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Riassunto esame Filosofia del linguaggio e della comunicazione, prof. Ferretti, libro consigliato Dalla comunicazione al linguaggio - Scimmie, ominidi e umani in una prospettiva darwiniana, Ferretti e Adornetti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Filosofia del linguaggio e della comunicazione del prof. Francesco Ferretti, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente, Dalla comunicazione al linguaggio - Scimmie, ominidi e umani in una prospettiva darwiniana, di Francesco Ferretti e Ines Adornetti.

Esame di Filosofia del linguaggio e della comunicazione docente Prof. F. Ferretti

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La questione dell’altruismo è da sempre un cavallo di battaglia dei critici della selezione naturale e

dell’adattamento biologico: criticando i sociobiologi, per dar conto dell’altruismo è necessario abbandonare

l’evoluzione biologica e prendere in esame l’evoluzione culturale. In linea con Darwin, Tomasello considera

l’altruismo un fatto della biologia, non della cultura, ma considera l’altruismo (ed è questo il punto) un

fatto tipico ed esclusivo della biologia umana. Quello di cui le scimmie non sono capaci è lo scambio di

informazioni altruistico. Se si dice che la comunicazione umana è basata sulla cooperazione, allora si dice,

contrariamente a quanto crede Savage-Rumbaugh, che la produzione sia più importante della

comprensione. Ma davvero la cooperazione condivisa segna lo spartiacque tra umani e altri animali? In

realtà, c’è altruismo ed empatia anche fuori Homo sapiens, e c’è molto più egoismo in Homo sapiens di

quanto Tomasello non riesca ad ammettere. Secondo Cavalli-Sforza i tratti principali di Homo sapiens sono

competizione e sopraffazione. In realtà, la vecchia opposizione tra Hobbes e Rousseau è fallimentare: nella

nostra mente convivono sistemi di elaborazione che ci rendono pronti a collaborare con gli altri e sistemi

che ci spingono costantemente a sospettare degli altri e a competere con loro. Secondo Tomaselli, per

passare dal chiedere qualcosa a qualcuno (comunicazione egoistica animale) all’informare

qualcuno di qualcosa (linguaggio umano) è necessaria la cooperazione condivisa fondata

sull’altruismo. Ma Sherman e Austin confutano l’idea che l’altruismo informativo sia specifico degli

esseri umani. Si potrebbe criticare questa confutazione con l’argomento che gli atti di Sherman e Austin

sono sì altruistici ma non disinteressati. E si potrebbe controbattere chiedendo: esistono atti puramente

disinteressati, negli umani? Alcuni esperimenti hanno confutato la tesi di Tomasello secondo cui gli

scimpanzé non riescono a usare l’informazione che gli viene offerta perché, non essendo evolutivamente

adattati all’altruismo, non si aspettano che qualcuno possa fornirgliela. In realtà, le grandi scimmie non solo

comprendono, ma producono informazioni dichiarative. Si conclude che la capacità di acquisire la

comprensione delle dichiarative è comune a grandi scimmie e umani. Le prestazioni delle grandi scimmie

nei compiti di comunicazione dipendono dai sistemi cognitivi di cui dispongono questi animali e dal

particolare ambiente culturale in cui queste scimmie sono state allevate.

1.5.2 - Scimmie culturalizzate

•• Secondo Tomasello, Savage-Rumbaugh sottovaluta il ruolo chiave che è stato decisivo nello sviluppo

della competenza linguistica di Kanzi, ovvero lo specifico ambiente culturale (a contatto con gli umani) in

cui Kanzi è stato allevato. Siccome le uniche scimmie che mettono in atto abilità come quelle mostrate da

Kanzi sono scimmie che hanno avuto a che fare con ambienti culturali umani, secondo Tomasello gli

animali che riescono in prestazioni del genere lo fanno solo perché, vivendo in una comunità di parlanti,

hanno appreso uno specifico codice espressivo. L’idea che la mente umana sia invasa dai codici linguistici

parlati nella comunità sociale di appartenenza merita notevole attenzione ai fini della questione della

coevoluzione tra cervello e linguaggio. Se la tesi di Tomasello fosse vera, allora vorrebbe dire che tutti gli

animali dotati di “lettore della mente” dovrebbero essere in grado, vivendo nelle opportune situazioni

culturali, di usare le stesse capacità linguistiche degli scimpanzé. Questo non è vero, in quanto le

specifiche capacità bio-cognitive delle grandi scimmie sono importanti tanto quanto gli ambienti culturali in

cui vivono questi animali. I neoculturalisti pensano che il linguaggio sia arrivato improvvisamente, e in

questo modo non sarebbe possibile continuare in senso continuista dalla comunicazione animale al

linguaggio umano. Sempre per via del pregiudizio antropocentrico, quando un animale fa qualcosa ci

chiediamo se la faccia meccanicamente rispondendo a stimoli esterni (per esempio per ottenere una

ricompensa) oppure se la faccia in maniera responsabile. Non possiamo pensare l’agire di una specie

simile a noi nei termini di un comportamento meccanico di stimolo-risposta. Si chiede a questo proposito de

Waal: “Se di solito non ipotizziamo cause diverse per lo stesso comportamento per esempio tra cani e lupi,

perché mai dovremmo farlo tra uomini e scimpanzé?”. Bisogna quindi abbandonare la “parsimonia

gotnitiva” (non bisogna spiegare difficilmente un fenomeno semplice) per abbracciare la “parsimonia

evolutiva” (è il pensiero che, se due specie sono simili, allora anche i loro processi mentali impliciti devono

essere simili). Il principio di parsimonia evolutiva deve essere posto alla base di ogni indagine

naturalistica (e continuista) della natura umana. Insomma, le differenze tra le capacità che

caratterizzano gli umani e quelle che caratterizzano gli altri animali devono essere considerate in termini di

grado e non di qualità. Si deve quindi darwinisticamente intendere gli umani come animali tra altri

animali.

1.6 - Conclusione

•• Si deve abbandonare l’idea della differenza qualitativa (propria sia dei neocartesiani sia dei

neoculturalisti) abbracciando una modalità di indagine continuista tra comunicazione animale e linguaggio

umano. Un modo per considerare il linguaggio umano in continuità con la comunicazione animale ci è

offerto dall’analisi di quel caso esemplare di ibridazione animale in cui le grandi scimmie sono chiamate a

misurarsi con i sistemi simbolici umani. Il divario tra noi e gli altri primati ci appare molto più grande di

quello che è perché tutte le specie di ominidi si sono estinte. È probabile che se avessimo davanti ai

nostri occhi tutte le specie Homo, avremmo dati più convincenti per considerare il linguaggio

umano in termini gradualisti e continuistici.

