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compiti della biologia. Ma nel corso della storia degli esseri viventi si sono

susseguite milioni di specie diverse. Quindi l’unica conclusione che possiamo

trarne è che non ci si può aspettare che il concetto di specie sia applicabile

attraverso i tempi evolutivi. Su una scala temporale più ridotta, tuttavia,

possiamo aspettarci che esistano specie obiettivamente e nettamente definite.

Il problema che sorge è che spostandosi nello spazio si troverà un continuum di

forme che non si riscontrano a livello locale.

I lignaggi si separano continuamente. La maggior parte dei “rami” rimane

distinta per un periodo di tempo relativamente breve per poi estinguersi o

fondersi di nuovo con quel che resta del lignaggio. Quando ricostruiamo la

storia della vita, identifichiamo solo i rami che sono rimasti distinti per un

periodo di tempo abbastanza lungo prima di estinguersi oppure di fondersi

nuovamente con altri discendenti del ceppo ancestrale. Solo questi rami sono

identificabili. Alla fine ogni ramo andrà incontro a uno di questi due destini. E

nell’arco dell’evoluzione la stragrande maggioranza andrà incontro

all’estinzione.

Le specie culturali gli esseri umani che vivono nelle società moderne

appartengono a gruppi culturali diversi e vari aspetti del loro repertorio

comportamentale sono influenzati dalla loro appartenenza a questi gruppi. La

diversità culturale rappresenta oggi un tema controverso, ma diverse forze

della modernizzazione stanno spazzando via la diversità culturale. Nel caso

delle culture umane più isolate questo fenomeno coincide con la già citata

distruzione degli habitat. Ma ancor più onnipresente è la globalizzazione

commerciale che offre agli abitanti di città diverse e lontane tra loro, forme di

divertimento e modi di pensare sempre più omogenei.

L’imperialismo scientistico (inteso come unica conoscenza valida della natura)

o scientismo monisticouno dei manifesti più recenti dell’imperialismo

scientistico è il libro di Norman Levitt “Prometheus Bedeviled”(1999). Levitt

diventò famoso per il ruolo svolto nelle cosiddette “guerre scientifiche” come

fustigatore dei più presuntuosi tra gli umanisti e studiosi di scienze sociali,

ovvero quelli che si permettono di parlare in modo irrispettoso della scienza.

Levitt è convinto che la scienza sia indiscutibilmente una “cosa buona”. Per lui

la scienza è l’unica verità. Duprè è d’accordo sul fatto che nel complesso la

scienza sia una “buona cosa”, ma l’errore di Levitt è che egli non fa nessuno

sforzo per dirci in che cosa consista precisamente la scienza, non ci spiega cosa

renda la scienza scientifica.

Capitolo 6. La teoria della scelta razionale

Se dovessimo individuare un modello di riferimento per le scienze sociali, come

lo è la storia dell’evoluzione nei confronti delle scienze biologiche, questo

sarebbe sicuramente la teoria della scelta razionale. Per introdurre questa

teoria, bisogna partire da un interrogativo più filosofico: “Come possiamo

spiegare un’azione umana?”. La risposta accettata dalla maggior parte dei

filosofi che se ne sono occupati è stata: per spiegare un’azione dobbiamo

stabilire a quale fine sia diretta e individuare la convinzione o la serie di

convinzioni che mettono in rapporto l’azione con quel fine. Può anche darsi

però che non tutte le azioni umane richiedano una spiegazione. Ad esempio

chiedere il perché un individuo mangi con la forchetta, la spiegazione sarà

perché la sua cultura prevede che a tavola si mangi con la forchetta e non con

le mani. La spiegazione non riguarderebbe l’azione individuale ma la norma

culturale. Vale la pena sottolineare come alcune volte le domande sui

comportamenti umani trovino la loro spiegazione nelle norme sociali alle quali

un individuo semplicemente si conforma, altre volte trovano risposta nei

progetti più specifici dell’individuo, ed è soltanto in questo secondo caso che

sorge il problema della razionalità nel senso ipotizzato dalla teoria della scelta

razionale.

La teoria della scelta razionale presume che l’azione umana siano, a parità di

condizioni, le migliori possibili per chi le compie. Quindi le azioni basate

principalmente su quello che l’individuo vuole, come desiderio e bisogno.

