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risplendere dalla e nella luce del sole. Infatti nel “Mito

solare”, Platone mostra come le idee sono tali solo nella

misura in cui l’ IDEA è: il vedere e la visione sono possibili

solo sul fondamento della luce. L’Idea del Bene diventa così

il principio che illumina. Tuttavia la questione del rapporto

tra unità e molteplicità rimane per Platone qualcosa di

incompiuto: per Platone gli enti di distinguono tra loro ma

solo nel loro essere enti unitari; gli enti che sono e l’Essere

che si da costituiscono la RELAZIONE, cioè l’IDEA dove

l’Essere si manifesta nelle cose e fa in modo che queste si

diano.

Aristotele si interessa al nesso di relazione tra gli enti

(oggettivazione della scienza). Per Aristotele “L’Essere si

dice in tanti modi”. La metafisica, come scienza dell’ente, ha

il compito di esplicare le modalità fondamentali con cui esso

si offre alla considerazione. Ecco perché l’Essere si dice in

molti modi. Tali modi sono le modalità attraverso cui l’ente si

mostra e attraverso cui noi possiamo coglierlo in quanto

tale. Quindi la metafisica si propone lo studio di tutti quei

principi che determinano l’essere ad essere tale. Primo tra

tutti è il PRINCIPIO DI IDENTITA’ E NON

CONTRADDIZIONE, che costituisce la prima e

fondamentale legge dell’essere e del pensare: dal momento

che le cose stesse di cui si dice sono tali, non ammettono

contraddizione. Ogni ente è quindi quel determinato ente a

cui appartengono determinati predicati e non altri che

rispetto ad essi risulterebbero contradditori. Il principio di

non contraddizione diventa quindi la base del concetto

fondamentale di Aristotele, che è quello di SOSTANZA. Con

“sostanza” Aristotele intende il nome e l’essere implicito di

ogni cosa. Se per Platone l’Essere era il manifestarsi dello

splendore dell’Idea nella luce del principio; per Aristotele

l’Essere si afferma nel suo offrirsi.

SVILUPPI DELLA METAFISICA NEL MEDIOEVO: LA

QUESTIONE ONTOLOGICA COME QUESTIONE

TEOLOGICA

Nel Medioevo, la questione ontologica diviene questione

teologica; qui infatti la metafisica diviene onto-teo-logica,

ovvero discorso intorno all’essere divino, ovvero

dimostrazione dell’esistenza di Dio. In effetti

un’impostazione della metafisica come discorso teologica

già era stata posta da Platone e Aristotele, quando

definirono l’idea del bene l’uno come “ente sommo”, l’altro

come “motore immobile”. S. Anselmo D’Aosta e S.

Tommaso D’Aquino parlano del fondamento in maniera

platonica (Anselmo) e aristotelica (Tommaso): Tommaso

considera il problema del principio, ma dal punto di vista

umano (è il pensiero umano che pensa l’origine) e teorizza

5 vie che tentano di dimostrare l’esistenza di Dio. Tuttavia

S. Tommaso con ciò oggettivizza Dio, affermando che

esiste e dunque lo pone al paro il un oggetto o ente.

Anselmo presenta l’unico argomento che parla dell’essere di

Dio: tenta di dire l’idea che riguarda un unico argomento

dell’idea. E afferma: << Dio è ciò al di sopra del quale non

può essere pensato nulla di superiore>>. Qui Anselmo non

parla del pensiero umano, ma del pensare

Parmenideo\platonico, secondo cui Dio non è un qualcosa,

ma fondamento, principio, idea.

