Il linguaggio: origine ed evoluzione
Introduzione
Lo studio dell’origine e dell’evoluzione del linguaggio è “il problema più difficile della scienza” in quanto il linguaggio non lascia tracce fossili dirette e quindi bisogna ricostruire tramite indizi, ma non c’è accordo neanche sugli indizi, in quando non esiste accordo su che cosa debba intendersi per “linguaggio”. Per Adornetti, interrogarsi sul problema dell’origine è un modo per interrogarsi sulla natura del linguaggio. Secondo Chomsky e Tattersall, l’evoluzione del linguaggio è “uno dei più grandi misteri della nostra specie”, sia perché le attuali evidenze empiriche sono insufficienti per dar conto dell’origine del linguaggio sia perché non si può riuscire a fare luce sui processi e sui meccanismi alla base dell’evoluzione della comunicazione. In realtà, è la tradizione cartesiana a essere un impedimento ideologico per lo studio dell’origine della comunicazione umana. Secondo Cartesio, il linguaggio (e non l’anima, come credeva Platone) è la caratteristica che rende gli umani speciali nel mondo della natura. Il linguaggio introduce una discontinuità nella natura tra gli esseri umani da una parte e il resto del mondo animale dall’altra. Secondo Darwin, invece, ogni essere vivente è sottoposto a variazioni numerose, leggere e diversificate; dunque, le differenze tra gli umani e gli altri animali sono differenze quantitative (di grado) e non di qualità. Il linguaggio è un elemento che rende l’essere umano specifico, ma non speciale. Sia sul piano dell’espressione sia sul piano del significato, il linguaggio umano è in continuità con i sistemi comunicativi e cognitivi degli animali a noi più prossimi (le scimmie) e dei nostri antenati estinti (gli ominidi).
In origine era il suono
Dire che ciò che ci distingue dagli altri animali è il linguaggio significa dire che la comunicazione umana coincide con la verbalizzazione. Lo studio del linguaggio allora si identifica con lo studio della produzione-comprensione verbale. Per studiare l’origine del linguaggio bisogna quindi analizzare i processi e i meccanismi a fondamento della comprensione. I precursori del linguaggio umano vanno rintracciati nelle vocalizzazioni degli animali non umani.
Il canto degli uccelli
Aristotele osserva che nel regno animale solo alcune specie di uccelli emettono voci articolate che si avvicinano alla produzione vocale dell’essere umano. In più, allo stesso modo delle lingue umane, anche il canto degli uccelli dipende dall’apprendimento (gli uccelli imparano “lingue” diverse in base a dove crescono, anche lingue diverse da quella della loro specie di appartenenza). Secondo Darwin “i suoni emessi dagli uccelli offrono l’analogia più vicina al linguaggio”. Vi sono anche analogie tra il modo in cui i bambini imparano a parlare e il modo in cui gli uccelli imparano a cinguettare: in entrambi i casi, l’apprendimento vocale è il prodotto dell’interazione tra predisposizioni biologiche innate ed esperienze specifiche. I bambini tendono ad apprendere prevalentemente la lingua dei genitori piuttosto che una lingua diversa, nel caso siano esposti contemporaneamente a entrambe. Se un uccello viene fatto crescere in un ambiente diverso da quello che gli è proprio, imparerà una lingua diversa da quella della sua specie, ma allo stesso tempo la corregge con caratteristiche proprie della lingua della sua specie, pur non avendola mai conosciuta. E quando questa lingua viene insegnata ai figli, questi poi modificheranno la lingua rendendola ancora più simile alla lingua della specie cui appartengono: questo è un meccanismo simile al processo di creolizzazione delle lingue umane. Il pidgin (senza grammatica, inventato ex novo) poi si evolve in creolo, codice comunicativo più complicato in quanto formato dalla grammatica. I ricercatori hanno poi scoperto che sia negli uccelli sia negli umani l’apprendimento sonoro-uditivo avviene limitatamente in un “periodo critico”: per gli umani dopo l’adolescenza è difficile apprendere i suoni di una nuova lingua con la competenza propria di un madrelingua, e anche per molte specie di uccelli si verifica un fenomeno simile. Insomma: la capacità di apprendimento acustico sembra decrescere con l’età. Le analogie tra il canto degli uccelli e il linguaggio umano ci sono anche sul piano della sintassi (in senso ampio: insieme di regole che permettono di organizzare gerarchicamente elementi espressivi al fine di produrre una sequenza ordinata). Il canto degli uccelli, come il linguaggio umano, si fonda sulla capacità di combinare gli elementi vocali in nuove sequenze e di discriminare gli stimoli uditivi sulla base di regole grammaticali. Il passero del Giappone combina le sequenze sillabiche seguendo particolari regole di transizione in base alle quali ogni sillaba deve essere seguita da un’altra che viene scelta tra un ristretto numero di opzioni. Queste regole sono paragonabili ai principi grammaticali delle lingue umane, che stabiliscono le possibilità di combinazione delle parole nella frase. In più, il passero del Giappone è in grado di distinguere un cinguettio “grammaticale” da uno “a-grammaticale” (in quel caso smette di muoversi e di cantare, perché registra alcune anomalie). Si pensava che questa fosse una abilità cognitiva solo umana (Chomsky).
