Bulli, pupe e videofonini (da pag. 9 a 53)
Prefazione (pp. 9-13)
Lo studio della comunicazione, legato alle prospettive sociali, entra nel vivo dopo il secondo dopoguerra. A quel tempo nessuno immaginava che dei fenomeni complessi come quelli legati alla devianza o ai rapporti generazionali potessero essere analizzati attraverso dei modelli comunicativi, poiché le prime analisi partivano da due punti di vista:
- Quello cibernetico, che si muoveva attorno alla scienza dell’informazione e aveva tra i massimi esponenti Shannon e Weaver che iniziarono a lavorare sul concetto di flusso di trasmissione e Lasswell che invece declinò per la prima volta gli elementi delle dinamiche comunicative e gli ambiti scientifici attraverso i quali potevano essere osservati. Tutto questo era adeguato al sistema dell’epoca, dove i media applicavano e perfezionavano modelli di broadcasting (trasmissione di informazioni da un sistema trasmittente ad un insieme di sistemi riceventi non definito a priori).
- Quello del determinismo tecnologico.
Inizialmente emittente e ricevente erano due universi distinti e distanti e il mezzo era più vicino all’idea di massa piuttosto che a quella di pubblico, per gli studiosi di comunicazione la persona assumeva significato solo quando o perché fruiva dei prodotti mediali. Poi con la scuola di Toronto il mezzo assume un significato diverso e viene visto come un’estensione sensoriale, attorno alle quali l’utente costruiva la propria esperienza. Il medium diventa forma cognitiva. Inoltre la comunicazione acquisisce maggiore velocità.
La seconda generazione della Scuola di Francoforte attualizza un cambiamento in grado di spostare l’attenzione da una comunicazione di massa ad una cultura di massa. Quindi viene a definirsi un nuovo significato del concetto di mediazione, che non viene più a distinguersi tra mondo reale e cyberspazio, ma questi due concetti tendono a unificarsi.
In questo contesto emerge la ricerca di Marco Centorrino, il quale inserisce e inquadra il tema attuale del bullismo all’interno del nostro contesto odierno multiforme. Il lavoro di Centorrino parte da concetti di carattere generale, vicini al classico pensiero sociologico, per liberare la problematica da una lettura riduttiva e riduzionista, facendo in modo che concetti come devianza, mutamento sociale acquisiscano significato.
L’idea di bullismo va oltre l’immagine di atto vandalico, della maleducazione, della relazione diretta tra azioni e contenuti mediali violenti. Secondo l’autore, quando si analizzano i “fatti sociali”, questi sono collegati alla percezione dell’opinione pubblica e dello stesso sociologo e il suo lavoro si snoda attraverso tre passaggi: dalla realtà mediale, a quella percepita, a quella vissuta.
Il bullismo diventa uno spunto per descrivere comportamenti e sistemi valoriali di più generazioni, che si incontrano all’interno di una società in cui non possiamo non pensare a spazi non comunicativi. L’autore fa una ricerca sulla rete e con la rete e questo permette di confermare il fatto che il web è scenario di ricerca, è strumento di ricerca e metafora sociale del mondo in cui viviamo.
Gli studi della realtà italiana in questo campo erano limitati a una serie di nozioni improntate dagli Stati Uniti e dalla tradizione nord-europea. Per colmare il divario con gli altri paesi l’Italia dovrà aspettare gli anni ’80 quando si sviluppa il fenomeno della mass communication televisione che fa capire l’importanza della televisione. Negli anni ’90 l’Italia si avvia alla “rivoluzione digitale” e a quel punto le distanze con le altre scuole si azzerano e tutti devono costruire nuovi paradigmi sulle ricerche sui grandi media.
In quel periodo, gli studiosi della comunicazione sono più preoccupati di sviluppare abilità tecnicistiche che osservare il mutamento sociale complessivo derivato dai media. Il trionfo della tecnologia mette in secondo piano il contesto sociale e ad esempio molti studi non si concentrano più sulla cultura, ma preferiscono concentrarsi sui bit e sulla larghezza di banda.
La svolta in Italia avviene dopo il 2000, dopo l’attentato alle Torri gemelle, quando ci si accorge di quanto la convergenza mediale separi sempre più l’individuo dal mezzo e scoprendo un uso intensivo dei new media, rendendosi conto che i problemi della società e i problemi della vita reale non sono disgiunti da quelli dell’ambito tecnologico.
Introduzione (pp. 15-27)
Due esempi delle anomalie che oggi si registrano esaminando i rapporti sociali:
- La scuola italiana si è posta il problema di incrementare le conoscenze informatiche degli studenti.
- La scuola italiana non si è posta lo stesso problema con gli insegnanti, ai quali viene delegato gran parte dell’acquisizione di queste abilità all’autodidattica e alla buona volontà di essi.
