Filosofia dello sport
Introduzione
In Italia, il termine “filosofia dello sport”, usato per identificare una disciplina accademica insegnata nelle università, non si è mai diffuso tra i docenti e i ricercatori di filosofia in genere. Infatti, i filosofi italiani non hanno mai considerato lo sport come un argomento specifico della loro filosofia (un’eccezione è rappresentata da Gramsci).
Le cause di questo disinteresse per lo sport sono molte e possono essere riassunte in due punti:
- La presenza di una tradizione idealistica e spiritualistica nella cultura italiana, che ha sempre teso a marginalizzare i temi legati alla pratica e all’esperienza ludico-corporea, etichettando lo sport come un semplice prodotto della cultura popolare. Inoltre, la Germania è stato il primo paese europeo che ha cominciato a sviluppare sin dagli anni ’60 un settore di ricerca scientifica interdisciplinare denominato “scienze dello sport”, subito accolto a livello accademico, nel quale era compresa anche la disciplina chiamata “filosofia dello sport”.
- La mancanza per molti anni di una vera tradizione e di un approccio autenticamente scientifico allo studio dello sport a livello universitario. In Italia i corsi universitari di “scienze motorie” sono nati nel 1998 e l’Italia è stato l’ultimo paese europeo a inserire pienamente lo studio scientifico dello sport nel sistema della formazione universitaria tradizionale.
In queste facoltà l’insegnamento delle discipline umanistiche è sempre stato limitato e la filosofia non ha mai avuto una precisa collocazione, a differenza degli altri paesi. Tuttavia, va detto che l’interesse per un approccio filosofico ai temi “sportivi”, anche se generalmente assente tra i filosofi italiani, è stato presente fin dalla seconda metà del secolo scorso tra gli studiosi di pedagogia dell’educazione fisica. Le ragioni di questa origine pedagogica della filosofia dello sport sono molteplici:
- Una è la prevalenza del paradigma morale nello studio dello sport sviluppato dalle scuole nazionali europee di educazione fisica nel XIX secolo: questo ha sempre destato l’interesse degli insegnanti, interessati a studiare il potenziale dell’educazione fisica e dello sport per lo sviluppo del carattere dei giovani.
Infatti, l’opera più significativa che testimonia questo interesse filosofico nel nostro paese (Industrialismo e sport) è scritta dal pedagogista Volpicelli, che ha contribuito a sviluppare le scienze umane in Italia. Egli ha affrontato i problemi dello sport in relazione a quelli della democrazia, della civiltà, del professionismo, della commercializzazione dei valori educativi. Egli critica l’intellettualismo della cultura europea e italiana, che ha sottovalutato la cultura del corpo e del gioco, e sottolinea l’importanza dello sport come strumento per sviluppare la “vita buona”, la democrazia, le tecnologie e la salute sia nella vita sociale che lavorativa.
Inoltre, critica anche il modello capitalistico americano dello sport, basato sulla commercializzazione, il professionismo e i mass media, che ha cominciato a diffondersi in Europa e in Italia alla fine degli anni ’50 e sostiene che: se si vuole che lo sport si trasformi in uno strumento pedagogico per promuovere lo sviluppo umano, è necessario pensare a un “altro” sport, vale a dire a quello “anti-sportivo”.
Accanto a Volpicelli troviamo Ravaglioli che considera lo sport come un fenomeno collettivo e popolare in grado di alleviare il disagio della civiltà, salvandola dalle patologie della vita quotidiana. Questa è la situazione scientifica della filosofia dello sport in Italia. Si tratta però di una disciplina ancora da sviluppare; eppure, negli ultimi anni si sta notando nel nostro paese un nascente interesse per le nuove questioni etiche e filosofiche che lo sport comporta per l’uomo contemporaneo.
I filosofi italiani che intendono confrontarsi con i temi dello sport si trovano in una situazione di svantaggio a causa della quasi totale assenza di una tradizione di ricerca e di scuole italiane di formazione. In quanto sistema valoriale flessibile costruito sulla base di regole e principi continuamente adattati e riscritti per essere coerenti con se stessi, lo sport è un sistema filosofico e sociale da cui si può partire per una ricostruzione etica e una riforma della nostra società.
