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Il modello motorio della mente

Recentemente si è affermato il cosiddetto "paradigma motorio": un modello di mente che è andato definendosi dagli ultimi decenni del secolo scorso in contrapposizione con quello che ha dominato la filosofia moderna e che è stato alla base delle scienze cognitive novecentesche. Nell'accezione di Thomas Kuhn (1962), il paradigma è una concezione del mondo, cioè un insieme di orientamenti teorici, assunzioni metafisiche e procedure sperimentali condivisi da una comunità scientifica in un dato momento (ovvero: un quadro di riferimento per spiegare fenomeni).

Il paradigma motorio della mente implica un modello teorico che considera la mente sostanzialmente radicata nella corporeità e nel movimento, ed è innovativo rispetto alla concezione tradizionale, che presupponeva una sequenza tra sensazione, percezione, produzione di rappresentazioni mentali e poi movimento o comportamento in senso lato. Per la teoria motoria della mente, non c’è separazione tra percezione e azione, tra afferenze sensoriali ed efferenze motorie.

Il cervello umano è oggi oggetto di uno studio multidisciplinare da parte di tutte quelle scienze che fanno parte delle scienze cognitive e delle neuroscienze sistemiche o olistiche, che ricercano le radici genetiche dell’uomo ben "al di sotto" e ben "prima" della coscienza e della volontà (nelle pulsioni vitali, nel movimento, nell’interazione con l’ambiente).

Il nuovo approccio, esteso su discipline diverse, attribuisce al movimento corporeo un ruolo fondamentale nello sviluppo della cognizione e della conoscenza ("fisiologia dell’azione"). Ovviamente, il corpo non è più inteso come la macchina automatica cartesiana, ma come una macchina biologica dotata di scopi e in interazione costruttiva con l’ambiente (preseleziona le informazioni sensoriali in funzione dell’azione). L’azione diventa così una "melodia cinetica", un insieme di movimenti coordinati in vista di un fine.

Il movimento non è solo esecuzione dei comandi dei centri cerebrali, ma è l’attività mentale stessa che è concepita in funzione dell’azione (pensare=decidere quale movimento realizzare successivamente). Le funzioni cognitive si scoprono quindi radicate nella biologia e nella storia (esperienza vissuta, cultura), e il cervello è considerato sempre di più uno strumento progettato per creare relazioni sociali.

Il presupposto per risolvere la dicotomia tra meccanismo corporeo e rappresentazione mentale, tra oggetto e soggetto, tra mondo e mente, è una visione sistemica dell’organismo, che considera essenziale la relazione tra organismo e ambiente: non esistono fattori genetici che possano essere studiati indipendentemente dall’ambiente.

La concezione classica della mente ha sempre dato per scontata una priorità della percezione rispetto all’azione, per cui quest’ultima è subordinata sia ai vincoli biologici, sia alle risorse cognitive che l’apparato sensoriale-percettivo gli rende disponibili. Nella nuova concezione (filosofia della mente + neuroscienze cognitive), invece, la mente non produce solo gli "output", ma anche gli "input", così come il corpo non si limita ad attuare comandi, ma contribuisce alla pianificazione del comportamento dettando le possibilità specie-specifiche di movimento nel momento stesso della percezione.

Il movimento, la percezione, l’azione

Considerare l’azione il requisito fondamentale perché si sviluppino le funzioni cognitive vuol dire partire dall’idea che l’organismo è un essere vivente in un rapporto reciprocamente costruttivo con l’ambiente (si modificano costantemente a vicenda). L’organismo e il cervello sono considerati "macchine biologiche", e non automatiche, come nel meccanicismo seicentesco.

Il cervello diventa una macchina che prevede le possibilità motorie dell’organismo nell’ambiente, che simula la realtà ancora prima di agire, e non un semplice generatore di risposte agli stimoli. Questo, infatti, richiederebbe troppo tempo in certe situazioni: deve avere già un ventaglio di risposte tra cui scegliere. Tra i modelli che crea ci sono anche quelli della mente altrui, essendo noi primati creature molto sociali.

Le neuroscienze cognitive sono quelle discipline che insieme tentano di capire quali siano le basi biologiche dei processi mentali e quindi del comportamento, cercando di individuare i circuiti neuronali che si definiscono nel sistema nervoso di un individuo in base alla sua interazione con l’ambiente. Kandel, uno dei massimi neurobiologi, le ha definite "neuroscienze sistemiche o olistiche" (approccio molare e top-down).

