Filosofia e filosofia morale
Dal punto di vista etimologico, etica e morale sono termini significativamente equivalenti.
- Entrambe le parole si riferiscono ai costumi, ossia le usanze, alla maniera abituale di agire, al carattere qualificante l'esistenza umana.
- Inoltre, non designano solo la vita umanamente vissuta ma anche lo studio che di essa viene fatto.
Tuttavia, nella storia, etica e morale hanno subito una trasformazione tanto da indicare concetti differenti.
Etica
Sinonimo di filosofia morale; ricerca e giustificazione non solo dei fondamenti universali ma anche delle norme/leggi, ovvero delle loro applicazioni particolari.
Morale
Sistema di regole e di valori, al quale il singolo e la comunità si riferiscono per condurre e giustificare la loro condotta concreta.
Moralità e morale sono spesso in contrasto:
- Infelice incoerenza = la pratica contraddice le regole e i valori prefissati.
- Felice incoerenza = la pratica va nella direzione giusta contraddicendo quanto la morale e l'etica prescrivono.
Filosofia
La filosofia è la scienza della verità, scienza dell'essere e delle cause prime, cioè è metafisica. È la scienza in massimo grado, perché è la più elevata delle scienze. E in quanto è scienza dell'essere e delle cause prime, è anche la scienza che conosce il fine per cui viene fatta ogni cosa. La filosofia è realmente sapienza, perché nulla è più prezioso per l'uomo che conoscere la causa prima e il fine di tutto l'esistente e della propria esistenza. È dunque al tempo stesso scienza e sapienza.
La filosofia è apertura qualitativa alla totalità del reale → l'apertura alla totalità è un'apertura di senso e di significato ultimi, apertura che rende possibile concepire se stessi e le cose non semplicemente come cose, ma come segni viventi e reali, unici e irripetibili di un fondamento (o Dio) che strappa l'intero universo alla trivialità, alla banalità. Si tratta però di un'apertura universalistica non quantitativa (addizione enciclopedica di tutte le cose), ma qualitativa. La filosofia studia la totalità dell'essere, ha per fine ultimo la conoscenza di se stessi e quindi del significato e del fine della vita umana.
Il presupposto della vita morale, personale e sociale non può accontentarsi del tranquillo lasciarsi vivere simile a quello degli animali, ma esige un impegno che ha come suo momento iniziale la conoscenza di se stessi, del proprio autentico io. Per edificare la filosofia morale si potrebbe pensare che basti conoscere la vita umana. Ma l'esperienza ci mostra che esistono numerosi modi di vivere la moralità e di riflettere su di essa.
Ognuno di noi vede le cose, e quindi la morale, dal suo punto di vista, proprio come se ciascuno di noi fosse collocato in una determinata prospettiva di fronte a un grande spettacolo (lo spettacolo della vita). L'apertura alla realtà sociale fa sorgere l'interrogativo sul valore e sul significato della vita umana; nasce quindi „uomo in situazione“. Il concetto dell'Ora non solo l'uomo è sempre “in situazione”, ma il legame con la tradizione e il suo eventuale rinnovamento ci costringono ad ammettere che la conoscenza dell'uomo è essenzialmente storica e perciò limitata. Nasce e si sviluppa indefinitamente nel tempo senza cesure e senza rivoluzioni, ma tramite un perenne inglobamento di nuove acquisizioni, che ci costringono a ripensare il mondo in forme sempre più comprensive, sebbene mai esaustive, della razionalità che governa e regola il mondo.
A tal proposito, Tommaso D'Aquino ribadisce che quel poco di verità scoperto da coloro che ci hanno preceduti introduce coloro che vengono dopo a una grande conoscenza della verità. Infatti, la ragione umana è mutabile e imperfetta e quindi sembra che sia naturale alla ragione umana giungere gradualmente dall'imperfetto al perfetto. Questo progresso secondo Tommaso si registra non solo nel cammino della filosofia ma anche in quello delle scienze della natura. L'essere sempre in situazione è però segnato da due motivi:
- La storicità, che ci obbliga a un cammino progressivo aperto al futuro, se vogliamo progredire verso la nostra perfezione.
- La socialità, ossia l'appartenere non solo a un'ora, un dato tempo della storia, ma anche a un qui, un dato luogo o ambiente umano.
