Critica del Giudizio
Le tesi esposte nella Prefazione e nell’introduzione alla Critica delle facoltà di giudizio costituiscono un
presupposto necessario per intendere il disegno dell’opera. Qui Kant presenta la critica del giudizio come
completamento del disegno speculativo avviato con la Critica della ragion pura e la Critica della ragion
pratica. L’indagine critica condotta da Kant in queste due opere aveva infatti finito per isolare e contrapporre
due ordini di realtà: il mondo della natura da un lato, e il mondo della libertà dall’altro. Compito
dell’introduzione alla Critica della facoltà di giudizio è chiarire in che modo possa essere raggiunta una
mediazione tra questi due ordini, ossia tra il determinismo riscontrabile nel mondo naturale, fenomenico,
spiegabile mediante rigorose leggi scientifiche, e la libertà che sta a fondamento delle azioni umane,
compreso lo stesso pensare; in altre parole, tra la dimensione del conoscere e quella dell’agire. In questo
complesso tentativo di ridefinire la struttura della propria filosofia critico-trascendentale, Kant attribuisce un
ruolo di mediazione al sentimento di piacere e dispiacere, alla facoltà di giudizio e al principio di finalità:
l’indagine condotta nella Critica della facoltà di giudizio consisterà allora nell’esame di quei sentimenti che
si accompagnano al ritrovamento di un armonizzarsi finalistico delle leggi naturali e alla manifestazione di
una corrispondenza finalistica tra le facoltà conoscitive del soggetto e gli oggetti cui esso si rivolge, che di
quei sentimenti in cui emerge la superiore destinazione morale dell’uomo attraverso l’idea di libertà. Al
termine di questo percorso, i diversi momenti della conoscenza e dell’agire, della scienza e della moralità,
dovrebbero trovare un momento di mediazione proprio nel sentimento e nel giudizio. La facoltà di giudicare,
intesa genericamente come capacità di unificare un soggetto e un predicato, era già stata al centro dell’analisi
della Critica della ragion pura, nella quale Kant aveva distinto tra:
-giudizi analitici e giudizi sintetici (a seconda che il predicato sia contenuto nel soggetto o no);
-giudizi a posteriori e a priori (a seconda che dipendano dall’esperienza o no).
Nella Critica della facoltà di giudizio, dopo aver definito il giudizio come facoltà di ricondurre un particolare
sotto un universale, Kant introduce una nuova distinzione, quella tra giudizi determinanti e giudizi
riflettenti:
-nel primo caso il particolare e l’universale (la regola, il principio, la legge) sono dati, e compiti del giudizio
è semplicemente ricondurre il particolare sotto l’universale;
-mentre nel secondo è dato solo il particolare, e compito del giudizio è trovare un universale sotto il quale
sussumerlo.
Le due parti in cui si suddivide la Critica della facoltà di giudizio – “Critica del giudizio estetico” e “
Critica del giudizio teleologico” - contengono l’analisi di due forme diverse del giudizio riflettente:
-nel giudizio estetico la facoltà di giudizio è chiamata a esprimersi su ciò che è definito “bello” o “sublime”;
-mentre nel giudizio teleologico essa si esplica in relazione a quegli aspetti del mondo naturale e umano che
possono avere una spiegazione finalistica.