Il paradigma motorio produce una nuova immagine dell’uomo la cui specificità non sta più solo nelle cosiddette "funzioni cognitive superiori", come si è pensato da Cartesio in poi, ma innanzitutto nelle pulsioni vitali dell’organismo, nella propriocezione, nella cinestesia e nella grande e plastica capacità di muoversi in maniera efficace nell’ambiente.

L’azione si differenzia dal semplice movimento perché è sempre finalizzata, è una "configurazione di movimenti" orientati a uno scopo, ed è quindi sempre causata da bisogni, desideri o intenzioni. Lo scopo primario di tutti gli esseri viventi è continuare a vivere.

Per agire con efficacia, il soggetto deve conoscere la propria posizione all’interno dello spazio, quindi quella di tutte le parti che lo compongono, e per questo è fondamentale la cinestesia (percezione del movimento). L’armonia tra le parti e tra i movimenti è ben espressa dall’espressione "melodia cinetica" (Lurija, anni ’70). L’azione è più che una risposta a uno stimolo: ha una fondamentale componente anticipatoria dello stimolo.

Il movimento come fattore cognitivo in una prospettiva storica

La convergenza teorica nel riconoscere la necessità di un approccio dinamico e integrato al vivente e il ruolo fondamentale dell’attività motoria nella costruzione della mente, ha una lunga, seppur frammentata, gestazione storica.

Il modello della mente come computer (quindi movimento come semplice risposta a uno stimolo) ha dominato le scienze cognitive del secondo Novecento, ma la sua base meccanicistica risale a Cartesio (1596-1650), con la sua concezione sequenziale del comportamento della mente (il nuovo approccio presuppone invece un funzionamento in parallelo) e la sua netta separazione tra mente, corpo e ambiente.

Secondo Cartesio, l’uomo è l’unico dei viventi a essere composto di due sostanze ontologicamente diverse: la res extensa (il corpo, cioè materia organizzata) e la res cogitans (la mente, l’anima pensante). Il corpo funziona come le macchine idrauliche dell’epoca, con i nervi come tubi in cui scorrono gli spiriti animali (verso l’interno se si tratta di afferenze sensoriali; verso l’esterno si tratta di comandi motori).

La mente (il cogito), dalla sua sede nel cervello, è il fontaniere che gestisce il flusso. Essa però è ontologicamente diversa dal corpo (c’è un "fossato metafisico" che la separa), non può essere misurata o conosciuta scientificamente, dunque rimane oggetto solo della filosofia. L’unico mezzo con cui possiamo conoscerla è infatti il pensiero. Il collegamento tra mente e corpo è collocato da Cartesio nella ghiandola pineale. Qui è collocata la mente, qui prende atto delle afferenze sensoriali e da qui impartisce i comandi motori.

Nel suo meccanicismo, Cartesio ritiene che il comportamento possa essere studiato interamente sulla base dei riflessi, tranne per quanto riguarda le "funzioni mentali superiori", che sono qualcosa di completamente altro. Ritrarre la mano dal fuoco è un riflesso e non coinvolge componenti cognitive (la res cogitans). Queste entrano in gioco solo nei movimenti volontari e nelle funzioni superiori.

Cartesio si ispirava alle fontane di Versailles, che destavano ammirazione, per spiegare che anche il corpo, per quanto sorprendente, non è altro che una macchina ben congegnata. Pur con tutto ciò, tuttavia, deve presupporre un fontaniere, un "centro di controllo". La sua teoria non può spiegare del tutto l’uomo senza introdurre il cogito, un elemento con una funzione ontologicamente diversa. Da questa suddivisione, che ha influenzato per secoli filosofia e scienza, sono nati innumerevoli fraintendimenti e vicoli ciechi per entrambe.

Una diversa concezione del motorio: il passaggio da una teoria della conoscenza a una teoria del comportamento

Durante i secoli scorsi sono comunque emerse, in maniera "carsica", alcune proposte alternative su come guardare il rapporto mente-corpo.

Già nel Settecento, la macchina cartesiana (che non aveva percezione di sé, non cambiava nel tempo…) è stata superata dal concetto di organismo, inteso come macchina biologica e dunque dinamica (si modifica in funzione dell’ambiente). Nell’Ottocento, con Darwin, il concetto di organismo assumerà anche una connotazione temporale.

