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Il linguaggio: origine ed evoluzione

0 - Introduzione

•• Lo studio dell’origine e dell’evoluzione del linguaggio è “il problema più difficile della scienza” in quanto il

linguaggio non lascia tracce fossili dirette e quindi bisogna ricostruire tramite indizi, ma non c’è accordo

neanche sugli indizi, in quando non esiste accordo su che cosa debba intendersi per “linguaggio”. Per

Adornetti, interrogarsi sul problema dell’origine è un modo per interrogarsi sulla natura del linguaggio.

Secondo Chomsky e Tattersall, l’evoluzione del linguaggio è “uno dei più grandi misteri della nostra specie”,

sia perché le attuali evidenze empiriche sono insufficienti per dar conto dell’origine del linguaggio sia

perché non si può riuscire a fare luce sui processi e sui meccanismi alla base dell’evoluzione della

comunicazione. In realtà, è la tradizione cartesiana a essere un impedimento ideologico per lo studio

dell’origine della comunicazione umana. Secondo Cartesio, il linguaggio (e non l’anima, come credeva

Platone) è la caratteristica che rende gli umani speciali nel mondo della natura. Il linguaggio introduce una

discontinuità nella natura tra gli esseri umani da una parte e il resto del mondo animale dall’altra.

Secondo Darwin, invece, ogni essere vivente è sottoposto a variazioni numerose, leggere e diversificate;

dunque, le differenze tra gli umani e gli altri animali sono differenze quantitative (di grado) e non di qualità.

Il linguaggio è un elemento che rende l’essere umano specifico, ma non speciale. Sia sul piano

dell’espressione sia sul piano del significato, il linguaggio umano è in continuità con i sistemi comunicativi e

cognitivi degli animali a noi più prossimi (le scimmie) e dei nostri antenati estinti (gli ominidi).

1 - In origine era il suono

•• Dire che ciò che ci distingue dagli altri animali è il linguaggio significa dire che la comunicazione umana

coincide con la verbalizzazione. Lo studio del linguaggio allora si identifica con lo studio della produzione-

comprensione verbale. Per studiare l’origine del linguaggio bisogna quindi analizzare i processi e i

meccanismi a fondamento della comprensione. I precursori del linguaggio umano vanno rintracciati nelle

vocalizzazioni degli animali non umani.

1.1 - Il canto degli uccelli

•• Aristotele osserva che nel regno animale solo alcune specie di uccelli emettono voci articolate che si

avvicinano alla produzione vocale dell’essere umano. In più, allo stesso modo delle lingue umane, anche il

canto degli uccelli dipende dall’apprendimento (gli uccelli imparano “lingue” diverse in base a dove

crescono, anche lingue diverse da quella della loro specie di appartenenza). Secondo Darwin “i suoni

emessi dagli uccelli offrono l’analogia più vicina al linguaggio”. Vi sono anche analogie tra il modo in cui i

bambini imparano a parlare e il modo in cui gli uccelli imparano a cinguettare: in entrambi i casi,

l’apprendimento vocale è il prodotto dell’interazione tra predisposizioni biologiche innate ed esperienze

specifiche. I bambini tendono ad apprendere prevalentemente la lingua dei genitori piuttosto che una lingua

diversa, nel caso siano esposti contemporaneamente a entrambe. Se un uccello viene fatto crescere in un

ambiente diverso da quello che gli è proprio, imparerà una lingua diversa da quella della sua specie, ma

allo stesso tempo la corregge con caratteristiche proprie della lingua della sua specie, pur non avendola

mai conosciuta. E quando questa lingua viene insegnata ai figli, questi poi modificheranno la lingua

rendendola ancora più simile alla lingua della specie cui appartengono: questo è un meccanismo simile al

processo di creolizzazione delle lingue umane. Il pidgin (senza grammatica, inventato ex novo) poi si

evolve in creolo, codice comunicativo più complicato in quanto formato dalla grammatica. I ricercatori

hanno poi scoperto che sia negli uccelli sia negli umani l’apprendimento sonoro-uditivo avviene