Ciascuno di noi, prima di riflettere sulla verità e il valore della morale, possiede già un'esperienza morale. La pratica morale ci si presenta come un esercizio eminentemente personale. Alla pratica personale, cosciente e libera, l'uomo è giunto per la lunga via dell'educazione e della persuasione esercitate dalla famiglia, dal gruppo sociale d'appartenenza, e per quest'altro motivo, la pratica ci si presenta anche come pratica sociale.
Come uscire dal limite della filosofia morale?
Dialogo e confronto → le nostre azioni arrecano sempre benefici o danni agli altri, e grazie alla comunicazione discorsiva noi rendiamo conto del nostro agire agli altri. Di qui nascono accordi ma anche conflitti. Accade persino che i fini/beni condivisi possono anche cessare d'essere condivisi. Per conquistare un nuovo ethos condiviso, si deve percorrere la vita della razionalità pratica, razionalità che deve essere portata alla luce mediante leggi e norme. Ma oggi questa operazione è difficile e complessa da realizzare, perché appunto, fini e beni non sono condivisi.
Questa fiera delle opinioni e dei conflitti era già molto diffusa nell'età moderna con Francesco Bacone (1561-1626), il quale la spiegava ricorrendo alla dottrina degli “idola”, ossia errori, fantasie, fantasmi e superstizioni [idoli della tribù (pregiudizi); idoli della spelonca (inconscio); idoli del mercato (mondi artificiali); idoli del teatro (ideologie)]. Oggi gli idoli sono soggetti a un continuo e frenetico mutamento in ragione di due principali fattori:
- L'incontro-scontro dei poteri politici, economici e culturali-religiosi.
- L'accrescimento del potere di fare e di distruggere.
Il problema di come sia possibile elaborare una filosofia universalmente valida e condivisa non tocca tutte le coscienze: esiste una categoria di uomini chiamati “disimpegnati” che non affrontano il problema della vita con serietà, o come afferma Pascal, essi hanno creduto di non pensarci. Questo tentativo di non pensare è l'essenza del divertimento inteso come “distrazione” dal problema della vita che prende la forma della continua ricerca di nuovi oggetti da consumare per essere felici, ma che in realtà si svela come una ricerca il cui fine non è negli oggetti desiderati, ma nella ricerca stessa.
La categoria dei “disimpegnati” si contrappone a quella degli “impegnati”, che sono strenuamente alla ricerca del fine. Essi sono rappresentati da due gruppi:
- Quello dei credenti → Per questo gruppo è in atto un processo di desecolarizzazione: Dio è tornato e ha sconfitto il Moderno che aveva lavorato all'eliminazione della religiosità.
- Quello dei nuovi atei che credono nella tecnoscienza (strumento che scaturisce dalla combinazione di tecnica e scienza) → essa esercita un potere culturale straordinario che crea i significati dell'esistenza dell'uomo.
In conclusione, nell'incontro-scontro di opposte visioni del mondo si sono infrante certezze tradizionali, a base teologica, che finora avevano la funzione di fondare e giustificare l'azione morale. Il nuovo fine per il quale vale la pena vivere sembra divenuto il caso e la necessità che però non scaturisce più come in passato, dalle leggi della natura, oggettive, date una volta per sempre, ma dalla prassi dell'uomo che sorge con ferrea necessità dal caso con cui una pratica tecnica ha un qualche successo.
Premesse di metodo
Studiando la filosofia morale torna sempre la domanda: come conciliare l'esigenza di necessità e universalità connaturali alla filosofia e la realtà insopprimibile dell'esistenza di differenti morali? Si devono fornire alla filosofia morale le basi antropologiche e metafisiche su cui fondarsi. Tuttavia, prima si deve rispondere alla domanda: come è possibile non restare prigionieri della propria situazione, della prospettiva spaziotemporale che ci vede collocati in un punto preciso della storia?
Karl Lowith scrive che c'è bisogno, per poter intendere anche soltanto il tempo come tale, di un punto di vista che trascenda il semplice accadere cronologico → l'uomo gode di una posizione eccentrica, cioè è in grado di trascendere il proprio ambiente, il qui e ora dello spazio e del tempo. L'uomo subisce l'influenza di un determinato ambiente, ma è pure in grado di trascenderlo.
