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opinioni per conoscerli, esaminarli, vagliarli, per giustificarli e rafforzarli, metterli in discussione e

abbandonarli.

Un lavoro pedagogico si distingue da uno filosofico per la sua capacità di incidere sull’agire

educativo (sui fatti e sulle scelte di vita e di educazione) di interpretare l’effettività e di sostenere la

progettualità.

Ascoltatore ideale deve aver ascoltato dagli altri e fatto tesoro nel suo cuore; deve essere in grado di

comprendere e mettere in pratica, deve essere stato “ben condotto” attraverso buone abitudini.

Pedagogo è la guida da cui dipende la perfezione del fanciullo.

Ascoltare e fare tesoro sono due azioni che ben si addicono al compito che l’educatore chiede

all’educando di realizzare.

7. Alla ricerca di un modo di vivere perfetto

Il bene è eudaimonia: felicità, il bene pratico più alto. Tutti gli uomini desiderano essere felici. Però

persone diverse e, a volte, anche la stessa persona in situazioni diverse, non hanno la stessa

opinione in merito a cosa sia la felicità, quindi essa è perseguita con mezzi diversi. Invece è

importante cercarla nel modo corretto (la massa pensa che sia qualcosa di tangibile ed evidente

come piacere, ricchezza, amore); spesso è lo stesso individuo che la pensa diversamente: quando è

malato la salute, quando è povero la ricchezza.

La felicità per Aristotele è quindi un modo di vivere; essere felici significa imprimere una certa

qualità alla propria vita. 

Alle parole deve accompagnarsi l’azione critica ai sofisti.

Aristotele svolge la sua indagine dialettica riconoscendo opinioni diverse sulla felicità nei diversi

tipi di vita che vede intorno a se. Si distinguono te diversi modi di vivere:

I. La vita di godimento: vita simile a quella degli schiavi e degli animali, è dedita ai piaceri

sensibili.

II. La vita politica (superiore): propria delle persone attive nella città che identificano la città

con l’onore (che però non è il bene più alto che Aristotele sta cercando perché si tratta di un

bene che dipende da chi onora e non da chi è onorato e l’onore non può coincidere con il

bene perché ricerca chi si dedica alla vita politica e quindi vuole attestazione del proprio

valore, per essere stimati e saggi per la propria virtù la virtù è superiore all’onore).

III. La vita contemplativa che vede il realizzarsi della felicità.

La felicità desiderata per sé stessa è il bene più alto, i beni parziali (virtù e onore) sono mezzi per

raggiungere la felicità, che vanno conseguiti comunque per il loro valore.

Il bene che stiamo cercando deve essere qualcosa che appartiene all’essere umano in maniera

inalienabile, un modo di vivere che consiste in un’attività dell’anima e in un’agire razionale in

modo buono e nobile.

Dire che virtù è felicità è un’affermazione incompleta perché chi ha virtù resta inattivo e la felicità

coincide con un essere attivi e perché all’uomo virtuoso possono anche capitare gravissime

disgrazie. Le virtù vanno quindi esercitate per se stessi. La vita dedita ai piaceri e alle ricchezze e la

vita politica sembrano valorizzare solo una parte dell’esistere, ma non considerano la vita umana

 

nella sua globalità. Mezzi beni utili/ fini beni amati per sé stessi.

La felicità non è desiderata in vista di nient’altro, per nessun altro interesse: è quel fine che noi

vogliamo per nient’altro che per sé stessa. Il nostro desiderio di felicità testimonia l’umana capacità

di amore dis-interessato. Il bene più alto non è qualcosa di più di qualche altro bene, che sarebbe

minore, oppure come la massima quantità di beni. Rispetto al bene gli altri beni sono

qualitativamente, e non quantitativamente, differenti.

Il bene più perfetto è per Aristotele un bene che non deve ad altro lo status di bene e che è

perseguito sempre per sé e mai per altri. Ci sono beni che vanno perseguiti come mezzi, ovvero

sono desiderabili nella misura in cui contribuiscono ad un bene maggiore; ci sono beni come

l’onore e la virtù che perseguiamo per sé stessi e per la felicità. Il bene non è da contemplare, ma è

qualcosa verso cui mettersi in moto.

Il bene di cui parla Aristotele è l’eudaimonia, questa felicità è autarchia (autosufficienza):

l’autosufficienza non è da pensare rispetto al singolo uomo (famiglia, amici). Secondo Aristotele,

infatti, al di fuori della polis non c’è possibilità di vita autenticamente umana, quindi non c’è

possibilità di felicità. La polis è infatti condizione di possibilità della vita buona: senza le leggi e le

relazioni umane che in essa hanno luogo, la felicità non potrebbe darsi. Però non vuol dire che il

fine cui l’uomo tende è un bene collettivo ma per conseguirlo è necessario un contesto comunitario,

ma prende forma solo nelle vite individuali, attraverso la capacità di scelta e l’attività dei soggetti

stessi. La comunità politica supporta e rende possibile l’iniziativa personale e il cammino verso il

bene di ciascuno. Chi non vive nella polis e non ne ha bisogno è più amno di un uomo: dio o bestia.

Neanche un fanciullo può dirsi felice perché inesperto, la sua condizione di perfezione non esiste

che in potenza e nella cura educativa di colui che intende aiutalo nella sua ricerca di una vita e virtù

completa. La vita felice ha quindi bisogno della rete di relazioni che la polis è perché essa

costituisce una comunità educante, si prende cura dei cittadini per renderli buoni, capaci di

compiere belle azioni. Nessuno diventa virtuoso e buono se non attraverso i dispositivi della

formazione collettiva.

Autosufficiente è ciò che da solo rende un modo di vita degno di essere scelto, e fa sì che non gli

manchi nulla. Tale è la felicità: la felicità si mostra chiaramente come perfetta e autosufficiente, non

manca di nulla ed è all’apice della gerarchia di ciò che è desiderabile.

Ogni azione educativa è vuota e vana se non riesce a far posare lo sguardo sul bene più alto che dà

senso e valore ai diversi bene.

Educare all’etica significa aiutare a scorgere come il valutare i propri desideri sia qualcosa che

appartiene all’essenza umana e all’agire umano. Educare la capacità di desiderare significa far

comprendere che il desiderio, perché sia umano, deve iscriversi nello spazio di una gerarchia, cioè

nel riconoscimento razionale di un bene più alto. Quel bene di cui andiamo alla ricerca e il cui

raggiungimento modella i nostri comportamenti, non è qualcosa che ha valore perché noi lo

desideriamo, ma noi lo desideriamo perché ha valore.

8. Un bene “da fare”

Aristotele critica la concezione del bene per Platone in quanto il bene per Platone è qualcosa di

comune, universale e uno, ma questo bene non può essere un bene pratico, che si può declinare

nelle diverse circostanze di vita; invece il bene umano è da intendersi come bene che, al pari

dell’ente, si dice in molti modi. Ente è la sostanza: solo in riferimento a quell’uno che è la sostanza

noi usiamo le categorie, la sostanza è ciò che è primo da cui dipende tutto il resto e rispetto a cui, le

altre categorie, paiono come un germoglio. La sostanza è quindi una delle categorie, ma anche è il

riferimento che permette di pensare le altre categorie.