2 - Ominidi (Adornetti)

•• La costruzione e l’uso di strumenti hanno modificato le mani e le menti degli uomini-scimmia (ominidi)

tanto da elevarli al di sopra degli altri esseri viventi fino a dominare il mondo della natura. Usando i dati

della paleoantropologia, dell’archeologia cognitiva e della primatologia, scopriamo che il processo che

regola il processo che regola il passaggio dalla comunicazione animale al linguaggio umano debba essere

spiegato in riferimento ai sistemi cognitivi delle specie coinvolte in questo processo. Secondo Ferretti,

alcune proprietà alla base dell’avvento del linguaggio umano sono legate a una specifica classe di sistemi

di elaborazione: quelli che consentono agli organismi di “agire nel mondo e di agire sul mondo” in cui

vivono. La storia del processo di ominazione può essere narrata in riferimento all’evoluzione di abilità

sempre più sofisticate e specifiche di trasformazione del mondo. Il ponte di passaggio dalla comunicazione

animale al linguaggio umano deve essere cercato nella pragmatica del linguaggio piuttosto che nella

grammatica. L’azione e la trasformazione dell’ambiente poggiano su capacità pratiche e cognitive

sofisticate (coordinazione sensomotoria, strategie di pianificazione nel futuro, rappresentazione delle

finalità degli oggetti…). Siccome capacità del genere non lasciano tracce fossili, l’operazione di

ricostruzione della filogenesi del linguaggio si baserà su prove indirette, come l’analisi della produzione

materiale degli ominidi estinti. Si analizzerà la questione “sintassi vs. simbolicità” non sulle scimmie, ma nel

processo di ominazione. I fautori dei modelli sintatticisti individuano le radici filogenetiche del linguaggio

umano nelle capacità coinvolte nella costruzione degli strumenti in pietra. Sul versante simbolicistico, due

posizioni: una non gradualista (modello dell’emergenza improvvisa: la funzione simbolica è emersa nella

nostra specie in modo improvviso circa 50mila anni fa) e una gradualista (di Ferretti: l’avvento della

funzione simbolica non conferisce a Homo sapiens alcuno statuto di specialità rispetto agli altri ominidi: la

genesi del simbolo può essere spiegata continuisticamente con la selezione naturale).

2.1 - Parentele filogenetiche: scimmie, antropomorfe e antenato comune

•• I primati circa 50/60 mln di anni fa si sono distaccati dal ceppo degli altri mammiferi. Tra i 35 e i 40 mln di

anni fa è cominciata la ramificazione nella linea evolutiva dei primati, che ha portato prima alla discendenza

delle scimmie in generale e, in seguito, tra i 25 e i 30 mln di anni fa, a quella delle grandi scimmie

antropomorfe. Del gruppo delle grandi scimmie sopravvivono oggi solo alcune specie; le tre grandi scimmie

africane (scimpanzé, bonobo e gorilla), l’antropomorfa asiatica (orango) e gli esseri umani. La separazione

uomo-scimpanzé risale a 6mln di anni fa. 3 mln di anni fa è avvenuta l’ultima separazione che ha portato

alla divisione tra scimpanzé comune e bonobo (scimpanzé pigmeo). Siccome gli scimpanzé sono la specie

più vicina al genere umano, è quella a cui si guarda con maggiore interesse per ricostruire le caratteristiche

comportamentali e anatomiche dell’ultimo antenato comune (uac). L’tac, vissuto in Africa, possedeva una

complessa organizzazione sociale, usava strumenti, costruiva ripari sugli alberi e aveva un limitato e innato

sistema di richiami vocali. Possiamo ipotizzare che anatomicamente fosse simile agli scimpanzé sia per le

dimensioni del cervello sia per gli adattamenti locomotori e posturali. Siccome gli scimpanzé hanno una

particolare forma di locomozione quadrupede detta “andatura sulle nocche”, allora la nostra specie è

l’evoluzione di un antenato che camminava sulle nocche avendo una postura moderatamente eretta. Gli

scimpanzé infatti riescono a camminare (per poco) su due piedi, e riescono anche a stare in piedi mentre

raccolgono frutti dagli alberi. Secondo altri autori, invece, la linea evolutiva che ha portato al genere Homo

non ha preso avvio da un antenato terricolo semi-eretto, ma da un antenato arboricolo arrampicatore. Non

ci interessa sapere come e perché ci siamo alzati in piedi. Ai nostri scopi è sufficiente constatare che gli

antenati di Homo sapiens si siano alzati in piedi a un certo punto della loro evoluzione. L’acquisizione della

postura eretta ha avuto infatti importanti ripercussioni anche sull’evoluzione del linguaggio.

2.2 - Origine del bipedismo

•• Il bipedismo (e la conseguente postura eretta) è un carattere tipico degli ominidi (cioè di tutto il ceppo

Homo sapiens dopo la separazione delle grandi scimmie, di cui è rimasta attiva solo la specie umana).

Insomma, dal bipedismo “occasionale” degli scimpanzé e probabilmente dell’uac si passa al bipedismo

abituale dei primi ominidi. Il bipedismo diventa invece obbligato (l’unico sistema di locomozione disponibile)

con la nascita del genere Homo 2mln di anni fa. Con l’emergere del bipedismo si verifica uno spostamento

in avanti del foro occipitale, l’ampia apertura alla base del cranio attraverso cui il cervello si collega al

midollo. Questa posizione consente alla testa di posizionarsi in perfetto equilibrio sulla colonna vertebrale.

Questo cambiamento conclusosi con Homo erectus ha comportato un allungamento del tratto vocale e un

abbassamento della laringe, fattori determinanti per la nascita del linguaggio articolato. Il bipedismo è stato

la risposta a significativi mutamenti climatici e ambientali: tra gli 8 e i 5 mln di anni fa la terra è stata colpita

da un raffreddamento che prodotto una diffusa frammentazione dell’ambiente forestale. Abitando in

ambienti più aperti, gli ominidi sono stati costretti a percorrere distanze più lunghe per procurarsi il cibo.

Così, mentre nelle foreste dell’Africa occidentale gli antenati delle attuali grandi scimmie continuavano a

vivere senza modificare i propri comportamenti, i primi ominidi facevano fronte a una nuova nicchia

ambientale. Secondo Wheeler l’andatura bipede è stata selezionata anche per funzioni legate alla

termoregolazione corporea: gli animali che abitano la savana, infatti, hanno il problema di dover ridurre al

minimo il calore, e il bipedismo potrebbe aver contribuito a ridurre lo stress causato dalla maggiore

esposizione al sole.

2.3 - Alla ricerca dei primi ominidi

•• Gli ominidi più antichi di cui siamo a conoscenza sono esemplari appartenenti a tre generi vissuti tra i 7 e

i 4 mln di anni fa: Sahelanthropus, Orrorin e Ardipithecus, anche se non tutti sono d’accordo a posizionarli

nella famiglia degli ominidi. Di sicuro inquadrabili negli ominidi sono i fossili del genere Australopithecus (tre

specie: anamensis, afarensis e africanus), risalenti tra i 4 e i 2 mln di anni fa. Dai reperti di anamensis

analizzati (la specie più antica) si nota la presenza di tratti indicanti sia la locomozione bipede, sia altri

caratteri tipici degli ominidi successivi (elevato spessore dello smalto dentario, riduzione dei canini,

dimissioni relative dei molari e premolari). Afarensis (tra cui Lucy) è l’evoluzione di anamensis: peso tra i 34

e i 55 kg, altezza poco superiore al metro, volume del cervello tra i 350 e i 550 cc (con i primi Homo sarà di

750 cc e poi di 1450 con Homo sapiens), capace di camminare eretto. La specie più recente, africanus, ha

un fisico simile a quello di afarensis, ma con un volume cerebrale leggermente superiore (600 centimetri

cubici), ed è di bipedi eretti ancora capaci di arrampicarsi sugli alberi. Sono stati rinvenuti resti di altri

ominidi in Sudafrica, che appartengono a un altro genere, Paranthropus, di cui si conoscono tre specie:

robustus, aethiopicus e boisei. I parantropi hanno una conformazione anatomo-morfologica del corpo simile

a quella degli Australopitechi, ma la testa è decisamente più massiccia, perché deve sostenere un apparato

masticatorio molto più imponente rispetto a quello delle australopitecine. Due milioni di anni fa la Terra

era dunque abitata da molte specie di ominidi, tra cui anche i primi rappresentanti del genere Homo.