limitatamente in un “periodo critico”: per gli umani dopo l’adolescenza è difficile apprendere i suoni di una

nuova lingua con la competenza propria di un madrelingua, e anche per molte specie di uccelli si verifica

un fenomeno simile. Insomma: la capacità di apprendimento acustico sembra decrescere con l’età. Le

analogie tra il canto degli uccelli e il linguaggio umano ci sono anche sul piano della sintassi (in senso

ampio: insieme di regole che permettono di organizzare gerarchicamente elementi espressivi al fine di

produrre una sequenza ordinata). Il canto degli uccelli, come il linguaggio umano, si fonda sulla capacità di

combinare gli elementi vocali in nuove sequenze e di discriminare gli stimoli uditivi sulla base di regole

grammaticali. Il passero del Giappone combina le sequenze sillabiche seguendo particolari regole di

transizione in base alle quali ogni sillaba deve essere seguita da un’altra che viene scelta tra un ristretto

numero di opzioni. Queste regole sono paragonabili ai principi grammaticali delle lingue umane, che

stabiliscono le possibilità di combinazione delle parole nella frase. In più, il passero del Giappone è in

grado di distinguere un cinguettio “grammaticale” da uno “a-grammaticale” (in quel caso smette di muoversi

e di cantare, perché registra alcune anomalie). Si pensava che questa fosse una abilità cognitiva solo

umana (Chomsky).

•• Omologie, analogie, similarità genetiche: esistono somiglianze tra i due modi di comunicare perché ci

sono omologie (tratto comune a più specie, ma in ogni specie ha una funzione diversa: braccio-pinna-

ala…) e analogie (tratto comune a più specie, con stessa funzione: polmoni nei mammiferi…) tra il cervello

dei volatili e quello dei mammiferi. Le omologie sono state ereditate da un antenato comune tra uccelli e

mammiferi, mentre le analogie si sono evolute indipendentemente nelle due specie (taxa). Nel caso delle

analogie: taxa distanti nella scala filogenetica hanno evoluto abilità simili perché esposti alle stesse

pressioni selettive legate alla risoluzione di analoghi problemi adattativi. Nel dna dei voltatili è presente il

gene FOXP2, che negli umani è implicato nel controllo oro-motorio (chi ha una mutazione di questo gene,

ha problemi nell’articolazione vocale e disturbi nel dominio della grammatica). Il gene FOXP2 contribuisce

nei volatili all’apprendimento canoro. FOXP2 è quindi una forte omologia: un tratto condiviso da taxa

filogeneticamente distanti tra loro implicato sia nell’apprendimento del linguaggio articolato umano sia

nell’apprendimento del canto degli uccelli. La produzione e l’apprendimento di suoni articolati non sono

caratteristiche esclusive degli umani, ma sono proprietà che si fondano su competenze e comportamenti

comunicativi condivisi con molti altri animali.

1.2 - La comunicazione vocale nei primati non umani

•• La comunicazione vocale dei mammiferi è caratterizzata da unità funzionali discrete: i richiami (o

segnali), ed è possibile determinare la complessità vocale di un sistema comunicativo in base al numero

delle vocalizzazioni discrete presenti nel repertorio di una data specie. Insomma: un sistema comunicativo

è “complesso” se è caratterizzato da un ampio numero di elementi funzionalmente e acusticamente distinti

in grado di comunicare una grande quantità di informazioni. Alcune specie di mammiferi hanno due richiami

diversi che usano differentemente in base alle situazioni, altre specie ne hanno solo uno… Esiste una

correlazione tra la complessità della comunicazione vocale e la complessità del sistema sociale di una

certa specie. Quanto più la struttura sociale di una specie è complessa, tanto più quella specie svilupperà

un sistema comunicativo complesso. Nei sistemi sociali complessi, gli animali interagiscono molto tra di

loro: le femmine di babbuino si scambiano attività di grooming, lo spulciamento reciproco, che oltre a dare

un appagamento immediato, rafforza il legame sociale. Nei sistemi sociali semplici, gli animali

interagiscono poco tra di loro (di solito solo per la riproduzione). Infatti, secondo l’ipotesi della

complessità sociale per la comunicazione, l’organizzazione di gruppi sociali complessi richiede la

presenza di sistemi comunicativi complessi (con un ampio repertorio di richiami). Insomma: la

complessità sociale è stata una forte pressione selettiva in favore dell’evoluzione del linguaggio

moderno.

