Capitolo 1 – Introduzione alla psicologia: la storia e i metodi
La psicologia è lo studio scientifico del comportamento e dei processi mentali, dell’essere vivente nel suo rapporto con l’ambiente. Dietro questa definizione ci sono in realtà intensi dibattiti su quali siano le prerogative della disciplina. Gli psicologi cercano di descrivere, spiegare e predire il comportamento umano e i processi mentali (e anche di migliorare la vita delle persone) ricorrendo a un metodo scientifico che porta risposte valide e legittime. In questo capitolo si vedrà la nascita della psicologia come scienza e le principali scuole di pensiero, per poi approfondire il metodo utilizzato dalla psicologia sperimentale.
Una scienza in evoluzione: passato, presente e futuro
500.000 anni fa: Problemi psicologici causati da spiriti maligni, quindi trapanazione per farli uscire; Cartesio: nervi come “tubi” per l’“energia vitale”; Franz Josef Gall (XVIII sec.): caratteristiche psichiche dalla conformazione del cranio (frenologia)… Queste rappresentavano le teorie più accreditate. La psicologia moderna è una disciplina molto recente, sviluppatasi alla fine dell’800.
Le radici della psicologia
Le origini della psicologia risalgono agli antichi greci e romani, ma allora a occuparsi di facoltà, coscienza e psiche erano la filosofia e le scienze naturali. La psicologia è nata proprio rendendosi autonoma sia dalla filosofia che dalla neurofisiologia, mostrando come mente, corpo e ambiente siano strettamente interconnessi (la psicologia si occupa oggi dell’unità mente e cervello e delle sue relazioni con il comportamento dell’essere umano inserito nel suo ambiente fisico e sociale).
Wundt e lo strutturalismo
Come inizio della psicologia scientifica si prende tradizionalmente il 1879, quando Wilhelm Wundt (fisiologo e docente di filosofia) fondò a Lipsia il Laboratorio di psicologia fisiologica, il primo laboratorio sperimentale per studiare i fenomeni psicologici. Il suo metodo, definito strutturalismo dal suo allievo Titchener, era una disciplina sistematica e atomistica, che considerava i fatti psichici come somma di elementi semplici. Wundt considerava come oggetto della psicologia lo studio dell’esperienza diretta (“contenuto di coscienza”) che il soggetto aveva riguardo alla sua attività mentale conscia e usò (come gli altri strutturalisti) il metodo introspettivo: dopo aver dato uno stimolo al soggetto, gli chiedeva di descrivere le sue sensazioni. Studiando queste verbalizzazioni riteneva di poter comprendere meglio la struttura della mente, cioè come le sensazioni di base si compongano a formare la nostra percezione del mondo.
Col tempo, lo strutturalismo fu criticato per il suo approccio elementarista e per il ricorso all’introspezione, ritenuta non scientificamente valida. Il suo retaggio, però, si è mantenuto nell’interesse della psicologia per le descrizioni che le persone fanno delle loro esperienze interne.
James e il funzionalismo
Quasi contemporaneamente a Wundt, e in aperto scontro rispetto a questi, William James allestì il suo laboratorio alla Harvard University e fondò il funzionalismo. Divenuto centrale a inizio ‘900, questo era il primo approccio che si concentrava sulle funzioni dell’attività mentale (ciò che fa la mente) e sul ruolo del comportamento nell’adattamento degli individui all’ambiente. Si fondava infatti sulle teorie evoluzioniste di Darwin (L’origine delle specie, 1859), per il quale le attività psichiche subiscono un’evoluzione per selezione naturale e, dunque, in stretta relazione con l’adattamento all’ambiente.
I funzionalisti studiarono infatti come il comportamento permettesse alle persone di soddisfare i propri bisogni (Dall’approccio funzionalista nascono la psicologia evolutiva e la psicologia applicata). I cambiamenti della mente risultano più interessanti della sua struttura di base. Si parla di “stream of consciousness”: la coscienza è un flusso dinamico di esperienza che è impossibile scomporre in elementi.
Wertheimer e la Gestalt
Un’altra alternativa allo strutturalismo fu la psicologia della Gestalt, fondata a inizio ‘900 sulla Psicologia dell’atto (1874) del filosofo tedesco Franz Brentano. Egli distingue tra la realtà fisica (il mondo così com’è) e la realtà fenomenica, cioè la realtà come appare al soggetto, sottolineando che le due non coincidono, come solitamente si crede. La psicologia della Gestalt si focalizza sull’organizzazione della percezione e del pensiero in termini di un “insieme” (atto unitario della percezione) piuttosto che sugli elementi singoli della percezione.