Il metodo critico
Il trascendimento della prospettiva è reso possibile dal metodo critico e l'ordine ontologico su cui si fonda. Esso concerne la possibilità del darsi immediato o evidente di alcune verità al nostro intelletto. Per attuare il metodo critico, si deve procedere in modo “spre-giudicato”, cioè senza basarci su pregiudizi. Il pregiudizio potrebbe quindi anche essere vero, ma nella filosofia intesa come scienza rigorosa, prima di accettarlo come tale lo devo provare tale. → ciò corrisponde a quello che Cartesio definirà dubbio metodico, che non si deve confondere con quello esistenziale.
Dubbio metodico = conduce ad affermare che devo sospendere le mie convinzioni nella ricerca filosofica o scientifica. Quindi colui che sottopone al vaglio critico le convinzioni morali non è necessariamente un immorale.
Dubbio scettico = lo scetticismo sposta il dubbio alla fine: il dubbio scettico si presenta come conclusione di un'indagine.
- 1° forma: è spuria perché mescola la corretta esigenza metodologica con un acritico e ideologico dogmatismo.
- 2° forma: è radicale e contraddittoria e si basa su affermazioni in cui il sì e il no coincidono.
- 3° forma: è diffusa in alcuni ambienti culturali, e rappresenta il pensiero di coloro che pensano che il cercare è meglio del trovare.
- 4° forma: consiste nello scetticismo esistenziale affermando che l'uomo può giungere a non confidare più nella realtà, nella vita, e in tutti i valori e le certezza che prima possedeva.
Secondo Heidegger, chi dubitasse esistenzialmente della verità in quanto tale non solo scivolerebbe verso il suicidio, ma sprofonderebbe nell'autodistruzione del proprio io.
L'evidenza
Il termine “evidente” in cui la “e” funge da rafforzativo significa ciò che vedi davvero, che balza agli occhi, che è lì per te e per tutti, che non ha bisogno di venire dimostrato, ed è universale, ossia per tutti gli uomini in tutti i tempi e luoghi. Si parla di evidenza soggettiva ed evidenza oggettiva:
- Consiste nel presentarsi delle cose e nel nostro vederle così come si presenta.
- Come sentimento, come fatto soggettivo difficile da contraddire, in quanto se un uomo prova qualcosa, non si può negare che sia così, ma non è comunque dimostrabile che esso corrisponda alla realtà.
Se due persone dicono due cose diverse della stessa situazione, è evidente che si deve accertare chi dice il vero, ma solo tornare al dubbio metodico. Perciò, porre l'evidenza dell'evidenza non significa affatto affermare che l'evidenza di una cosa venga anche “sentita” come tale; non significa neppure che tutto ci sia evidente, infatti se fosse così, non vi sarebbe ragione di cercare. Per negare qualcosa, fosse anche l'evidenza, è necessario che alla fine qualcos'altro sia evidente. Insomma, l'essere nella verità non dipende da noi: è un dato primitivo.
Supremo interesse e supremo disinteresse
Mentre la disposizione teoretica, che prepara la strada con l'esercizio del dubbio metodico e si arrende solo dinanzi all'evidenza, riguarda la nostra ragione, la disposizione pratica morale consiste in un'autentica umiltà e obbedienza di fronte al reale e perciò riguarda la volontà e la nostra libertà. La disposizione morale pratica è quindi una disposizione operata dalla nostra libertà. L'uomo è immerso in un grande mistero e siamo da esso posseduti e vorremmo possederlo. Insomma, ognuno di noi cerca la verità dell'essere e di se stessi così come si cerca il Bene, il proprio bene.
Per questo noi siamo al tempo stesso:
- “Supremamente interessati” alla verità delle cose, perché dall'esito della ricerca ne va della nostra vita.
- “Supremamente disinteressati” di noi stessi e delle nostre certezze, perché quel che conta non sono le nostre attuali certezze, ma la verità; per questa verità del mistero, noi siamo disposti a tutto, persino a rischiare la vita.
