Percorsi del riconoscimento
Introduzione
Il termine riconoscimento compare per la prima volta nella teoria kantiana della recognitio. Il presupposto più importante che sta alla base della filosofia critica trascendentale sta nel concetto di giudizio: questo è considerato sia come capacità (facoltà) sia come esercizio (operazione). Vi è presupposta un'operazione concettuale ancora più primitiva, data da Decartes, ovvero l'atto di giudicare tramite la capacità di distinguere tra il vero ed il falso. Anche le definizioni lessicali tengono conto di questo: cogliere un oggetto con la mente, con il pensiero, o più precisamente identificare (qualcosa); con questo siamo invitati ad associare il distinguere all'identificare: distinguere questo qualcosa, che sia cosa o persona, significa identificarlo. Per identificare bisogna distinguere e distinguendo si identifica.
Il problema del giudizio, per Platone, consisteva nel replicare all'interdetto pronunciato da Parmenide nei confronti del collegare a un oggetto-medesimo un epiteto-altro, l'interdetto nei confronti della predicazione. Platone rispondeva a ciò con la teoria della comunanza dei generi, chiamata anche partecipazione: la reciproca combinazione dei generi. Il nostro problema del riconoscimento-identificazione può essere considerato il lontano erede del problema platonico della comunanza dei generi.
Verranno prese in considerazione due filosofie del giudizio, ovvero due diverse concezioni dell'identificazione, cioè:
- La filosofia di Decartes: per la quale identificare fa il paio con distinguere.
- La filosofia di Kant: con la quale si effettua uno spostamento significativo, subordinando identificare a collegare.
Capitolo 1: Decartes - "Distinguere il vero dal falso"
Decartes non sarà il primo a elaborare una teoria del giudizio (principale operazione del pensiero), ma per primo inaugura questa analisi attraverso un atto di rottura. Nel Discorso sul metodo Decartes fornisce una versione biografica di questa rottura e, successivamente, ne dà una versione epistemologica nella seconda parte, connessa all'idea di metodo. Sul piano epistemologico il metodo è il titolo emblematico di questo discorso. Il gesto di rottura è di grande violenza spirituale: "se consideriamo quante opinioni diverse si possono avere su una stessa cosa, non può essercene più di una che sia vera, ritenevo ad un dipresso falso tutto ciò che era verosimile". Non si può scegliere di distinguere prima di definire.
C'è un verbo di grande forza ovvero ricevere che ingloba sia il rifiuto che l'accoglienza, questo verbo sta alla base del primo dei 4 precetti del metodo (il primo era di non ricevere mai come vera nessuna cosa che non conoscessi evidentemente per tale, ossia evitare la precipitazione e la prevenzione). Riconoscere a questo stadio significa ancora semplicemente conoscere.
La seconda parte, che ci offre la visione epistemologica di rottura, vede il metodo come disciplina di pensiero al servizio di quell'intrepido progetto consistente nel "giungere alla conoscenza di tutte le cose accessibili alla mia intelligenza". Il ricevere, in questa seconda parte, si presenta attraverso i caratteri dell'idea semplice: la chiarezza e la distinzione. Questo legame può essere considerato l'equivalente di quello tra definire e distinguere.
Nonostante tutto ciò, il riconoscere non può non distinguersi dal conoscere, infatti si distinguono in maniera decisiva, fino al punto che il riconoscere precede il conoscere, sul versante delle cose e dei loro rapporti con il cambiamento (a seconda che siano oggetti o esseri umani). Per Decartes il ricevere come vero è riferibile solo all'idea: l'idea è l'idea di qualcosa che essa rappresenta, ma la differenziazione di questo qualcosa non è importante ai fini della qualificazione del valore rappresentativo dell'idea, sono importanti solo chiarezza, distinzione e il posto che l'idea occupa nell'ordine dal semplice al complesso.
La seconda occorrenza del vocabolo riconoscere è altrettanto significativa: Decartes elimina il sospetto secondo cui esisterebbe una facoltà di sbagliare proveniente da Dio, al pari delle facoltà di distinguere il vero dal falso. "Sapendo che la mia natura è debole e limitata, al contrario di quella di Dio che è immensa e infinita, io non ho più difficoltà a riconoscere che un'infinità di cose è in sua potenza, le cause delle quali sorpassano la portata del mio spirito".