Di conseguenza si ha un quadro culturale caratterizzato da livelli eterogenei. Allo stesso tempo sembrano venir meno quelle figure tradizionali attorno alle quali si costruivano insiemi e aggregazioni utili a misurare i livelli di cultura.
Così mentre per decenni l’attenzione era posta sul guardare i contenuti e le capacità di interpretarli in modo più o meno originale da parte del pubblico con lo scopo di definire le risorse culturali degli attori sociali, attualmente l’attenzione è spostata su altre variabili, ovvero: la capacità di utilizzo dei media, la possibilità di accesso, le modalità di fruizione, l’abilità di rivestire il ruolo di emittente o ricevente, la disponibilità nel riconfigurare le proprie diete mediali, l’elasticità nell’adeguare gli schemi cognitivi rispetto a nuove forme di conoscenza.
Questi sono gli effetti della rivoluzione digitale. La “rivoluzione digitale” non è solo internet, ma anche lo sblocco di un processo che trasferisce il baricentro del pensiero moderno dall’immanenza ad una dimensione altra in cui l’informazione diventa un bene primario e si coniuga attraverso linguaggi non riconducibili a schemi precedenti. Da credo ergo sum fino ad arrivare ad experior ergo sum che sta ad indicare colui che ha sperimentato.
La rete Internet è l’icona di questo processo, ma la “rivoluzione digitale” investe anche altri tipi di rete, come quelle sociali e relazionali. Per questo la “rivoluzione digitale” è sia una rivoluzione tecnologica che allo stesso modo una rivoluzione socio-culturale.
La “rivoluzione digitale” è entrata in una seconda fase, ne è testimone il web 2.0. Per esempio si è passati da una frammentazione del sé in cui l’individuo si creava degli avatar o degli pseudonimi, con i quali poteva assumere ruoli differenti e crearsi dei percorsi di vita paralleli al proprio percorso, a dei strumenti che funzionano solo se ciascuno degli utenti accetta di dichiarare la propria identità reale, di condividere le proprie immagini, di far apparire il proprio percorso di vita on-line e questo grazie alla diffusione dei social network, ovvero il fenomeno più attuale del web.
Con la “rivoluzione digitale” nasce anche l’idea di comunità virtuale, dove, in un primo momento, era possibile distinguere le occasioni di socialità mediata dal computer dai rapporti stabiliti on-line, però con la diffusione dei blog, del peer-to-peer, i sistemi di messaggistica istantanea hanno annullato i tentativi di definire dei confini. Oggi si incontrano comunità on-line spesso strutturate in sottocomunità che possono essere facilmente o difficilmente accessibili.
Infine, con la “rivoluzione digitale” è lo stesso concetto di cyberspazio a essere sfuggito a quei confini della rete dentro i quali era stato inizialmente individuato. Es. videogiocatore che sfida il suo avversario che vede da una webcam, attraverso il televisore, del salotto di casa.
La peculiarità del caso italiano (p. 18)
Molti studiosi tendono a “leggere” gli effetti dei processi di digitalizzazione sulla realtà italiana attraverso formule di carattere generale, invece i mutamenti che si sono sviluppati si sono sviluppati in contesti che si sono sviluppati su basi a sé stanti. In primo luogo, bisogna ricordare le debolezze di sistema caratteristiche dell’industrializzazione culturale italiana lungo gran parte del Novecento.
L’Italia ha attraversato una lunga fase in cui più che di industrializzazione culturale, si potrebbe parlare di un faticoso passaggio da attività quasi artigianali, se non pre-industriali ad una fase più recente che si sviluppa dagli anni ottanta. I motivi sono molteplici, come ad esempio la scarsa disponibilità imprenditoriale verso gli investimenti del settore della comunicazione, la mancanza di convergenza tra i progressi tecnologici e la disponibilità del pubblico ad utilizzare nuovi mezzi e la profonda diversità tra le varie aree geografiche.
Per questi motivi la digitalizzazione ha rappresentato per l’Italia una rivoluzione nella rivoluzione. Essa, a partire dagli anni ’90, ha permesso una riduzione del gap accumulato rispetto agli altri Paesi europei, annullando alcune criticità. Questa crescita però non è stata molto omogenea, infatti alcuni gruppi sociali, generazioni più giovani, si sono dimostrati maggiormente disponibili e reattivi alle nuove offerte culturali permettendo così il salto in avanti fatto dall’Italia in merito al percorso di modernizzazione della comunicazione.
Simona Tirocchi fa notare come le abitudini dei giovani sono determinanti per la crescita di vecchi e nuovi media: non soltanto Internet, tv satellitare ecc., ma anche libri e radio.