Altri modi di dire bene: dio e intelletto e altri significati della parola bene devono essere i suoi

germogli. Dio e intelletto sembrano dover occupare quel posto occupato dalla sostanza, ma

l’intelletto contemplativo di per sé non dice nulla di ciò che è da perseguire e da evitare, quindi non

mette in movimento nulla, il bene pratico di cui parlo in contrapposizione a quello di Platone deve

essere pensato come qualcosa dinanzi a cui mettersi in movimento, un bene per il quale darsi da

fare.

Virtù: bene secondo la categoria della qualità, parlare di virtù significa infatti indicare come agire:

le diverse virtù etiche sono da intendersi come qualità che l’uomo può dare al suo modo di

muoversi nel mondo e a se stesso.

Bene per Platone: se il bene fosse qualcosa di comune, universale e uno, allora lo si direbbe in una

sola categoria, è ciò non è quello che si mostra in modo evidente nella vita; inoltre se il bene fosse

qualcosa di comune, allora una sola sarebbe la scienza del bene, ma non è così: anche se

considerassimo un bene opportuno. Ci sono quindi molte scienze del bene e molti beni che, avendo

lo statuto di fine, costituiscono un bene in senso primario, perché costituiscono, in quel dato ambito

di attività, ciò che è primo e da cui dipende tutto il resto. Ci sono poi secondi che sono chiamati

beni a causa dei primi. Platone inoltre pensa ogni idea come separato dalla contingenza, quindi

come eterno. I platonici cercando di cogliere le cause degli esseri sensibili con l’introduzione di

entità soprasensibili, si sono comportati come una persona che, volendo contare gli oggetti, ritiene

di non poter fare questo che aumentandone il numero. Per Aristotele è impossibile e impensabile

che la sostanza esista separatamente da ciò di cui è sostanza. Pensare il bene in assoluto non aiuta a

fare il bene: ognuno di noi progetta la propria esistenza in base all’idea che ha di felicità.

Bene più alto: qualitativamente differente degli altri beni, il fine, desiderabile per sé, è

qualitativamente diverso dal mezzo. Il bene è causa della desiderabilità degli altri beni (differenza

tra beni per sé e beni utili). Aristotele conclude dicendo che un bene separato da sé non potrà essere

un bene realizzabile. La forma platonica del bene è forma vuota e inutile, impossibile da praticare e

da possedere: affermare l’esistenza di un’idea del bene, come di qualsiasi altra cosa, è dir cosa

puramente astratta e vuota. Inoltre si collega ad un secondo argomento secondo cui il bene “in sé”

coinciderebbe con l’uno, perché i numeri tendono ad esso, ma come tendono ad esso? E come ci

può essere un desiderio dove non c’è vita? Qui il desiderio è inteso come caratteristica specifica di

tutti i viventi, in quanto ciascuno desidera un bene proprio. Il bene in sé è come il fine delle azioni e

come causa delle cose ad esso sottoposte, ciò è mostrato dal modo in cui si insegna. Quando si

insegna si dovrebbe rendere consapevoli i discendenti del rapporto tra fine e mezzi, tra ciò che è per

sé e ciò che è per altro e dalla loro irriducibile differenza qualitativa.

Aristotele giunge ad affermare che parlare di una forma eterna e separata dal bene, non è di alcun

aiuto: la nozione di bene in sé non riesce a dar conto dei beni realizzabili dall’uomo, o se lo fa

comprende anche i beni pratici particolari, ma allora essi dovrebbero avere la stessa definizione,

invece il bene si dice in molti modi. Obiettivo di Aristotele è mantenere e salvare, comprendendola

al fine di viverla bene, la concretezza della vita umana. Il maestro con le proprie idee che abbiamo

della felicità influenza lo sviluppo del bambino. Sono decisivi gli insegnamenti ricevuti.

9. Al di là di tutte le opere, la nostra “opera propria”

In base all’idea che ciascuno di noi ha della felicità, progetterà la sua esistenza in un certo modo e

non in un altro, o non si impegnerà affatto in alcuna progettualità. E se alle sue cure saranno affidate

persone in formazione, la sua idea di vita felice non sarò ininfluente nel suo educare. Cercare di dire

in modo chiaro “che cos’è il sommo bene” che tutti desideriamo, significa impegnarsi a tracciare i

contorni dell’essere persona umana. Per una vita facile sono anche decisivi gli insegnamenti

ricevuti, il modo in cui si è stati abituati e instradati ed esercitarsi nella virtù.

Un’opera proprio, una funzione specifica del flautista e dello scultore, compiendo la quale questi

sono detti buoni, allo stesso modo, anche per l’uomo, deve esservi un’opera propria, compiendo la

quale egli potrà essere qualificato come uomo buono.

Èrgon, opera propria: funzione e attività tipica di un oggetto, organo corporeo, la funzione

preminente rispetto alle sue caratteristiche. L’érgon dell’uomo, secondo Aristotele, permette uno

sguardo sulla vita nella sua interessa, in quanto si pone al di là di tutte le competenze specifiche,

con la necessità di marcare un’asimmetria tra la considerazione dell’uomo in quanto uomo e

dell’uomo in quanto tecnico. L’opera propria deve essere qualcosa che occupi una posizione diversa

rispetto alle varie attività cui l’uomo si dedica (medico, calzolaio).

Vita morale: lo spazio di possibilità proprio per realizzare la nostra opera propria, per essere

autenticamente noi stessi: e il sapere che riguarda la vita buona deve configurarsi a partire da uno

sguardo sull’interezza della vita dell’uomo di cui oggi, avvertiamo l’esigenza.

L’opera propria, secondo Aristotele, è quindi qualcosa che sia al di là di tutte le opere particolari in

cui si trova sfrazionata nella vita dell’uomo. Il fatto che l’uomo possa esser detto buono, non solo

per indicare la sua bravura in un determinato settore, ma per evidenziare la sua perfezione come

uomo, indica una sfida per l’educazione morale oggi. Oggi infatti quando si parla di realizzazione il

pensiero di molti va alla realizzazione professionale, ed una perfezione specialistica, segno di

un’alienazione da lavoro.

L’educazione non può quindi essere pensata solo come aiuto allo sviluppo di capacità settoriali del

soggetto, sarà importante precisare come diverso sia guardare all’uomo in quanto technico e

all’uomo in quanto uomo. Quando si fa riferimento all’uomo in quanto technico si individua un

carattere accidentale, perché nell’essere buon technico è in gioco il bene di un oggetto che è altro

rispetto a lui; nell’uomo buono è in gioco il pieno essere sé stessi, il nostro bene, la nostra

destinazione e compito essenziale.

L’érgon non può identificarsi con il semplice vivere, nutrirsi, crescere né con la vita fatta anche di

sensazione e pura ricettività.

