Capitolo I: breve storia dell'ontologia
“Perché l'Essere e il non nulla?” è con queste domande fondamentali che la metafisica nasce. Questa domanda può sembrare banale e può essere declinata in questo modo: “Che cos'è una cosa?”. È possibile dire che l'ontologia, scienza dell'Essere, si fonda su questa domanda che appare inutile in quanto ogni individuo maturo sa dell'esistenza delle cose. A questa domanda tuttavia nessuno oggi sarebbe in grado di rispondere per il semplice motivo che nessuno è più in grado di porsi dinanzi ad una simile interrogazione, perché una tale domanda porta ad un’altra domanda: “E se tutto questo non fosse?”. La domanda sul “che è”, implica una domanda sul “che non è?”.
Tutti, almeno una volta, ci siamo posti dinanzi ad una questione radicale di questo genere, la domanda sul fondamento, sul “cosa c’era prima?”. Da sempre la filosofia, in quanto ontologia, è in cammino verso questa ricerca.
L'origine del pensare come pensare dell'origine
Nel poema “Perì Physeos”, Parmenide ha posto la questione dell’essere. Il poema si apre con un’immagine in cui il pensatore si vede condotto su di un cocchio guidato da cavalle “sulla via che dice molte cose, che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi che l’uomo sa”. La via è quella della verità (a-letheia: il non nascosto), che espone nel “non nascondimento” l’ente che è.
Quello che viene descritto dal poema è l’essere portato verso un’esperienza in cui la via dell’origine si dischiude a colui che si pone in ascolto delle parole della divinità. All’origine del pensare, quindi, si offre la possibilità di un pensare dell’origine, che ci permette di comprendere la via che il pensiero deve compiere per ritrovarsi nell’ambito della verità, esprimendo un logos divino che conduce sulla via.
Il “pensare dell’origine” va inteso come un genitivo soggettivo: non è il pensiero che pensa l’origine come suo oggetto, ma è l’origine che fa suo il pensiero. Parmenide infatti, è condotto sulla via della verità dalla divinità di cui ascolta il logos dell' “essere”, ovvero quella parola che esprime l’essere stesso. Ma cosa dice questo logos? Che l’essere è e non può non essere. L’essere risplende in Parmenide come parola della verità che svela se stessa nella non celatezza.
L’essere è “ciò senza cui” nulla potrebbe essere colto. L’essere è dunque l’argomento dell’ontologia. È solo il pensiero dell’essere che concede di cogliere la vera physis (natura) delle cose, intesa cioè come ciò che sta nascendo. Per Parmenide la natura è il mostrarsi nascente dell’essere nella sua interezza; non qualcosa che va piegato al volere dell’uomo, ma ciò che va lasciato manifestare e che va contemplato nel suo offrirsi alla visione.
Eraclito, definito “pensatore del divenire”, afferma che la potenza dell’origine non si trova nel dato, ma in qualcosa che eccede la sua misura; e che “tutto è uno”, cioè tutte le cose sono una sola. L’origine di tutte le cose è il logos (insieme dei nessi che costituiscono la realtà) e va ascoltato per comprendere l’unitarietà delle cose. L’origine del pensare è il pensare dell’origine.
La metafisica: Platone e Aristotele
“Che relazione c’è tra uno e molteplice?” È con questa domanda che l’ontologia si determina come metafisica. Eraclito e Parmenide avevano accennato una possibile relazione tra uno e molteplice, ma sarà compito della metafisica di Platone e Aristotele renderla la domanda fondamentale di tutta la filosofia.
Per Platone, la questione del rapporto tra uno e molteplice, porta il nome di idea. L’idea è la visione in grado di cogliere l’essenza della cosa nella sua purezza. Secondo Platone l’unica scienza in grado di vedere con esattezza i rapporti che regolano le cose e le loro relazioni, è la matematica.
Il mito della caverna di Platone è la dimostrazione dell’esigenza che l’idea ha di radicarsi in un principio che la renda tale, che sappia spiegare cioè il vero senso di quest’idea, che non sono le “ombre” che ci appaiono, ma la “realtà”. Con questo mito Platone vuole esprimere la sua dottrina sulla gradualità della conoscenza, cercando di evidenziare come a diversi gradi di elevazione, corrispondano diversi gradi di visione e di contemplazione dell’Essere.