Capitolo 1: La filosofia dello sport come scienza
Filosofia e sport: un antico legame
La filosofia come pratica è molto più recente dello sport; essa si è sviluppata in Grecia due secoli dopo la fondazione dei Giochi Olimpici. Gli antichi filosofi greci, tra cui Pitagora e Socrate, hanno discusso di atletica e ginnastica, esaltando le potenzialità educative dello sport e la sua straordinaria capacità di contribuire allo sviluppo della cittadinanza e della politica. Nella filosofia romana invece lo sport non è mai stato oggetto di discussione filosofica.
Nell’Iliade e nell’Odissea, Omero descrive la situazione dell’atletica più o meno come era ai suoi tempi: le competizioni da lui raccontate non solo hanno molto in comune con le pratiche sportive delle civiltà precedenti, ma soprattutto ne condividono la percezione del legame tra atletismo, virtù umana e diritto a comandare. Anche tra i re era presente lo sport, ma l’atletismo di tali re non era un vero “sport” perché non c’era alcun concorrente e non si rischiava mai la sconfitta, dal momento che serviva a rafforzare credenze e gerarchie sociali già stabilite, che non venivano mai messe in discussione.
Invece, lo sport e la filosofia sono caratterizzati dalla capacità di mettere in discussione le credenze date per scontate e di sfidare eventuali gerarchie sociali già stabilite. L’aspetto rivoluzionario è che non si accetta che il valore del singolo dipenda semplicemente dalla condizione sociale o dalla stirpe! Qui lo sport assume la sua natura intrinseca di ricerca filosofica della verità.
La filosofia è un processo di ricerca della verità che riconosce la fallibilità delle credenze e delle strutture esistenti e sviluppa un processo per trovare una risposta universalmente accettabile, il tutto sotto il controllo del pubblico: quindi sport e filosofia sembrano due concetti collegati!
Le violazioni delle regole non venivano solo considerate come offese alla divinità, ma esisteva anche la cosiddetta linea di Zanes, indicata dalla statua di Zeus eretta con i soldi delle multe pagate dagli atleti che imbrogliavano. Il motivo di questa attenzione per l’equità era solo in parte dovuto a motivi religiosi, perché il vero motivo era diffondere tra il pubblico la fiducia nella validità dei risultati.
Alcuni sostengono che l’atletismo praticato nello stile olimpico ha fornito la base per l’invenzione della democrazia. Lo sport era stato nella Grecia antica un modo in cui l’aristocrazia era riuscita a giustificare la sua posizione di privilegio politico, dimostrando che l’areté era una questione di eredità. Gli aristocratici hanno iniziato a investire nella competizione sportiva più di quanto la ricchezza potesse permettere loro: viaggi, palestre private, allenatori personali ecc. Successivamente, si è motivato la città a cercare potenziali campioni al di là della classe di appartenenza; il primo campione olimpico del 776 a.C fu un cuoco!
Così la democrazia, che ha cominciato a svilupparsi ad Atene più di due secoli dopo i giochi olimpici, condivide con lo sport due valori fondamentali: la libertà e l’uguaglianza. Anche se la parola democrazia significa “governo del popolo”, il vero sovrano della democrazia è la legge, al cui controllo tutte le persone si sottopongono volontariamente. Questo è tipico anche dello sport, dal momento che i concorrenti si sottopongono volontariamente alle regole del gioco.
Inoltre, il fatto che persone diverse si incontrino per essere giudicate da una stessa legge a Olimpia potrebbe aver ispirato l’idea che è alla base della democrazia; vale a dire che i cittadini appartenenti a diverse classi sociali possano vivere insieme sotto l’autorità di una legge comune.
L’apporto della filosofia greca
Anche i cambiamenti sociali ispirati allo sport possono essere considerati responsabili dell’enfasi della filosofia classica sull’educazione. Nella Repubblica di Platone, Socrate dice che l’esercizio della ginnastica serve più alla mente che al corpo, aiutando le sue parti spirituali e intellettive a essere in armonia tra loro. Egli adotta le tecniche atletiche dello sport con lo scopo educativo di coltivare la saggezza! Dice inoltre che gli esercizi ginnici vengono usati per formare il tipo di persone che dovranno avere autodisciplina, resistenza psicologica e dedizione verso lo Stato.