Il bene umano è il compimento della parte migliore dell’uomo: il proprio dell’uomo, la razionalità

deve essere perfettamente esercitata affinché si dia il bene umano. facendo riferimento al téchne si

può aggiungere che c'è ’n “di più” dato dalla virtù.

Idea di felicità: nella natura c’è un desiderio del bene e della perfezione, il desiderio della forma,

tensione che muove ciascun ente vero il suo compimento; quindi è nella prospettiva della forma che

si può parlare del bene di una cosa come conformità alla sua essenza: una cosa è buona quando ha

realizzato pienamente tutte le sue potenzialità, quando non le manca niente per essere se stessa. Una

vita buona è una vita felice, perché è vita umana nella sua forma propria. Raggiungere il bene più

alto è possibile attraverso la virtù.

La vita morale è l’autentica realizzazione della persona.

Eudaimonia: fioritura umana, una vita umana è felice quando l’opera propria dell’uomo, le sue

funzioni governate dal suo carattere specifico che è la razionalità, fioriscono. Fioritura che indica

una pienezza della vita, una pienezza di significato della propria esistenza.

Spaeman parla di riuscita della vita- bisogna stare attenti a non considerare i beni parziali come beni

globali.

La felicità, diversa da un mero benessere soggettivo, può essere il principio che orienta ogni agire

educativo. La maturazione morale di una persona coincide quindi con la volontà e la capacità di

elaborare un progetto di vita, una vitale decisione totale.

Lo sguardo sulla vita come un tutto è qualcosa a cui l’uomo contemporaneo deve essere rieducato.

Occorre trovare un fine che non ci lasci insoddisfatti e che non sia tale da farci dire che non ne

valeva la pena. L’educazione rappresenta l’elemento che permette all’uomo di conquistare prima, e

di esprimere poi tutta la sua forma della sua possibilità umana, senza lasciarvi dei vuoti.

L’esperienza, spesso amara e dolorosa, è feconda se vissuta con l’adeguato supporto educativo: il

fatto che l’esperienza delle cose desiderate risveglia il desiderio che esse promettono qualcos’altro

può diventare un punto di partenza per un’educazione che miri a far cogliere il valore di ciò che

esiste e ha la sua ragion d’essere per sé.

Spaeman inoltre osserva che non è possibile volere incondizionatamente fini parziali senza

ritrovarsi in una menzogna esistenziale.

Formare alla moralità equivale quindi a formare ciascun educando al riconoscimento e al

perseguimento del suo desiderio di futuro, di quel progetto che egli stesso è, quindi alla felicità.

10. Essere felici: un’attività impegnativa

La felicità, come bene dell’anima, è un’azione e un’attività che ha in sé stessa il proprio fine, quindi

l’uomo felice è colui che vive bene e si realizza nell’azione. La felicità coincide quindi con un

essere attivi: è capire e agire bene; la felicità si lega anche alla virtù. Aristotele si sofferma su 4

concetti: possesso e uso, stato abituale e attività: queste due coppie sembrano indicare una diversa

modalità di relazione tra un’abilità che si ha e la sua realizzazione.

Attività: la felicità deve essere enérgheia e non hèxis (abitudine stabile – stato abituale) che indica il

portare stabilmente con sé una certa caratteristica, la peculiarità in riferimento alla quale una cosa è

disposta bene o male. La felicità non è quindi solo potenzialità, ma realizzazione piena, attività e

non soltanto attitudine. Se la possibilità per l’uomo si lega alla virtù, che è attitudine ad agire in un

certo modo, allora non perché io prima possiedo qualcosa e poi ne faccio uso, la felicità può

realizzarsi. La felicità non è un bene che si può avere in partenza, bisogna farne uso affinchè si

realizzi.

Per essere virtuosi non si può essere attivi, concretamente impegnati per il bene; la felicità deve

configurarsi come un essere attivi in sé naturalmente piacevole. Le azioni secondo virtù sono

piacevoli in sé, l’uomo buono fa il bene con gioia, la felicità è energia e non stato abituale, quindi

non è una virtù, però lo stato abituale permette all’uomo di vivere secondo ragione e compiere il

bene generalizzando la sua opera e giungendo alla felicità.

La felicità quindi si lega:

1. Al pieno esercizio della razionalità

2. Alla fioritura di tutta la nostra natura umana

3. All’impegno costante

4. Al gusto di fare il bene e alla sua bellezza

11. L’eudaimonia e i beni esterni

Sorte: una particolare sorgente di eventi che ha il potere di interrompere il nesso tra virtù e felicità,

quindi la felicità non può essere disposizione stabile.

Beni esterni: realtà quali la ricchezza, la buona nascita, la buona discendenza, l’educazione che

abbiamo ricevuto, amici, onore: beni che possediamo del tutto e in parte, ci è capitato di averli.

Eutychemata: beni della sorte. Tyche è il termine con il quale si indica la sorte, che interrompe il

progetto umano. è instabile e può configurarsi come eutychia (buona sorte) o dystychiadystychia

(cattiva sorte). La buona sorte costituisce un insieme di strumenti importanti per la realizzazione di

azioni belle. L’uomo per dirsi felice ha bisogno di una certa fortuna, di un corredo di beni che non

dipende da lui, infatti l’uomo buono consegue il suo scopo se niente lo impedisce. Questi doni della

sorte, se non sono bene usati, possono compromettere la bontà della persona perché non è facile

possederli in modo corretto. La nostra possibilità di felicità può essere gravemente ferita

dall’assenza di questi beni e da pesanti sventure. Se per essere felici ci vuole un certo grado di beni

della sorte, è altrettanto irragionevole ritenere di poter essere felici per caso. Un modo di vivere

buono e felice dipende da noi ma non totalmente. La felicità è quindi qualcosa conseguibile

attraverso la realizzazione della virtù che si verifica se niente lo impedisce: non siamo noi padroni

delle nostre scelte, ma li affidiamo al mondo.

12. Educare il desiderio

Uomo politico e virtù: l’uomo politico deve conferire ai cittadini una certa qualità attraverso leggi

per l’educazione dei giovani (polis come comunità educante). Il compito di Aristotele è quello di

delineare la virtù umana, quella perfezione che porta a massima espressione quel particolare ente

che noi siamo, una virtù dell’anima. L’azione virtuosa è propria dell’anima quindi l’uomo politico

deve sapere che l’anima è razionale e irrazionale. Irrazionale perché costituita dalla funzione

vegetativa che però partecipa in qualche modo della ragione: nell’anima accade che qualcosa si

muova al contrario rispetto a ciò che si vorrebbe. Gli uomini a cui si fa riferimento sono quelli

incapaci di tenere fermo il ragionamento e di perseguire fino in fondo quello che tale ragionamento

ha mostrato loro come bene da fare. Hanno scelto bene (gli incontinenti) ma non sono stati in grado

di perseguire nell’azione. Il desiderio sensibile si oppone alla ragione e la vince, la parte dell’anima

che è capace di desiderio ascolta la ragione e ne tiene conto come noi facciamo con i consigli del

padre.