C'è anche una terza occorrenza del termine riconoscere, anch'essa suggestiva: "..anche dopo che ho riconosciuto l'infinita potenza di Dio, non saprei negare che egli abbia prodotto molte altre cose, o almeno che possa produrne, in modo che io esista e sia posto nel mondo come appartenente all'universalità di tutti gli esseri". Con il Discorso sul metodo aveva quindi designato l'atto di pensare con il termine "ricevere".
Tutte le occorrenze del vocabolo "riconoscere" sono correlate in un modo o nell'altro ai rischi dell'esercizio del giudizio. Questi aspetti della filosofia cartesiana del giudizio, verranno eliminati successivamente dalla filosofia kantiana del giudizio, insieme a tutto ciò che nasce da una psicologia razionale, che Kant farà confluire nella dialettica trascendentale. In conclusione, la filosofia cartesiana del giudizio tende a far collegare insieme, sul piano filosofico, quello che il lessico sembra aver separato sul piano dell'uso quotidiano.
Capitolo 2: Kant - Collegare sotto la condizione del tempo
Con Kant entra in scena un'altra funzione del giudizio, che provoca una rivoluzione riguardante il senso collegato alla soggettività. Entra in scena un termine senza antecedenti: ricognizione. Sia per Decartes sia per Kant riconoscere vuol dire identificare, cogliere con il pensiero un'unità di senso; ma per Decartes identificare è inseparabile da distinguere mentre per Kant identificare vuol dire collegare.
Questo non è l'unico contributo di Kant: fondamentale importanza ha anche la considerazione del tempo. Questa teoria kantiana è senza precedenti e consiste nel situare il giudizio nel punto di intersezione dei due tronchi della conoscenza umana (ovvero la facoltà di ricevere e la facoltà di pensare; dove appunto il giudizio si colloca in mezzo); questa teoria porta il marchio della filosofia critica. Questa eliminazione della psicologia razionale è presieduta da due tesi:
- L'affermazione della iniziale eterogeneità dei due tronchi della conoscenza, grazie alla quale la teoria del giudizio e quella della ricognizione si collocano all'intersezione di due sorgenti.
- La distinzione tra il punto di vista trascendentale e quello empirico, per cui l'apriori si colloca all'esterno del campo dell'esperienza.
Questo incrocio tra le due distinzioni rappresenta il pensiero che fonda la filosofia critica. L'estetica trascendentale viene subito riconosciuta antecedente rispetto all'analitica, quindi prevale il punto di vista trascendentale su quello empirico. Questa distinzione non riguarda solo la teoria dello spazio ma anche quella del tempo. Che il tempo non sia un concetto empirico ricavato dall'esperienza sensibile ma sia una rappresentazione a priori è messo in chiaro dallo statuto dell'estetica trascendentale. Viene chiamata estetica trascendentale la scienza di tutti i principi a priori della sensibilità. Kant affermava che questi principi non sono concetti dell'intelletto, cioè discorsivi, ma sono principi della sensibilità indipendenti dall'esperienza.
Il tempo dell'estetica trascendentale non è il tempo vissuto dall'anima né quello dei cambiamenti del mondo, bensì la forma del senso interno; "il tempo è la forma del senso interno, cioè la forma con cui intuiamo noi stessi e il nostro stato interno". Questa formula aggiunge un tratto inatteso: il tempo non è solo forma pura di ogni intuizione interna, ma anche di ogni intuizione esterna, indipendentemente se queste intuizioni abbiano come oggetto delle cose interne o esterne, perché tutte le rappresentazioni in se stesse appartengono pur sempre allo stato interno. Il tempo è quindi la condizione a priori di ogni fenomeno in generale, immediatamente per il senso interno e mediatamente per quello esterno.