Non è il mezzo, bensì i fini a distinguere la ginnastica filosofica di Platone dalle idee tradizionali di educazione fisica! Una cosa non tradizionale che si trovava nella palestra di Platone era la presenza delle donne: infatti, per Platone, ciò che conta è l’areté intesa come eccellenza dell’anima, che per lui è sempre la stessa che si tratti di un uomo o di una donna. Al contrario di Aristotele!
Aristotele divide l’anima in due parti: una razionale e l’altra irrazionale, dove è quest’ultima che mette in pratica i comandi di quella razionale, e Aristotele assegna a essa virtù particolari e diversi tipi di formazione rispetto alla parte razionale. Egli è molto esplicito sul fatto che l’areté deve essere espressa nell’attività dell’anima. Questa idea taglia l’ultimo filo che legava l’areté a qualcosa che era connesso con la nascita e che non doveva essere messo alla prova o dimostrato pubblicamente.
Aristotele pensava che troppa attività sportiva fosse dannosa, soprattutto per i giovani (esempio di Sparta dove i bambini venivano sottoposti a uno sforzo rigoroso senza una formazione in quello che invece era necessario). Ciò che è probabile è che l’atletica praticata ai tempi di Aristotele nell’Atene del IV secolo a.C. sia stata caratterizzata più dall’eccesso e dal perseguimento di finalità non nobili, come la ricchezza e la fama, piuttosto che la formazione della virtù apprezzata da lui, Platone e Socrate.
Molti filosofi dello sport moderni rivolgono la stessa critica allo sport e al suo ruolo nell’educazione contemporanea. Inoltre, la nostra tendenza contemporanea di separare intellettuali e atleti, mente e corpo, merita di essere riveduta, tenendo in considerazione la stretta connessione tra filosofia e atletica che possiamo trovare nel periodo d’oro della Grecia antica. Allo stesso modo, riguardo all’antica scoperta olimpica del potenziale dello sport come mezzo per sfidare le gerarchie sociali, è utile ricordare come ancora oggi si continui a combattere con i problemi legati al privilegio, alla classe, all’etnia e genere.
Il patrimonio culturale che ci proviene dall’Antica Grecia non solo ci riporta al legame tra atletismo e virtù, ma ci fornisce anche un esempio ispiratore per comprendere il potenziale educativo e politico che lo sport può avere, finché naturalmente il suo legame con la filosofia sarà mantenuto.
Le Olimpiadi e l’olimpismo
È solo verso la fine del XIX secolo, con la rinascita dei moderni giochi Olimpici, che essa ritrova il suo collegamento naturale con la filosofia. Pierre de Coubertin coniò il termine “olimpismo” per sintetizzare la sua idea di utilizzare lo sport per migliorare il mondo. Egli non era un filosofo di professione e l’olimpismo non è una vera e propria filosofia perché manca di sistematicità.
Ma l’essenza dell’Olimpismo, che si è rafforzata dopo la pubblicazione della prima Carta Olimpica nel 1914, è che l’Olimpismo è una: “filosofia di vita che esalta e unisce in un equilibrato insieme le qualità del corpo, della volontà e della mente. Mescolando lo sport con la cultura e l’educazione, l’Olimpismo cerca di diffondere uno stile di vita basato sulla gioia dello sforzo, sul valore educativo del buon esempio e sul rispetto dei principi etici universali fondamentali.” All’interno di tale definizione ci rendiamo conto del punto di vista umanistico che esso esprime: olimpismo come antropologia filosofica!
Nella sua concezione dell’olimpismo, de Coubertin è stato ispirato dall’idea greca di areté e dalle immagini di eroismo che si trovavano nell’antica poesia greca e nella mitologia. L’olimpismo ha come obiettivo lo sviluppo armonioso del genere umano! Tra i suoi principi fondamentali vi è l’affermazione che “ogni forma di discriminazione nei confronti di un paese o di una persona è incompatibile con l’appartenenza al movimento olimpico” (anche se De Coubertin escludeva dai giochi olimpici le donne!). L’olimpismo promuove un’immagine inclusiva e olistica del genere umano che abbraccia una notevole varietà di dimensioni e valori come l’armonia, l’equilibrio e l’eccellenza. Tale immagine si riflette nella struttura ideale dello sport, che fornisce a tutti i partecipanti le stesse opportunità per competere e seleziona un singolo vincitore sulla base di criteri universalmente accettati.