2.4 - La comparsa del genere Homo

•• Prima il tratto distintivo degli ominidi era lo scheletro adatto a una locomozione bipede (facoltativa), ma

con la comparsa del genere Homo l’elemento caratterizzante riguarda le dimensioni del cervello: dai 600 cc

delle prime specie di Homo ai 1350-1550 dei neanderthalensis e dei sapiens. Diversamente da quanto

accade nel resto del mondo animale, la crescita del cervello nel genere Homo non è in relazione diretta con

l’aumento della massa corporea: il cervello di Homo sapiens è tre volte più grande di quello che un primate

delle stesse dimensioni dovrebbe avere. L’aumento delle dimensioni cerebrali è dovuto principalmente a un

cambiamento della dieta. I parantropi avevano una alimentazione basata su vegetali duri, ed è per questo

che avevano sviluppato un apparato masticatorio robusto. Gli ominidi invece potevano occasionalmente

mangiare carne e questo ha inciso sulle dimensioni del cervello e anche sulla modificazione dell’apparato

masticatorio, con una riduzione dei denti molari e premolari. Questi cambiamenti comportamentali e

anatomici sono avvenuti lentamente e gradualmente (prima gli ominidi si nutrivano delle carcasse di

animali uccisi dai predatori della savana e solo in seguito grazie alla disponibilità di strumenti appropriati la

ricerca di carne ha comportato strategie di caccia rivolta anche gli animali di grandi dimensioni; lo sviluppo

di queste strategie è stato fondamentale per l’evoluzione della cooperazione, che ha costituito una forte

pressione selettiva per lo sviluppo di forme sempre più efficaci e sofisticate di comunicazione).

2.4.1 - I primi artefici di strumenti: Homo habilis e i ciottoli di Olduvai

•• Homo habilis ha un cranio di 675 cc (il minimo per la specie Homo è di 600) e sapeva usare alcuni

strumenti. Molti lo reputano il capostipite del genere Homo collocandosi tra i 2,5 e i 1,6 mln di anni fa. È

solo con l’emergere del nostro genere Homo che si ha un progresso culturale caratterizzato da tecnologie

sempre più raffinate e complesse. Con i primi Homo si attua una vera rivoluzione tecnologica: la

lavorazione della pietra. La costruzione di strumenti è molto simile all’organizzazione del linguaggio umano.

La produzione linguistica è strettamente connessa alla pianificazione gerarchica delle azioni. Il linguaggio

articolato e la costruzione e l’uso di strumenti poggiano sugli stessi processi di sequenziamento gerarchico

delle azioni. La costruzione di strumenti è sequenziale e si conclude con il compito realizzato; dunque, è

simile al linguaggio parlato. I circuiti coinvolti nella pianificazione gerarchica delle sequenze di azioni sono

alla base sia della costruzione di elementi sia dell’elaborazione del linguaggio umano. Questo conferma le

“teorie motorie” dell’origine della comunicazione umana, secondo cui il linguaggio e la sintassi in particolare

hanno avuto origine dai sistemi d’azione legati alla coordinazione motoria e/o alla manipolazione di oggetti.

La prima tecnica di costruzione di strumenti è l’Industria Olduvaiana (Modo 1; uno strumento viene usato

per modificarne un altro con il fine di renderlo efficiente per un successivo utilizzo). Questa produzione

olduvaiana implica almeno due macroprocessi: (1) approvvigionamento dei materiali grezzi di dimensione

appropriati; (2) l’effettiva scheggiatura, che include la valutazione del nucleo, la selezione dell’obiettivo, il

posizionamento del nucleo, la scelta della presa del martello e una accurata percussione. Questi processi

possono essere rappresentati da un diagramma da albero (pagina 78) con sei livelli incassati che vanno

dall’obiettivo generale dell’azione (produzione di un bordo tagliente) alle specifiche manipolazioni del

nucleo e del martello. Insomma: gli ominidi che costruivano strumenti olduvaiani possedevano

sofisticate capacità di pianificazione dell’azione ed erano in grado di prevedere in anticipo le

situazioni in cui avrebbero avuto bisogno di quegli strumenti. La capacità di anticipare il futuro avrà

un ruolo fondamentale nell’avvento della comunicazione simbolica.

2.4.2 - Cervelli sempre più grandi e sviluppo dell’industria litica: Homo ergaster/erectus e i bifacciali

acheuleani

•• Per quasi un milione di anni gli ominidi costruiscono utensili sempre nello stesso modo. Solo 1,7mln di

anni fa compare una nuova modalità tecnologica caratterizzata da strumenti litigi bifacciali: è l’Industria

Acheuleana (Modo 2). A costruire con Modo 2 è l’Homo erectus sensu lato. Erectus è un discendente

diretto di Homo ergaster (“l’uomo camminatore”). Erectus è una specie piuttosto longeva, visto che alcuni

dei reperti più recenti risalgono a 50mila anni fa (se ciò fosse vero, Erectus sarebbe la specie che ha

abitato la Terra più a lungo di qualsiasi altro ominide conosciuto). Erectus ha gambe lunghe e braccia corte

(bipedismo obbligato), e l’altezza è di 180cm. Il cranio ha una capacità di 730/1250cc, quasi il doppio

rispetto alle prime specie di ominidi. L’aumento delle dimensioni del cervello comporta lo sviluppo di

capacità cognitive con conseguenti cambiamenti nei modelli di comportamento. Erectus organizza attività

di caccia sistematiche e scopre e sa usare il fuoco. In più, usa il Modo 2 per costruire gli strumenti:

scheggiatura della pietra per costruire asce a mano simmetriche. Ovvero le pietre vengono modellate fino a

essere affilate in entrambi i lati (come fossero “mandorle”). Per realizzare una forma del genere, Erectus ha

dato prova di immaginare la sagoma dell’oggetto da realizzare e di tenere a mente l’immagine dell’oggetto

durante tutto il processo di costruzione. Ha quindi un “terzo occhio” con cui riesce a vedere il risultato

dell’intaglio prima che avvenga (trasferisce cioè l’immagine alla pietra). Adesso il diagramma ad albero del

Modo 2 presenta in più un livello subordinato di preparazione della scheggiatura.

2.4.3 - Sempre più dotati: Homo heidelbergensis e Homo Neanderthalensis

•• In Africa i primi strumenti del Modo 2 compaiono 1,7mln di anni fa. In Europa, invece (in cui il primo

popolamento umano risale a 1,2mln di anni fa) si ritrovano strumenti del Modo 2 soltanto risalenti a 600mila

anni fa, associati alla comparsa in queste zone di una nuova specie, Homo heidelbergensis: è il Big Bang

dell’occupazione europea degli ominidi che ampliano la loro diffusione fuori dal continente di origine e

introducono repertori comportamentali sempre più sofisticati. Heidelbergensis ha un cervello voluminoso

(1200-1390cc) ed è capace di comportamenti caratterizzati da una più complessa cooperazione sociale e

da attività di caccia più sofisticate e impegnative (sono state trovate diverse lance di legno risalenti a

400mila anni fa, molto simili a moderni giavellotti, da getto e non da affondo). Secondo alcuni

Heidelbergensis (vissuto tra 700mila e 300mila anni fa) è l’ultimo antenato comune tra Homo sapiens e

Homo neanderthalensis. È possibile che abbia dato lui origine all’uomo di Neanderthal. L’uomo di