Omologie, analogie, similarità genetiche: esistono somiglianze tra i due modi di comunicare perché ci sono omologie (tratto comune a più specie, ma in ogni specie ha una funzione diversa: braccio-pinna-ala...) e analogie (tratto comune a più specie, con stessa funzione: polmoni nei mammiferi...) tra il cervello dei volatili e quello dei mammiferi. Le omologie sono state ereditate da un antenato comune tra uccelli e mammiferi, mentre le analogie si sono evolute indipendentemente nelle due specie (taxa). Nel caso delle analogie: taxa distanti nella scala filogenetica hanno evoluto abilità simili perché esposti alle stesse pressioni selettive legate alla risoluzione di analoghi problemi adattativi. Nel DNA dei volatili è presente il gene FOXP2, che negli umani è implicato nel controllo oro-motorio (chi ha una mutazione di questo gene, ha problemi nell’articolazione vocale e disturbi nel dominio della grammatica). Il gene FOXP2 contribuisce nei volatili all’apprendimento canoro. FOXP2 è quindi una forte omologia: un tratto condiviso da taxa filogeneticamente distanti tra loro implicato sia nell’apprendimento del linguaggio articolato umano sia nell’apprendimento del canto degli uccelli. La produzione e l’apprendimento di suoni articolati non sono caratteristiche esclusive degli umani, ma sono proprietà che si fondano su competenze e comportamenti comunicativi condivisi con molti altri animali.
La comunicazione vocale nei primati non umani
La comunicazione vocale dei mammiferi è caratterizzata da unità funzionali discrete: i richiami (o segnali), ed è possibile determinare la complessità vocale di un sistema comunicativo in base al numero delle vocalizzazioni discrete presenti nel repertorio di una data specie. Insomma: un sistema comunicativo è “complesso” se è caratterizzato da un ampio numero di elementi funzionalmente e acusticamente distinti in grado di comunicare una grande quantità di informazioni. Alcune specie di mammiferi hanno due richiami diversi che usano differentemente in base alle situazioni, altre specie ne hanno solo uno... Esiste una correlazione tra la complessità della comunicazione vocale e la complessità del sistema sociale di una certa specie. Quanto più la struttura sociale di una specie è complessa, tanto più quella specie svilupperà un sistema comunicativo complesso. Nei sistemi sociali complessi, gli animali interagiscono molto tra di loro: le femmine di babbuino si scambiano attività di grooming, lo spulciamento reciproco, che oltre a dare un appagamento immediato, rafforza il legame sociale. Nei sistemi sociali semplici, gli animali interagiscono poco tra di loro (di solito solo per la riproduzione). Infatti, secondo l’ipotesi della complessità sociale per la comunicazione, l’organizzazione di gruppi sociali complessi richiede la presenza di sistemi comunicativi complessi (con un ampio repertorio di richiami). Insomma: la complessità sociale è stata una forte pressione selettiva in favore dell’evoluzione del linguaggio moderno.
Segnali funzionalmente referenziali: i cercopiteci verdi usano richiami di allarme acusticamente distinti per segnalare la presenza di differenti tipi di predatori. A ogni richiamo è associata una specifica e appropriata risposta comportamentale sia da parte dell’individuo che emette il segnale, sia da parte dei compagni che lo ricevono. Il segnale per il leopardo porta a salire sugli alberi, quello per l’aquila a guardare in alto e quello per il serpente ad alzarsi sulle zampe posteriori per guardare in basso. Anche le scimmie reso hanno diversi segnali per indicare cose diverse. Si può dire che queste espressioni non veicolino un significato perché il comportamento delle scimmie non è determinato dal contenuto informativo delle vocalizzazioni in sé, ma dallo stimolo visivo della scena osservata. Ma dagli esperimenti (scimmie che sentivano i richiami registrati senza lo stimolo visivo) è emerso che le scimmie producono comportamenti di risposta ai segnali anche quando non sono fisicamente presenti chi li produce. Quindi l’informazione che specifica il tipo di aggressore è contenuta effettivamente nei segnali vocali. Secondo molti, quindi, fenomeni di questo tipo sono precursori delle parole del linguaggio umano. I richiami delle scimmie, infatti, condividono con le parole il carattere referenziale, cioè la possibilità di riferirsi a oggetti ed eventi del mondo esterno. Quella delle scimmie è quindi una comunicazione funzionalmente referenziale, in grado di comunicare ad altri individui “messaggi” relativi a oggetti o eventi della realtà esterna. I segnali sono prodotti in risposta a determinati stimoli esterni (criterio di produzione) e sono in grado di causare nei riceventi comportamenti adattativi (criterio di percezione). L’uso dei segnali vocali per ottenere informazioni sugli eventi esterni si è evoluto molto prima che gli umani si separassero dal resto degli altri primati. C’è continuità.