Collegare
La coordinazione tra il piano della sensibilità (con cui gli oggetti sono dati) e quello dell'intelletto (con cui gli oggetti sono pensati), viene trattato nell'ambito della logica trascendentale. Nella prospettiva della filosofia critica lo sdoppiamento della conoscenza in sensibilità e intelletto incontra la distinzione tra prospettiva trascendentale e prospettiva empirica. Il fulcro della critica resta il giudizio e l'atto di collegare è fondamentalmente un atto di giudizio. Giudicare per Kant non significa comporre la facoltà di scegliere con la facoltà di ricevere l'idea, ma significa porre le intuizioni sensibili sotto un unico concetto: sussumere.
Questo dominio del giudizio è totale, a questa operazione è dato un nome, ovvero il nome di sintesi, tutti i giudizi, anche quelli empirici, sono simili atti di sintesi. Essi compongono insieme le forme sensibili con le forme dell'intelletto o categorie. Il rapporto tra ricettività e spontaneità viene ridotto a quella che verrà chiamata sintesi del molteplice, senza alcun contenuto empirico. La risoluzione dell'enigma posto dalla coordinazione delle due componenti eterogenee della sintesi sul piano formale in cui tale enigma si colloca verrà chiamata deduzione trascendentale.
La Critica propone la famosa triplice sintesi, che viene qui analizzata solo nel modo in cui smuove il concetto di tempo:
- Sintesi dell'apprensione nell'intuizione: il tempo è implicato come successione, il senso interno è indicato come ciò cui appartengono le modificazioni dello spirito, il molteplice si presenta come dispersione di istanti, di momenti, di ciascuno dei quali si può parlare ogni volta solo come di una unità assoluta.
- Riproduzione nell'immaginazione: se le apparenze fossero così variabili da impedirmi di rappresentarmi alcunché come se si trattasse di un riprodursi (se mi lasciassi sfuggire in continuazione le rappresentazioni precedenti e se non le riproducessi mentre avanzo verso le successive..) non potrei mai rappresentare alcun oggetto come nuovamente il medesimo.
- Ricognizione propriamente detta: l'unità che consente alla rappresentazione di essere una rappresentazione unitaria, degna del titolo di concetto, procede infatti dalla sola unità della coscienza. Il riconoscimento nel concetto non aggiunge niente all'apertura della sintesi precedente sull'immaginazione. Nessuna connessione senza sintesi, nessuna sintesi senza unità, né unità senza coscienza. L'unica virtù attribuita al riconoscimento è quella di far apparire questa unità della coscienza nell'oggetto.
Il punto di maggior vulnerabilità del sistema kantiano è il tema dello schematismo incentrato sul problema della mediazione tra i due poli (sensibilità e intelletto). La parola omogeneità designa sia il problema che la soluzione; affinché si possa dire che un oggetto è compreso sotto un concetto, l'applicazione richiede la mediazione di un terzo termine sia alla categoria che al fenomeno: questa rappresentazione mediatrice deve essere pura (senza senso empirico) e deve essere intellettuale e sensibile; una rappresentazione di questo tipo è lo schema trascendentale.
La teoria inizia con la distinzione tra schema e schematismo:
- Schema: la figura mista che racchiude il concetto nel suo uso; con lo schema c'è l'immaginazione, lo schema è il prodotto dell'immaginazione, ma non è l'immagine ma un metodo per fornire immagini a un concetto. È un procedimento seguito dall'intelletto.
- Schematismo: il modo di procedere dell'intelletto con questi schemi; è schematismo dell'intelletto.
I principi sono le proposizioni prime che reggono l'utilizzo delle categorie sotto la guida degli schemi. Ci sono quindi due classificazioni parallele: quella degli schemi e quella dei principi. Allo schema delle quantità corrispondono gli assiomi dell'intuizione, allo schema delle qualità le anticipazioni della percezione, allo schema della relazione le analogie dell'esperienza.
Il tempo è associato alla quantità innanzitutto come grandezza, si rivela infatti adeguato allo schema della quantità, del numero. Io produco il tempo contando (assiomi dell'intuizione), quindi, il tempo non solo percorso di momento in momento ma accumulato. Un altro aspetto del tempo è messo in rilievo dallo schema della qualità: riguarda l'esistenza del tempo a seconda che esso sia pieno o vuoto, cosa che non viene detta dalla semplice successione. Noi a priori possiamo conoscere solo una qualità ovvero la continuità, e nient'altro che la quantità intensiva, cioè il fatto che hanno un grado, tutto il resto è conosciuto solo con l'esperienza.