Neanderthal è la prima specie di ominide estinto a essere stato scoperto (nel 1856), vissuto tra 400mila e

30mila anni fa. Morfologicamente ha una corporatura massiccia (potente muscolatura, arti corti, ampia

cassa toracica), statura di circa 160/170cm, volume cerebrale maggiore rispetto agli ominidi precedenti

(1200-1750cc); la scatola cranica però ha una struttura arcaica, piatta e lunga. Prima si pensava che

l’uomo di Neanderthal facesse parte degli homo sapiens (homo sapiens neanderthalensis, infatti gli homo

sapiens venivano chiamati homo sapiens sapiens), mentre oggi sappiamo che sono due specie diverse,

nate forse da una stessa tipologia di progenitore, circa 500mila anni fa. In più, Homo sapiens nasce in

Africa, mentre Neanderthalensis nasce in Europa. Neanderthalensis costruisce oggetti con l’Industria

Musteriano (Modo 3), che ha circa 250mila anni, ed è una tecnologia di costruzione degli utensili su “nucleo

preparato”. I più comuni oggetti fatti con il Modo 3 sono piccoli punteruoli triangolari usati come punte di

lance, ed è una costruzione molto elaborato che presuppone la creazione da un nucleo di pietra sia di

schegge sottili e taglienti sia un piano di percussione. L’analisi delle capacità alla base della produzione di

strumenti litigi è usata da alcuni autori per spiegare l’origine e l’evoluzione di una delle caratteristiche

essenziali del linguaggio umano: la sintassi. La sintassi sfrutta gli stessi dispositivi ricorsivi alla base

della costruzione di piani gerarchici di azione. Secondo Chomsky nella ricorsività vi è l’essenza della

facoltà linguistica (è ciò che distingue la comunicazione animale dal linguaggio umano): il linguaggio

umano comprende una capacità per l’incassamento ricorsivo di sintagmi all’interno di altri sintagmi. La

ricorsività non è nata con il linguaggio, ma con la costruzione di strumenti, ed è stata poi cooptata per fini

comunicativi. Secondo Ferretti, il riferimento alla costruzione di strumenti è importante non tanto per

spiegare la sintassi, quanto per dar conto di un elemento più basico del passaggio dalla comunicazione

animale al linguaggio umano. Le capacità di pianificazione implicate nella costruzione e nell’uso degli

oggetti aprono la strada alla spiegazione degli aspetti pragmatici del linguaggio (la costruzione

dell’appropriatezza del discorso). Per affrontare la pragmatica dobbiamo passare per la comparsa del

pensiero simbolico, e dunque per la nascita di Homo sapiens.

2.4.4 - Origine ed evoluzione dell’umanità sapiente

•• Il primo fossile di Homo sapiens è lo scheletro di Red Lady trovato nel 1822 nel Galles. Si pensava

inizialmente che l’Europa fosse il luogo di nascita di Homo sapiens. Ma nel Novecento in Africa vengono

ritrovati fossili di sapiens più antichi di quelli trovati in Europa (sapiens vecchi di 200mila anni). I tratti

innovativi rispetto agli ominidi precedenti sono: fronte alta, faccia larga e bassa, mento marcato. Il volume

del cervello è di 1450cc. Da analisi sul Dna mitocondriale di 147 persone di tutti i continenti si scopre che

l’antenata comune dell’intera umanità è vissuta tra i 140mila e i 280mila anni fa in Africa (“Eva africana”). I

nostri progenitori sono usciti dall’Africa e sono arrivati in Europa tra i 50mila e i 40mila anni fa. In Europa

Sapiens sviluppa un nuovo modo di costruire utensili: il Modo 4 del Paleolitico Superiore, con cui si

costruiscono numerosi tipi di strumenti (da 40 a 100), che cambiano nel tempo e nello spazio: in meno di

30mila anni si succedono diverse tradizioni di costruzioni di utensili. Oltre alle innovazioni tecnologiche

compaiono anche chiari comportamenti simbolici: arte parietale e mobiliare, sepolture intenzionali,

costruzione di ornamenti personali… I sapiens vivono in società complesse ed economicamente produttive,

governate da regole e doveri proprio come le comunità attuali.

2.5 - Alle origini del pensiero simbolico: la rivoluzione del Paleolitico Superiore

•• Secondo alcuni, queste innovazioni si sono verificate all’improvviso (Rivoluzione del Paleolitico

Superiore, o “modello dell’emergenza” o “modello dell’esplosione). La rivoluzione nelle fattezze fisiche è

avvenuta 200mila anni fa in Africa, ma la rivoluzione del Modo 4 si è avuta in Europa solo 50mila anni fa.

L’origine della modernità comportamentale viene spesso fatta coincidere con l’avvento del pensiero

simbolico. I fautori della prospettiva dell’esplosione, soprattutto Tattersall, legano l’avvento del pensiero

simbolico all’origine del linguaggio. Chomsky stesso individua nella posizione di Tattersall un modello del

processo evolutivo in linea con la sua idea dell’avvento delle capacità verbali. Secondo Tattersall la

simbolicità del pensiero segna una differenza qualitativa tra gli esseri umani e tutte le altre specie animali,

comprese le specie di ominidi precedenti Homo sapiens. Homo sapiens è separato dalle antropomorfe e

dagli altri ominidi da un salto profondo: è la sensazione simbolica a conferirgli una “forte sensazione di

essere separato dal resto della Natura”. Ma come è accaduto il salto da una specie senza capacità

simboliche a una specie con forme di pensiero simbolico? Due ipotesi interpretative: (1) lenti e graduali

miglioramenti nel tempo in accordo con la selezione naturale; (2) cambiamento improvviso a breve termine.

Tattersall crede nel cambiamento improvviso, e dipendente da fattori culturali e non biologici (in riferimento

ai concetti di exaptation - cooptazione funzionale di strutture originariamente selezionate per altre finalità:

ali degli uccelli prima nate per svolgere funzioni di termoregolazione e in seguito cooptate per il volo - e di

emergenza). Secondo Tattersall la capacità simbolica umana è una forma di adattamento culturale.

L’acquisizione del pensiero simbolico è un fenomeno interpretabile nei termini di una coincidenza fortuita

più che in riferimento alla relazione diretta con il cervello di Homo sapiens (i cervelli dei sapiens sono

vecchi 200mila anni, mentre l’avvento del simbolo è databile 50mila anni fa). Secondo Tattersall i pensieri

sono il prodotto del linguaggio, lo strumento per eccellenza dell’attività simbolica. La funzione principale del

linguaggio, oltre a quella comunicativa (la capacità di esprimere i pensieri) riguarda il ruolo svolto dal

linguaggio nella formazione dei pensieri, cioè nella formazione del sistema di concettualizzazione. La

nascita del pensiero simbolico coincide quindi con l’avvento del linguaggio, che si è “presentato per

emergenza”, secondo cui una combinazione casuale di elementi preesistenti produce qualcosa di

totalmente inatteso. L’emergenza, insieme con l’exattamento, è un potente meccanismo del processo

evolutivo, un’autentica forza motrice che sospinge l’innovazione verso nuove direzioni.

Secondo Ferretti è chiaro che l’avvento della cultura comporti una velocizzazione dei tempi di adattamento,

e anche il pensiero simbolico è chiaro che sia fondamentale per le capacità cognitive della nostra specie. A

non convincere Ferretti è la spiegazione di Tattersall circa l’origine del linguaggio: secondo Tattersall Homo

sapiens ha “scoperto” il linguaggio, imbattendoglisi in modo improvviso. Secondo Ferretti non è sufficiente

“evocare” il linguaggio per risolvere la questione dell’origine del pensiero simbolico. L’avvento del pensiero

simbolico è di certo un fatto (come sostengono i neoculturalisti), ma è un fatto che aspetta giustificazioni.

