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Daniel Dennett: la mente, le menti

Le nostre menti sono come trame complesse tessute da diversi fili, alcuni elementi sono antichi come la vita stessa, altri invece sono recenti come le ultime tecnologie. Un percorso evoluzionistico può aiutarci a capire come la mente e ciò che la compone siano arrivate alla forma attuale. Tale percorso evolutivo tuttavia non è lineare.

Capitolo 1

Nel suo libro Daniel Dennett vuole indagare che cosa sia una mente. Per fare ciò è necessaria un’indagine sia sul piano ontologico sia sul piano epistemologico. Il primo riguarda l’essere, perciò le tipologie di menti esistenti, mentre il secondo riguarda la conoscenza, quali tipi di mente conosciamo.

Cartesio nel '600 sosteneva che fosse solo l’uomo a possedere la mente mentre tutti gli altri esseri viventi ne sono privi. Potremmo però ribaltare l’ipotesi di Cartesio, potrebbero essere invece animali e piante ad avere una mente mentre noi esseri umani potremmo non averla o ancora potremmo presupporre di essere l’unica mente dell’universo; in questo consiste il solipsismo, che si rivela però falso perché si presuppone l’esistenza di altre menti oltre la nostra. Parlare di noi implica la falsità del solipsismo, il noi presuppone l’esistenza di un gruppo di privilegiati separati dagli altri esseri dell’universo.

Come facciamo a sapere che esistono altre menti? Per sapere quali tipi di mente esistono bisogna condurre uno studio ontologico mentre per conoscere le menti esistenti è necessario condurre uno studio sul piano epistemologico.

Secondo Cartesio, non solo l’uomo era l’unico a possedere la mente ma si identificava con la sua mente stessa. Il fatto solo di pensare dimostra già senza ombra di dubbio che io ho una mente: cogito ergo sum (penso quindi sono).

Per capire se gli altri esseri viventi possano avere o meno una mente, si prende come punto di riferimento standard la nostra mente, l’unica che conosciamo. Dire “io e il mio cane” suona assolutamente normale mentre appare strano dire “io e la mia ostrica”, da qui si capisce come sia scontato per noi il fatto che il cane possa avere una mente mentre l’ostrica no. Ciò apre la questione morale. Attribuire o meno una mente alle entità apre la questione della rilevanza morale, trattiamo con rispetto morale le entità che hanno una mente secondo noi e che appartengono alla categoria delle entità con una mente, ci preoccupiamo per loro.

La creduloneria consiste invece nell’affidare una mente ad entità che in realtà ne sono prive, ad oggetti inanimati, questo potrebbe portare a trascurare al contrario alcune entità che potrebbero realmente avere una mente. Questa questione è molto attuale ed è alla base ad esempio del dibattito sull’aborto, il feto per alcuni potrebbe avere una mente mentre per altri no.

Parola

L’essere umano si serve della parola per comunicare ed è ciò che lo distingue dagli altri esseri viventi. La parola serve per risolvere dubbi ed ambiguità e anche per unire, la conversazione unisce gli individui. Tuttavia, per Dennett, la parola non è un prerequisito fondamentale per stabilire il possesso di una mente perché: esistono categorie di persone che non possono o non vogliono comunicare; questo non può voler dire che tali persone non abbiano una mente, dobbiamo anzi accettare con umiltà la realtà e considerare il limite della nostra conoscenza.

Chiarito il fatto che esistano delle entità con una mente e delle entità che non la possiedono, la nostra inconoscibilità secondo Dennett riguarda:

  • Le menti che non comunicano
  • Il confine tra chi possiede o meno una mente

Per capire chi possiede o meno una mente non basta l’intuizione è necessario seguire un percorso storico evolutivo.

Capitolo 2

Le menti non sono sempre esistite, prima esistevano menti più semplici che si sono evolute in sistemi più complessi. I nostri antenati ovvero le macromolecole (DNA ed RNA) compivano delle azioni straordinarie, mutazione ed autoreplicazione, tuttavia non possono essere considerate menti come la nostra, sono e pongono le basi della vita ma tutto ciò che fanno è assolutamente inconsapevole infatti sono chiamate robot naturali. Fu proprio con le macromolecole che nacque la capacità di agire. Il loro modo di essere agenti tuttavia non è come il nostro in quanto esse agivano passivamente ed inconsapevolmente, attendevano che qualcosa accadesse, nonostante ciò svolgevano il loro compito in maniera perfetta.

Noi esseri umani siamo fatti di tanti piccoli robot naturali così come le piante e gli animali. Ciò significa che discendiamo tutti da un unico progenitore comune: le macromolecole. Noi siamo fatti di migliaia di miliardi di macchine e secondo Dennett questa è l’unica soluzione possibile poiché il dualismo è ormai frutto di una storia passata.

Queste macromolecole si sono successivamente evolute acquisendo prima un corpo e poi una mente: da cellule procariote hanno inglobato altri organismi diventando cellule eucariote, macchine straordinariamente complesse ma ancora prive di mente. Questi organismi erano in grado di autoprotezione ed autoregolazione ma non erano menti, agivano passivamente. Aristotele parlava di anima nutritiva: un elaborato principio di organizzazione che è forma ma non sostanza e che riguarda tutte le creature viventi poiché è semplicemente dettato dalla selezione naturale.

Adottare l’atteggiamento intenzionale

È una strategia che viene utilizzata per interpretare l’atteggiamento di un’entità trattandola come se fosse un agente razionale che orienta le proprie scelte sulla base di desideri e credenze. Questa prospettiva è quella che noi uomini utilizziamo nei confronti di altri uomini e potrebbe secondo Dennett essere una buona idea applicarla alle altre entità per comprendere i loro comportamenti. Questa strategia sfrutta le somiglianze per scoprire le differenze.

I caratteri dell’atteggiamento intenzionale emergono se messo a confronto con altri due atteggiamenti:

  • Atteggiamento fisico: è l’atteggiamento proprio delle scienze fisiche le quali elaborano previsioni basandosi sulle leggi fisiche. Questo atteggiamento viene utilizzato con artefatti o oggetti inanimati: spiegare come l’acqua bolle, spiegare la nascita delle montagne.
  • Atteggiamento del progetto: è un atteggiamento rischioso e una strategia che noi uomini utilizziamo molto frequentemente. Noi riconosciamo un oggetto poiché ci aspettiamo che segua un determinato progetto. Se mi regalano una sveglia ad esempio, un’analisi dei pulsanti mi potrà bastare a capire che quella è una sveglia e che seguirà un particolare progetto che chiamo con il nome “sveglia”. Questo atteggiamento tuttavia è rischioso poiché mi devo assicurare che quell’entità sia davvero frutto di un progetto e che tale progetto sia funzionante e non difettoso. È un atteggiamento che mettiamo in atto tutti i giorni: mettiamo il caricabatterie nella spina, schiacciamo pulsanti ecc..
  • Atteggiamento intenzionale: è l’atteggiamento più rischioso in assoluto ed è una sottospecie dell’atteggiamento del progetto che però si applica ad artefatti più complessi della sveglia ad esempio la scacchiera virtuale: la scacchiera sceglie le mosse migliori per vincere e le sceglie in base alle buone ragioni, non vi è nessuna legge fisica che glielo impone. Basta pensare a queste scacchiere virtuali.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Naomi1995 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof La Rocca Claudio.
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