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Capitolo 1. Introduzione

Programmi televisivi come i documentari scientifici dimostrano il fascino che esercita sulla nostra cultura quello che Dupré chiama scientismo, una concezione esagerata e spesso distorta di quello che la scienza è in grado di fare o di spiegarci. Nello scientismo rientra anche l’idea che a qualsiasi domanda per la quale esista una risposta è meglio che risponda la scienza. Il tema di questo libro è proprio l’effetto di questo tipo di scientismo sui tentativi di comprendere la mente umana e il comportamento umano attraverso il quale si esplica.

Sociobiologi e economisti, biologia ed economia vanno molto d’accordo. I biologi ci diranno quello che le persone fondamentalmente vogliono, e gli economisti ci diranno come agiranno per assicurarsene la maggior quantità possibile. Questo è soltanto un accenno a una spiegazione scientifica del comportamento umano che ha conseguenze enormi. La cattiva scienza quando applicata alla natura umana o alla società, rischia sempre di generare una cattiva pratica. E se c’è un buon motivo per diffidare di una scienza ambigua è proprio perché avalla politiche sociali molto dannose.

Dupré cerca di dimostrare come la scienza, come viene tradizionalmente concepita, sia limitata nelle sua capacità di dare una risposta alle domande più profonde che ci poniamo, e in particolare, di rispondere alle domande sulla natura e sulle cause del comportamento umano. L’unica speranza di trovare una risposta illuminata a queste domande è di tipo pluralistico, un approccio che attinga sia alla conoscenza empirica derivabile dalle varie scienze, sia alla saggezza e alla comprensione della natura umana che si possono derivare da studi più umanistici.

Si ritiene che il compito della scienza sia quello di dimostrare perché le cose si comportano come fanno rivelando il modo in cui le parti che la costituiscono interagiscono tra di loro per produrre quel comportamento. Anche se non siamo in grado di arrivare al livello più elementare della struttura con la spiegazione meccanicistica possiamo andare in quella direzione. Il meccanicismo per Dupré ha dimostrato di essere meravigliosamente in grado di spiegare come funzionano le cose. Ma quando si cerca di spingerlo oltre questo ruolo limitato per trasformarlo in una visione metafisica generale del mondo, diventa disastroso. Perché in realtà noi non vogliamo soltanto sapere come funzionano le cose, vogliamo sapere che cosa fanno e perché.

Le distorsioni della visione meccanicistica acquisiscono un’ulteriore dimensione quando sono applicate al comportamento degli esseri viventi. Noi non siamo delle macchine, per cui non possiamo essere analizzate come loro; gli esseri viventi crescono, si sviluppano, e tutto ciò è strettamente legato alle innumerevoli interazioni che l’uomo ha con l’ambiente in cui vive. La psicologia evoluzionistica estende questo errore alla sfera più complessa di tutte, quella del cervello umano. È ovvio che il cervello umano si sviluppi, almeno in parte, in risposta a un gran numero di stimoli ambientali, e sebbene gli psicologi evoluzionisti non siano così sciocchi da negarlo fanno di tutto per sminuirne l’importanza.

Questo riduzionismo metodologico favorirà la spiegazione dei fenomeni in base alle loro proprietà intrinseche piuttosto che sottolineare l'influenza esercitata su di essi dal contesto e dall’ambiente. Le caratteristiche intrinseche sono più stabili di quelle contestuali, perciò la scienza le preferisce a quelle contestuali.

Altrettanta se non maggiore importanza hanno nella scienza le esemplificazioni concrete di modelli, che sono principalmente di due tipi:

  • Gli artefatti e le macchine, progettati per comportarsi in modo altamente prevedibile essenzialmente attraverso elaborate precauzioni per evitare qualsiasi interferenza con comportamento previsto.
  • Gli esperimenti scientifici, simili alle macchine, i quali però sono più difficili da portare a compimento con successo. Uno dei motivi principali risiede nel fatto che bisogna fare molta attenzione nell’evitare l’interferenza di fattori non previsti al momento della progettazione dell’esperimento. Di solito un esperimento non riesce mai al primo tentativo e ci vuole molto intuito per capire quali siano i fattori imprevisti che interferiscono sulla sua riuscita e come possano essere eliminati.