Questa teoria ha forti tendenze imperialistiche, e i suoi principali esponenti

sono gli economisti. Gli economisti, cosi come gli psicologi evoluzionisti, sono

riluttanti sul dirci come le persone stabiliscano gli scopi che cercano di

raggiungere quando compiono delle scelte (allo stesso modo gli psicologi

evoluzionisti evitano con cautela di accennare ai meccanismi psicologici che

generano comportamenti apparentemente automatici). Quindi queste due

teorie sono potenzialmente complementari tra loro: la psicologia

evoluzionistica ci dice quello che le persone vogliono, la teoria della scelta

razionale ci dice cosa fanno per ottenerlo.

Il cuore della teoria della scelta razionale è l’economia. Nella teoria economica

contemporanea predomina quella che ormai viene chiamata “economia

neoclassica”. Le sue principali varianti sono incentrate su due idee:

Quella dell’individuo che cerca razionalmente di massimizzare il proprio

 utile;

Quella del mercato.

L’homo oeconomicus fa la sua comparsa nel mondo con un fagotto di merci e

una serie di gusti o preferenze, e si avvia al mercato per scambiare le sue

merci con quelle degli altri agenti simili in modo da trarne entrambi un

vantaggio reciproco. Il locus classicus di questa teoria è il primo libro della

“Ricchezza delle nazioni” di Adam Smith. Questo libro si apre con una

discussione sugli enormi vantaggi che si possono avere da una sempre

maggiore concentrazione e dedizione del lavoratore a un unico compito. E

soprattutto gli enormi vantaggi che si possono ottenere attraverso la divisione

del lavoro, permettono a tutti di avere una quantità maggiore di quello che

desiderano. La teoria dei mercati più formale presume un mercato

perfettamente competitivo, vale a dire un mercato nel quale un gran numero di

compratori e venditori scambia una merce perfettamente omogenea ed è in

possesso di informazioni complete. Questa teoria la troviamo già in Smith.

L’idea è semplicemente che qualsiasi prezzo al quale una quantità maggiore o

minore di quella offerta verrà richiesta creerà una situazione competitiva o tra i

compratori o tra i venditori, i quali sposteranno il prezzo verso un nuovo punto

di equilibrio. Se è il prezzo è troppo alto per smaltire le scorte, la concorrenza

tra i venditori che vogliono vendere lo farà scendere; se il prezzo è troppo

basso, la concorrenza tra i compratori che non riescono a soddisfare i propri

desideri lo farà salire. Ma sebbene esistano mercati importanti che si

avvicinano alle condizioni previste da questa teoria, molti non vi si avvicinano

affatto. Quello che Duprè intende sottolineare è che i mercati sono

estremamente diversificati tra loro: le varie caratteristiche che li differenziano

portano a comportamenti molto diversi e tutte queste imperfezioni possono

produrre comportamenti imprevedibili e disordinati. Quindi, in conclusione,

cercare di applicare il concetto di mercato a certi aspetti del comportamento

umano che sono molto lontani dal concetto di scambio tra merci e denaro

provoca confusione. E molti dei progetti che provano a spiegare il

comportamento umano attraverso le teorie economiche spesso provocano

grande confusione.

Un esempio da proporre è quello del fenomeno che sicuramente è fonte di

grande imbarazzo per i socio biologi: il calo delle nascite che si è verificato

negli ultimi decenni nei paesi più ricchi del mondo. L’economia potrebbe

rivelarsi adatta a studiare questo fenomeno. Il locus classicus di questo

tentativo è rappresentato dal “Treatise on the family” di Gary Becker. Becker

parte da una descrizione del mercato matrimoniale in cui gli uomini e le donne

cercano di trovare partner con i quali possono costruire una famiglia secondo i

principi di massima utilità. Dopo che queste associazioni si sono formate, i loro

membri devono decidere come utilizzare le loro risorse per ottenere il massimo

utile possibile. Una delle cose che maggiormente tendono a produrre e a

consumare sono i figli. Becker poi introduce la distinzione tra due possibili tipi

di utilità per una famiglia: una basata sulla quantità, l’altra sulla qualità dei

figli, cioè se le famiglie preferiscono avere più figli ma meno di meno qualità,

oppure un figlio solo di alta qualità. Sono state proposte diverse spiegazioni

relativi ai cambiamenti di preferenza avvenuti con lo sviluppo economico.

Mentre l’agricoltura di sussistenza richiedeva un gran numero di figli da usare

come manodopera a basso costo, le economie sviluppate offrono una gamma

di opportunità economiche che fanno aumentare la convenienza di investire

nella produzione di figli di qualità.