La parte razionale dell’anima è a sua volta duplice: vegetativa che non ha nessun rapporto con la

ragione e con la vita buona; impetuosa che ascolta la ragione.

Virtù etiche: rendono perfetta la parte irrazionale dell’anima che può ascoltare consigli ed essere

educata.

Virtù intellettuali o dianoetiche: rendono perfetta la parte razionale dell’anima.

Orektikon, facoltà di desiderare. Tre modalità di desiderio.

Bules: volontà, quel tendere che ha per oggetto il bene, riconosciuto come fine. Desideriamo

corretto, plasmato dalla ragione.

Epithymia: desiderio sensibile, legato ai piaceri del corpo.

Tymos: impeto.

Non si è coraggiosi per impeto (tymos) ma per scelta (orexis – muoversi verso qualcosa). Anima:

 

funzione vegetativa sensitiva razionale. L’intelletto è il fine dell’anima.

Interventi educativi: accudire la persona in quanto corpo dotato di bisogni e far acquisire buone

abitudini modellandone aspetti emotivi, passionali e affettivi per esercitare pienamente la

razionalità, educare al desiderio rende il desiderio capace di obbedire alla ragione, di ascoltare i

consigli del padre e farsi desiderio corretto (concezione olistica della vita umana). Per Aristotele

l’essere umano è unità complessa di anima e corpo. L’educatore deve armonizzare i diversi aspetti

della vita di ciascuno (biologici, intellettuali). La concezione aristotelica dell’uomo ci conduce alla

necessità dell’educazione e alla cura dell’anima come impegno per una cura della persona nella sua

interessa.

Epimeleia: cura dell’anima, educazione come processo interiore; mettere l’altro in condizioni di

imparare ad avere cura educativa, è orientata a promuovere il bene dell’altro; porre in condizioni di

provvedere da sé stesso al proprio bene, cocostruzione dell’identità personale.

Capitolo secondo: ESSERE VIRTUOSI

1. La virtù tra éthos…

Virtù dianoetica: nasce e si sviluppa a partire dall’insegnamento, quindi ha bisogno di esperienza e

di tempo. È una virtù del pensiero (intellettiva).

Virtù etica: deriva dall’abitudine (ethos). La virtù etica si lega quindi all’abitudine, è virtù del

comportamento (morale).

Ethos: abitudine, primo strumento di educazione morale. La realtà fattuale delle convinzioni,

valutazioni, abitudini condivise da tutti, intimamente comprensibili e profondamente comuni,

l’insieme di tutto ciò che forma il nostro sistema di vita: il primo passo della vita morale e il primo

strumento di un educatore che voglia formarsi, guidare verso una vita buona. L’ethos, il carattere, si

forma attraverso abitudini buone. Le abitudini danno vita al nostro carattere. Carattere è ciò rispetto

a cui diciamo qualificati gli agenti e quello che fa chiara la scelta. La condotta si acquisisce con

esperienza ed esercizio. Apprendiamo una certa condotta di vita con l’esperienza viva e l’esercizio;

un’attenzione al bene, nelle nostre vite, dipende anche dalla formazione, dagli incontri fatti,

abitudini apprese, comportamenti visti e ripetuti sin dai primi anni di vita.

Ogni uomo parte dalla propria tradizione ma poi cerca il bene e non la fedeltà alla tradizione: chi è

fedele non ammette dialogo e accoglienza verso gli altri. La tradizione deve fungere da sfondo per

l’innovazione.

La ricerca del bene e della felicità parte quindi da un contesto determinando specifiche tradizioni

nelle quali siamo nati. L’ethos è il punto di partenza della nostra esperienza etica: la fioritura umana

dipende dal contesto, da una collaborazione tra persone impegnate nella ricerca della vita buona, da

una forma di vita comunitaria che incoraggi tale fioritura dell’opera educativa. La polis aristotelica

è considerata un ambiente dalla rilevante atmosfera morale e, quindi educativa.

Destinatario ideale dell’opera: cittadino cresciuto nella polis. L’educatore mentre si propone quale

modello imitabile, indica che la modalità dell’imitazione deve essere trasformativa: l’educando

deve essere creativo in modo da cercare sempre il bene. ogni uomo parte dalla propria tradizione

che poi trasformerà.

2. …e natura

La virtù non può essere qualcosa di naturale: essa non è in noi qualcosa di garantito, ha bisogno del

nostro impegno e della nostra dedizione che possono modellarci e raddrizzarci. La virtù è qualcosa,

un’attitudine che acquistiamo dopo averla esercitata e proprio perché l’abbiamo esercitata. Si deve

cominciare con il compiere azioni giuste per diventare giusti, ma non basta: diventiamo buoni

quando le azioni buone provengono da un’autentica scelta portata avanti senza debolezza e con

costanza. Nella prospettiva dell’educazione morale, abituarsi al bene è fondamentale. Quindi per

mezzo delle stesse cose si generano virtù e vizio: se l’esito positivo fosse garantito non si avrebbe

bisogno per nulla di un maestro, ma tutti si genererebbero o buoni o cattivi. La virtù è quindi un o

stato abituale, attitudine, hexis. Una volta acquisita si perde difficilmente, il raggiungimento della

virtù costituisce per noi la piena fioritura della nostra essenza. Noi veniamo lodati come buoni se in

certe circostanze non temiamo in un certo modo, oppure biasimati come cattivi se ci adiriamo in un

certo altro modo.

Scopo dell’educazione morale è far diventare l’impegno per il bene qualcosa di naturale. Se la virtù

è la perfetta realizzazione di quello che per essenza siamo, e nell’esistenza possiamo essere, della

nostra natura, noi non possediamo questa come un dato, al modo di una pianta o di un animale.

L’umano si caratterizza per la possibile relazione con il suo essere e dove questa relazione non si dà,

non si dà vita autenticamente umana. Il raggiungimento della virtù è la fioritura della nostra

essenza. Nel nostro effettivo realizzare o non realizzare la virtù ne va della nostra natura: è quello

che è in gioco quando si agisce nella polis, da uomo e da cittadino, dando forma ai suoi desideri. La

virtù diventa così ciò che rende umano l’uomo. Obiettivo di un’autentica educazione morale è

infatti far diventare la virtù una seconda natura, far si che il bene venga compiuto sempre e

naturalmente. L’uomo per essere persona deve assumere su di sé il compito di personalizzazione

della propria vita: non c’è persona, senza lo sforzo e il cammino per farsi persona. Questo

movimento di personalizzazione implica originalità e creatività della persona.

L’educazione può essere pensata come un’opera di morphoghénesis, che educatore ed educando

insieme realizzano, anche se all’educatore spetta la responsabilità di dare il primo avvio a questo

movimento di generazione della forma. Il fine educativo è quello che possiamo chiamare globale

competenza essenziale. Se non ne abbiamo cura rischiamo di perdere la nostra umanità.

3. Guardando ad un modello

L’uomo virtuoso, quell’uomo cui guardare, la misura del comportamento morale, segno visibile e

credibile di una possibile modalità di stare al mondo. L’educazione morale si concreta nel vivente

organismo virtuoso: una proposta di tale educazione in grado di incidere nella vita dell’educando,

non può considerare accessorio il ruolo dell’educatore come modello.