•• Segnali funzionalmente referenziali: i cercopiteci verdi usano richiami di allarme acusticamente distinti

per segnalare la presenza di differenti tipi di predatori. A ogni richiamo è associata una specifica e

appropriata risposta comportamentale sia da parte dell’individuo che emette il segnale, sia da parte dei

compagni che lo ricevono. Il segnale per il leopardo porta a salire sugli alberi, quello per l’aquila a guardare

in alto e quello per il serpente ad alzarsi sulle zampe posteriori per guardare in basso. Anche le scimmie

reso hanno diversi segnali per indicare cose diverse. Si può dire che queste espressioni non veicolino un

significato perché il comportamento delle scimmie non è determinato dal contenuto informativo delle

vocalizzazioni in sé, ma dallo stimolo visivo della scena osservata. Ma dagli esperimenti (scimmie che

sentivano i richiami registrati senza lo stimolo visivo) è emerso che le scimmie producono comportamenti di

risposta ai segnali anche quando non sono fisicamente presenti chi li produce. Quindi l’informazione che

specifica il tipo di aggressore è contenuta effettivamente nei segnali vocali. Secondo molti, quindi, fenomeni

di questo tipo sono precursori delle parole del linguaggio umano. I richiami delle scimmie, infatti,

condividono con le parole il carattere referenziale, cioè la possibilità di riferirsi a oggetti ed eventi del

mondo esterno. Quella delle scimmie è quindi una comunicazione funzionalmente referenziale, in grado di

comunicare ad altri individui “messaggi” relativi a oggetti o eventi della realtà esterna. I segnali sono

prodotti in risposta a determinati stimoli esterni (criterio di produzione) e sono in grado di causare nei

riceventi comportamenti adattativi (criterio di percezione). L’uso dei segnali vocali per ottenere informazioni

sugli eventi esterni si è evoluto molto prima che gli umani si separassero dal resto degli altri primati. C’è

continuità.

•• Limiti del riferimento funzionale animale: non sappiamo però se i meccanismi psicologici alla base della

comunicazione dei primati siano gli stessi di quelli alla base della comunicazione degli umani: non

possiamo dire se nei cercopiteci il segnale evochi una rappresentazione mentale esplicita del leopardo

nella mente del ricevente oppure se le scimmie interpretino il richiamo semplicemente come “sali

sull’albero”. In più, il grado di flessibilità delle associazioni segnale-significato è estremamente più alto negli

umani, che producono sempre nuove corrispondenze tra segnali (parole) e referenti esterni (significati). I

primati, invece, hanno un repertorio vocale povero: le vocalizzazioni delle scimmie sono determinate

geneticamente e quindi hanno poco in comune con le lingue umane, che sono invece aperte all’esperienza.

Le scimmie producono vocalizzazione specie-specifiche, anche se adottate da un’altra specie di scimmie.

Le scimmie raramente modificano il loro repertorio vocale aggiungendo nuovi suoni. Secondo Deacon il

riferimento della comunicazione animale è più che altro una associazione meccanicamente determinata tra

ciò che si dice e ciò che si indica, mentre il linguaggio umano non funziona così: ad attribuire alle parole la

capacità di riferirsi alle cose è un processo interpretativo che avviene soprattutto nella mente degli umani.

Secondo Deacon, poi, le parole (simboli) hanno varie possibilità di potere referenziale in base alla

posizione occupata nella frase e nel discorso. Secondo Deacon, quindi, solo gli umani sono capaci di

riferimento in senso proprio. Deacon, discontinuista, crede che il riferimento simbolico sia una barriera

evolutiva invalicabile per gli animali non umani. La capacità simbolica separa la nostra specie da tutte le

altre.