LA QUESTIONE DEL FONDAMENTO NELLA

MODERNITA’: SPINOZA E LEIBNIZ

Cartesio con l’affermazione “cogito ero sum” (penso dunque

sono) vuole indicare che “essere” non è più il semplice

manifestarsi dell’ente, ma è soprattutto “io” che pensa, e

che proprio in quanto pensa è “res cogitans”. Il fondamento

si ha dunque nell’IO, che istituisce la conoscenza;

soggettività significa fonda mentalità (ciò che sta sotto). Per

questo viene a crearsi una scissione tra “res cogitans” e “res

extensa”; compito della metafisica dopo Cartesio sarà

dunque quello di ricongiungere queste due dimensioni. Tale

lacerazione prodotta dall’affermazione del “cogito” segna

l’inizio della modernità.

Il primo grande tentativo di superare la scissione

soggetto\oggetto la si può ritrovare in Spinoza. Egli parte

direttamente da Dio, come quella sostanza necessaria,

senza la quale sarebbe impossibile affermare alcunché

tanto del soggetto quanto dell’oggetto. Dunque si parte con

l’affermazione di Dio come sostanza unica, in cui “essenza”

ed “esistenza” coincidono. Esattamente come l’Essere

parmenideo, il Dio di Spinoza è ciò senza cui nulla potrebbe

essere né essere pensato. La SOSTANZA dunque è quel

qualcosa senza cui nessun ente determinato potrebbe

esserci, essendo la condizione necessaria del suo stesso

essere. Dunque se Cartesio affermava l’esistenza di due

sostanza separate, Spinoza si fa portatore di un monismo in

cui la sostanza è una ed è Dio, concepito come

fondamento.

Sulla stessa linea di Spinoza, Leibniz parla della MONADE,

cioè l’UNITA’. Anche in Leibniz dunque il problema

ontologico verte verso il tema dell’uno come fondamento del

molteplice. Le cose sono e sono uno, nella misura in cui

l’uno è a fondamento della loro possibile unità. L’UNO è

quindi la condizione di possibilità in virtù di cui tutto ciò che

è, è così e non altrimenti. Il principio di ragione è Dio, la

MONADE SUPREMA, l’unità di tutto ciò che è uno. Anche

Leibniz quindi muove in direzione di un superamento del

dualismo soggetto\oggetto.

KANT E HEGEL: IDEA E DIALETTICA

Kant nella “Critica della Ragion Pura” si chiede come sia

possibile la conoscenza umana e in quest’opera mette in

evidenzia quegli elementi che rendono possibile la

conoscenza scientifica e i suoi limiti. Da qui l’esigenza di

vedere se sia possibile una metafisica come scienza. Nel

mettere in evidenzia i limiti del conoscere oggettivo, Kant

arriva al risultato di abbattere la metafisica come sistema

conoscitivo di natura scientifica, riducendo solo ad

apparenza la dottrina dell’Essere nelle sue 3 accezioni

metafisiche di psicologia razionale (DOTTRINA

DELL’ANIMA); cosmologia razionale (DOTTRINA DEL

MONDO) e teologia razionale (DIMOSTRAZIONE

DELL’ESISTENZA DI DIO). Per Kant l’uso corretto dei

concetti dell’intelletto, delle cosiddette “FORME A

PRIORI”(tutte quelle conoscenze che precedono la

conoscenza) deve essere indirizzato esclusivamente ad un

uso empirico. Ecco perché Kant critica la metafisica come

scienza (“fabbricatrice di castelli in aria”: utilizza poco

materiale empirico). Kant formula poi i GIUDIZI SINTETICI

A PRIORI, che per il pensatore sono scientificamente veri:

accrescono il sapere in quanto sintetici e sono dotati di

universalità e necessità in quanto A PRIORI. Per formulare

suddetti giudizi si deve disporre di forme a priori. Kant

individua 3 facoltà della conoscenza: SENSIBILITA’,

INTELLETTO, RAGIONE. La sensibilità sintetizza le

sensazione e le sue forme a priori sono SPAZIO e TEMPO;

l’intelletto sintetizza i concetti e le sue forme a priori sono le

CATEGORIE; le forme a priori della ragione sono ANIMA,

MONDO e DIO; non sintetizza nulla in quanto Anima,

Mondo e Dio non sono oggetti, proiettano la conoscenza ma

non sono fautrici di essa. L’idea che Kant ha della VERITA’

non è Dio, ma l’idea che l’uomo ha di Dio. La “dialettica” per

Kant è quella parte della critica che ha la funzione di

mostrare gli errori della ragione, che produce illusionini e

non autentica conoscenza.