Non basta per Platone che l’anima contempli le cose illuminate, ma è necessario che essa colga ciò che le rende tali. Proprio per questo le “idee” e il “Mondo delle Idee” non è qualcosa di scontato, ma queste idee sono tali solo nella misura in cui possono essere mostrate nel loro risplendere dalla e nella luce del sole. Infatti nel mito solare, Platone mostra come le idee sono tali solo nella misura in cui l’idea è: il vedere e la visione sono possibili solo sul fondamento della luce. L’Idea del Bene diventa così il principio che illumina.
Tuttavia la questione del rapporto tra unità e molteplicità rimane per Platone qualcosa di incompiuto: per Platone gli enti di distinguono tra loro ma solo nel loro essere enti unitari; gli enti che sono e l’Essere che si da costituiscono la relazione, cioè l’idea dove l’Essere si manifesta nelle cose e fa in modo che queste si diano.
Aristotele si interessa al nesso di relazione tra gli enti (oggettivazione della scienza). Per Aristotele “L’Essere si dice in tanti modi”. La metafisica, come scienza dell’ente, ha il compito di esplicare le modalità fondamentali con cui esso si offre alla considerazione. Ecco perché l’Essere si dice in molti modi. Tali modi sono le modalità attraverso cui l’ente si mostra e attraverso cui noi possiamo coglierlo in quanto tale.
Quindi la metafisica si propone lo studio di tutti quei principi che determinano l’essere ad essere tale. Primo tra tutti è il principio di identità e non contraddizione, che costituisce la prima e fondamentale legge dell’essere e del pensare: dal momento che le cose stesse di cui si dice sono tali, non ammettono contraddizione. Ogni ente è quindi quel determinato ente a cui appartengono determinati predicati e non altri che rispetto ad essi risulterebbero contradditori. Il principio di non contraddizione diventa quindi la base del concetto fondamentale di Aristotele, che è quello di sostanza.
Con “sostanza” Aristotele intende il nome e l’essere implicito di ogni cosa. Se per Platone l’Essere era il manifestarsi dello splendore dell’Idea nella luce del principio; per Aristotele l’Essere si afferma nel suo offrirsi.
Sviluppi della metafisica nel medioevo: la questione ontologica come questione teologica
Nel Medioevo, la questione ontologica diviene questione teologica; qui infatti la metafisica diviene onto-teo-logica, ovvero discorso intorno all’essere divino, ovvero dimostrazione dell’esistenza di Dio. In effetti un’impostazione della metafisica come discorso teologico già era stata posta da Platone e Aristotele, quando definirono l’idea del bene l’uno come “ente sommo”, l’altro come “motore immobile”.
S. Anselmo D’Aosta e S. Tommaso D’Aquino parlano del fondamento in maniera platonica (Anselmo) e aristotelica (Tommaso): Tommaso considera il problema del principio, ma dal punto di vista umano (è il pensiero umano che pensa l’origine) e teorizza 5 vie che tentano di dimostrare l’esistenza di Dio. Tuttavia S. Tommaso con ciò oggettivizza Dio, affermando che esiste e dunque lo pone al paro il un oggetto o ente.
Anselmo presenta l’unico argomento che parla dell’essere di Dio: tenta di dire l’idea che riguarda un unico argomento dell’idea. E afferma: << Dio è ciò al di sopra del quale non può essere pensato nulla di superiore>>. Qui Anselmo non parla del pensiero umano, ma del pensare parmenideo/platonico, secondo cui Dio non è un qualcosa, ma fondamento, principio, idea.
La questione del fondamento nella modernità: Spinoza e Leibniz
Cartesio con l’affermazione “cogito ergo sum” (penso dunque sono) vuole indicare che “essere” non è più il semplice manifestarsi dell’ente, ma è soprattutto “io” che pensa, e che proprio in quanto pensa è “res cogitans”. Il fondamento si ha dunque nell’io, che istituisce la conoscenza; soggettività significa fonda mentalità (ciò che sta sotto). Per questo viene a crearsi una scissione tra “res cogitans” e “res extensa”; compito della metafisica dopo Cartesio sarà dunque quello di ricongiungere queste due dimensioni. Tale lacerazione prodotta dall’affermazione del “cogito”.
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