•• Messaggi solistici e manipolativi: secondo Alison Wray (continuista) i segnali delle scimmie non devono

essere pensati come singole parole del linguaggio umano (come fa Deacon), ma come messaggi completi,

“prefabbricati”, olistici. I richiami, infatti non vengono mai combinati con altri segnali per creare un

messaggio a più componenti (mentre le parole hanno un carattere composizionale). Secondo Wray le

vocalizzazioni animali dovrebbero essere considerate “manipolative” e non referenziali, infatti le scimmie

non cercano di comunicare ai compagni informazioni su qualche entità del mondo circostante, ma

semplicemente tentano di condizionare il loro comportamento. Secondo Wray, quindi, il precursore del

linguaggio moderno è un sistema di comunicazione olistico, composto da messaggi e non da parole.

1.3 - Comunicazione vocale negli ominidi

•• Se avessimo di fronte ai nostri occhi il quadro completo della filogenesi umana, il divario tra noi e gli altri

primati ci sembrerebbe meno ampio e considereremmo subito il linguaggio umano in continuità con i

sistemi comunicativi dei primati. Secondo Mithen il linguaggio proviene dalle vocalizzazioni dei primati.

Secondo Mithen la comunicazione dei primi ominidi ha ereditato dalla comunicazione delle scimmie due

elementi: il carattere olistico e la natura manipolativa. A questi elementi vanno poi aggiunte due

caratteristiche: la multimodalità (uso contemporaneo del medium sonoro e del medium gestuale per fini

comunicativi) e la musicalità. Nei primi ominidi queste quattro proprietà sono integrate in un sistema di

comunicazione detto “Hmmm”: olistico (holistic), multimodale, manipolato e musicale. La differenza

principale del sistema hmmm degli antichi ominidi rispetto ai sistemi di comunicazione delle scimmie sta in

un ampliamento del repertorio delle vocalizzazioni: gli ominidi (soprattutto Homo) potevano produrre più

suoni vocali rispetto alle scimmie. Con la diminuzione di denti e mascelle, aumenta la mobilità della lingua

e delle labbra. La possibilità di produrre suoni dalla bocca deriva da “gesti articolatori” creati da specifiche

posizioni dei muscoli di lingua, labbra, mascelle e palato molle. Ogni parola è quindi caratterizzata da un

test articolatorio (da una specifica configurazione dell’apparato fonatorio). Secondo Studdert-Kennedy, i

gesti articolatori, non essendo specificatamente linguistici (sono infatti azioni motorie) sono le unità

fondamentali sia del linguaggio articolato moderno sia delle vocalizzazioni delle scimmie e degli ominidi, e

quindi costituiscono un elemento di continuità. Nel corso dell’evoluzione umana si sarebbe poi verificato un

processo di differenziazione neuro-anatomica della lingua, così da poterne usare le varie parti in modo

indipendente per creare movimenti particolari, i quali avrebbero dato origine a suoni specifici. Secondo

Studdert-Kennedy questa differenziazione nasce dalla necessità per specie come Homo ergaster e Homo

erectus di far fronte a esigenze comunicative sempre più pressanti e complesse, dovute a un aumento

delle dimensioni dei gruppi, con conseguente aumento della complessità delle relazioni sociali tra gli

individui. Dalle vocalizzazioni olimpiche si è passati alle sillabe riconosciute come unità potenzialmente

usabili in un linguaggio composizionale.

•• L’evoluzione umana: gli ominidi sono tutte le specie (compresa Homo sapiens) che si sono separate

dalle grandi scimmie circa 7mln di anni fa. La prima grande differenza tra ominidi e grandi scimmie è

l’evoluzione verso il bipedismo. Homo compare circa 2,5mln di anni fa, e ha come elemento caratterizzante

le dimensioni del cervello (dai 600cm3 delle prime specie ai 1550cm3 delle ultime forme umane). Homo

heidelbergensis è l’ultimo antenato comune tra Neandertal (unico originato in Europa) e Sapiens.

