Psicometria
Psicometria: disciplina che ingloba lo studio degli aspetti teorici e le tecniche che fanno riferimento alle problematiche della psicologia.
La misurazione
La misurazione non è altro che quantizzare utilizzando un’unità di misura campione. Può essere definita come l’assegnazione di etichette numeriche ad oggetti o eventi secondo delle regole precise, non arbitrariamente, che permettono di mettere in evidenza le proprietà di quelli oggetti o eventi, ma seguendo dei principi specifici garantendo la riproducibilità delle misure e degli esperimenti.
Storia della misurazione
La misura in psicologia è una tematica che ha dato molta vita a dibattiti di natura epistemologica, per giungere a delle soluzioni, tutti sono stati d’accordo su un elemento ovvero che si ponesse la necessità e il bisogno di stabilire quelle che sono le differenze interindividuali, ma non erano d’accordo sul come si misurano tali differenze. Dalla seconda metà dell’800 l’argomento delle strategie di misurazione è stato affrontato in maniera più sistematica a partire dal primo laboratorio di Galton, Castel, il primo test dell’intelligenza di Binet e Simon, l’Apha e Beta somministrati ai militari in guerra per stabilire il loro ruolo.
Che cosa misuriamo?
Facciamo delle osservazioni sul comportamento umano, che possono fare capo a 4 diverse tipologie di misure, rileviamo:
- Latenza: fa riferimento al tempo che intercorre fra la presentazione di uno stimolo e la risposta che dà un soggetto;
- Frequenza: riguarda il numero di volte in cui un soggetto emette un determinato comportamento;
- Durata del comportamento: cioè per quanto è lungo il tempo in cui quel determinato soggetto che io sto esaminando mantiene quel determinato comportamento, il comportamento lo devo mettere sempre in rapporto con il tempo complessivo dell’osservazione;
- Intensità: riguarda la presenza del comportamento in termini di qualità.
L'errore di misurazione
Tutte le volte che noi attribuiamo un’etichetta numerica ad un oggetto o un evento ci imbattiamo in un errore di misurazione. Nessuna delle misurazioni che noi effettuiamo può essere autentica, o completamente vera, del fenomeno che stiamo osservando. L’errore di misurazione si può presentare in svariate maniere, di base si possono distinguere due tipologie di errore di valutazione: errore sistematico, si presenta sempre alla stessa maniera ed avviene quando c’è una taratura imperfetta dello strumento di rilevazione delle informazioni, avremo una costante sovrastima o sottostima della proprietà che io voglio rilevare; errore casuale, è quello più infido, pervasivo, quello impossibile da controllare, non conosco la fonte che lo determina, fa riferimento a una fluttuazione delle osservazioni che rilevo. Può fare riferimento sia alla persona sulla quale io sto facendo le mie osservazioni, poiché l’essere umano è sempre in continuo cambiamento, ma anche al soggetto che rileva i dati, dall’ambiente in cui si mettono i soggetti a svolgere il test.
Ricerca e misura
Statistica
La statistica è un mezzo che ci consente di presentare e organizzare e di sintetizzare i nostri dati e ci offre gli strumenti per analizzare i dati ottenuti attraverso le misurazioni. Si divide in due diverse modalità di presentare i nostri dati in: statistica descrittiva, che si utilizza per la sintesi e la presentazione dei dati che raccogliamo su tutta la popolazione e statistica inferenziale, che ha lo scopo di inferire le caratteristiche dell’intera popolazione a partire dai dati raccolti su un suo sottoinsieme, consente di testare ipotesi e fare previsioni, generalizzando i dati su tutta la popolazione.
Il lavoro dello psicologo
Lo psicologo, nel lavoro di ricerca cerca di trovare prove a sostegno di una teoria studiando un comportamento di un gruppo di soggetti. Il termine soggetto può essere sostituito con il termine partecipante in quanto il ruolo diventa attivo dato che partecipa all’esperimento.
Popoli e campione
Se partecipano tutti gli studenti all’esperimento per capire i risultati all’esame di psicometria, la nostra ricerca sarà sull’intera popolazione, che comprende la totalità delle persone, oggetto di studio e che hanno tutti la caratteristica oggetto della ricerca. Se per la ricerca si utilizza solo una parte delle persone con la caratteristica in esame, perché questa è estremamente numerosa, si parla di campione, nonché un sottoinsieme della popolazione, composto da partecipanti, che definiamo ampiezza campionaria, tutti con la caratteristica oggetto della ricerca. Se il ricercatore fa delle assunzioni sull’intera popolazione è necessario che il campione sia rappresentativo, ovvero che i partecipanti alla ricerca si comportano come si comporterebbe l’intera popolazione. I partecipanti vengono selezionati in maniera casuale e le proprietà sono due: tutti i membri della popolazione solo per il caso sono scelti come componenti del campione; la selezione di un elemento non deve influenzare la selezione sull’altro, ci deve essere indipendenza tra le estrazioni.