Supremo interesse (momento oggettivo: si vuole la verità) e supremo disinteresse (momento soggettivo: non ci si cura del proprio io immediato) sono quindi due atteggiamenti spirituali indisgiungibili per tutti coloro che si avventurano sul cammino della conoscenza. Grazie a ciò, possiamo sapere come è possibile trascendere la propria situazione e pervenire a un punto di vista valido.
Il fondamento metafisico e antropologico della filosofia morale
Le domande poste in precedenza, e cioè in cosa consiste il bene e se si debba sempre farlo, per lo più rimangono senza risposta. Ma è obbligatorio rispondervi se si vuole che la vita umana abbia un senso e un significato:
- È necessario provare che esiste nel concreto della moralità una razionalità pratica sensata e ciò può essere provato mediante una via fenomenologico-ermeneutica, quindi segnata dalla storicità, e parte dalla constatazione che anche oggi vi sono convinzioni morali condivise che rivestono il ruolo degli aristotelici “endoxa” (=apparenze). Essi sono catalogabili sotto il titolo di “diritti umani”. Da essi si deve far partire la filosofia morale avviandola alla ricerca e alla giustificazione dei primi principi della razionalità pratica e delle sue applicazioni particolari.
- La seconda è una via metafisica, che guarda a ciò che è eterno, valido non solo qui e ora, ma universalmente e necessariamente. Porsi il problema della vita significa porsi il problema dell'ultimo fine di diritto, e ciò significa porsi il problema dell'assoluto, ossia Dio.
Fondazione metafisica della filosofia morale
Alle due fatidiche domande si risponde in questo modo:
- Se non si vuole contraddire la pratica morale delle persone appartenenti a diversi popoli, si deve ammettere che sempre esse agiscono in vista del fine/bene e che ritengono che il bene debba sempre essere fatto, e che per lo più concordano almeno su alcune norme razionali morali.
- Se non si vuole contraddire la ragione non si può ritenere che un fine valga l'altro: se così fosse il sì e il no coinciderebbero; dunque è ragionevole porre l'esistenza del fine ultimo di diritto.
- Il bene deve essere fatto, persino a proprio danno, con un'avvertenza: se il bene è veramente tale deve essere fatto perché solo facendolo realizzo pienamente me stesso, dal momento che il bene autentico è il mio fine.
Poiché la filosofia (o metafisica) esibisce la prova dell'esistenza dell'ultimo fine/bene di diritto e poiché non vi sono moralità e morale senza la conoscenza dell'ultimo fine di diritto, la filosofia morale deve avere per proprio fondamento la metafisica, che deve scoprire e giustificare razionalmente il fine.
Fondazione antropologica dell'etica
Martin Heidegger notava che nessun tempo era stato più ricco di conoscenze sull'uomo di quanto non lo fosse il suo e che tuttavia nessuna epoca ha saputo cosa sia l'uomo. Agostino affermava che per conoscere se stessi si doveva tornare all'interno di se stessi. Questa verità di cui parla Agostino può essere l'“ultimo fine di diritto” cioè quel Dio di cui ignoriamo la natura. Perciò il ritorno in se stessi è certamente la via per conoscere la nostra natura di uomo, ma è una via molto profonda: per conoscere l'uomo devo conoscere da dove vengo, la mia causa e il mio fine.
Per conoscere l'uomo prima devo conoscere Dio. All'antropologia fenomenologica basta infatti guardare alla vita umana e imparare tante cose sull'uomo; ma all'antropologia filosofica o metafisica occorre partire da un sapere che è prima e oltre l'uomo: conoscere la causa e il fine della sua vita, causa e fine ultimi, di diritto. Di conseguenza la filosofia morale deve fondarsi anche su di un'antropologia metafisica (o filosofica) che sia in grado di porre in evidenza e di giustificare la natura essenziale dell'uomo nella sua relazionalità con gli altri o l'Altro (Dio).
Antropologia
Il percorso della antropologia filosofica è di verso opposto rispetto a quella teologica in cui lo statuto viene stabilito mediante il riferimento fondativo alla divinità. In filosofia invece uniche sue fonti sono la natura e la ragione, ovvero la ragione oggettiva e la ragione soggettiva: il Logos (fine/bene/Dio/Assoluto) di natura non semplicemente funzionale ma integrale, aperta perciò costituita di un logos linguistico e di... (testo incompleto).
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