Non si può spiegare l’avvento del pensiero simbolico con l’emergenza del linguaggio (che è appunto il

sistema simbolico per eccellenza). Infatti l’ipotesi di Tattersall che l’invenzione del linguaggio rappresenti la

scintilla culturale che innesca la cognizione simbolica è un circolo vizioso. Insomma, secondo Tattersall il

pensiero simbolico è inconcepibile senza linguaggio, ma il linguaggio stesso presuppone una

qualche forma di pensiero simbolico. Secondo Ferretti non è vero che la simbolicità del pensiero renda

la specie umana qualitativamente differente dalle altre, quindi è possibile indagare le condizioni che hanno

permesso l a nascita del simbolo con una prospettiva continuista che si rifà ai principi darwiniani

dell’evoluzione. L’avvento del simbolo è un fenomeno interpretabile in accordo con i principi del

gradualismo della selezione naturale.

2.6 - La rivoluzione che non c’è stata: comportamenti simbolici nel Middle Stone Age

•• Il modello della Rivoluzione del Paleolitico superiore è messo in discussione da alcune scoperte recenti.

Si è scoperto che molti dei tratti considerati propri del Paleolitico Superiore sono apparsi molto prima in

Africa in una forma più rudimentale durante il Middle Stone Age (300mila - 50mila anni fa). Queste scoperte

smentiscono il modello dell’esplosione e danno forza all’ipotesi del gradualismo (incisioni e uso di pigmenti

sulle pietre senza alcuna finalità strettamente funzionale ma solo con valore simbolico; i pigmenti erano

usati per un uso estetico, senza alcuna finalità pratica immediata; conchiglie marine forate usate come

perline da ornamento personale; sepolture intenzionali; il tutto è datato dai 280mila ai 50 mila anni fa).

Anche i Neanderthal seppellivano i defunti, fabbricavano e usavano ornamenti personali e usavano

pigmenti. Queste sono tutte prove forti contro il modello dell’esplosione. Secondo Tattersall le forme tipiche

del simbolismo in senso proprio sono riscontrabili in Europa solo a partire da 50mila anni fa. Ma che cosa si

deve intendere con “simbolismo in senso proprio”? Tattersall, alla maniera di Deacon, considera solo l’uso

di simboli in quanto simboli, ovvero i simboli linguistici. Ma le proprietà dei simboli rappresentano qualcosa

di qualitativamente diverso rispetto alle forme espressive protosimboliche (e quindi ciò che precede il

simbolo non ha nulla a che vedere con la simbolicità in senso proprio)? O le proprietà dei simboli devono

essere considerate come qualcosa di quantitativamente diverso? Secondo Deacon il carattere

propriamente simbolico dei simboli dipende da due fattori: la natura sistemica che i segni ereditano dal

codice a cui appartengono e la dipendenza dei simboli dal sistema cognitivo che funge da interpretante. I

neoculturalisti credono nell’esplosione del pensiero simbolico perché danno molta importanza al linguaggio.

Per affrontare la questione della nascita del simbolo in termini contenutistici è allora necessario rivalutare il

ruolo dei dispositivi cognitivi necessari per i processi di interpretazione. Secondo Ferretti, insomma, è

plausibile ipotizzare l’esistenza di simboli anche senza un codice, mentre non è possibile pensare

(come invece fa Tattersall) a un codice simbolico senza simboli. Se possiamo datare l’avvento di

capacità simboliche a 50mila anni fa, vuol dire che il simbolo non è un fenomeno tutto-o-nulla che ha

modificato ex novo le capacità cognitive e comportamentali di Homo sapiens. Oggi gli studiosi sono

d’accordo a non considerare le pratiche simboliche del Paleolitico Superiore qualitativamente diverse

rispetto a quelle del Middle Stone Age. Ferretti è d’accordo con il “modello della matrioska” proposto da de

Waal per rappresentare lo sviluppo del pensiero simbolico: i livelli più complessi di un fenomeno si

costituiscono a partire da fenomeni più semplici: è l’approccio continuista per spiegare la nascita del

pensiero simbolico, in forte contrasto con la teoria dell’esplosione. Secondo il modello della matrioska le

manifestazioni simboliche complesse sono il prodotto evolutivo di processi cognitivi che si sono sviluppati

da processi cognitivi più semplici. Tattersall però continua a rifiutarsi di considerare simbolici i

comportamenti del Middle Stone Age, in quanto accettarli come tali significherebbe vanificare la sua teoria

(non è vero che c’è stata prima evoluzione anatomica e solo dopo evoluzione comportamentale; non è vero

che i tratti del comportamento simbolico moderno siano emersi all’improvviso attraverso un processo di

sola acquisizione culturale e non anche di evoluzione biologica). Siccome abbiamo spiegato l’avvento del

simbolo in maniera continuista, allora possiamo anche spiegare l’origine del linguaggio in una prospettiva

evoluzionistica. Due ipotesi: un’origine gestuale del linguaggio; un’origine vocale.

2.7 - Alle origini del linguaggio

•• Il linguaggio umano è nato dalle vocalizzazioni o dai gesti dei primati? Secondo Ferretti è nato dai gesti.

2.7.1 - In origine era il verbo

•• Secondo Darwin il linguaggio articolato ha origine dall’imitazione e dalla modificazione dei suoni della

natura, delle voci degli altri animali e delle grida istintive dell’uomo. L’idea di Darwin è che l’evoluzione del

linguaggio sia passata attraverso quattro fasi distinte: (1) cambiamento nella cognizione dei primati che

eleva le capacità cognitive degli ominidi al di sopra di quelle delle scimmie, così questi ominidi hanno

cominciato a imitare il ruggito di una belva per indicare alle scimmie sue compagne la qualità del pericolo;

(2) incremento dell’imitazione vocale che permette lo sviluppo di una forma elementare di linguaggio

caratterizzato dalla simulazione diretta di numerosi suoni animali e da un “canto rudimentale” che ha come

conseguenza un perfezionamento dell’apparato vocale degli ominidi; (3) questo sistema primitivo di

comunicazione retroagisce sulla mente incrementando le capacità cognitive degli ominidi e aprendo la

strada al linguaggio articolato; (4) il linguaggio articolato interagisce a sua volta con il pensiero portando gli

umani a nuove forme di capacità mentali. Secondo molti il linguaggio umano proviene da una forma di

canto. In più, le vocalizzazioni dei primati non possiedono una struttura interna e non vengono mai

combinati con altre vocalizzazioni per produrre un messaggio con più componenti. Gli animali usano le

espressioni di cui sono capaci per cercare di condizionare il comportamento degli altri, non per fornire

informazioni su eventi o entità del mondo. I richiami delle scimmie hanno poi una struttura musicali.

Secondo Mithen per individuare le radici del linguaggio umano bisogna analizzare le capacità comunicative

delle grandi scimmie. Ma le grandi scimmie non hanno doti vocali rilevanti e il loro repertorio di richiami è

limitato. Mithen individua però nel limitato sistema di richiami una opportunità per lo sviluppo di una

capacità comunicativa: la multimodalità (la capacità delle grandi scimmie di comunicare usando, oltre le

vocalizzazioni, anche gesti corporei e manuali, vista la povertà delle sole vocalizzazioni).

