riproduceva immagini dell’oggetto semplicemente appoggiandolo
sulla carta sensibilizzata ed esponendo questa alla luce. Il limite di questo procedimento stava
nella capacità di riprodurre solo una gamma limitata di oggetti.
William Fox Talbot, Disegno fotogenico, 1844.
segrete le proprie ricerche, ma nel 1830 annunciò anch’egli la sua invenzione. Nel
Talbot tenne 1840
( dal greco ‘bella immagine’). Fu il
calotipo
produsse il primo autentico processo fotografico
positivo/negativo ancora oggi alla base di tutti i metodi fotografici. Pur senza la precisione
nei dettagli del dagherrotipo, offriva un grande vantaggio: per la prima volta era possibile,
da una singola immagine negativa, ricavare un numero infinito di stampe in positivo.
William Fox Talbot, Finestra con telaio a griglia, 1835: Ritrae una finestra della sua casa
di campagna. Dietro il formato minuscolo (2.5x2,5 cm) si nasconde in realtà un significato
immagine ci parla dell’atto di fotografare e
storico. Da un punto di vista simbolico, questa
della foto in quanto tale: guardiamo una (e da una) finestra, questo suggerisce un gioco
quasi misterioso di presenza e assenza.
Archer il
Nel 1851, uno scultore inglese , aveva prodotto quello che fu chiamato
procedimento al collodio: un sistema basato su lastre di vetro umide, che soppiantò il
calotipo di Talbot. Il difetto primale era che lo sviluppo doveva avvenire immediatamente dopo la cattura
dell’immagine e questo significava una limitazione tecnologica elementare ma importante rispetto a dove e
come fotografare.
Madox
Nel 1871 mise a punto le prime lastre da utilizzare con gelatina e nel 1877 nacque la lastra alla
gelatina secca.
Tali continui sviluppi proseguirono per tutto l’ottocento. Anche l’apparecchio fotografico subì rapide
modifiche. Talbot usava apparecchi di legno e ottone fatti a mano (objet d’art), ed aveva delle lenti fisse,
sebbene già ne 1840 Voigtlander aveva creato le lenti Petzval, capaci di ridurre anche del 90% il tempo di
esposizione. Nel 1844 vennero inventate le prime pellicole di negativo in rullo.
Eastman Kodak
Nel 1888 mise in commercio il primo apparecchio : una fotocamera di piccole
dimensioni, con un’unica velocità di scatto e obiettivo a fuoco fisso. Fu importante per due motivi:
- Costava relativamente poco
- Facile da usare
La fotografia era ormai aperta a tutti. Fotografie e macchine fotografiche si potevano mettere in tasca e
portare con sé. la foto era passata da dominio di privilegiati (progenitori) a uno dei mezzi più accessibili e
accettati di raffigurazione visiva. Consentiva a chiunque di realizzare foto e costruirsi una visione del
mondo individuale, la propria storia.
Tuttavia vi era una distinzione tra fotografo dilettante e professionista, e tra fotografia come arte (creatività
e competenza individuale) e la foto come un oggetto prodotto su vasta scala.
Le foto rimandano sempre a contesti storici, culturali, sociali e tecnici diversi. Il significato di una
fotografia, la sua efficacia come immagine e il suo valore di oggetto, dipendono sempre dai contesti in cui la
L’ambiguità fondamentale dell’oggetto prodotto e del mezzo espressivo. L’immagine che offre è
leggiamo.
fissa, ma anche soggetta un continuo stato di trasformazione e metamorfosi.
Ogni variazione di contesto la muta come oggetto, alterandone i parametri di riferimento e di valore, e
influenzando la nostra comprensione del suo significato e del suo prestigio. Una foto formato tessera su un
passaporto ha una funzione precisa (segno ufficiale di identità), ma la stessa immagine in un museo può
assumere una rilevanza completamente diversa, legata al ruolo esplicito di esempio unico di una pratico
fotografica individuale.
Per molti versi le fotografie considerate di maggiore valore sono le meno funzionali, e viceversa.
All’idea di fotografia come qualcosa di reale e fedele è sempre esistita una forte tendenza, legata alla
esprimere qualcosa al di là dell’apparenza
fotografia artistica, che insiste sulle capacità di questo mezzo di
La fotografia rimanda l’immagine non di una realtà precisa, bensì di una super
superficiale delle cose.
realtà, o di una realtà spirituale (ci permette di vedere qualcosa di altrimenti invisibile).