In questo momento storico, i ragazzi di 12\16 anni che sono nati dopo la “rivoluzione digitale”, hanno conosciuto uno scenario diverso rispetto ai fratelli e alle sorelle maggiori, e questi ragazzi di oggi stanno accelerando i ritmi di sviluppo del sistema culturale italiano.
Bulli, pupe e videofonini (p. 21)
Per i mezzi di informazione
I bulli sono i ragazzi di 12\16 anni, intendendo quelli nati tra il 91 e il 96, impegnati in azioni di prevaricazione nei confronti dei coetanei.
Le pupe sono le ragazzine precoci e al centro di meccanismi di crescita fortemente anticipati.
I bulli e le pupe sono coloro che quando si trovano davanti ad una tragedia il loro primo istinto è quello di utilizzare i videofonini per riprendere l’accaduto e poi condividere le immagini in rete. Questo fenomeno, richiamato di continuo dai media, esclude per lo più la ricchezza cognitiva e le potenzialità dimostrate attraverso i consumi culturali dai 12\16 anni, basta riflettere sulla parola bullismo, con cui oggi conosciamo i nostri ragazzi.
Bullismo è la traduzione della parola inglese “bullying”, usata in realtà per indicare situazioni di mobbing in contesto scolastico. È comparsa per la prima volta sui dizionari italiani nel 1996. Mario Di Pietro definisce i bulli:
- Aggressivi ed impulsivi, questo li rende costituzionalmente più inclini ad intraprendere comportamenti da bullo.
- Pensano che la prepotenza paghi.
- Si compiacciono della sottomissione degli altri e lo trovano gratificante.
- Hanno livelli bassi di empatia, per cui il prepotente è insensibile alla sofferenza degli altri.
- Sono stati influenzati da “modelli” aggressivi nella vita reale o guardando film o videogiochi.
- Considerano il raggiungimento dell’obiettivo desiderato più importante dei brutali mezzi che usa per ottenerlo.
Francesco Pira e Vincenzo Maralli fanno notare la congiunzione tra bullismo e comunicazione nel dibattito attuale. E dicono che i sociologi e psicologi sostengono l’equazione violenza dei media = aggressività infantile, mentre i produttori di tecnologie della comunicazione negano ogni influsso negativo.
Inoltre, dicono che le prepotenze dei bambini sono più frequenti nella fascia dai 5 ai 10 anni poiché a questa età essi sono più influenzati da spettacoli di violenza e più portati all’immedesimazione e all’emulazione. In più fanno presente che il bullo maschio preferisce agire in gruppo, è estroverso e preferisce la violenza fisica e diretta, mentre le femmine preferiscono quella verbale e indiretta. Poi c’è il bullo gregario, ossia colui che esegue gli ordini del bullo dominante.
Pira e Maralli sottolineano il rapporto tra giovani e nuove tecnologie, affermando che il 12\16enne di oggi è aggressivo e spavaldo poiché subisce i modelli negativi che i media offrono. L’uso del telefonino viene associato ad alienazione, devianza, distrazione ed esso nella sua forma avanzata, videofonino, dà vita alla costruzione di un clima di panico morale essendo esso una minaccia, ma ci sono altri studiosi che affermano che il videofonino sia un’opportunità, poiché consente di stabilire relazioni sociali e di alimentare interazioni individuali di tipo selettivo.
Anche il web, nella visione dei media, è fonte di rischio per i più piccoli. Lo sviluppo di Internet ha messo in luce la sua natura sociale e ha dimostrato il fatto che le reti danno la possibilità di creare nuovi ambienti sociali che non sono molto separati da quelli delle relazioni in presenza.
Non si può negare il fatto che i new media offrono ai giovani opportunità di creare situazioni di disagio e scenari preoccupanti, ma bisogna anche dire che questi stessi giovani con l’utilizzo di questi media aiutano il sistema culturale italiano, poiché sono i giovani che li acquistano e quindi alimentano il mercato.
La prospettiva comunicazionista (p. 25)
Obiettivo libro: fare un’analisi socio-costruzionista sui processi culturali e comunicativi nei quali sono coinvolti i “digitali nativi”, cioè i 12\16enni, ponendo l’attenzione sulla natura sociale della conoscenza e sull’importanza dei processi interattivi con cui essa si genera.
Prospettiva socio-costruzionista: secondo questa prospettiva, la persona dà senso alla propria esperienza e agisce nelle relazioni con gli altri a partire da un insieme di premesse e credenze personali che derivano dalla sua specifica posizione nella situazione interattiva, delle esperienze vissute precedentemente all’interazione data o da quelle che vive nei rapporti con altri.
La retroazione del soggetto ai comportamenti degli altri dipende da 3 fattori:
- Dal suo sistema di rappresentazioni.
- Dal significato che esso dà al comportamento degli altri.
- Dal tipo di risposta che pensa di ottenere allo scopo di
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