L’educatore deve infatti farsi responsabile di un’attestazione affidabile, il rapporto con colui che

guida è una delle precondizioni della vita morale. L’educatore deve aver cura del proprio carattere

morale, in quanto da esso traspare l’argomentazione più forte di ogni parola. È un’ideale di umanità

capace di affascinare e suscitare la risposta libera dell’educando, quindi di dare una forma nuova,

personale e irripetibile, a quell’ideale.

4. L’importanza etica e pedagogica della lode

La virtù viene identificata con ciò che merita lode, il vizio viene fatto coincidere con ciò che è

degno di biasimo. L’épainon non riguarda gli dei in quanto beati e mai impegnati né all’azione, né

alla produzione, ma riguarda la virtù perché coglie una qualità umana.

La virtù è hexis lodevole, stato in cui siamo stabilmente ciò che merita approvazione: quando

lodiamo ci riferiamo alle qualità di chi ha operato, alla sua bontà, pur apprezzando anche una

realizzazione esterna. C’è biasimo o lode per quelle cose che non si danno necessità, per caos, per

natura, ma per quelle cose di cui noi stessi siamo causa.

Lodiamo quindi la realizzazione di quel nuovo che è affidato al sapere e al desiderio umano. e

apprezziamo l’uomo, attribuendogli la responsabilità causale di quella realizzazione. Lodi e

rimproveri hanno la funzione di rafforzare la motivazione morale (valore pedagogico).

Un educatore offre una conferma quando fa capire all’educando di voler incontrare la sua realtà

personale e accettarlo; il contrario è comunicare “tu non esisti”.

Gli educatori, il loro modo di interesse e di vivere la relazione educativa indica alle persone in

divenire in che modo vengono percepite e valutate dal punto di vista delle capacità e del valore

personale. È quindi necessario che gli insegnanti pongano in atto un agire educativo di

incoraggiamento: lo scopo di tale modalità educativa è formare individui coraggiosi, che nutrono

ragionevoli speranze e sanno affrontare con fiducia le difficoltà aiutati da un’adeguata percezione

della propria realtà personale e delle proprie potenzialità. Il coraggio motiva la ricerca di soluzioni e

l’assunzione di responsabilità, rafforza la motivazione morale.

L’educando sperimenta il disconoscimento del proprio valore quando formula non lodi ma encomi,

apprezzamenti per l’opera: l’educando è quindi chiamato ad offrire all’educando una critica serena e

costruttiva, una negazione equilibrata che può essere occasione per sostenere la formazione.

Encomio: coglie solo il valore dell’opera.

5. Forme del giusto mezzo

La virtù è medietà tra due estremi, mali: il difetto e l’eccesso, si agisce secondo ragione. La virtù

consiste in un’attitudine di scelta di ciò che è intermedio tra i due opposti errori dell’eccesso e del

difetto passionale. Si capisce secondo ragione.

Coraggio: coraggioso è colui che non prova timore dinanzi alle cose più grandi (morte, pericoli),

controlla il timore con la ragione; il coraggioso è colui che agisce per il bello come ordina la

ragione, conosce l’ambito in cui opera, non si lancia nel pericolo senza calcolare le conseguenze,

ma osserva la situazione, si muove sulla base del sapere. Tra temerarietà (agire per impeto) e viltà.

Generosità: è medietà rispetto alle ricchezze, ciò che determina la connotazione etica del denaro è

l’uso che se ne fa. È cosa virtuosa dare correttamente, piuttosto che correttamente ricevere. Il

generoso non dona in maniera indiscriminata e illimitata. Generoso è colui che dà in proporzione ai

suoi averi. Tra prodigalità e avarizia.

Magnificenza: è una virtù che riguarda le ricchezze ma si realizza rispetto alle grandi occasioni di

spesa. Magnifico è chi spende molti soldi non solo per sé ma per il godimento di molte persone. Tra

volgarità e meschinità.

Fierezza: stima adeguata, consapevolezza di essere degni di grandi cose e ampi riconoscimenti.

L’uomo fiero sa quale opinione tenere in considerazione e si preoccupa solo del riconoscimento e

dell’approvazione di altri uomini buoni ed eccellenti. Tra Pusillanimità e volgarità.

Queste sono le virtù principali dell’uomo buono e del buon cittadino, ma Aristotele fa riferimento

anche a virtù che riguardano la vita sociale: amabilità, sincerità, garbo, mitezza.

Non sempre le azioni buone sono intermedie, ma se i tempi e le circostanze lo richiedono può essere

virtuoso eccedere in un senso o nell’altro (ad esempio è giusto adirarsi a volte). Dipende tutto dai

tempi e dalle circostanze.

Il vizio è agire in un determinato modo per motivi sbagliati e in tempi e luoghi sbagliati.

6. Alla base: la temperanza

La temperanza è una delle due virtù che Aristotele considera più importanti, è la medietà rispetto ai

piaceri; è la virtù che permette di incanalare e conservare la capacità desiderativa dell’uomo, il suo

potenziale vitale, per restituirlo al suo senso propriamente umano. La temperanza si contrappone

all’incontinenza e l’intemperanza, l’ultima è la più riprovevole. Nella prima c’è un riconoscimento

del consiglio della ragione ma poi una debolezza che impedisce di resistere al desiderio sensibile;

nell’intemperanza c’è la scelta di abbandonarsi alle passioni.

La temperanza riguarda i piaceri del corpo, quelli che ci accomunano alle bestie. Gli intemperanti

godono di ciò di cui non devono o lo fanno più del giusto. Se però non vi fosse un uomo che non

gode mai di nulla, questo non sarebbe un modello da imitare, perché sarebbe meno di un uomo. Una

corretta paideia educa a provare bene piacere e dolore. La virtù concerne infatti l’uso corretto di

piacere e dolore. Essere pepaideumenoi significa quindi saper provare piacere o dolore per le cose

cui è doveroso provare questi sentimenti. L’uomo temperante sa aprirsi alla realtà e riconoscerne il

valore; essendo virtuoso è abituato a godere correttamente: la sua orexis (desiderio) è moderata.

Obbedire alla ragione non deve essere un obbligo triste e doloroso ma un’adesione gioiosa al bene

riconosciuto e scelto.

7. Alla sommità: la giustizia

La giustizia è quello stato abituale tale da rendere gli uomini capaci di compiere le azioni giuste

sulla base di esso, cioè sulla base del quale essi agiscono e vogliono ciò che è giusto. Allo stesso

modo, l’ingiustizia è lo stato abituale sulla base del quale gli uomini vogliono ciò che è ingiusto,

compiono azioni ingiuste e quindi sono ingiusti. Ingiusto è chi trasgredisce la legge, chi è disonesto

perché viola l’eguaglianza, chi non accetta una giusta distribuzione dei beni e degli oneri e vuole

più di quanto gli spetta; l’uomo giusto è chi rispetta la legge, che hanno un ruolo educativo di

grande rilevanza: ha un nesso stretto con la virtù. La legge si propone il proseguimento della virtù e

procura felicità. Il legislatore assume come suo un ruolo educativo, rendendo buoni i cittadini;

vogliono infatti la bontà morale dei cittadini. La legge comanda di vivere secondo ogni tipo di virtù

e proibisce di vivere secondo ogni tipo di perversione. L’acquisizione della virtù è possibile grazie

ad una corretta educazione che presuppone la polis (buone leggi).