Il giudizio estetico è poi detto riflettente in quanto in esso il soggetto riflette sulla “semplice apprensione
della forma di un oggetto nell’intuizione”, indipendentemente dal prodursi di una conoscenza. La sua analisi
è condotta da Kant in due sezioni, l’”Analitica del bello” e l’”Analitica del sublime”, a cui segue la
“Deduzione dei giudizi estetici puri”. Del giudizio sul bello Kant propone un’analisi che si fonda sulla stessa
suddivisione logica dei giudizi utilizzata nella Critica della ragion pura, secondo la qualità, la quantità, la
relazione e la modalità. In base alle argomentazioni sviluppate in questi quattro momenti dell’Analitica del
bello, le tesi cui giunge Kant sono, in ordine, le seguenti: bello è ciò che è oggetto di un piacere
disinteressato, che “piace universalmente senza concetto”, che esprime una finalità “percepita senza la
rappresentazione di uno scopo”, e che suscita un piacere “necessario”. Con la prima tesi circa il carattere
disinteressato del piacere suscitato dal giudizio sul bello, Kant intende distinguere nettamente tra bello,
buono e piacevole: i predicati del buono e del piacevole sono infatti legati all’interesse per l’esistenza di ciò
che è giudicato tale, mentre nel caso del bello siamo in presenza di un giudizio puramente “contemplativo”,
caratterizzato dall’assenza di interesse per l’esistenza dell’oggetto bello. La seconda e la quarta tesi, che
asseriscono il carattere universale e necessario del piacere provato in concomitanza con il giudizio sul bello,
contengono una delle affermazioni più importanti della Critica della facoltà di giudizio: i giudizi di gusto -
sempre logicamente singolari, in quanto formulati secondo lo schema “ x è bello” – devono poter ambire
a una validità universale, ossia devono poter essere condivisi intersoggettivamente pur senza essere
fondati su concetti. La ragione di questa pretesa è trascendentale, e risiede nella natura del piacere provato
in concomitanza con il giudizio estetico, un piacere derivante da quello che Kant chiama “libero gioco” delle
facoltà conoscitive coinvolte nel giudizio sul bello: l’immaginazione e l’intelletto. Questo armonico
accordarsi delle facoltà soggettive produce infatti uno stato d’animo soggettivo, non vincolato ad alcun
concetto o regola e tuttavia condivisibile intersoggettivamente, una sorta di senso comune fondato sul
sentimento che Kant chiama sensus communis aestheticus. Dal luogo del variare soggettivo e imprevedibile
delle sensazioni, il giudizio di gusto diventa dunque in Kant il fondamento trascendentale della possibilità di
condividere intersoggettivamente il sentimento, luogo in cui l’esperienza del gusto può essere comunicata e
assumere una valenza sociale. Introduzione
Il primo membro sta sotto il segno della condizione. I concetti della natura e il concetto di libertà, che
fondano la divisione della filosofia, in quanto anche dottrina, in due parti soltanto: filosofia teoretica e
pratica. Nel secondo membro, sotto il segno del condizionato, ci si occupa degli oggetti cui quelle condizioni
si riferiscono, e si distingue tra “campo” (degli oggetti dei concetti senza che si tenga conto se una loro
conoscenza sa possibile o no), “territorio” (parte di questo campo in cui la conoscenza è per noi possibile) e
“dominio” (parte del campo in cui ci è possibile la conoscenza e i concetti sono legislativi). Si pone poi il
problema dell’abisso che separa i domini teoretico e pratico. Qui non si parla di conoscenza (dunque di una
dottrina) ma di comprensione (critica). Bisogna dunque che le idee siano collegate in qualche forma a
concetti dell’intelletto e all’immaginazione stessa e dunque al mondo sensibile. Nel terzo membro che sta
sotto il segno dell’unione delle facoltà in quanto condizioni e del condizionato. Tale facoltà, critica per
eccellenza, non può essere conosciuta e l’unico strumento che ha è l’analogia.
-La prima tricotomia minore sta sotto il segno della condizione perché tematizza le condizioni con le quali
può essere tematizzato il problema del nuovo condizionato (la conoscenza dell’esperienza in genere).
-Nella seconda tricotomia (IV, V, VI) staranno sotto il segno della condizione, condizionato e loro unione ma
in totale sotto il segno del condizionato. Tale principio non può essere stabilito in riferimento diretto al
soprasensibile. A una questione estetica bisogna giungere attraverso la questione epistemologica perché
quella risulti fondativa e della conoscenza empirica e della facoltà di giudizio in genere. Egli escludeva con
ragione che il giudicare potesse essere difeso da tale difetto mediante regole dato che una regola è di nuovo
un universale e dunque ci si deve rifare a una capacità soggettiva, non concettuale. Si ha dunque la
distinzione tra facoltà determinante (applicativa o sussuntiva) e facoltà riflettente di giudizio (con un suo
principio a priori). La facoltà di giudizio sussume il particolare sotto l’universale ed è anche riflettente
ovvero deve trovare l’universale, dunque costruire la conoscenza empirica.