Il potere del medium è nella capacità di aprire nuove dimensioni del reale, fino ad ora insospettate. I
fotografi non si limitano a copiare la natura, ma la metamorfosano. La foto è esattamente l’opposto di una
un’esistenza multipla
documentazione fedele e precisa, hanno che influenza i suoi molteplici significati.
Efficacia ed effetto di una foto sono molto legati al suo formato. Qualsiasi immagine negativa si può
ingrandire quanto lo consente la tecnologia, quindi la forma immediata dell’immagine è solo relativa.
Victor Burgin, Ufficio di notte n. 1, 1986. (183x244 cm)
È una foto enorme che sfrutta evidentemente il suo formato per stabilire un parallelo
con la grande tradizione ritrattistica della pittura europea. Raffigura banalmente un
ufficio di sera, eppure ciò che ci permette di leggere con esattezza questa foto sono
l’iconografia e i rimandi alla pittura (in particolare Hopper).
Quando selezioniamo certe fotografie per farne l’ingrandimento ne mettiamo sempre
in risalto la diversità, il valore.
Lo spazio di una foto è stato suddiviso tra due generi pittorici, che evidenziano il diverso modo in cui
situiamo nello spazio e lo organizziamo secondo principi estetici e culturali. dall’altro rende
Il fatto stesso di mettere a fuoco implica un elemento di scelta, una gerarchia di importanza,;
invisibile, addirittura elimina, tutto ciò che circonda il soggetto prescelto al momento dello scatto.
Non possiamo andare oltre quello che la foto ci permette di vedere riflettendo un processo continuo di
selezione, montaggio e controllo.
un’illusione di profondità: non riusciamo a penentrare la foto, l’occhio rimane
La foto inoltre fornisce anche
in superficie.
Il canone tradizionale della fotografia rifugge il colore, ponendoci di fronte al paradosso di comunicare il
realismo fotografico in bianco e nero. Le foto in bianco e nero equivalgono al realismo, a qualcosa di
autentico. Il colore rimane sospetto e non si impose come alternativa praticabile al bianco e nero fino
all’introduzione della pellicola Kodacolor (1942). Il colore viene utilizzato solo con intenti particolari o per
attirare l’attenzione sul medium.
Una foto infine fissa un momento del tempo. La fotografia ci dà la traccia di un oggetto o una scena dal
mondo reale, ma solo nella misura in cui isola, conserva e presenta un momento sottratto a un continuum.
Olivia Parker, Bosc, 1977.
È la foto di una pera poggiata su piccole strutture il legno. A sinistra c’è una pera,
mentre a destra un frammento di testo scritto, sul quale è tracciata la sagoma di
La superficie produce l’effetto di diverse
quella che sembra una pera (o un paio).
aree di luce e consistenze al tatto, di profondità e contrasto. L’area dell’immagine è
L’occhio non ha un punto su cui sostare;
tutta di pari importanza. la lettura di questa
immagine dipende sempre dal punto interno allo spazio fotografico in cui l’occhio si
sofferma.
Questa immagine ci parla anche del significato fotografico, è un saggio sulle capacità delle foto di svelare e
nascondere a un tempo i propri significati.
Ci domanda non solo cosa e come guardiamo, ma in che modo una foto codifica il reale.
La pera è dunque ricostruita , messa in relazione con altri contesti e altri significati. Un complesso gioco di
presenze e assenze e, al tempo stesso, da parte di un mondo morto. La foto riproduce quel che abbiamo
perduto e in un certo senso è indizio del profondo bisogno psicologico di registrare, trattenere e classificare
il mondo delle nostre azioni.
Se la fotografia dipende dalla luce, dipende anche dall’oscurità . La foto è un preciso prodotto culturale e
rifletto il modo in cui una cultura fa i conti col mondo. In quanto mezzo figurativo, ci parla del mondo che
rispecchia, ma altrettanto del mondo che ha in primo luogo prodotto le immagini.
Capitolo 2 : Come si legge una fotografia?
Dobbiamo insistere sul nostro leggere una foto non come immagine ma come testo. Tale implica una serie
di relazioni lettore-immagine e di significati problematici, ambigui, spesso contraddittori -> discorso
fotografico: linguaggio di codici con una grammatica e una sintassi proprie.