Limiti del riferimento funzionale animale: non sappiamo però se i meccanismi psicologici alla base della comunicazione dei primati siano gli stessi di quelli alla base della comunicazione degli umani: non possiamo dire se nei cercopiteci il segnale evochi una rappresentazione mentale esplicita del leopardo nella mente del ricevente oppure se le scimmie interpretino il richiamo semplicemente come “sali sull’albero”. In più, il grado di flessibilità delle associazioni segnale-significato è estremamente più alto negli umani, che producono sempre nuove corrispondenze tra segnali (parole) e referenti esterni (significati). I primati, invece, hanno un repertorio vocale povero: le vocalizzazioni delle scimmie sono determinate geneticamente e quindi hanno poco in comune con le lingue umane, che sono invece aperte all’esperienza. Le scimmie producono vocalizzazione specie-specifiche, anche se adottate da un’altra specie di scimmie. Le scimmie raramente modificano il loro repertorio vocale aggiungendo nuovi suoni. Secondo Deacon il riferimento della comunicazione animale è più che altro una associazione meccanicamente determinata tra ciò che si dice e ciò che si indica, mentre il linguaggio umano non funziona così: ad attribuire alle parole la capacità di riferirsi alle cose è un processo interpretativo che avviene soprattutto nella mente degli umani. Secondo Deacon, poi, le parole (simboli) hanno varie possibilità di potere referenziale in base alla posizione occupata nella frase e nel discorso. Secondo Deacon, quindi, solo gli umani sono capaci di riferimento in senso proprio. Deacon, discontinuista, crede che il riferimento simbolico sia una barriera evolutiva invalicabile per gli animali non umani. La capacità simbolica separa la nostra specie da tutte le altre.
Messaggi solistici e manipolativi: secondo Alison Wray (continuista) i segnali delle scimmie non devono essere pensati come singole parole del linguaggio umano (come fa Deacon), ma come messaggi completi, “prefabbricati”, olistici. I richiami, infatti non vengono mai combinati con altri segnali per creare un messaggio a più componenti (mentre le parole hanno un carattere composizionale). Secondo Wray le vocalizzazioni animali dovrebbero essere considerate “manipolative” e non referenziali, infatti le scimmie non cercano di comunicare ai compagni informazioni su qualche entità del mondo circostante, ma semplicemente tentano di condizionare il loro comportamento. Secondo Wray, quindi, il precursore del linguaggio moderno è un sistema di comunicazione olistico, composto da messaggi e non da parole.
Comunicazione vocale negli ominidi
Se avessimo di fronte ai nostri occhi il quadro completo della filogenesi umana, il divario tra noi e gli altri primati ci sembrerebbe meno ampio e considereremmo subito il linguaggio umano in continuità con i sistemi comunicativi dei primati. Secondo Mithen il linguaggio proviene dalle vocalizzazioni dei primati. Secondo Mithen la comunicazione dei primi ominidi ha ereditato dalla comunicazione delle scimmie due elementi: il carattere olistico e la natura manipolativa. A questi elementi vanno poi aggiunte due caratteristiche: la multimodalità (uso contemporaneo del medium sonoro e del medium gestuale per fini comunicativi) e la musicalità. Nei primi ominidi queste quattro proprietà sono integrate in un sistema di comunicazione detto “Hmmm”: olistico (holistic), multimodale, manipolato e musicale. La differenza principale del sistema hmmm degli antichi ominidi rispetto ai sistemi di comunicazione delle scimmie sta in un ampliamento del repertorio delle vocalizzazioni: gli ominidi (soprattutto Homo) potevano produrre più suoni vocali rispetto alle scimmie. Con la diminuzione di denti e mascelle, aumenta la mobilità della lingua e delle labbra. La possibilità di produrre suoni dalla bocca deriva da “gesti articolatori” creati da specifiche posizioni dei muscoli di lingua, labbra, mascelle e palato molle. Ogni parola è quindi caratterizzata da un test articolatorio.
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