•• L’evoluzione del tratto vocale: la laringe umana è più in basso rispetto alle grandi scimmie, e hanno una

cavità orale più allungata. Il tratto vocale sopralaringeo è suddiviso in due sezioni: una porzione orizzontale

nella cavità orale (lingue e orofaringe) e una porzione verticale nella gola (garige, posizionata tra la lingua e

la laringe). Negli umani queste due porzioni formano un angolo retto (per questo il tratto vocale

sopralaringeo umano è “a due canne”). Negli scimpanzé invece la laringe è posizionata in alto nella gola,

alla base della mandibola, il tratto vocale sopralaringeo è “a canna unica”. Una conformazione del genere

permette di respirare e di ingoiare contemporaneamente. La laringe è il principale organo della fonazione:

le vibrazioni per creare i suoni sono prodotte dalle corde vocali, due lembi che circondano la laringe. I

primati non umani (e i neonati umani) non riescono a produrre vocali come la “i” e la “u”. Secondo

Lieberman, i cambiamenti alla base del tratto vocale sopralaringeo sono un adattamento per la parola.

•• Ricostruire la posizione della laringe: secondo Aiello (antropologa) la laringe in basso nella gola è stata

una conseguenza del bipedismo. Nei quadrupedi, il foro occipitale (apertura grazie alla quale la colonna

vertebrale si innesta nella testa, e parte che fossilizza) è posto nella parte posteriore del cranio, mentre

negli umani è posto in basso e in avanti, con conseguente mandibola piccola, allungamento del tratto

vocale e abbassamento della laringe. Questi cambiamenti anatomici si sono avuti gradualmente nel corso

dell’evoluzione umana insieme con l’affilatura del bipedismo, e si sono conclusi forse con Homo ergaster e

Homo erectus. L’abbassamento della laringe sarebbe quindi un pennacchio del bipedismo (Gould). Altro

elemento da indagare è l’angolo di curvatura del basiranno (parte ossea del cranio collegata alla colonna

vertebrale, con la quale negli umani forma un angolo di 90 gradi. Lieberman ha ricostruito la posizione della

laringe nell’Homo neanderthalensis e ha scoperto che questa fosse in alto nella gola, come negli

scimpanzé e nei neonati umani (avevano quindi un tratto vocale sopralaringeo a canna unica), quindi le

capacità fonetiche di Neandertal erano molto limitate perché non era fisiologicamente in grado di produrre

le frequenze delle formanti (per fare le vocali). Secondo Lieberman i cambiamenti nel tratto vocale per la

fonazione trovano realizzazione solo dopo la nascita di Homo sapiens: un sapiens di 100mila anni fa aveva

ancora un collo troppo corto per ospitare un tratto vocale sopralaringeo moderno. Secondo Lieberman la

capacità di produrre il linguaggio articolato non è apparsa prima di 50mila anni fa. Le ipotesi di Lieberman

oggi sono completamente superate: l’analisi dell’osso ioide di un Neandertal, essendo identico a quello di

un sapiens moderno, ci dimostra che il Neandertal avesse un tratto vocale sopralaringeo simile a quello di

sapiens. Anche l’osso ioide di heidelbergensis (ultimo antenato comune tra Neandertal e sapiens) è simile

all’osso ioide di questi Homo. Dall’osso ioide possiamo anche spiegare un altro cambiamento cruciale

nell’evoluzione del tratto vocale, ovvero la perdita delle sacche d’aria della laringe, ampie cavità gonfiabili

situate sopra le corde vocali, presenti in tutte le grandi scimmie, ma assenti nei sapiens moderni. Si è

scoperto che il suono delle sacche d’aria influenza quello generato dalle corde vocali (il suono viaggia

meglio tra la densa vegetazioni e le grandi scimmie possono dare l’impressione di essere di dimensioni

maggiori di quanto effettivamente non siano, ma quando sono usate nella comunicazione complessa, le