2.7.1b - Evoluzione della comunicazione “Hmmm”

•• Secondo Mithen il sistema di comunicazione dei primi ominidi può essere riassunto con

l’acronimo H.m.m.m.: olistico (holistic, ovvero irriducibile, messaggi completi, prefabbricati,

impossibili da combinare o da scomporre), multimodale, manipolativo (nel senso di non

cooperativo) e musicale. Con la modificazione della posizione del cranio rispetto alla colonna

vertebrale, la postura eretta fa abbassare la laringe influendo sull’evoluzione del linguaggio

articolato. La laringe è infatti il principale organo della fonazione. La laringe contiene le corde vocali,

che vibrando producono suoni. Modificando la forma del tratto vocale, cambiando per esempio la

posizione della lingua e delle labbra, è possibile alterare le formanti per produrre la gamma

completa di suoni vocalici. Negli umani la laringe è molto più in profondità nella gola rispetto alla

posizione che questa ha nelle altre grandi scimmie, e questo fatto comporta capacità di

modulazione del suono molto più estese negli umani rispetto ai primati. I primati non umani non

riescono a produrre tutti i movimenti vocalici di cui sono capaci gli umani. Secondo Mithen con

Erectus e Heidelbergensis il sistema di comunicazione degli ominidi si arricchisce di una ulteriore

caratteristica, la mimesi, cioè la “capacità di produrre atti rappresentazionali coscienti e autoindotti

che sono intenzionali ma non linguistici”. Allora, il sistema di comunicazione degli ominidi da Hmmm

diventa Hmmmm: olistico, multimodale, manipolativo, musicale e mimetico (trasmettere informazioni

sul mondo naturale con gesti, movenze e suoni iconici). Secondo Mithen i Neanderthal, vivendo in

ambienti più impegnativi e dipendendo dalla cooperazione, devono aver evoluto un sistema di

comunicazione molto più complesso di quello osservabile in qualsiasi altra specie di Homo

precedente. Secondo Lieberman e Crelin l’uomo di Neanderthal non era fisiologicamente in grado

di produrre le sequenze delle formanti delle vocali e le sue capacità fonetiche erano molto limitate in

quanto aveva il tratto vocale sovralaringeo più simile a quello di una scimmia. Al contrario, Mithen

usa l’argomento dell’osso ioide (osso fissato alla cartilagine della laringe a cui sono ancorati i

muscoli necessari all’articolazione del linguaggio) nel Neanderthal, che è quasi identico come forma

a quello di un essere umano moderno e allora si pensa che la laringe nel Neanderthal sia

posizionata in basso nella gola e quindi l’apparato vocale di questo ominide dovrebbe essere simile

a quello dei sapiens. In più, i Neanderthal sanno esercitare un controllo motorio della lingua e della

respirazione simile a quello di cui sono capaci gli esseri umani moderni. I Neanderthal, insomma,

pur non avendo un linguaggio composizionale, possedevano un Hmmmm molto sofisticato. Le

espressioni Hmmmm possono essere considerate la base evolutiva del linguaggio composizionale:

solo con un lento processo di segmentazione si riescono a trasformare le espressioni olimpiche nel

linguaggio tipico del nostro modo di comunicare. La segmentazione permette la nascita della

composizionalità. Le forme composizioni sono migliori di quelle olimpiche perché sono più

efficaci nella trasmissione delle informazioni. Con il linguaggio composizionale è possibile

comunicare usando un numero teoricamente infinito di espressioni, in contrasto con la quantità

limitata delle espressioni consentite dall’Hmmmm. Così, dai sistemi di allarme delle scimmie, nel

corso di milioni di anni, si arriva al linguaggio composizionale umano.

2.7.1c - Vocalizzazioni vincolate: l’asimmetria tra produzione e comprensione

•• L’ipotesi di Mithen (all’origine è il suono) presenta alcuni problemi in cui incorrono tutti i modelli

che ipotizzano una genesi vocale della facoltà linguistica. Primo problema: questi modelli si fondano

su studi condotti sui sistemi di comunicazione delle scimmie non antropomorfe, nonostante Mithen

stesso riconosca che è nel repertorio delle scimmie antropomorfe africane che vanno ricercate le

radici del linguaggio. Le grandi scimmie, però, allo stato naturale non sembrano possedere sistemi

di richiami referenziali. Questi dati costituiscono una anomalia, sia perché le grandi scimmie

(rispetto alle scimmie del Vecchio Mondo) sono filogeneticamente più vicine agli esseri umani) sia

perché hanno capacità cognitive molto sviluppate. Queste ragioni indeboliscono i modelli che

individuano nei richiami vocali delle scimmie non antropomorfe i precursori del linguaggio umano.

Da questo ovviamente non segue che le radici del linguaggio non possano essere rintracciate nei

sistemi di comunicazione animali: sebbene le grandi scimmie non abbiano capacità vocali degne di

noti, comunicano attraverso i gesti. Le grandi scimmie hanno infatti perso le capacità vocali

referenziali presenti nei loro antenati e hanno convogliato le loro abilità referenziali sulla gestualità.

Allora, l’analisi della comunicazione gestuale nelle grandi scimmie è il ponte ideale per

spiegare l’evoluzione del linguaggio umano. Le vocalizzazioni delle scimmie hanno poco in

comune con il linguaggio perché sono determinate geneticamente: ogni specie ha un repertorio

ristretto di richiami le cui caratteristiche acustiche sono fissate alla nascita e mostrano modificazioni

minime durante lo sviluppo. Secondo Darwin, poi, le vocalizzazioni dei primati sembrano essere

espressioni involontarie di emozioni e quindi non sottoposte al controllo volontario. Ploog dimostra

che ci sono due sistemi neurali che regolano il comportamento vocale, un percorso cingolato (molto

antico e comune a tutti i vertebrati, che se distrutto fa perdere la possibilità di produrre suoni) e un

percorso neocorticale (più recente, emerso nei primati non umani e poi sempre più sviluppatosi

nelle grandi scimmie e negli esseri umani, e regola il controllo volontario della voce: se si distrugge

questo percorso, gli umani non riescono più a produrre suoni, mentre le scimmie non subiscono

conseguenze e continuano a produrre vocalizzazioni). Quindi, nei primati non umani e in Homo

sapiens le basi neurali delle vocalizzazioni sono diverse perché solo negli umani il sistema

neocorticale si è sviluppato per il controllo volontario dei muscoli delle corte vocali e della

lingua. Questo ci fa capire che l’ipotesi che il linguaggio abbia avuto origine dalle vocalizzazioni dei

primati non umani appare insostenibile: l’antenato comune non possedeva pretrattamenti tali da

garantire lo sviluppo di un sistema comunicativo basato sul medium sonoro. In ogni caso, da ultimi

esperimenti sembra che solo la produzione vocale tra primati e umani sia molto diversa, mentre è

già molto più simile la comprensione vocale: per quanto gli animali non umani non possiedano

capacità di produzione paragonabili al linguaggio umano, comunque mostrano sorprendenti abilità

interpretative. I sistemi di percezione e comprensione sono più flessibili rispetto a quelli di

produzione. Secondo Burling, infatti, è la comprensione (piuttosto che la produzione) la forza guida

nell’evoluzione del linguaggio. Ci sono però alcuni problemi: chi comprende è al contempo un

produttore, quindi perché un animale che è in grado di imparare ad associare centinaia di suoni e

simboli a oggetti dovrebbe trovare difficile produrre nuovi richiami? Possiamo rispondere ricordando

l’essenza di controllo neurale sui meccanismi della fonazione. In più, secondo alcuni le scimmie non

antropomorfe non hanno una teoria della mente completa (non sono in grado di attribuire stati

mentali agli altri) e quindi non agiscono con l’intenzione di informare gli individui, né cercano di

correggere le false conoscenze degli altri: i richiami delle scimmie ci dicono che solo chi emette il

richiamo conosca, e non ci dicono che chi emette il richiamo vuole che l’altro sappia.