Un precursore è von Ehrenfels (1890), che conia il concetto di qualità Gestaltica (le caratteristiche delle configurazioni percettive che rimangono invariate al variare degli elementi che le compongono: una melodia in tonalità diverse viene percepita come identica perché i rapporti tra le note sono gli stessi), mentre il fondatore è Wertheimer, noto per la definizione di moto apparente e moto stroboscopico (quello dei fotogrammi, che vengono uniti dalla percezione a formare un’immagine in movimento).
La psicologia della Gestalt segue il percorso opposto, considerando le Gestalten come totalità percettive organizzate dall’intero alle parti e non dalle parti all’intero. Le parti assumono significati diversi a seconda del tutto di cui sono parti: un esempio chiaro è l’immagine della nuora e della suocera. Kohler condusse esperimenti sull’apprendimento degli scimpanzé, stabilendo che esso è un apprendimento per insight (intuizione) che richiede di riorganizzare completamente gli elementi del campo fenomenico in una nuova struttura che costituisce la soluzione del problema.
Con l’avvento del nazismo, molti psicologi della Gestalt emigrarono negli USA. Tra questi, Kurt Lewin, che applicò la teoria della scuola alla psicologia sociale, coniando la “teoria di campo”: le interazioni tra gli individui vengono viste come parte di un campo di forze e quindi soggette a molte spinte diverse (gruppo) e non solo alle forze dei due singoli individui coinvolti.
Il metodo della psicologia della Gestalt è quello fenomenologico sperimentale e considera due elementi: il variare dei cambiamenti percettivi del soggetto (fenomeno) e il variare delle caratteristiche fisiche dell’oggetto (realtà fisica).
Freud e la psicoanalisi
La psicoanalisi è sia un metodo di psicoterapia, sia una teoria della personalità (v. Cap. 12). Essa si rivolge principalmente ai fenomeni psichici che risiedono fuori dalla sfera della coscienza. Nasce infatti per curare i disturbi mentali causati da dinamiche inconsce, quelli che fino alla fine dell’800 erano trattati tramite ospedalizzazioni rieducative o ipnosi.
Sigmund Freud, medico viennese, ipotizzò che alla base di questi disturbi ci fosse un conflitto tra richieste psichiche opposte ed elaborò tre ipotesi sull’origine di questo conflitto:
- Conflitto tra principio di piacere e principio di realtà (vincoli del mondo reale)
- Conflitto tra pulsione sessuale e pulsione di autoconservazione
- Conflitto tra pulsione di vita e pulsione di morte
La psicoanalisi pone la risoluzione del conflitto come prassi terapeutica ed esamina per questo l’inconscio del paziente, attraverso analisi delle associazioni libere, degli atti mancati e dei sogni, con la quale ritiene di poter accedere ai “contenuti rimossi dalla coscienza”. Con l’avanzare delle conoscenze, la teoria classica della psicanalisi ha subito critiche (non verificabilità di molti assunti), ampliamenti e “secessioni” (Psicologia analitica di Carl Gustav Jung, Psicologia individuale di Alfred Adler). Al tempo stesso, però, altre branche della psicologia e delle neuroscienze hanno confermato molte delle sue ipotesi.
La teoria comportamentista
Il comportamentismo è un approccio alla psicologia che si concentra sul comportamento osservabile intersoggettivamente e misurabile obiettivamente. Nasce negli anni Venti grazie allo studioso di psicologia animale John B. Watson (USA). Per Watson, l’organismo è una “black box” inaccessibile e la psicologia può studiare solo le associazioni, cioè le risposte del soggetto (variabile dipendente) a diversi stimoli fisici o sociali (v. indipendente). In quest’ottica, la psicologia diventa una branca delle scienze naturali.
Watson credeva che fosse possibile ottenere qualsiasi tipo di comportamento desiderato controllando l’ambiente di una persona, perché alla base della personalità dell’individuo stanno le associazioni stimolo-risposta, e queste si stabiliscono esclusivamente sulla base dell’esperienza (nulla è innato). B.F. Skinner fondò su queste basi i suoi modelli di apprendimento operante, utilizzati per il trattamento dei disturbi mentali, il contenimento dell’aggressività ecc.