La giustizia è virtù somma perché è rispetto al prossimo, alla loro felicità. Essere giusti non

contribuisce solo al mio perfezionamento, ma è anche un bene per chiunque altro coinvolto nelle

mie scelte di vita. Produce gioia più negli altri che in noi stessi e le virtù più belle sono quelle che

producono gioia più negli altri che in noi stessi. Si tratta di uscire dalla chiusura in sé stessi per

esercitare la giustizia: le diverse modalità del darsi di questo essere virtuosi rispetto all’altro sono

riconducibili a tra forme di giustizia:

- Giustizia distributiva: che riguarda la ripartizione di beni, oneri e quello che può essere

diviso tra i membri della polis. Essere giusti è quindi distribuire cose comuni secondo una

porzione, realizzare una divisione e un’assegnazione che pongano in rapporto corretto cose e

persone. Giustizia è rispettare l’eguaglianza per il criterio di distribuzione di beni e

ricompense. Distribuire cose comuni secondo una porzione, secondo il merito, realizzare

una divisione che ponga in rapporto corretto cose e persone, rispettando l’eguaglianza per

tutte le classi sociali.

- Giustizia correttiva: riguarda il giusto che si dà nelle relazioni sociali. Giustizia in questo

caso è ristabilire, in seguito ad un torto subito, l’eguaglianza. La legge e il giudice

guarderanno solo le differenze prodotte dal danno: il giudice attribuisce alla sezione minore,

quello che toglie alla sezione maggiore (bilancia). Due porzioni sono sbilanciate: uno ha

rubato e l’altro è stato derubato. Il giudice deve ristabilire l’equilibrio. Togliere a chi ha

guadagnato per dare a chi ha perso.

- Giustizia politica: riguarda coloro che vivono insieme in una comunità politica (polis),

individui liberi e uguali tra loro.

È importante far acquisire consapevolezza della forza della rete di relazioni che, in un mondo

globalizzato, ci lega più saldamente di quanto pensiamo e amplia il raggio di efficacia delle nostre

scelte e nella nostra responsabilità. La ricerca della felicità e della vita buona per noi non può essere

pensata come disgiunti dall’altrui ricerca della vita buona e di una felicità pubblica.

8. La legge è universale per tutti?

Lode e virtù: noi lodiamo chi è equo e usiamo questo termine come sinonimo di buono, equità è

quindi virtù. Ma equo è ciò che va al di là del giusto, come si può quindi pensare che ci sia qualcosa

migliore della giustizia che è un’eccellenza?

L’equo è giusto, ma non secondo la legge. Equità e giustizia sono due eccellenze, ma la prima è

preferibile alla giustizia, in quanto costituisce una correzione della legge. Legge è intelletto senza

desiderio. Per Aristotele, pensare oltre la giustizia, l’equità significa ricordare che, se la legge è e

deve essere senza desiderio, per essere sempre imparziale, dall’altra, affinché il fine per il quale

essa esista venga realizzato, è necessario il desiderio degli uomini, la loro intelligenza pratica e

capacità di discernimento e flessibilità.

La legge è formulata in termini universali, ma va applicata ai casi particolari. Occorre dare a

ciascuno ciò che gli è dovuto considerando le persone con uguale dignità considerando il criterio di

uguaglianza ma considerando anche le differenze individuali. Nelle classi bisogna educare alla

giustizia, al rispetto degli altri.

Non è possibile utilizzare una misura rigida in educazione, ma l’equità conta di più della giustizia

perché vuole flessibilità. La legge deve ammettere eccezione, deve essere imparziale, non sono

ammessi favoritismi, ma è flessibile perché si adatta a casi particolari. Bisogna educare alla

giustizia, al rispetto degli altri.

Capitolo terzo: SAPER SCEGLIERE

1. Né per costrizione, né per ignoranza: il principio in noi

Dato che la virtù riguarda passioni e azioni e poiché lodi e biasimi vengono attribuiti per ciò che è

volontario, allora è necessario distinguere il volontario dall’involontario. Questa distinzione è utile

sia per coloro che indagano intorno alla virtù, sia per i legislatori, i quali puniscono alcune persone

e non altre che sembrano aver compiuto lo stesso atto.

Lodi e sanzioni vengono dispensate anche come insegnamenti per la crescita della collettività, cioè

per reprimere un comportamento e dissuadere della sua reiterazione, o per suscitare emulazione.

Lodiamo azioni virtuose.

Compiuto per forza è quell’atto il cui principio è effettivamente esterno a chi si trova ad operare;

costui non contribuisce in nessun modo alla realizzazione dell’atto, come se fosse trasportato. Chi

compie azioni involontarie non è malvagio, può essere perdonato, si può provare pietà per lui. Non

si possono biasimare perché non dipendono da chi le ha commesse. Si dà comprensione, empatia.

Se non sono volontarie le azioni che cominciano da qualcuno o da qualcosa “esterno”, l’agente

agisce volontariamente quando il principio del movimento delle sue parti strumentali del corpo è in

lui, quando l’arché, il principio, agisce da lui.

L’ignoranza è la seconda causa di involontarietà dell’atto, è involontario quell’atto che compiuto

provoca dolore, pentimento, disgusto.

Siamo lodati per le cose di cui noi stessi siamo la causa: noi riteniamo qualcuno degno di lode, se

capiamo che ha compiuto una data azione non per ignoranza o costrizione, ma volontariamente,

solo in quel caso lo riconosciamo come causa. per questo rispetto ed azioni turpi le quali sono

involontarie, non si dà biasimo ma comprensione e pietà.

Non sono involontarie le cose che si fanno per epithymia o thymos, come se non ne fossimo causa,

non c’è azione volontaria, possibilità di virtù e di vita buona, senza il ricorso non occidentale del

desiderio. L’essere virtuosi è infatti un modo di vivere le nostre passioni, e quindi la nostra capacità

di desiderio e l’essere umano è tale perché, essendo dotato di ragione, può plasmare il suo desiderio,

distinguendosi dagli altri animali.

Volontario è ciò il cui principio è in chi agisce, quando costui conosca i singoli aspetti nei quali

l’azione si verifica. Azione compiuta intenzionalmente. Affinché si dia azione e virtù umana, il

principio deve essere in noi, noi dobbiamo essere l’origine autentica del movimento: l’uomo può

essere principio e generatore delle azioni.