Attraverso essi la scienza si presuppone di rivelare le proprietà dei fenomeni naturali e quindi di comprendere e prevedere i nostri comportamenti. Gli scienziati che studiano gli esseri umani o le società umane spesso sostengono di lavorare costruendo modelli. Un modello è un analogo teorico di una macchina. Un modello prende in considerazione il modo in cui un particolare insieme di fattori interagirà partendo dal presupposto che non esistano altri fattori rilevanti. Se invece, ne esistono, il modello non corrisponderà molto bene alla realtà. Quando i modelli non funzionano bene di solito si interviene cercando di introdurre nuovi fattori.

Questa concezione dei modelli scientifici è nemica del robusto empirismo; non c’è niente di male a ipotizzare che questi modelli siano semplicemente un primo passo verso la costruzione di modelli più complessi e più supportati da prove empiriche. Ma se uno sviluppo del genere non è né previsto né programmato, questa motivazione non è sufficiente a soddisfare le esigenze di un atteggiamento empirico nei confronti della scienza.

La visione meccanicistica e riduzionistica della scienza favorisce naturalmente il progetto di concepire gli esseri umani come macchine dotate di sotto unità mentali ben distinte (moduli mentali) destinate a rispondere a particolari caratteristiche dell’ambiente, perché questa, in realtà, verrebbe vista come un’applicazione agli esseri umani dei modelli meccanicistici tipici della nostra scienza di maggior successo.

Capitolo 2. I fondamenti della psicologia evoluzionistica

In questo capitolo Dupré ha presentato una panoramica di alcuni recenti tentativi di usare la teoria di Darwin per spiegare la natura umana, e ha illustrato alcuni dei maggiori ostacoli che un progetto del genere incontra. Si inizia parlando delle critiche alla sociobiologia (Wilson O. E.): le argomentazioni dei sociobiologi ruotavano attorno solamente all’osservazione che certi tipi di comportamento avrebbero incrementato le possibilità riproduttive dei nostri antenati e che quindi si poteva supporre che si fossero evoluti.

Una pietra miliare della critica alla sociobiologia fu l’influente saggio di Stephen Gould e Richard Lewontin del 1979. Il loro saggio riguarda quello che loro chiamavano “adattazionismo”, cioè l’idea che ogni tratto arbitrariamente selezionato di un organismo dovesse essere un adattamento, vale a dire, dovesse essere una qualche funzione che ne giustificasse la selezione nel corso dell’evoluzione. Grazie all’esempio dei pennacchi della basilica di San Marco a Venezia fecero osservare che in un oggetto funzionalmente integrato come un organismo, alcuni tratti particolari sono fortemente vincolati dalla struttura complessiva e dal funzionamento dell’organismo stesso.

Secondo i sociobiologi, tutti i comportamenti umani si potrebbero spiegare ammettendo che la nostra mente sia costituita da moduli, ciascuno dei quali si riferisce a un’azione, cosicché esisterebbe un modulo per il corteggiamento, uno per il sesso e uno anche per lo stupro. Oltre alla gravità dell’affermare che esista un modulo per lo stupro, e quindi creare una giustificazione per un atto criminale, si possono notare anche discrepanze di tipo logico-razionale. Infatti, pur accettando l’esistenza di questi moduli, non si capisce in che modo si stabilisca una precedenza di uno rispetto a un altro. In altre parole, non è chiaro perché una persona scelga di usare un modulo invece di un altro, visto e considerato che, in situazioni simili, ogni persona sceglie di comportarsi in un modo diverso.