Il neocomportamentismo
Nato all’interno del comportamentismo, il neocomportamentismo è un approccio che ipotizza la necessità di considerare anche i processi interni dell’organismo che non sono rilevabili come comportamento manifesto, ma che sono necessari per la spiegazione di quest’ultimo. Trasforma quindi lo schema da S-R a S-O-R (O=organismo). Hull (1943) parla di “variabili intervenienti” che influenzano la risposta in un certo senso. Edward C. Tolman (1948), invece, colloca tra stimolo e risposta le “mappe cognitive”, cioè le rappresentazioni mentali interne. Molte di queste idee anticipano il cognitivismo.
La teoria cognitivista
Negli anni ’60 alcuni psicologi si aprirono alle suggestioni della cibernetica, dell’informatica, dell’etologia, della matematica (teoria dei giochi) e della linguistica (grammatica generativo-trasformazionale di Noam Chomsky), arrivando a concepire la mente come un elaboratore di informazioni (cognitivismo). George A. Miller, Eugene Galanter e Karl Pribram (1960), autodefinitisi comportamentisti soggettivi, proposero come modello di ogni comportamento il TOTE, un’unità composta di quattro fasi: Test (piano proattivo di azione), Operate (azione), Test (feedback), Exit (fine dell’azione). Alla lineare sequenza S-R dei comportamentisti opponevano quindi una causalità circolare.
Psicologia cognitivista (1967), volume con cui Ulrich Neisser sintetizzò le nuove teorie, diede il nome alla corrente, che si impose come dominante nel decennio successivo e che si basava sul paradigma Human Information Processing (HIP), quello che sostiene l’analogia tra mente e computer.
Il suo metodo si basava soprattutto sulla simulazione del comportamento attraverso il computer (ricostruire le fasi dei processi). Il metodo presenta diversi vantaggi:
- Ipotesi estremamente chiare (altrimenti non possono essere verificate dal computer)
- Studio dei processi mentali interni (gli stati mentali diventano le istruzioni del programma)
- Possibilità di variare a piacere il processo in esame
Ma ha anche suscitato qualche dubbio (la simulazione è spiegazione?). Nel 1976 Neisser critica il paradigma HIP per l’allontanamento dalla vita quotidiana a favore delle sole indagini di laboratorio. Il cognitivismo ecologico afferma infatti il ruolo esercitato dal contesto ambientale nei processi intellettuali, sostenendo che la mente accoglie e riconosce direttamente (senza operazioni di elaborazione) le strutture di informazione presenti nell’ambiente. Esalta inoltre la plasticità (funzione adattativa) dei sistemi psichici, contro la fissità con cui li denotava il paradigma HIP.
Alla fine degli anni ’70 nasce la “scienza cognitiva”, un approccio interdisciplinare allo studio dell’intelligenza naturale e artificiale, che coinvolge psicologia sperimentale, linguistica, neuroscienze, informatica e cibernetica nel tentativo di determinare come le conoscenze vengano codificate dalla mente. Alla scienza cognitiva appartengono due teorie spesso considerate opposte:
- Modularismo: teoria sulla conoscenza elaborata da Jerry Fodor secondo la quale esistono moduli di conoscenza specifici e incapsulati. Per Fodor, il comportamento di un individuo è determinato dalla sua struttura mentale, la cui attività consiste nel tradurre gli stimoli ambientali in rappresentazioni.
- Gli stimoli arrivano ai “trasduttori” (apparati), che li “convertono” nel formato adeguato.
- Vengono poi elaborati dai moduli incapsulati (sistemi di input), ognuno dei quali lavora su piccole porzioni di informazioni e in una maniera prefissata (parti specifiche del cervello, il soggetto non ha coscienza di questa fase).
- Sono poi i sistemi centrali della mente a integrare gli output dei moduli, in relazione a credenze, atti di volontà, memoria, ragionamento (processi neurobiologici diffusi, il soggetto ne ha coscienza).
- Connessionismo: paradigma teorico della scienza cognitiva che cerca modelli dell’architettura mentale nella struttura e nel funzionamento del cervello. Si basa sui concetti della fisica e della matematica a proposito dei sistemi dinamici, quale è il cervello, e concepisce l’architettura mentale come una rete di unità di elaborazione (input, output o nascoste, cioè di mediazione). Tutte sono collegate da nessi attraverso cui passano le attivazioni che possono eccitarle o inibirle (sinapsi nelle reti neurali). La conoscenza consiste negli schemi di attivazione della rete, schemi che possono essere modificati da nuove esperienze.