L’insufficienza dell’approccio cartesiano si rivela però soprattutto nello studio della mente su base sia filosofica che psicologica, affermato nella cultura anglosassone già dal Seicento. Hobbes (1588-1679) e Locke (1632-1704), maggiori esponenti dell’empirismo, svilupparono un nuovo modello della conoscenza. Concepiscono la mente allo stadio iniziale come una tabula rasa priva di ogni contenuto, che acquisisce un’identità individuale a seguito delle esperienze compiute dall’organismo in interazione con l’ambiente.

L’esperienza parte dalle percezioni e fornisce alla mente le idee, organizzate in moduli semplici (corrispettivi alle presunte unità di base della sensazione) uniti tra loro (Hobbes: "trains of thought", Locke: "associations"). Locke studia la relazione mente/corpo presupponendo che l’unica cosa che si possa conoscere è il modo in cui la conoscenza nasce e si organizza, a partire da un approccio funzionale (l’unico possibile). La sua teoria dell’associazione viene ripresa da David Hume (Trattato sulla natura umana) e poi, a metà ‘700, da David Hartley, che dalla conoscenza la allarga a tutta l’esperienza umana (Observations on Man…, 1749: prima opera nella quale si parla di "psicologia" in senso moderno).

La caratteristica più importante dell’opera di Hartley è la presenza di postulati neurofisiologici: l’associazione è possibile attraverso il sistema nervoso. Il contatto con gli oggetti esterni provoca infatti delle "vibrazioni" della sostanza nervosa che partono dagli organi di senso e si diffondono lungo nervi e midollo spinale fino al cervello. Queste vibrazioni generano le "vibratiuncles", una sorta di equivalente fisico delle idee. Hartley però non esplicita una causalità tra idee e sistema nervoso, ma di parallelismo psicofisico (presupposto che rimarrà diffuso fino al secondo ‘800).

Il modello di Hartley, per quanto puramente speculativo, pone comunque le basi di una psicologia fisiologica. Sulla base di questo modello, infatti, Erasmus Darwin (1731-1802) elabora la sua teoria speculativa dell’evoluzione (1794-96).

Anche James Mill (1773-1836) rientra nel filone del pensiero associazionistico: parte infatti dal presupposto che tutte le esperienze dell’individuo si risolvono in sensazioni e idee. A differenza di Hartley, però, limita la sua analisi alle sole capacità mentali e non al comportamento in senso lato (es. movimento). La sua psicologia è quindi esclusivamente una "mental science", senza alcuna considerazione fisiologica.

Di lì a qualche anno, John Stuart Mill (1806-1873) proporrà una versione più articolata delle dinamiche associative basandosi sul concetto di "chimica mentale", mentre Alexander Bain (1818-1903) produrrà un modello completo della mente e del comportamento, reintroducendo il corrispettivo fisico dei processi mentali, cioè il sistema nervoso e il movimento. L’associazionismo diventa quindi sensomotorio: tutta l’attività mentale di uomini e animali è da ricondursi ai sensi e al movimento.

Alexander Bain e la valenza propulsiva del movimento per lo sviluppo della mente

La teoria di Bain (anni ’60-’70 dell’800) è al tempo stesso il massimo sviluppo e l’inizio del superamento del paradigma associazionistico. Di lì a poco le indagini sul cervello e sulla mente passeranno dall’essere campo della filosofia a essere quello della psicologia, della neurofisiologia, della biologia e degli studi sul comportamento animale. Tutte queste discipline adottano la teoria di Bain come quadro teorico.

L’assunto di base di Bain è che il cervello sia l’organo principale della mente, anche se muscoli e viscere sono comunque correlati alla vita psichica. Ritiene quindi che il suo studio richieda l’intersezione di psicologia e fisiologia. Riprende la concezione parallelistica di Hartley rifiutando le due sostanze di Cartesio: c’è un’unica sostanza, con proprietà sia fisiche che mentali, che si sviluppano in parallelo.

Bain ritiene che alla base della conoscenza e di tutto il funzionamento psichico ci sia il movimento. L’organismo opera istintivamente una serie di movimenti casuali interagendo con l’ambiente e sperimentando così sensazioni diverse di piacere o dolore. Tra movimenti e sensazioni si sviluppa una serie di "connessioni acquisite" che sono alla base del funzionamento cognitivo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

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