Nello schematismo della relazione Kant si sofferma innanzitutto sulla sostanza: lo schema della sostanza si enuncia come permanenza reale nel tempo, la contrapposizione tra ciò che cambia e ciò che rimane. Il tempo ha una caratteristica importante cioè essere immutabile e fisso, mentre tutto in esso trascorre. I tre modi del tempo sono permanenza, successione e simultaneità. Intorno all'idea di sostanza, considerata come una relazione tra ciò che cambia e ciò che non cambia, viene preso in considerazione la permanenza del tempo: niente potrebbe essere simultaneo o successivo se non c'è a fondamento di esso qualcosa di durevole e permanente. A questo restare del tempo corrisponde l'immutabile nell'esistenza, cioè la sostanza.
La seconda sottocategoria della relazione è la causalità. L'uno dopo l'altro che caratterizza la successione, non può essere anarchico, se qualcosa accade non può scaturire dal nulla, in questo senso non c'è nascita assoluta. Il solo fatto di nascere è un'istanza alla ricerca della causa dell'evento. L'esigenza di ordine che pesa sulla successione costringe Kant a contrapporre la successione oggettiva dei fenomeni alla successione soggettiva dell'apprensione. La cosa importante di un evento non è che esso accada ma che sia preceduto. La sola successione non basta a caratterizzare il tempo. Mediante la nostra percezione non si distinguerebbe secondo la relazione temporale un fenomeno da un altro.
Alla terza categoria della relazione definita come comunanza o azione reciproca tra l'agente e il paziente corrisponde uno schema che sottolinea la reciproca causalità delle sostanze riguardo ai loro incidenti. Questo schema rivela un nuovo aspetto del tempo per quanto attiene alla simultaneità che opera tra realtà molteplici. Qui viene sottolineata la simultaneità nello spazio dove consiste l'azione reciproca universale. Questa universalità dà oggettività alla relazione causale: pensare due cose al tempo stesso non significa fare una comunanza di azione reciproca, esistere nel medesimo posto non basta perché la comunanza reale di sostanze soddisfa solo al principio di azione reciproca.
Capitolo 3: La rovina della rappresentazione
Siamo di fronte al problema dell'uscita dal Kantismo, poiché ci sono due strade che non portano a niente:
- La discussione frammentaria
- La revisione generale del sistema: la revisione, sia in senso positivistico, sia in senso neokantiano, riduce la filosofia trascendentale a un'epistemologia.
Nella Critica della Ragion Pura viene introdotto un vero e proprio evento di pensiero ovvero il concetto di Vorstellung (rappresentazione). Si attua un rovesciamento della filosofia critica: l'oggetto si regola non sulla natura degli oggetti bensì sulla natura della nostra facoltà intuitiva; qui fa la sua comparsa la parola rappresentazione perché si ritiene che affinché le intuizioni divengano conoscenze "devo riferirle" in quanto rappresentazioni, ad un qualcosa come oggetto, e devo determinare l'oggetto per loro tramite. Così con il termine vorstellung si inaugura un nuovo modo di pensare. Questo cambiamento rappresenta il rovesciamento della teoria copernicana secondo la quale gli oggetti in quanto fenomeni si regolano sul nostro modo di rappresentarli. Uscire dal kantismo significherebbe rifiutare il rovesciamento copernicano.
Nel caso del filosofo Husserl c'è un richiamo alla filosofia trascendentale nella quale l'ego è il portatore di un progetto di costituzione in cui si esplicita l'atto fondamentale di donazione di senso (sinnegebung), ma egli caratterizza sin dal primo momento la propria filosofia come espressione della crisi radicale della vita dell'umanità europea. L'ultima filosofia di Husserl annuncia la rovina della rappresentazione: ogni significato di cui si investe il cogito supera in ogni istante ciò che nello stesso istante è dato come esplicitamente intenzionato. Questo è una sorta di oltrepassamento dell'intenzione nell'intenzione stessa e rovina l'idea di una relazione tra oggetto e soggetto in modo tale che "l'oggetto vi sarebbe in ogni istante precisamente come il soggetto lo pensa attualmente".
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