Tuttavia, alcuni nobili ideali, inizialmente intesi come tali, possono finire per perdere la loro forza morale, una volta che vengono codificati in regole. Così, il movimento olimpico ha finito per promuovere una cultura sportiva basata sul sistema del gioco, piuttosto che sulla valorizzazione dello sport come un fine in se stesso.
A partire dalla svolta postmoderna della filosofia del XX secolo, c’è stato un ritorno alla tradizione antica dell’etica della virtù. Un contributo chiave dato all’olimpismo dall’etica della virtù è il fatto che essa ha le sue radici sia nella tradizione greca di Socrate, Platone e Aristotele, sia nell’antica tradizione cinese di Confucio. Questo tipo di etica pone l’accento sulla virtù in se stessa piuttosto che sulle leggi e i regolamenti; per tale motivo essa incarna meglio i valori olimpici, che indicano la strada verso una perfezione personale piuttosto che una correzione e un controllo da parte degli altri.
La virtù è intesa qui come “forza morale” che si contrappone alla forza fisica. In tale contesto la virtù è concepita non tanto come una costruzione sociale ma come una disposizione innata e coltivata attraverso una formazione intenzionale e ispirata dagli esempi. Dobbiamo anche riconoscere l’esplicita dimensione politica dell’olimpismo: accanto all’armonioso sviluppo umano, l’olimpismo individua il suo obiettivo politico nel “promuovere una società pacifica”. Gli antichi greci dichiaravano una tregua che metteva da parte i loro conflitti di tutti i giorni per il più alto scopo del culto religioso praticato attraverso lo sport; e da quel processo essi imparavano a tollerare le differenze e a rispettare le regole della legge.
Ciò che è importante per l’olimpismo non è tanto promuovere la pace attraverso la forza dell’autorità, quanto piuttosto concentrarsi sulla preparazione e la realizzazione dei Giochi, affinché lo sport possa promuovere la pace mettendo insieme persone appartenenti a diversi gruppi, trattandole tutte come uguali; l’olimpismo quindi afferma una filosofia non violenta e non autoritaria, di pace, che rifiuta l’egemonia e accoglie le differenze culturali, piuttosto che il paradigma del cosmopolitismo egemonico che vuole imporre una sola cultura superiore a tutte le altre.
Filosofia dello sport: nascita di una disciplina
Lo sport e l’università sono stati due entità separate per molto tempo e nessuno ha intravisto la possibilità di una loro unione, tanto che i filosofi hanno sempre ritenuto che lo sport non fosse un oggetto degno di vera ricerca. È stato Huizinga, scrivendo la sua opera più famosa, Homo ludens, una storia culturale del gioco, a piantare i semi dello sviluppo scientifico di quella che oggi chiamiamo “filosofia dello sport”. In questo libro ha sostenuto che il gioco non solo è fondamentale per lo sport, ma lo è anche per la cultura! Huizinga stesso ha discusso questi temi per evidenziare che lo sport nel mondo moderno stava perdendo questo carattere ludico.
Eleanor Metheny può essere considerata la madre della moderna filosofia dello sport. Ma il vero libro che fa emergere lo sport come un problema filosofico è quello di Paul Weiss, scritto nel 1969. Egli non era né un esperto di sport, né un suo praticante. Nonostante ciò, la sua ricerca si caratterizza per un’eccezionale capacità di indagine e di ragionamento che, insieme, contribuiranno a creare un preciso stile per la filosofia dello sport. Con Weiss la filosofia dello sport ritorna alle sue antiche radici greche e viene applicata ai problemi della pratica sportiva nella cultura contemporanea.
Il libro di Weiss non riflette solo sulla natura metafisica dello sport, ma anche sulla sfida del corpo. Esso segna la nascita della moderna filosofia dello sport, anche per il ruolo fondamentale avuto da Weiss nella fondazione delle prime società scientifiche per lo studio di questa disciplina. Il 28 dicembre 1972 è la data ufficiale della nascita della International Association for the Philosophy of Sport (IAPS) e Fraleigh era il padre di questa organizzazione.
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