Dobbiamo far posto a un principio di finalità o conformità a scopi puramente soggettivo che impone
trascendentalmente alla facoltà di giudizio. Si tratta di un’analogia che proviene dalla conformità a scopi
pratica e si riferisce a qualcosa che riguarda il soprasensibile pur senza dire nulla di esso. Ciò che non può
diventare un elemento di conoscenza sono il piacere e dispiacere e la conformità a scopi. Non si tratta di due
cose diverse ma di una sola e unica cosa e il suo principio è esposto ed esibito da un singolo giudizio di
gusto. Si dà importanza all’esibizione (e l’immaginazione).
Il principio della facoltà estetica di giudizio viene detto “senso” o “sentimento comune”, caratterizzato
dall’esigenza a priori di essere condiviso da ciascun giudicante, in quanto comporta un’identità, pur
oscillante tra i suoi due aspetti empirico e puro. Il richiamo al raggiungimento di un intento sta qui in
relazione con la conformità a scopi soggettiva, cioè con il finalismo soggettivo inseparabile dalla conoscenza
empirica.
Kant esclude il piacere per la conformità a scopi oggettiva inoltre egli vuole dire che ogni esperienza non
sarebbe possibile senza di questo ovvero che la condizione che la rende possibile è originariamente e
trascendentalmente legata con il piacere. Il piacere è inteso come adeguatezza dell’oggetto rispetto alle
facoltà conoscitive che sono in gioco nella facoltà riflettente di giudizio e in quanto sono in gioco quindi
come formale conformità a scopi soggettiva dell’oggetto. “Sentimento di piacere, conformità a scopi,
accordo delle facoltà conoscitive, conoscenza d’esperienza in genere” non sono che modi per dire la stessa
cosa. Questa è alla base non sono della facoltà estetica di giudizio ma della facoltà di giudizio in genere. Il
gusto possiede un principio di sussunzione, non delle intuizioni a concetti ma della facoltà delle intuizioni
sotto la facoltà dei concetti in quanto la prima nella sua libertà si armonizza con la seconda. Vi è un
riferimento indeterminato e analogico al soprasensibile così si passa dal modo di pensare secondo i principi
della natura al modo di pensare secondo i principi della libertà, non mediante idee ma attraverso le
rappresentazioni.
La filosofia trascendentale sorge dal sensibile, tutto ciò non è volto alla conoscenza ma alla comprensione.
Bisogna insistere sul rapporto che si istituisce tra immaginazione e intelletto. Le inferenze della facoltà di
giudizio vanno dal particolare all’universale (empirico). Nella prima Critica degli schemi empirici si diceva
in sostanza che sono schemi e non immagini. Si dà più importanza all’immaginazione. Nella prima Critica
aveva posto il problema del significato ma non del senso. Lo schema di un oggetto determinato non dipende
dall’esperienza ma dal gioco di immaginazione e intelletto. La spontaneità nel gioco delle facoltà conoscitive
fa della conformità a scopi della forma dell’oggetto il principio della facoltà estetica di giudizio. Sulla base
del libero schematismo si delinea la questione dell’ “esibizione simbolica”. La formazione di uno schema
empirico comporta, rispetto all’immagine-schema, una selezione simile a quella che caratterizza un simbolo
visto che bisogna scegliere solo alcuni tratti.
Tra l’intuizione e il concetto c’è un’ipotiposi. L’analogia dunque è essenziale per la filosofia trascendentale,
si ha la delineazione della condizione del senso del conoscere, del pensare, del comprendere mediante il
linguaggio. Non si dice “un’estetica come scienza del bello e delle belle arti” al modo di Baumgarten. Si ha
la questione del COME e del SE sono possibili i giudizi estetici. Bisogna trovare il luogo dove è possibile
trovare il principio di determinazione per cui esso è proprio un giudizio di gusto. Lo scopo è di mostrare che
il principio di determinazione del compiacimento del bello di un giudicante va ricercato nel
compiacimento. Il giudizio di gusto deve essere “singolare” ma “soggettivamente universale”. Si parla poi di
conformità a scopi senza scopo che non è logica ma solo estetica, ovvero solo grazie alle sensazioni. Si
distingue poi tra “bellezza libera” e “bellezza aderente”, alle quali corrispondono un “giudizio estetico puro”
e un “giudizio estetico applicato”. L’idea estetica poi costituirà un potente strumento di sollecitazione del
pensiero. Nell’ambito delle “belle arti” il primato spetta alla poesia in virtù della sua densità semantica e le
altre come responsabili del gioco di sensazioni. Tale divisione deriva dall’ipotesi già formulata da Batteaux
di “un’analogia dell’arte con il modo d’espressione di cui gli uomini si servono per comunicare l’uno con
l’altro”, componendosi questo di parola, gesto e tono, dunque ci sono tre specie di belle arti: l’arte verbale,
l’arte figurativa e l’arte del gioco delle sensazioni. Per quanto riguarda la musica egli si chiede se sia un “bel
gioco di sensazioni” o un “gioco di sensazioni piacevoli”. Per lui l’ordine dei vari suoni, in quanto
esplicitabile matematicamente, è solo condizione della bellezza e non bellezza per se stesso. La bellezza
oscillerebbe tra piacevolezza e struttura matematica. La musica , pur non esprimendo idee estetiche al modo
della poesia, suscita concetti e idee in forma dello stesso gioco formale delle sensazioni.