A metà degli anni ottanta il termine sociobiologia divenne sempre meno popolare e le ipotesi evoluzionistiche sul comportamento fecero la loro comparsa, sotto la denominazione di psicologia evoluzionistica. Il nocciolo della psicologia evoluzionistica è fondato sul principio che: la mente umana, come il corpo umano, è un sistema evoluto per selezione naturale. In quanto tale, consiste in una serie di adattamenti, cioè meccanismi innati e specializzati per svolgere determinate funzioni. Le funzioni degli adattamenti psicologici possono essere molteplici, ma devono in ultima analisi essere dirette ad un migliore successo riproduttivo, unico motore dell’evoluzione.

L’uomo, come tutti gli animali, ha fronteggiato per millenni una serie di problemi tipici della sua specie: non farsi uccidere, trovare del cibo, comunicare con i suoi simili, orientarsi, trovare un partner e allevare dei figli, costruire degli utensili, pianificare il futuro, conquistare e mantenere una reputazione sociale, gestire i rapporti familiari e così via. La mente attuale è il prodotto di una lunghissima storia evolutiva in cui sono sopravvissuti i geni di coloro che meglio degli altri sono riusciti a fronteggiare con successo questi problemi.

Nel frattempo, la nostra specie ha acquisito le caratteristiche fisiologiche, sociali e comunicative che la caratterizzano. L’ambiente in cui questa evoluzione è avvenuta, inteso in senso globale (comprendendo i luoghi e le modalità di vita, le altre specie animali e gli altri esseri umani), viene chiamato “ambiente di adattamento evoluzionistico (AAE)”. L’AAE può essere esemplificato dalla vita delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti, che tra tutti gli esseri umani vivono nelle condizioni (ambientali e sociali) più simili a quelle in cui i nostri antenati sono vissuti per centinaia di migliaia di anni. In altri termini, la nostra mente è adattata per massimizzare il successo riproduttivo in condizioni di vita simili a quelle in cui si trovano i popoli un tempo definiti “primitivi”.

L’intervallo di tempo che separa questo stile di vita dalla nascita delle civiltà e dal nostro mondo attuale è, sul piano evoluzionistico, troppo breve per aver condotto a modifiche di rilievo nella struttura del nostro corpo e della nostra mente. Noi siamo, biologicamente, gli uomini dell’età della pietra.

Capitolo 3. La psicologia evoluzionistica del sesso e del genere

Successivamente, l’autore passa in esame le teorie che si riferiscono alla cosiddetta sociobiologia del sesso e del genere. Secondo queste ultime gli uomini e le donne sarebbero fondamentalmente diversi a causa di una differenza innata che li spinge a fare di volta in volta scelte molto diverse gli uni dagli altri. Le donne sarebbero spinte dal desiderio di avere figli e di crescerli bene, pertanto sarebbero portate a cercare un partner che garantisca loro la sicurezza, sia essa intesa come protezione fisica, quindi un uomo forte e muscoloso, sia essa intesa come sicurezza economica. I più ambiti sono quindi gli uomini forti, ma soprattutto benestanti. Questa seconda proprietà, infatti, è la più importante perché particolarmente utile per far crescere i figli nel modo migliore, garantendo loro un futuro roseo.

Per quanto riguarda gli uomini, invece, gli impulsi che li spingerebbero all’azione sarebbero di tutt’altra natura, essi sarebbero attratti più che altro dall’aspetto fisico delle donne, cosa che garantirebbe una maggiore possibilità di riuscita per la gravidanza. Per questa ragione preferirebbero avere relazioni con donne più giovani. La giovane età della donna, inoltre, sarebbe, sempre secondo i teorici della sociobiologia del sesso e del genere, una garanzia di verginità, altro requisito molto importante per la scelta di una donna per un uomo.