Arché: principio da cui una cosa si genera, il bene è principio di movimento; l’agire e il fare sono

modi attraverso cui l’uomo si fa principio di trasformazione della realtà in cui si trova. È il primo da

dove una cosa può cominciare a muoversi: il primo da cui è generata. Principio è anche il punto

partendo dal quale si fa riferimento all’apprendimento, che deve muovere dal punto da cui è più

facile imparare; è la parte originaria e interna alla cosa, il punto di partenza per la conoscenza di una

cosa. La sua individuazione è decisiva per il sapere. Uomo principio di movimento secondo la

téchne. È ciò secondo la cui scelta si muovono le cose che si muovono e si mutano le cose che si

mutano. Il principio come principio di movimento e l’uomo capace di svolgere questa funzione. La

physis è principio interno alla cosa che si genera e l’uomo è principio di movimento esterno, quindi

si parlerà di responsabilità personale. È importante capire qual è l’arché, è importante per

comprendere perché accadono le cose.

Ogni azione autentica ed educativa si compie quando qualcosa di nuovo nasce, essendo la sua arché

nell’educando: non si dà educazione se non si avvia la capacità di iniziativa della persona

impegnata nel proprio cammino di formazione. L’educatore ha quindi il compito di dare un primo

avvio del movimento chiamato educazione, ma la perfetta educazione dell’educando non può

conseguirsi senza il suo impegno personale, allora questo è un secondo avvio del movimento.

Obiettivo di un’educazione alla moralità è quello di far percepire all’educando che con lui è venuto

al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità e che da lui si attende l’inatteso.

Il desiderio deve esprimersi senza ignoranza né costrizione, quindi deve essere educato. Proprio

perché il desiderio è malleabile e capace di ascoltare la ragione, esso deve essere informato e

formato. Chi intende essere quella persona che guida un’atra verso la sua perfezione deve

rispondere ai bisogni ed educare, ampliandola in altezza e profondità, la capacità di desiderare.

Deve essere in grado di ascoltare i consigli della ragione. Non ci si può accontentare di un uomo

che si dice felice nella povertà di beni e di opportunità solo perché non conosce alternative, perché

il desiderio deve essere espresso senza ignoranza o costrizione. L’educatore deve formare il

desiderio affinché sia capace (l’educando) di ascoltare i consigli della ragione.

2. Scegliere

Proairesis, scelta: qualcosa connesso alla virtù che permette di giudicare i caratteri, qualcosa di

volontario; quindi nell’essere troppo giovani o troppo frettolosi nell’agire c’è qualcosa che è ben

diverso dalla scelta. Non è sinonimo di appetito sensibile, impulso o volontà, opinione.

Non è epithymia o thymos perché appetito sensibile e impulso sono movimenti che si trovano anche

negli esseri non razionali e perché l’appetito sensibile è ciò per cui agisce l’incontinente, mentre la

scelta è ciò per cui agisce chi si domina.

Non è volontà anche se sono della stessa specie: la volontà è dei fini, la scelta è dei mezzi, si vuole

un bene come fine e si scelgono i mezzi che possono condurre tale fine. Allo stesso modo noi non

scegliamo di essere felici, ma lo vogliamo.

La proairesis non può essere opinione perché questa può darsi di numerosi oggetti, rispetto ai quali

non ha senso scegliere; si hanno opinioni circa le cose che dipendono da noi e anche circa le cose

eterne e impossibili; inoltre il criterio dell’opinare è il vero e il falso e quello dello scegliere è il

bene e il male. Noi diventiamo persone di una certa qualità attraverso lo scegliere i beni o i mali, e

non per il fatto di avere certe opinioni. Educare è far conoscere il bene e spingere l’alunno a darsi da

fare per la sua realizzazione.

L’Eudaimonia è quel bene che possiamo riconoscere come fine complessivo del nostro vivere, in

vista del quale fare le scelte più opportune. Scegliamo quindi tutto in vista di essa. Scegliere

significa desiderare in maniera corretta fino a fare il bene.

La scelta è qualcosa di volontario, legata al ragionamento e al pensiero ed è oggetto di scelta ciò che

è stato prima deliberato. La scelta è quindi un particolare desiderio deliberato, ovvero frutto della

deliberazione.

3. … in modo conforme alla deliberazione

Bruleusis: la deliberazione, è il percorso di ricerca razionale che rende possibile la scelta e l’azione:

posto il fine la deliberazione significa ricercare i mezzi migliori per conseguirlo. Scelta come

particolare desiderio deliberato. Non tutto può essere oggetto di deliberazione, come le cose eterne e

necessarie o le cose che avvengono sempre allo stesso modo per una legge naturale o sulle cose che

dipendono dal caso. Si delibera su ciò che potrebbe avvenire a causa nostra. Si delibera sul futuro e

su ciò che possiamo determinare noi, su ciò che è realizzabile. Dall’essere umano si attende

l’inatteso, ciò che può dipendere solo da lui. Il desiderio in base a cui prende avvio il movimento è

il desiderio e nel sapere dell’uomo, è questa possibilità lo spazio della vita morale e dell’opera

educativa. Se il nuovo di cui l’uomo è capace non risulta già scritto in nessun divenire naturale, né

prevedibile in base alla necessità, ciò significa che tutto il nuovo, e tutto il bene, di cui l’uomo è

capace dipende da lui; esso rimane affidato alla libertà e alla responsabilità. Deliberare è la capacità

umana di desiderare il bene fino a sceglierlo fattivamente nella nostra vita. Si delibera su ciò che

può avvenire a causa nostra.

Educare la persona a farsi persona significa anche far scorgere all’educando quanto e come, per

ciascuno, sia dia un aspetto diverso del bene ancora da fare che ciascuna persona è chiamato ad

aggiungere a questo mondo. L’esperienza prima della moralità è quella novità buona che è nel

mondo grazie al proprio desiderio del bene e il cui spazio sarebbe rimasto vuoto senza lui. La gioia

di sentirsi causa della presenza del bene motiva a crescere nell’esercizio della moralità. Deliberiamo

più sulle téchnai che sulle epistemai, sul saper fare che è indeterminato, procurandoci consiglieri

che ne aiutino a discernere. Ci sono eventi dovuti all’uomo che senza il suo desiderio, la sua

deliberazione non avrebbero avuto luogo. L’uomo è la causa delle cose e questo l’alunno deve

sperimentarlo.

Synboloi: l’educatore è un consigliere, coloro insieme ai quali deliberiamo. Platone afferma che è

bene sceglierli con molta attenzione e accettarsi del fatto che chi discute sia technikos, questo

soprattutto per i giovani in quanto si cercano maestri dell’anima. Non sceglie al posto nostro.

Il fine è posto come il bene sommamente desiderato e in vista cui il medico persegue il resto. Non si

devono fornire risposte già pronte, soluzioni preconfezionate, occorre far sperimentare.

Téchne è avere nell’anima la forma e saper ricercare fino ad individuare il modo migliore per

attuarla nelle concrete circostanze. Nei movimenti poietici si possono distinguere noesis e poiesis:

la prima comincia dallo sguardo sulla forma e si snoda come ragionamento volto ad individuare il

modo migliore per realizzarla nelle concrete circostanze in cui si trova: tale ragionamento si compie

là dove il medico scorge ciò che è in sui potere. In quel punto inizia la poiesis, produzione vera e

propria. Saper fare è quindi guardare al bene della cosa fino all’individuazione di ciò che è da fare

in questo momento.