I problemi dell’imperialismo economico l’economia concepisce il

comportamento umano come un esercizio di scelta “razionale”. Presuppone

che, prima di prendere una decisione, una persona calcoli quale azione possa

comportare maggiori benefici rispetto ai costi. Se è vero che le persone sono

motivate da qualche preoccupazione per il benessere altrui, o dal desiderio di

comportarsi com’è consuetudine fare nel loro gruppo sociale, o secondo il loro

concetto di moralità, di dovere e così via, un comportamento che soddisfi

questi criteri sarà semplicemente visto come utile dall’agente. In questo caso,

“l’utilità” non va necessariamente vista come qualcosa di misurabile, ma

soltanto come un artificio per descrivere una serie coerente di preferenze.

La visione economicistica del comportamento umano è scientistica nel senso

che è di particolare rilevanza e particolarmente dannosa per lo studio del

comportamento umano. È scientistica in quanto concepisce se stessa come

una riflessione oggettiva e disinteressata sul comportamento umano.

Quest’ultimo non è però costituito da una serie immutabile di fenomeni in

attesa di una corretta analisi scientifica, ma è soggetto a continua evoluzione

storica.

L’ultima obiezione di Duprè alla sostanza dell’economicismo riguarda gli aspetti

più puramente metodologici dello scientismo. Sebbene la teoria della scelta

razionale non sia micro riduttiva nello stesso senso in cui lo è la psicologia

evoluzionistica, rientra sicuramente in un più ampio programma riduzionista,

come dimostra il suo impegno a fornire spiegazioni di fenomeni economici a

livello sociale facendo appello a comportamenti individuali. È comunque

riduttiva nel senso più ampio che ci interessa ai fini di questo libro, e in

particolare a causa della sua dedizione alla mono causalità: cerca di

interpretare aree del comportamento sempre più vaste esclusivamente in

termini di massima soddisfazione dei desideri alla luce delle convinzioni. Quello

di cui non si tiene realmente conto è il fatto che le azioni umane sono guidate

da principi sui quali non sempre hanno il sopravvento le minute considerazioni

di utilità personale. Alcuni esempi di questi principi sono gli ideali morali e

politici, le regola di buone maniere e di buon gusto (…).

I temi centrali della metodologia scientisticaduprè ora si occupa degli

imperativi metodologici dell’economia. Gli approcci economici seri alle

questioni comportamentali non si limitano a suggerire in che modo i fattori

economici possano influire sulle questioni umane ma sentono la responsabilità

professionale di presentare questi suggerimenti in forma semi-matematica

(vedi pag 146 a 149).

Economia semplicistica vs pluralismo sofisticato: il caso del lavoro spesso si

tende a prendere troppo sul serio e alla lettera i modelli astratti che vengono

proposti dalla scienza in generale. Ecco un esempio che costituisce uno dei

temi centrali della teoria economica: lo studio dei fenomeni legati al lavoro e le

teoria che ne derivano. Il lavoro compare sotto varie forme nelle teorie

economiche, ma nella storia dell’economia viene sempre più considerato come

un fattore produttivo acquistabile sul mercato. Esiste quindi un mercato del

lavoro molto simile a quello delle materie prime nel quale i produttori cercano

di sfruttare in modo più efficiente e quindi più redditizio le risorse disponibili.

Un’antica tradizione considera il lavoro come “pena e disturbo” (Smith). Ma per

Smith questa pena e disturbo erano anche la fonte di ogni valore. L’opposto del

lavoro per Smith è la “comodità” anche se osserva che “è interesse di ognuno

vivere il più comodamente possibile”. Qui abbiamo quindi due dei significati del

lavoro: Da una parte è una fonte di disagio, una cosa da evitare;

- Dall’altra è una fonte di valore, ciò che trasforma quando la natura

- produce in quello che gli uomini desiderano o di cui hanno bisogno.

Il secondo di questi significati, che dà origine alla cosiddetta “teoria del

valore-lavoro” è soprattutto associato a Marx: il lavoro offre la possibilità di

soddisfare i bisogni e i desideri umani. C’è un’altra importante concezione del

lavoro che troviamo in Marx, e che contraddice l’idea smithiana di pena e

disturbo e quella del lavoro come qualcosa che svilisca. È l’idea che il lavoro sia

uno strumento di autorealizzazione. Marx ritiene che sia soltanto l’alienazione

a trasformare il lavoro in qualcosa da evitare. Un altro pensatore che sottolineò

il ruolo del lavoro come strumento di autorealizzazione è Stuart Mill.