Nella prima parte dell’opera l’analogia ha un ruolo importante. Nella forma del principio di conformità a
scopi esprime una condizione necessaria dei giudizi conoscitivi d’esperienza e il principio di determinazione
del giudizio del gusto. Essa è ricavata dalla definizione di esibizione simbolica, possibile sulla base del libero
schematizzare dell’immaginazione e di una conformità a scopi senza scopo, cioè l’estetica. La presenza
esplicita di un’analogia, in quanto esprime il principio di conformità a scopi, è di pertinenza esclusiva di una
critica. Si richiede sempre un riferimento a quel principio come condizione dei giudizi ma questi non hanno
bisogno di usarlo esplicitamente.
Poi si ha la Critica della facoltà teleologica di giudizio. Si può assumere una conformità a scopi soggettiva
della natura nelle sue leggi particolari. Bisogna analizzare entro quali limiti si possa fare dell’analogia un uso
oggettivo. Il PRS, pur essendo un principio usato a causa delle limitate possibilità intellettuali umane,
permette di dire qualcosa che è un frammento della verità dell’essere stesso e se venisse analizzato fino in
fondo coinciderebbe con una verità di ragione. Kant invece non pensa che la conoscenza umana sia una
sorta di frammento della verità totale dell’essere come tale. La conoscenza è possibile attraverso una
“costruzione” o certe condizioni intellettuali pure e mediante inferenze analogico-induttive. Di qui
nasce la distinzione tra “fenomeni” e “cose in sé” che deve essere intesa come comprensione di ciò che
per il nostro intelletto è possibile conoscere. Tale seconda parte si configura come una critica radicale del
PRS sulla linea di Crusius. Perciò che si parli di scopo naturale non vuol dire introdurre una causalità finale
per certi fenomeni questa è occasionata da particolari esperienze, tale principio serve a colmare
soggettivamente le lacune della nostra scienza.
Nel caso degli organismi, una conformità a scopi oggettiva, conferisce sensatezza, essendo
trascendentalmente fondata, a una mera ipotesi. Si ha la necessità soggettiva di pensare certi esseri come
scopi naturali o il loro interno essere per noi cosiffatti. Si capisce dunque il rifiuto dell’idealismo e del
realismo così come dell’ilozoismo e del teismo. Rispetto all’idealismo e al realismo c’è un’altra via, critica e
soggettiva, che è l’unica che permetta di comprendere e di conoscere.
-Il concetto di Dio è esibibile simbolicamente. Kant propone un’eticoteologia che richiederebbe non un
autore fisico ma un suo “autore morale”, tale esperienza è analogicamente praticabile in quanto connesso
con qualcosa che è da noi esperibile il cui principio è una “cosa di fatto”. La perseguibilità del sommo bene
richiede che il mondo sia tale come se fosse stato creato da un “autore morale” in modo che in esso il sommo
bene sia perseguibile. Se al contrario il mondo fosse tale che ogni speranza di determinare effetti nel mondo
fosse destinata a essere frustrata, la stessa etica si ridurrebbe a un comportamento solo intenzionale e non
realizzabile nelle cose.
Già dalla prima Critica l’ “io penso”, unità suprema delle categorie e contrassegno del soggetto, è
interpretabile solo come unità sintetica. La soggettività della conformità a scopi rappresenta il sentimento
della riflessione e della comprensione. Al sensus communis aestheticus, che rappresenta trasce
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