Il buon téchnico si muove dall’eidos, dal bene della cosa.

Noi conosciamo davvero il bene quando siamo in grado di fare, quando scorgiamo il bene che nel

mondo ancora manca. Ciò che fa iniziare il movimento è il fine. La deliberazione è il percorso di

ricerca dei mezzi che sono adatti per conseguire un fine in una situazione particolare. Deliberare è

ricercare beni per individuare come intervenire, un modo corretto di operare, una qualità di azione

in una particoalre e contigente situazione. Per scegliere bene si deve però avere a disposizione un

sapere, confrontarlo con la situazione concreta, si deve discernere il tempo opportuno per agire e

riconoscere i propri limiti, lanciarsi nell’azione e sapersi fermare e indietreggiare di fronte a ciò che

non è in nostro potere perché dipende da altre cause. Si deve conoscere l’universale.

Scelta: desiderio deliberato di ciò che dipende da noi. Scegliere è desiderare correttamente fino a

fare il bene desiderare e fare il bene.

La deliberazione può essere considerata un dibattito assemblare autorizzato. I fini vengono

conseguiti se niente lo impedisce.

L’educazione morale non può prescindere da un’educazione alla deliberazione, all’attitutine a

calcolare, soppesare il velore di diversi mezzi possibili rispetto ad un fine. La discussione

democratica e la partecipazione attiva emergono allora quali modalità dell’educazione morale a

scuola e in famiglia e in altri ambienti formativi. Compito dell’educatore è inoltre sollecitare le

disposizioni di logiche democratiche in una discussione corretta e stimolante.

Bisogna riconoscere il movimento giusto per agire e il momento giusto in cui fermarsi perché non

dipende più da noi ma da altre cause.

4. La debolezza del volere e il sillogismo pratico

Akrasia: debolezza del volere o incontinenza

Rispetto ai caratteri tre sono le attitudini negative:

- Vizio, opposto di virtù, che nasce come piacere corporeo che è il soddisfacimento di una

mancanza, è desiderio, esigenza di riempimento che più viene soddisfatta più viene

desiderata.

- Bestialità: vizio estremo attribuito ai barbari e dovuto a malattia, violenza dubita, reiterare e

persistenti abitudini malvagie. A causa di questi fattori si vive in una condizione al di sotto

dell’umanità, il suo contrario è virtù eroica o divina.

- Incontinenza: non mette in pratica il sapere, mancanza di autocontrollo e debolezza riguarda

ai piaceri corporei, il suo contrario è la capacità di controllarsi (enkrateia). La figura

dell’incontinente è avvicinata a quella del giovane e contrapposta a colui che dà forma ai

suoi desideri: l’incontinente si lascia trasportare dall’appetito sensibile e non dà ascolto alla

ragione. L’incontinente non mette in pratica il sapere anche se sa cosa è il bene, con il

desiderio e con la ragione, ma non lo realizza con un effettivo mettersi in movimento.

L’incontinente, in base al sillogismo pratico, possiede entrambe le premesse ma non si serve

di questo sapere in quanto un desiderio irrazionale irrompe e lo fa sviare.

L’uomo buono ragiona fino ad agire, ha la conoscenza e se ne serve. L’uomo buono sulla base di un

sapere ragiona sui mezzi per raggiungere un fine fino ad agire.

Sillogismo pratico: il sillogismo è un logos (ragionamento) nel quale poste alcune premesse,

qualcosa di altro da esse, mediante esse risulta necessariamente, questo altro che risulta è la

conclusione. La premessa maggiore è il riconoscimento del fine posto dalla volontà, desiderato; la

premessa minore veste sul particolare che, grazie al percorso di ricerca deliberativo, si è

riconosciuto come mezzo per raggiungere il fine; la conclusione che necessariamente scaturisce è

un’azione. Quindi agire bene, al pari di fare bene, significa mettere in dialogo universale e

particolare. Quando l’uomo buono agisce in conformità con il suo sillogismo fa ciò che desidera.

L’azione deriva dal principio.

Sillogismo scientifico: poste le due premesse, l’anima enuncia la conclusione, l’anima

immediatamente agisce.

Il sillogismo pratico è quel particolare ragionamento che mette capo ad un’azione; ha una premessa

maggiore in cui si pone il fine come oggettivamente desiderabile e una minore che, riferendosi ai

fatti particolari e nell’ambito di ciò che è in potere dell’uomo, indica il mezzo idoneo alla

realizzazione del fine come risultato di una deliberazione; la conclusione che scaturisce dalle

premesse è una scelta: cominciare ad agire. Fornendo la rappresentazione del percorso razionale

attraverso cui si genera l’azione, contiene la deliberazione come percorso di ricerca del termine

medio. Nella deliberazione prende forma la combinazione di pensiero e desiderio. Quando il

percorso razionale è giunto al termine, il desiderio plasmato da tale percorso ne prende il posto e dà

origine al movimento. Quindi il movimento causato dall’uomo si dà, dove si dà desiderio razionale

in atto. L’incontinente non porta a compimento il sillogismo.

Phantasia: ci permette di vedere cose temibili assicuranti in un dipinto, non farci guidare

dall’immediatezza. Il movimento umano è accompagnato da capacità di immagine e desiderio e ciò

che muove è l’oggetto del desiderio per il fatto di essere immaginato.

Phantasia buleutike, immaginazione deliberativa.

Considerando la struttura del sillogismo pratico, l’incontinente possiede sia la premessa universale,

sia quella particolare, ma non si serve di questo sapere, in quanto un desiderio irrazionale

(epithymia) irrompe e lo fa sviare. L’incontinente non porta a compimento il sillogismo.

5. Per una pedagogia (aristotelica) delle emozioni

L’esercizio della vita desiderativa razionale consente alla razionalità di guidare la persona che non

si chiude su di sé, rimanendo a livello dell’animalità. Il desiderio deliberativo diventa moviemnte

dell’azione.

La vita morale si presenta come testimonianza della capacità di trascendenza dell’uomo, delle

capacità di andare oltre se stesso e decentrarsi rispetto al godimento immediato ed egoistico.

L’uomo si distingue dagli altri animali per il fatto di essere dotato di logos e capacità di

immaginazione (phantasia). Per questo è l’unico ad avere sia la capacità di sentire il giusto e

l’ingiusto.

L’avere in comune questa capacità di nominare l’utile e il dannoso, il giusto e l’ingiusto è sinonimo

di koinonia: significa agli altri il piacere e il dolore equivale ad assumerli in uno spazio di distanza,

come sospeso. La phantasia ci permette di dare un nome agli stati d’animo, di prendere le distanze

da esse tramite logos e distinguere bene e male. Chi è incapace di sillogismo pratico mostra di


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marta.tr

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marta.tr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof D'Addelfio Giuseppina.

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