La scelta di una professione, poi, è influenzata in misura maggiore o minore dai

benefici economici che ci si aspetta di ottenere. Smith dedica un capitolo della

sua “Ricchezza delle nazioni” ai numerosi e diversi motivi della grande

disparità di retribuzione tra le varie occupazioni. Smith ipotizza che queste

differenze possano essere spiegate partendo dal presupposto che riflettono le

scelte razionali degli individui. A questo scopo individua cinque cause di

disparità:

In primo luogo, le occupazioni non sono tutte altrettanto piacevoli;

1. La seconda considerazione riguarda la facilità o difficoltà di imparare un

2. mestiere e le spese che comporta;

Il terzo fattore è la regolarità o irregolarità dell’impiego;

3. Il quarto è il grado di fiducia che deve essere riposta nel lavoratore;

4. Il quinto sono le probabilità di successo, il cui il basso livello spiega le alte

5. parcelle richieste dagli avvocati.

Il fattore più importante è il 1°: perché se come dicevano Marx e Mill, il lavoro è

uno strumento fondamentalmente di autorealizzazione, allora il lavoro deve

piacere a colui che lo svolge.

Ecco però alcuni problemi legati al lavoro che sono totalmente indipendenti dai

processi di scelta individuale:

La concezione del lavoro come mezzo per dare un significato o uno

• scopo alla vita umana.

L’influenza dei processi socio-culturali nel conferire uno status diverso

• a differenti tipi di lavoro, stabilendo quindi che certe occupazioni

attribuiscono un maggior significato alla vita di altre.

I processi che determinano la diversa retribuzione delle varie

• occupazioni.

Il fatto che le persone acquisiscono il diritto a svolgere lavori che

• comportano un maggior o un minor status sociale in buona parte,

anche se non esclusivamente, per motivi ereditari.

Senza dubbio esistono molti altri problemi del genere. Si tratta di problemi

storici, sociologici o antropologici, e soltanto una combinazione tra queste varie

prospettive può cercare di rendere giustizia ai fenomeni.

Economia positiva e normativa L'economia positiva analizza in maniera

scientifica, oggettiva, il funzionamento di un sistema economico; l'economia

normativa invece si basa su giudizi di valore ed opinioni personali. Un esempio

semplicissimo: il governo introduce una imposta su di un bene.

Positiva si intende una scienza empirica che aspira ad analizzare "ciò

- che effettivamente è", ossia i fenomeni come essi si presentano. In

quest'ambito di studio è solito trovare teoremi e definizioni.

Normativa si intende lo studio finalizzato a individuare "ciò che

- dovrebbe essere", ossia gli interventi e i precetti necessari per

raggiungere determinati obiettivi socioeconomici. In quest'ambito di

studio è solito trovare consigli empirici e precetti.

Capitolo 7. Libero arbitrio

Spesso a livello inconscio sono proprio i timori per l’autonomia umana che

hanno suscitato ostilità nei confronti di questi progetti scientifici, o scientistici.

Finora questo libro ha cercato di dimostrare che per comprendere veramente

una sfera complessa e collegata a tanti fattori come quella del comportamento

umano è necessario adottare una pluralità di prospettive diverse.

Libero arbitrio e determinismo spesso si è sostenuto che la dottrina del

determinismo sia in conflitto con quella del libero arbitrio. Non è affatto

evidente come l’indeterminismo, ovvero la negazione del determinismo, possa

rendere il libero arbitrio meno problematico. Negli ultimi tempi, buona parte del

dibattito su questi temi è consistito nel chiedersi se quando affermiamo che

un’azione è libera, intendiamo dire che l’agente avrebbe potuto comportarsi

diversamente. Di solito si presuppone che, se la tesi deterministica è valida,

l’agente non avrebbe potuto dare diversamente, e di conseguenza non

potremmo sostenere di essere liberi. Ma da quanto detto in precedenza appare

chiaro che, anche se la tesi deterministica fosse falsa, non è affatto ovvio in

quale modo, se l’agente avesse potuto agire altrimenti da come ha fatto, ciò

possa confermare una qualche teoria del libero agire.

L'ultimo capitolo, infatti, di particolare interesse, è dedicato al problema che

affligge da secoli la filosofia della mente: il libero arbitrio. Per libero arbitrio

possiamo intendere due definizioni: a) un agente è libero quando può scegliere

altrimenti; b) un agente è libero quando può controllare le proprie azioni, cioè

quando autodetermina le proprie azioni, e quando è causa originante della

catena causale delle proprie azioni.