Secondo Sperber e Wilson c’è vera comunicazione solo quando il parlante esibisce la sua

intenzione di comunicare qualcosa all’ascoltatore e l’ascoltatore riconosce questa intenzione.

I primati non umani comunicano tra loro soprattutto attraverso gesti, posture corporee ed

espressioni facciali. Il repertorio gestuale delle scimmie e delle grandi scimmie viene usato in modo

flessibile e intenzionale (i repertori gestuali sono aperti all’incorporazione di nuovi segnali, sia a

livello del singolo sia della popolazione). Allora, ipotizziamo che l’antenato comune fosse meglio

pretrattato per sviluppare un sistema di comunicazione volontaria basato su gesti visibili piuttosto

che su suoni.

2.7.2 - In origine era il gesto

•• L’idea che il linguaggio abbia avuto origine dai gesti non è nuova, in quanto promossa anche da De

Condillac (1747) e anche da Darwin che ha sostenuto la tesi del ruolo di supporto dei gesti alle

vocalizzazioni durante le fasi di avvio del linguaggio. Siccome nel passato non si avevano fondamenti

empirici, nel 1866 la Società di Linguistica di Parigi emanò un editto con cui vietava di presentare tesi che

avessero come argomento l’origine del linguaggio. Per quasi un secolo l’origine del linguaggio è stato un

argomento tabù.

2.7.2b - Il linguaggio a portata di mano

•• La teoria gestuale ha ricevuto un grosso supporto scientifico negli anni Novanta in seguito alla

scoperta (fatta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma) dell’esistenza nel cervello delle

scimmie (soprattutto macachi) dei cosiddetti neuroni specchio, che si attivano quando la scimmia

esegue un movimento intenzionale, per esempio quando cerca di afferrare un oggetto e quando

osserva un altro primate che compie lo stesso movimento. questi neuroni sono scoperti nell’area F5

delle scimmie, e nell’area di Broca degli umani. L’area di Broca può quindi essere interpretata come

una evoluzione dell’area F5 delle scimmie. L’area di Broca svolge un ruolo fondamentale nella

produzione e comprensione del linguaggio, oltre a essere implicata anche in funzioni motorie più

generali. Secondo l’Ipotesi del Sistema Specchio (Rizzolatti), il linguaggio ha avuto origine dai

meccanismi originariamente deputati alla produzione e al riconoscimento di azioni. Secondo

Rizzolatti i neuroni specchio ci fanno comprendere l’azione fatta da altri proiettandola su azioni che

siamo in grado di compiere. Ma si tratta di una comprensione implicita dell’agire degli altri, di origine

pragmatica e non riflessiva. Secondo Rizzolatti il sistema specchio rappresenta l’anello mancante in

termini di meccanismi neurali tra le capacità dei primati non umani di 20mln di anni fa e il linguaggio

degli umani moderni. Dalla capacità di compiere-riconoscere azioni legate alla prassi (come quelle

che implicano la manipolazione degli oggetti, “grasping”) alla capacità di compiere-riconoscere gesti

comunicativi alla capacità di compiere-riconoscere un atto linguistico. Prima dell’avvento del parlato,

quindi, il precursore dell’area di Broca aveva un meccanismo per il riconoscimento delle azioni

altrui. Nel corso dell’evoluzione umana, quindi, le vocalizzazioni sono state gradualmente

incorporate nel sistema specchio. Insomma: dal grasping al linguaggio umano. Questo

spiegherebbe anche come le espressioni verbali possano “ancorarsi” al contesto extralinguistico

(cioè come le parole possano radicarsi alle entità concrete della realtà esterna). Chomsky infatti

dice che il problema della coerenza e della consonanza al contesto sia una questione irrisolvibile

della natura del linguaggio umano. Contro tutti quei modelli che privilegiano la dimensione

grammaticale del linguaggio, Ferretti sostiene che la capacità del linguaggio di ancorarsi alla realtà

esterna sia una proprietà essenziale del linguaggio, e questa proprietà deve essere spiegata in

riferimento ai sistemi cognitivi che sono responsabili del radicamento degli organismi all’ambiente.

2.7.2c - Dal grasping al linguaggio composizionale

•• Secondo Arbib l’evoluzione delle capacità comunicative umane è fortemente connessa

all’estensione del sistema specchio per il grasping. Secondo Arbib, sette stadi di evoluzione del

linguaggio: (1) grasping = meccanismi cerebrali che permettono agli animali di interagire con gli

oggetti; (2) sistema specchio per il grasping condiviso con l’antenato comune; (3) sistema per

l’imitazione semplice del grasping orientato agli oggetti condiviso con l’antenato comune = capacità

di ripetere singole azioni orientate a un oggetto in seguito a una esposizione prolungata; (4) sistema

per l’imitazione complessa del grasping = ovvero delle azioni manuali, dunque implica la capacità di

ripetere ed eseguire movimenti formati da sequenze complesse, e l’emergere dell’imitazione

complessa di azioni pratiche manuali è fondamentale per l’evoluzione della comunicazione;

(5) dalla pantomima al protosegno: sistema di comunicazione prevalentemente manuale = adesso i

neuroni specchio rispondono anche agli atti intransitivi, cioè in situazioni in cui l’oggetto verso cui è

diretto il movimento non è immediatamente presente; secondo Corballis l’incorporazione degli atti

intransitivi può aver gettato le basi per la comprensione degli atti che sono simbolici piuttosto che

orientati agli oggetti (il protosegno, fatto di gesti convenzionali, estende gli atti di pantomima,

diciamo è utile per disambiguare, sfumare i significati: nella pantomima si può liberamente usare

qualsiasi movimento per evocare nella mente dell’osservatore il significato inteso, mentre un

protosegno deve essere convenzionalizzato); (6) protolinguaggio: sistema di comunicazione

prevalentemente vocale = la descrizione gestuale di oggetti ed eventi è stata accompagnate

gradualmente dalle vocalizzazioni (una volta che la vocalizzazione è stata appresa, il gesto

manuale di supporto alla vocalizzazione può venir meno lasciando spazio al solo simbolo orale che

non necessità più della relazione iconica originaria con il suo referente, quindi si passa da una cosa

iconica ma poco precisa e poco comprensibile a una cosa simbolica molto precisa); (7) linguaggio

(proprio di Homo sapiens) = il linguaggio è avvenuto per processi di evoluzione culturale più che di

evoluzione biologica: secondo Arbib l’evoluzione biologica ha prodotto “solo” sapiens con un

cervello predisposto al linguaggio, non con un linguaggio vero e proprio (le lingue moderne si sono

evolute in modo culturale solo negli ultimi 100mila anni). Si passa dal protolinguaggio al linguaggio

quando si passa a una comunicazione olistica e unitaria (azione-oggetto) a una comunicazione

composizionale (predicato-argomento = sintassi-sematica). Il linguaggio emerge quando i

sapiens, attraverso un processo di frammentazione delle espressioni unitarie, scoprono la

possibilità di nominare oggetti e azioni, sviluppando una struttura verbo-argomento. L’ipotesi

che il linguaggio abbia avuto origine a partire dai sistemi deputati al controllo dei movimenti delle

mani che permettono all’organismo di interagire e di modificare il mondo circostante costituisce una

prova a favore delle tesi che il linguaggio trovi fondamento nella pragmatica dell’azione. Diversi

studi sul sistema specchio per il grasping mostrano che questo è sensibile non solo agli stimoli

visivi, ma anche agli stimoli uditivi Secondo Koehler esistono neuroni specchio “audiomotori” che si

attivano non solo alla vista di una azione, ma anche in risposta al suono caratteristico che

accompagna quell’azione. In Homo habilis e in Homo erectus è presenta una proto-area di Broca in

grado di ricevere comunicazione non solo manuale, ma anche facciale e sonora. Secondo Arbib la

grammatica è solo l’esito finale di un lungo processo evolutivo che trae origine dai meccanismi

condivisi con altri primati fondati sulla percezione e sull’azione (contrariamente ai modelli cartesiani

che fanno della grammatica-sintassi l’essenza del linguaggio e lo spartiacque tra umani e animali).