La difficoltà, e fino a poco tempo fa l’impossibilità, di accertare la paternità di un figlio, è per i maschi un motivo di grandissima frustrazione che solo la fedeltà della donna può contribuire a sedare. Non esistono, però, garanzie che la donna non tradisca il proprio compagno, l’unico fattore che possa essere d’aiuto per questa sensazione di impossibilità in cui si trova il maschio è rappresentata, secondo questi scienziati, dal sapere che fino a quel punto la donna abbia mantenuto un comportamento per così dire irreprensibile.

Inutile dire che il rischio principale è quello di cadere in una serie di banalità e di stereotipi sociali come per esempio la necessità che la donna sia vergine o che l’uomo debba essere più anziano, oppure che ciò che cerchino le donne in un uomo siano solo i soldi e il benessere economico. Si potrà notare facilmente che si tratta di una concezione semplicemente ancorata alla tradizione che troppo spesso giustifica teorie maschiliste di sottomissione della donna.

Il fatto che spesso succeda così non significa che questo sia dovuto a cause genetiche e che quindi segua una legge deterministica che porta per forza di cose a questi risultati. Esistono anche altre cause che hanno questi effetti come risultati, per esempio il fatto che in molte società un uomo già affermato scelga una donna molto più giovane, mentre raramente accade il contrario, può essere dovuto anche al fatto che avere un o una partner più giovane rappresenta senz’altro un privilegio, un segno di affermazione sociale e potere che nelle società contemporanee viene ancora destinato in maggioranza agli uomini piuttosto che alle donne.

La verginità, poi, è anche un segnale di sottomissione al maschio e il desiderio da parte degli uomini di ritrovarla in una donna può essere dovuto al desiderio di possessione, dovuto anche questo a una posizione di dominio sociale dell’uomo nelle nostre società. Anche la ricerca di benessere economico da parte delle donne in un uomo può essere dovuta anche ad altri fattori che non siano legati alla procreazione e alla gravidanza. Troppo spesso, infatti, la donna è confinata a un ruolo subalterno nella società e incontra molti ostacoli per la propria affermazione sociale e economica, pertanto il fatto di avere una relazione con un compagno ricco o almeno benestante le garantirebbe una vita più agiata. Ma tutti questi elementi di ricerca si annullerebbero se vivessimo in una società che garantirebbe maggiore equità tra uomini e donne.

Un altro argomento molto considerato da questi teorici della sociobiologia del sesso è lo stupro. Questo viene considerato un comportamento normale e istintivo nei maschi che cercano in questo modo di garantirsi una discendenza. In base alle teorie che abbiamo visto prima, secondo questi scienziati, gli uomini appartenenti a una classe sociale medio – alta non avrebbero grossi problemi a trovare qualcuna per potersi accoppiare, mentre quelli di un ceto sociale basso riscontrerebbero delle enormi difficoltà per realizzare questo scopo e sarebbero, di conseguenza, portati a usare la violenza per uscire da questa strada senza uscita.

L’immagine stereotipata dello stupratore povero e disadattato socialmente che si apposta nei vicoli bui della città in attesa che qualche poveretta passi di là, è piuttosto evidente. Peccato che basti guardare i dati di moltissime ricerche volte a scoprire l’identità dello stupratore tipo per scoprire che nella maggior parte dei casi non si tratta di sconosciuti, ma di persone molto vicine alla vittima, conoscenti, amici e spesso addirittura persone appartenenti alla stessa cerchia familiare come padri, mariti della madre, e così via.

Spiega, infatti, lo stesso Dupré: “Anche se alla fine tutto quello che facciamo ha come scopo la sopravvivenza e la riproduzione, le strade per raggiungere questi fini sono diverse e a volte molto ardue. La sopravvivenza e il valore ai fini riproduttivi di un partner sessuale dipendono da cose come la salute, l’alimentazione, l’abbigliamento e da mezzi ancora più generali per ottenere queste cose come il denaro e l’istruzione” (p. 128).

Capitolo 4. Il fascino e le conseguenze della psicologia evoluzionistica

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

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