La foto rispecchia e al tempo stesso crea un discorso con il mondo, e non è mai, una rappresentazione
neutrale. Noi dobbiamo leggerla come un nodo di complessità e ambiguità simultanee, il luogo non tanto di
L’immagine fotografica
uno specchio del mondo quanto del nostro modo di rapportarci ad esso. contiene
un messaggio fotografico che da parte di una pratica di significazione e riflette codici, valori e credenze
della cultura nel suo complesso.
Leggere una fotografia porta dunque ad addentrarsi in una serie di rapporti nascosti dal potere illusorio
dell’immagine. Due aspetti sono fondamentali:
- Dobbiamo ricordare che la foto è essa stessa il prodotto di un fotografo. È sempre il riflesso di un
punto di vista specifico: estetico, polemico, politico e ideologico. Il fotografo impone, ruba, ricrea la
scena in base a un discorso culturale.
- La foto codifica i parametri in base ai quali noi siamo forma a un mondo tridimensionale e lo
comprendiamo. Esiste all’interno di un corpus di riferimenti più ampio, ed entra in relazione con
storie più grandi, al tempo stesso estetiche, culturali e sociali.
Diane Arbus, Gemelle identiche, 1967.
Almeno superficialmente sembra abbastanza immediata: l’immagine di due gemelle
identiche. Man mano che la osserviamo e cominciamo a leggerla, le presunte certezze
legate al soggetto lasciano sempre più spazio agli interrogativi, finchè questa immagine non
diviene un esempio perfetto della natura difficile del significato fotografico.
Questi due aspetti rivelano un divario critico tra ciò che vediamo nella foto e ciò che ci
viene chiesto di osservare. Non riusciamo a collocarle nel tempo e nello spazio, e abbiamo
pochissimi indizi relativi al loro stato sociale e individuale.
Il fondo è bianco e lungo il margine inferiore dell’immagine corrono una parete e un
selciato che è lievemente inclinato.
Questa foto non va incontro all’oggetto in maniera parallela, ma lo guarda di bieco, di traverso.
Il significato come accade ai linguaggi, non opera attraverso le somiglianze, ma tramite le
una gemella è allegra, l’altra è triste, i nasi sono diversi, i colletti hanno forme diverse…
differenze:
Tutto sembra uguale e al tempo stesso tutto è diverso: due gemelle diverse.
Bisogna effettuare una distinzione tra denotativo e connotativo:
- Denotativo: Il significato opera al livello più elementare, è il semplice riconoscere ciò che stiamo
guardando. è un secondo livello di significato, quello degli elementi in scena. L’imposizione di
- Connotativo:
un secondo significato al messaggio fotografico vero e proprio, i suoi segni sono gesti,
atteggiamenti, espressioni, colori ed effetti dotati di certi significati in virtù della pratica di una
determinata società.
(in La camera chiara) ha tracciato un’ulteriore distinzione nel nostro modo di leggere una foto. Egli
Barthes
identifica due fattori distinti nel nostro rapporto con l’immagine:
l’applicazione a una cosa, il gusto per qualcuno, una sorta di interessamento
- Studium: sollecito.
- Punctum: puntura, piccolo buco, macchiolina.
La differenza è che lo studium suggerisce una reazione passiva al fascino di una fotografia, mentre il
punctum rende possibile una lettura critica.
Diane Arbus: Famiglia sul prato di casa (1969).
In superficie ritrae una normale famiglia americana middle-class di NY, ma più la
osserviamo e più la vediamo cambiare di significato.
geometria dell’immagine è importantissima:
La il prato occupa 2/3 dello spazio
fotografico, indice perfetto della sensazione di vuoto, sterilità e spaesamento che pervade
l’immagine. Anche gli alberi sullo sfondo sono una presenza incombente. Tutto questo
delinea un’atmosfera tetra, vuota e deprimente.
I genitori sono distaccati e soli. L’uomo è teso (non rilassato) e si tiene la tesa con una
mano. La mano destra parrebbe cercare un contatto con la moglie, ma rimane inerte e distaccata.
Anche la madre si sta rilassando, ma in un atteggiamento apparentemente prefissato.
Il distacco tra i due è evidenziato dalla posizione formale dei lettini rispetto alla macchina fotografica,
separati dal tavolino tondo: rigida geometria familiare e psicologica.
Il ragaz
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