2.8 - Conclusione

•• I tratti peculiari delle capacità verbali umane devono essere interpretati in una prospettiva continuista e

gradualista. Secondo Chomsky ciò che distingue il linguaggio umano dalla comunicazione animale è l’uso

creativo del linguaggio. Chomsky però non spiega il come dell’uso creativo del linguaggio perché è

ancorato alla grammatica, mentre bisogna prestare attenzione alla pragmatica: l’uso creativo del

linguaggio, ovvero il parlare in modo coerente e consonante alla situazione, riguarda l’uso del

linguaggio nelle reali situazioni contestuali.

3 - Umani (Ferretti, Adornetti)

•• La trasformazione dei suoni in significati è un processo automatico, involontario e obbligato. Se un

umano individua nell’ambiente circostante stimoli linguistici, non può fare a meno di elaborarli dando avvio

al processo di comprensione. La tesi che i sistemi di elaborazione abbiano un carattere automatico,

involontario e obbligato è alla base della teoria modulare della mente proposta da Fodor: il sistema

cognitivo umano è composto da numerosi sottosistemi di elaborazione (moduli), ognuno indipendente

dall’altro, cioè ogni modulo deve elaborare un certo tipo di informazione e non può elaborarne un altro.

Questa concezione è opposta alla concezione prevalente prima di Fodor secondo cui la mente sia un

sistema di elaborazione generale (un risolutore di problemi di qualsiasi tipo). La mente modulare è alla

base della psicologia evoluzionistica, in quanto gli organismi non si trovano mai davanti a problemi generali

da risolvere, ma solo a problemi particolari, quindi la selezione naturale deve aver favorito sistemi di

elaborazione specializzati per la soluzione di compiti specifici. Secondo Cosmides, la mente umana è un

coltellino svizzero. Il linguaggio è uno dei moduli della mente (lo stesso sostiene Chomsky). Il vantaggio nel

considerare il linguaggio come un modulo sta nell’automaticità di funzionamento che rende l’elaborazione

linguistica un processo rapido ed efficiente. Considerare il linguaggio come un riflesso (quasi uno stimolo-

risposta) è in effetti un modo per guardare al linguaggio come a un modulo, in quanto i moduli operano in

modo automatico e obbligato e funzionano come i riflessi per la velocità di elaborazione, vantaggio

evolutivo. In ogni caso, attribuire un carattere automatico, meccanico e obbligato ai dispositivi che

elaborano l’informazione linguistica contrastano fortemente con le caratteristiche di flessibilità e

libertà poste da Chomsky a fondamento della creatività del linguaggio umano. Si deve presentare

quindi un modello interpretativo che dia conto dell’uso creativo del linguaggio.

3.1 - Il modello standard della comunicazione (Ferretti)

•• Pensare il linguaggio come un modulo significa riferirci (e Fodor lo reputa imprescindibile) al “modello del

codice” della teoria matematica dell’informazione di Shannon e Weaver: il pensiero (messaggio) viene

codificato dal parlante in una successione di suoni che l’ascoltatore decodifica al fine di poter condividere il

pensiero che il parlante ha inteso comunicargli. Il legame tra linguaggio come modulo e modello del codice

si basa sul rapporto tra pensiero e linguaggio. Secondo Fodor il linguaggio esprime il pensiero perché ha

una struttura che riflette la struttura essenziale del pensiero. Siccome il pensiero ha una struttura

proposizionale, anche il linguaggio deve avere una struttura proposizionale. Si attribuisce allora un ruolo

chiave alla sintassi: se non avesse una sintassi, il linguaggio non potrebbe esprimere i pensieri. Proprio in

virtù di questa compatibilità “di forma” tra pensiero e linguaggio, il modulo del linguaggio riconosce e si

attiva immediatamente quando capta una frase. Secondo Fodor “non si può evitare di sentire una frase che

è stata detta come una frase che è stata detta come non si può evitare di vedere uno stimolo visivo

consistente di oggetti distribuiti in uno spazio tridimensionale”. Fodor prende una netta posizione contro le

teorie pragmatiche della comunicazione che fanno del contesto e dell’intenzione del parlante il loro punto di

forza: “le discussioni su quanto un autore intendeva dire possono essere interminabili, cosa che invece non

si discute è cosa ha detto”. In cosa il parlante ha detto effettivamente c’è tutto il necessario per la sua

comprensione. Lo stesso modello del codice dice che è importante solo quello che è stato detto. La tesi

autonomista del linguaggio fondata sui processi di codifica-decodifica del linguaggio si basa sulla nozione

di “significato letterale”. Secondo Fodor distinguendo grammatica e pragmatica è rilevante per

l’interpretazione solo l’aspetto del significato conosciuto da un parlante-ascoltatore ideale in una situazione

totalmente decontestualizzata. L’ascoltatore per capire il parlante è aprire bene l’orecchie e lasciare che

l’informazione entri nella sua mente. Il linguaggio è un riflesso: questa è la prospettiva modulare.

3.2 - Un modello alternativo della comunicazione umana: la teoria della pertinenza (Adornetti)

•• Quando si passa dal parlante-ascoltatore ideale ai parlanti in carne e ossa bisogna chiedersi se il

modello fondato sul significato letterale trovi davvero riscontro nella realtà dei processi di comprensione

linguistica. Il tentativo di liberare la comunicazione dalle “impurità” dovute al contesto è un buon modo per

cogliere gli aspetti essenziali del linguaggio umano? No.

3.2.1 - Dalla grammatica alla pragmatica

•• Secondo il modello del codice i pensieri si trasformano in parole e poi le parole vengono ritrasformate in

pensieri. Ogni pensiero del parlante passa senza perdite nella testa dell’ascoltatore, se ovviamente i due

individui condividono il codice, ovvero la grammatica di una lingua verbale. La comunicazione è così un

processo esplicito basato su meccanismi esclusivamente linguistici. In più, la rappresentazione semantica

di una frase corrisponde sempre al pensiero che si vuole esprimere con quella frase.

In realtà, la grammatica della lingua verbale non è un codice adeguato a fornire da solo l’interpretazione

completa della frase (non è possibile sostenere che la rappresentazione semantica di una frase

corrisponda strettamente ai pensieri che una enunciazione di questa frase serve a comunicare). Se

diciamo “Fa proprio caldo!” ad agosto e a gennaio, non possiamo interpretare gli enunciati allo stesso

modo e capiamo bene che le due frasi sono usate per comunicare pensieri differenti. La comprensione


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Ferretti Francesco.

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