Interazionismo e umanesimo
L’interazionismo è un approccio che focalizza l’attenzione dalla mente al soggetto-in-interazione con il mondo e con altri soggetti, ed ha attraversato la storia della psicologia grazie a vari autori.
- M. Mead (1938) e l’Interazionismo simbolico: il Sé (Self) è costituito da IO (parte individuale e idiosincratica) e da ME (i molti modi in cui gli altri ti vedono e ti vivono: figlio, studente ecc.). Il Sé non esiste senza la sua vita sociale.
- Scuola sistemica (o prospettiva relazionale; Bateson et al., 1960-80): parallelismo tra funzione matematica e “relazione” in psicologia. Il soggetto viene definito dalle relazioni in cui è inserito.
- Interazionismo culturale (Batchin, Bruner, Fogel, 1970-90): “la vita della mente è un dialogo”, un coordinamento tra l’individuo e il mondo e tra gli individui tra loro. Si riprende il concetto di “socialità intrinseca” di Vygotskij (1956) e si sottolinea l’importanza della comunicazione come condivisione dei significati.
Teorie della mente embodied
Queste teorie, sviluppate nell’ultimo decennio, si fondano su tre corollari:
- La mente ha un corpo, è incarnata, ossia integrata con la struttura cerebrale.
- Le sue competenze sono “relational mind” (Siegel), cioè descrivibili solo in-azione e non come prodotti isolati di una macchina del pensiero.
- L’attività della mente è situata in un ambiente fisico e sociale.
Studiano quindi l’integrazione tra componente fisica, componente cognitiva-mentale culturale e l’ambiente.
Problemi chiave e controversie in psicologia
- Genetica vs ambiente: quanto del nostro comportamento è dovuto alla genetica e quanto all’ambiente?
- Cause consce vs cause inconsce del comportamento: in che misura influiscono?
- Comportamento osservabile vs processi mentali interni: su cosa dovrebbero concentrarsi gli psicologi?
- Libera scelta vs determinismo: come si spiega il nostro comportamento?
- Differenze individuali vs principi universali: nel nostro comportamento influisce più la nostra individualità o la cultura in cui viviamo?
La ricerca in psicologia
Uno dei compiti della psicologia è determinare quali supposizioni della “psicologia ingenua” siano corrette.
Il metodo scientifico
Tre fasi:
- Domanda (sulle cause del comportamento)
- Spiegazione: teoria (possibile spiegazione generale del fenomeno)
- Ricerca (per supportare o confutare la spiegazione)
Ricerca in psicologia
Per verificare la teoria si parte da un’ipotesi, la si operazionalizza (la si traduce in qualcosa di verificabile) e se ne valuta la validità tramite metodi di volta in volta diversi:
- Rassegne della letteratura: si esaminano i dati esistenti (censimenti, articoli di giornale…)
- Pro: metodo economico (dati già raccolti)
- Contro: dati non sempre pienamente pregnanti oppure mancanti
- Osservazione: si osservano alcuni specifici comportamenti che avvengono naturalmente (non apporta modifiche alla situazione)
- Pro: si osserva una situazione naturale
- Contro: non si riescono a controllare tutti i fattori di interesse (es. pochi casi rilevanti)
- Ricerca con sondaggio: si sceglie un campione di persone rappresentativo della popolazione e gli si pone una serie di domande particolarmente rilevanti.
- Pro: modo più semplice per sapere cosa le persone pensano, sentono e fanno
- Contro: campione non sempre rappresentativo, risposte imprecise, domande tendenziose
- Studio di casi: anziché un campione, si studia approfonditamente un singolo individuo o un piccolo gruppo
- Pro: conoscenza approfondita dei soggetti
- Contro: risultati non sempre generalizzabili
- Ricerca per correlazione: si esamina la relazione tra due gruppi di variabili (comportamenti, eventi o caratteristiche che possono in qualche modo cambiare) per determinare se siano correlate, in quale modo e in quale misura. Direzione e forza della correlazione sono misurate da un punteggio matematico, il coefficiente di correlazione, che va da +1,0 a -1,0 (correlazione positiva: proporzionalità diretta; negativa: proporzionalità inversa).
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