Il ricercatore rinunciando al rigore della scelta puramente casuale deve evitare di introdurre nel campionamento distorsioni sistematiche che ne indeboliscono la rappresentatività. È probabile che venga prodotta una distorsione anche quando si utilizzano campioni di convenienza, cioè si svolge l’indagine sui primi n elementi della popolazione disponibili. Esistono metodi di campionamento che presuppongono la conoscenza delle caratteristiche della popolazione: stratificato, si divide la popolazione in sottogruppi omogenei e da ciascuno si estrae un campione casuale; a grappoli, a blocchi o cluster, si raggruppa la popolazione in blocchi, si fa un campionamento dei blocchi; sistematico, si inizia il campionamento da un punto casuale e poi si prosegue selezionando un elemento ogni k elementi successivi.
Parametri e statistiche
Si inizia con il sintetizzare l’insieme dei dati raccolti attraverso singolo valori, statistica descrittiva. Quando la ricerca viene condotta sull’intera popolazione, i valori che sintetizzano la proprietà che stiamo misurando sono chiamati parametri e sono rappresentati dalle lettere dell’alfabeto greco, come la mi, per indicare la media della popolazione. Quando lavoriamo sul campione i valori che sintetizzano i dati sono chiamati statistiche e sono rappresentati dalle lettere dell’alfabeto latino, come per esempio la M viene usata per la media del campione. Le statistiche calcolate sul campione vengono dette anche indicatori, poiché sono utilizzate per fare delle stime dei rispettivi parametri nella popolazione, statistica inferenziale.
Popolazione parametri alfabeto greco: Media: Varianza: Deviazione standard
Campione statistiche alfabeto latino: Media: Varianza: Deviazione standard
Variabili e costanti
Il ricercatore raccoglie dei dati relativi ai partecipanti alla ricerca, i quali dati descrivono l’evento, variando da individuo a individuo. La costante, può essere definita tale in quanto è descritta da un solo attributo uguale per tutti i partecipanti alla ricerca. Le variabili, sono una caratteristica o proprietà di un evento o un oggetto che può presentare almeno due valori diversi che si escludono a vicenda. Distinzione tra variabile indipendente, che viene definita come ciò che viene manipolato dallo sperimentatore o dalla natura e variabile dipendente, che è il risultato di tale manipolazione. Questo comporta che la prima sia antecedente alla seconda, ovvero possiamo pensare alla variabile indipendente come alla causa di un effetto prodotto, effetto che costituisce la variabile dipendente. Per questo si parla anche di predittore, intendendo il fattore che predice una determinata variazione, e di criterio, intendendo la variazione prodotta. La variabile indipendente tecnica di supporto risulta caratterizzata da due categorie: proposta e non proposta. Il gruppo che non segue la nuova tecnica è detto gruppo di controllo, mentre quello che la segue è detto gruppo sperimentale.
Quanti valori può assumere una variabile? Dipende dalle caratteristiche della variabile stessa, può essere considerata, dicotomica, che può assumere due diversi valori e politomica, che assume un solo valore. L’interesse del ricercatore è quello di prendere in esame queste proprietà che variano e la statistica è lo strumento che consente di trarre delle informazioni a partire da questa variabilità. Ciascuna variabile per essere correttamente definita deve permettere di classificare tutti i casi in esame, esaustività, e deve includere tutti i possibili attributi che definiscono la proprietà in questione, e in modo univoco, esclusività. Gli attributi di una variabile devono essere mutuamente esclusivi, ovvero un caso non deve poter essere attribuito a più di una categoria, ma deve essere assegnato in modo esclusivo ad uno degli attributi della variabile.