Ricordiamo quali sono le posizioni fondamentali riguardanti il problema del

libero arbitrio. Esse di distinguono in due categorie: gli incompatibilisti e i

compatibilisti. Gli incompatibilisti sostengono che il libero arbitrio è

incompatibile con il determinismo meccanicistico. Ci sono varie versioni di

incompatibilismo. I dualisti sostengono che la libertà umana è incompatibile

con la natura determinata, allora devono esistere due dimensioni

ontologicamente differenti: la mente e la materia. I deterministi sostengono

che non esiste la libertà umana, la quale è una pura illusione. Gli indeterministi

sostengono che esiste il libero arbitrio in quanto è falso il determinismo, cioè i

fenomeni naturali non sono causalmente determinati. I compatibilisti, di contro,

sostengono che libero arbitrio e determinismo causale possono coesistere,

sono appunto compatibili - in particolare che le azioni umane siano

causalmente determinate da desideri, credenze, intenzioni, e così via.

Naturalmente avere due piedi in due staffe, porta il compatibilista ad affrontare

alcuni problemi non di poco conto: 1) il problema metafisico della libertà, vale a

dire se ogni evento è causalmente determinato da un altro evento, e le azioni

umane sono degli eventi causati dalla volontà dell'agente, a sua volta la

volontà dell'agente deve essere causata da un altro evento (psicologico,

biologico, ambientale), pertanto paradossalmente non possiamo scegliere

altrimenti in quanto la nostra volontà è causalmente determinata da un evento

X precedente all'azione ed alla volontà; 2) il problema dell'autodeterminazione,

per il determinismo causale ogni evento è eterodeterminato, cioè è

determinato da un altro evento, così anche la nostra volontà è

eterodeterminata, se ne consegue che non possiamo controllare le nostre

azioni in quanto determinate da cause esterne alla nostra volontà e ne

consegue ulteriormente che non possiamo essere responsabili delle nostre

azioni in quanto non autodeterminate. I compatibilisti hanno provato a

rispondere a queste obiezioni; la loro strategia, comunque, è quella di ridefinire

il concetto di libero arbitrio

Qual è, in tal senso, la posizione di Dupré? Per sua stessa ammissione, Dupré è

un indeterminista. Egli, tuttavia, distingue due tipi di indeterminismo.

L'indeterminismo moderato si appoggia sulla meccanica quantistica, e pur

negando che gli eventi siano determinati dalle circostanze precedenti, non

rifiuta l'idea che in linea di principio siano causati da eventi indeterminati. In tal

senso, l'indeterminismo moderato rientra, esattamente come il determinismo,

nella «metafisica della completezza causale» che «presume l'esistenza di una

legge quantitativa precisa che governi lo sviluppo di ogni situazione» (trad. it.

p. 172). La teoria della completezza causale, pertanto, sostiene che ogni

fenomeno in natura è causato da circostanze precise, l'indeterminismo

moderato aggiunge solamente che non possiamo prevedere, date alcune

circostanze, quale evento accadrà. La tesi di Dupré, invece, nega la

completezza causale ed intende affermare che l'ordine causale è «parziale e

incompleto ovunque»; in questa prospettiva gli esseri umani sono «oasi di

ordine e di prevedibilità», ovvero grazie alla loro complessa struttura interna,

sono «potenti fonti di causalità» (trad. it. p. 173).

Come prima cosa Dupré deve dimostrare l'inefficacia del determinismo,

dell'indeterminismo moderato e del compatibilismo, dunque della teoria della

completezza causale, nello spiegare il libero arbitrio. Il determinismo parte dal

presupposto che il comportamento di ogni singolo oggetto è determinato

completamente dalle leggi che governano gli oggetti microscopici, ne consegue

che il determinismo implica il riduzionismo per cui è possibile spiegare il

comportamento degli oggetti macroscopici in termini di legge che governano

gli oggetti microscoici che li compongono: «i fenomeni a livello superiore sono

riducibili cioè derivabili dai fenomeni a livello inferiore» (trad. it. p. 175). Dupré

inserisce in questo campo di ricerca sia l'eliminativismo dei coniugi Churchland

che la sopravvenienza di Donald Davidson. Nel primo caso i fenomeni mentali

superiori (la coscienza, il senso del Sé, i quali, la causalità mentale e il libero