Rispetto a questa posizione kantiana circa l’Idea e la

dialettica, si contrappone Hegel. Per il pensatore, infatti,

dialettica e idea sono le dimensioni proprie della verità.

Pensare infatti significa pensare dialetticamente l’idea. La

dialettica, piuttosto che essere una scienza dell’apparenza

trascendentale, si propone come scienza dell’essere. In

essa, per Hegel, convertono le due metà del conoscere:

forma e contenuto. Nella dialettica il movimento stesso del

pensare è infatti il contenuto immanente delle sue

determinazioni. Da qui la nota distinzione dei 3 momenti

della dialettica: immediato o positivo, negativo razionale e

positivo razionale. È la cosa stessa che si manifesta in

questo movimento, quella “cosa in sé” che giunge al

pensiero e in esso arriva alla sua universalità concreta.

Dunque i movimenti della dialettica non vanno colti separati,

in quanto ogni cosa reca con sé il negativo della propria

condizione, per cui essa è quella cosa e non un’altra. Per

Hegel Essere e pensare sono nell’idea sono il medesimo.

Pensiero è per Hegel sempre pensiero dell’Idea. Dire

“pensiero dell’Idea” significa infatti che allo stesso tempo,

nel momento in cui il pensiero pensa l’Idea come suo

contenuto specifico, esso è in realtà appartenuto all’idea

come suo principio e fondamento: è l’Idea che pensa e che

pensando coglie la sua assolutezza. Il VERO per Hegel è

l’INTERO: tutte le cose sono nella loro singolarità).

L’ANELITO ALL’ETERNITA’: SCHOPENHAUER E

NIETZCHE

Tanto Schopenhauer quanto Nietzsche hanno puntato ad

un’esplicitazione della “volontà”come fondamento del

mondo; il primo nella forma della “volontà di vita”, il secondo

in quella della “volontà di potenza”. Si tratta dunque di una

contrapposizione con Hegel.

Nel suo capolavoro “Il mondo come volontà e

rappresentazione”, Schopenhauer solo apparentemente

gioca sul dualismo volontà-rappresentazione, che in realtà è

funzionale all’esplicitazione di una dialettica più profonda tra

tempo ed eternità. Secondo il filosofo, oltre il mondo

dell’apparenza, il cosiddetto “velo di maya”, si estende il

campo della volontà. La vita si serve dell’umano conoscere

per riprodurre se stessa e garantisce all’uomo i mezzi per

sopravvivere. Dunque secondo Schopenhauer non esiste

un sapere puro, almeno finchè si rimane intrappolati nelle

leggi della rappresentazione. La volontà non è altro che il

lato oscuro del conoscere, che deve tendere ad un

oltrepassa mento in direzione dell’eternità. Si deve dunque

negare la volontà, che deve condurre ad una liberazione

ascetica dai vincoli della volontà medesima e della

rappresentazione. Emerge dunque che “mondo come

rappresentazione” e “mondo come volontà” sono una sola e

medesima cosa, il cui oltrepassa mento si accenna nell’arte

e si produce definitivamente nell’ascesi. Tale oltrepassa

mento conduce verso l’eternità.