Dal concettuale all'operativo
In psicologia ci occupiamo di concetti astratti per concretizzarli, attraverso il passaggio dal qualitativo al quantitativo. Si fa riferimento ad una sorta di passaggio di traduzione da quelle che sono le variabili concettuali, le astrazioni teoriche, a delle variabili operative, ovvero a delle affermazioni empiricamente osservabili, a degli elementi che possono essere direttamente osservabili e visibili sotto i nostri occhi. La psicologia si occupa dello studio del comportamento umano con l’obiettivo di comprendere e individuare perché facciamo ricerca e trovare le dinamiche sottese all’esprimersi di determinati comportamenti. Nell’ambito della ricerca lo studio dei fenomeni oggetto di interesse non è mai preso in considerazione nella sua completezza, per studiarli prendiamo solo alcuni elementi e procediamo attraverso una riduzione a variabili di quello che è il fenomeno complessivo che noi vogliamo studiare. Come avviene questo passaggio dalle variabili concettuali a quelle operative? Avviene attraverso l’operazionalizzazione.
Operazionalizzare
La nozione di operazionismo fu introdotta dal premio Nobel per la fisica Percy W. Bridgman nel 1927. Bridgman: “si può fare un discorso attinente all’ambito scientifico soltanto se si fa un discorso attinente a dei discorsi osservabili, non devono rimanere nel mondo della metafisica o astratti. Nelle scienze sociali le possibilità di operazionalizzare sono molteplici. Una buona definizione operazionale dovrebbe contenere una dettagliata descrizione delle procedure adottate.”
Una via per operazionalizzare potrebbe essere quella di procedere attraverso la rilevazione di tutti i parametri fisiologici che sappiamo essere indicatori di “ansia” per esempio. Si può misurare anche attraverso test psicometrici, strumenti, test di autovalutazione, con degli indicatori di “ansia”. Altra strada potrebbe essere quella di crearlo io uno strumento apposito là dove non dovessero esistere. Procedere attraverso una molteplicità di operazionalizzazioni, attraverso una strategia definita multi assessment, diverse modalità di valutazione sommate, così da rendere la realizzazione del costrutto più vicina possibile alla realtà. I parametri fisiologici non mentono. Il processo di operazionalizzazione si realizza attraverso un passaggio dal concetto, astrazione teorica molto generale, ampia e complessa che attraverso un rapporto di indicazione viene trasformato in variabili operative, indicatori. Il passaggio dalla teoria alle affermazioni empiricamente osservabili, nonché il passaggio dai concetti agli indicatori, dove per questi ultimi si intendono i concetti specifici ovvero le singole sfaccettature, per poi passare ad un piano successivo dove il concetto viene sgretolato in parti ancora più piccole per poi definirle variabili. Le variabili sono caratteristiche o proprietà di un oggetto o di un evento che possono assumere almeno due diverse modalità o valori.
Variabile qualitativa e quantitativa
Differenza tra: variabile qualitativa, che mutua, cambia per genere e variabile quantitativa, che mutua in grandezza. Una variabile quantitativa è caratterizzata da valori che esprimono in termini quantitativi la proprietà definita da quella variabile. Se la variabile è qualitativa le diverse forme in cui si può presentare si chiamano modalità o categorie. Si possono distinguere le variabili in discrete, quando possono assumere soltanto valori interi 1,2,3,4; e continue possono assumere anche valori decimali, come l’altezza.
Le scale di misura
Le scale di misura sono quattro: nominale, ordinale, ad intervalli ed a rapporti. La teorizzazione relativa alle scale di misura fa capo a Stevens che già nel '46 ha fornito delle indicazioni in merito. Esistono per Stevens 4 tipi di sistemi di numerazione. Queste quattro scale stanno tra loro in un ordine gerarchico, si parte dal gradino più basso per raggiungere l’apice. È gerarchica perché nel momento che si sale aumentano le informazioni; la scala successiva a quella precedente conserva tutte le caratteristiche a quella precedente, ma si caratterizza per un surplus, che diventa una peculiarità propria; più la scala sta nel gradino basso più quella scala è meno in grado di darmi informazioni sull’oggetto di studio. All’interno delle scale qualitative troviamo quella nominale e quella ordinale; all’interno di quella quantitativa troviamo quella ad intervalli ed a rapporti.
Scala nominale
La variabile nominale, detta anche categoriale o mutabile, è di natura qualitativa ed è definita da una serie di attributi, detti categorie o modalità. Questa scala ci consente di ragionare in termini di uguaglianza o di disuguaglianza. Si fa riferimento ad una procedura di classificazione, di categorizzazione, inserire in determinate categorie degli oggetti, degli eventi raggruppandoli sulla base di ciò che hanno in comune, di ciò che li rende uguali o diversi. A ciascuna di queste categorie attribuisco delle etichette, che non cambio nel corso del tempo, e non hanno valore nel senso proprio del termine. Le scale nominali si caratterizzano per la loro esaustività.
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