arbitrio) semplicemente non esistono, essi sono il comportamento dei neuroni,

pertanto studiare il comportamento dei neuroni significa studiare i fenomeni

mentali superiori. Nel secondo caso, invece, si ammette la coscienza e le sue

proprietà come epifenomeno, la coscienza, si dice, è sopravveniente alla

materia cerebrale, dunque esiste. Questa posizione tuttavia contiene il

concetto problematico di covarianza o co dipendenza del mentale dalla

materia, nel senso che il mentale è causato dal cervello, ma questo rapporto

non è esemplificabile in legge generali puramente fisiche: il cervello, quindi,

causa la mente, la quale pertanto non ha alcun ruolo causale. Qual è il limite

concettuale del determinismo, secondo Dupré? Se i fenomeni mentali superiori

sono determinati dal comportamento delle singole particelle microfisiche,

dovremmo ammettere che il movimento di queste particelle, a partire dal

singolo elettrone, debba essere incredibilmente coordinato affinché possano

avvenire azioni, pur semplici, come alzare un braccio. Difatti se i mentale non

ha alcun ruolo causale sulle particelle microfisiche queste non potrebbero

muoversi in modo coordinato quando, ad esempio, scegliamo di alzarci da una

sedia, ma agirebbero seguendo il proprio percorso causalmente determinato.

Non ammettere questo ruolo, conclude Dupré, significherebbe ammettere una

teoria simile a quella di Leibniz, cioè dell'armonia prestabilita delle parti,

ciascuna autonoma rispetto all'altro.

Questo limite riduzionistico può essere riscontrato anche nell'indeterminismo

moderato. Dupré, a differenza di molti altri scettici come John Searle (La mente,

2004) e Dan Dennett (Sweet Dreams, 2005) ammette la possibilità che eventi

microscopici indeterministici possano avere influenza su quelli macroscopici.

Immaginiamo di lanciare una moneta, se avessimo dati a sufficienza e se il

mondo macrofisico fosse causalmente determinato, potremmo calcolare e

prevedere la posizione della moneta dopo il lancio. Tuttavia possiamo

immaginare che se la moneta lanciata raggiunga uno stato d'equilibrio

sufficiente, il singolo movimento indeterminato di un elettrone potrebbe

modificarne la traiettoria, rendendola di fatto indeterminata. Dupré, pertanto,

critica l'indeterminismo moderato da un altro punto di vista rispetto ai critici

sopracitati. Secondo l'indeterminismo moderato il comportamento delle singole

particelle microfisiche non è causalmente determinato, pertanto date

determinate circostanze ci sono determinate probabilità che l'elettrone si

muova da un punto all'altro. Ma ancora questa probabilità del movimento degli

elettroni, non spiega come sia possibile un comportamento coerente ed

intenzionale come prendere un bicchiere d'acqua: detto in altre parole,

l'elettrone e il suo movimento indeterminato sono completamente insensibili

alla mia intenzione di bere dell'acqua. Giungiamo quindi ad una conclusione

analoga a quella a cui porta il determinismo: se è vero l'indeterminismo

moderato, allora se abbiamo sete e quindi beviamo dell'acqua, ciò accade per

pura casualità o per grazia divina.

Infine Dupré affronta il compatibilismo in base a quale il comportamento

umano è determinato causalmente dalla credenze, le intenzioni ed i desideri

dell'agente. Dupré nota che questa posizione riduce i fenomeni mentali a meri

epifenomeni che non hanno alcun potere causale sulla materia cerebrale. La

ovvia conclusione è che i fenomeni mentali sono causati da eventi cerebrali;

ma se le cose stanno proprio così, non si comprende come il comportamento

delle singole particelle microfisiche possa essere del tutto coordinato ed anzi

possa corrispondere in modo coerente alle nostre credenze alle quali solo

apparentemente diamo un ruolo causale. Le nostre credenze sarebbero del

tutto irrilevanti rispetto alle configurazioni neurali che seguirebbero il loro corso

causalmente determinato, eppure il nostro comportamento nella stragrande

maggioranza dei casi corrisponde alle nostre credenze: «a mio giudizio è

fondamentalmente corretta l'intuizione di Hume e dei compatibilisti successivi,

secondo la quale il collegamento, probabilmente causale, tra gli stati

psicologici dell'agente e l'azione è ben lungi dall'impedire l'autonomia, e anzi

ne costituisce una condizione necessaria. Ma se si parte dal presupposto


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze pedagogiche e dell'educazione
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher serenagaglielfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof La Rocca Claudio.

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