Anche Nietzsche è stato frainteso come il pensatore della

“volontà di potenza”; ma anche in lui una tale dottrina era

funzionale era funzionale all’esplicazione della dialettica di

tempo ed eternità. Secondo il filosofo tutti i concetti sommi

della metafisica, soprattutto quello di Dio, non sono altro che

prodotti di una volontà di potenziamento incondizionato da

parte dell’uomo. È da questa prospettiva che Nietzsche può

affermare la “morte di Dio”: Dio è stato ucciso dall’uomo e

dalla sua volontà di potenza. Nella sua dottrina

fondamentale “l’eterno ritorno”, mostra come tempo ed

eternità siano in relazione tra loro, per cui l’eternità non è

solo negazione del tempo, ma anche innalzamento del

tempo al livello dell’eterno. Per entrambi i pensatori rimane

essenziale comprendere che il radicamento del pensare

nell’essere è possibile solo nella misura in cui si

oltrepassino i limiti del finito.

ONTOLOGIA ED ERMENEUTICA: HEIDEGGER E

GADAMER

Il tema dell’Essere e del fondamento viene approcciato dalla

filosofia ermeneutica in modo tale da lasciarlo manifestare

nella sua originarietà.

Heidegger è stato l’iniziatore di questo nuovo

“atteggiamento”, ponendosi dinanzi al tema dell’Essere in

maniera sempre aperta: l’Essere stesso per Heidegger è

apertura e il filosofo deve porsi dinanzi a questa apertura

attraverso un interrogare fondamentale. Per fare questo è

necessario per il filosofo compiere un significativo “passo

indietro”, cioè un ritorno al fondamento originario da cui la

metafisica trae il suo orientamento (FONDAMENTO DEL

PENSARE). Tale fondamento è l’Essere originario. Proprio

per questo la verità, secondo Heidegger, è un lasciar

essere.

Per Gadamer, allievo di Heidegger, l’Essere è

fondamentalmente linguistico, e il linguaggio costituisce la

“casa dell’Essere”, il luogo cioè dove il senso prende forma.

È evidente dunque come la ricerca del senso dell’Essere

riconduce all’Essere stesso come fondamento. Pensare

significa pensare l’Essere come fondamento.

CAPITOLO II

L’ESSENZA TEORETICA DELLA DISCIPLINA PRATICA

La parola ETICA, dal greco ethos, significa letteralmente “il

luogo di vivere”, ma trova anche molteplici significati, come

“inizio”, “disposizione”, “comportamento”, “apparire”, “modi”.

Ma il significato più generico del termine ETICA, viene

riferito alla filosofia della pratica, che vuol assumere

l’operare umano nella volontà. Si distinguono l’ETICA

SOGGETTIVA e l’ETICA OGGETTIVA, denominata anche

INTERSOGGETTIVITA’. Si può dire che l’etica si

concretizza in due sensi che corrispondono ai suoi due

profili, e coincidono con il dualismo di MORALE (etica

soggettiva) e DIRITTO (etica intersoggettiva). La morale

riguarda l’azione umana, nel valore che ne costituisce

l’anima. La morale dunque riguarda l’azione, cioè

l’atteggiamento umano in quanto tale, il comportamento

dell’uomo in sé e nel mondo rispetto alle cose e agli altri. La

natura dell’etica dipende dalla maniera in cui viene intesa

ed interpretata l’ importanza del suo principio.

ELEMENTI ETICI DELL’ONTOLOGIA ANTICA: ERACLITO

E PLATONE A CONFRONTO

In Eraclito si nota la corrispondenza tra UTILITA’ e

SAGGEZZA. La portata teoretica del termine “speranza”,

induce alla consapevolezza del Principio, attribuendogli la

funzione di giudice supremo. Da ciò deriva che l’azione

umana, in quanto parte del tutto, viene governata dal

Principio, quindi permessa e resa possibile da ciò che la

fonda.

Anche in Platone l’etica è determinata dal suo pensiero

ontologico. In lui infatti il Bene in sé (l’Idea) rappresenta il


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di filosofia teoretica e del prof. Moschini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Percorsi del pensare, a cura di Marco Moschini, Morlacchi editore, university press. utile per esame con professore Marco Moschini corso di scienze dell'educazione unipg, ma anche per qualsiasi altro corso o università.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valentinab96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Moschini Marco.

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