sacche d’aria diminuiscono gli effetti percettivi dei gesti articolatori). Senza sacche d’aria, il tratto vocale

può contare su uno spazio vocalico più ricco, quindi la perdita delle sacche d’aria è legata all’evoluzione

della comunicazione vocalica complessa. Si scopre la presenza/assenza delle sacche d’aria proprio

analizzando la forma dell’osso ioide. Le sacche d’aria sono assenti sin da Homo heidelbergensis (600mila

anni fa). Dunque, specie di Homo diverse da sapiens avevano tutte le caratteristiche fisiche per sviluppare

una qualche forma di linguaggio articolato. Infatti, secondo Fitch (in opposizione a Lieberman)

l’abbassamento della laringe non è una caratteristica propria di Homo sapiens, ma è presente

temporaneamente anche in altri mammiferi (come nei cervi quando vocalizzano per “esagerare” la propria

taglia corporea). Un tratto vocale lungo rende più profondi i suoni emessi. L’abbassamento della laringe,

essendo presente in animali che non parlano, potrebbe non essere stato un adattamento per il linguaggio

articolato, ma può essere stato selezionato per sembrare più grandi e spaventare eventuali predatori. L’uso

del tratto vocale per fini comunicativi si configura in questo senso come un exaptation dell’exaptation

(laringe bassa exaptation del bipedismo; laringe bassa per sembrare più grandi; linguaggio

exaptation della laringe bassa).

•• Ricostruire le basi neurali del controllo vocale: la produzione del linguaggio non implica solo un tratto

vocale in grado di generare una grande varietà di suoni vocalici, ma anche un controllo motorio sofisticato

sull’apparato fonatorio tutto (lingua, labbra, mascella, palato…). Inizialmente si analizzava la presenza nel

cervello di aree corticali legate al linguaggio usando i calchi endocranici (cavità interna del cranio) dei nostri

antenati. Si cercavano insomma l’area di Broca (produzione linguistica) e l’area di Wernicke (comprensione

linguistica), due delle principali strutture neurali alla base dell’elaborazione linguistica. Alcuni credono che

sin da Homo habilis ci fossero queste aree, ma soltanto dalla superficie del cervello non si può avere la

certezze delle funzioni cerebrali interne, quindi gli studi sui calchi endocranici non consentono di derivare

conclusioni affidabili sull’evoluzione delle aree linguistiche. Kay ha condotto alcune analisi sulle dimensioni

del canale dell’ipoglosso, che dà indicazioni sul controllo motorio della lingua (contiene i nervi che

collegano il cervello alla lingua). Nei sapiens moderni il canale dell’ipoglosso è più largo rispetto a quello

degli scimpanzé e dei gorilla. Kay ha scoperto che Homo habilis ha un canale dell’ipoglosso simile a quello

di scimpanzé e gorilla, mentre Neandertal lo ha simile a quello di sapiens. Si è poi scoperto che anche

negli umani le dimensioni del canale dell’ipoglosso variano e spesso sono equivalenti a quelle delle grandi

scimmie, quindi non è una pista sicura per scoprire possibili abilità linguistiche negli ominidi estinti.

Indicatore fossile sicuro è invece il canale delle vertebre toraciche attraverso il quale passano i nervi che

controllano il diaframma e quindi la respirazione. I nervi spinali toracici manovrano i muscoli coinvolti nella

respirazione. Un aumento delle dimensioni del canale toracico è quindi un adattamento per il controllo fine

delle vocalizzazioni e della parola. Le dimensioni dei canali vertebrali di Homo ergaster sono simili a quelli

delle grandi scimmie, mentre quelli di Neandertal sono simili a quelle dei sapiens. I Neandertal

possedevano quindi il livello di controllo respiratorio richiesto dal linguaggio.

1.4 - Conclusioni

•• Il possesso della parola non è la proprietà essenziale degli umani, e non ci separa dal resto del mondo

animale. La produzione vocale richiede numerose abilità, condivise anche con altri animali. L’imitazione


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Ferretti Francesco.

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