La città di Dante
Firenze dalla cerchia antica alla gran villa
Nel XIII secolo, Firenze consolidò una rapida crescita che la portò ad essere una delle città più sviluppate e avanzate culturalmente dell’intera Europa. L'espansione dell'area urbana cominciò da un primo nucleo urbano racchiuso in una cerchia di mura medievali al di qua dell'Arno a cui si aggiungono, nel XII e poi XIII secolo, una seconda cerchia di mura e dopo una terza al di là dell'Arno.
Nello stesso periodo, il rapido sviluppo economico, la prosperità diffusa e il conseguente massiccio trasferimento di popolazione dal contado alla città provocò un rinnovamento profondo della vita cittadina. Ma l'“unione” dei cittadini, se mai vi fu, ebbe breve durata: quando, formatesi le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, si venne ai duri scontri del 1248, in cui questi ultimi, sostenuti dalle milizie imperiali, riuscirono a sopraffare i primi, fu introdotto anche a Firenze l'uso di abbattere le torri dei perdenti. Però, già con l'avvento al potere del "Primo popolo", il governo, per frenare gli antagonismi, decise che nessuna torre privata potesse superare i 29 metri.
In ogni caso, le lotte interne non recarono danno alla florida economia cittadina, che infondeva nel popolo orgoglio di appartenenza a una comunità attiva. Infatti, se Dante più tardi si scaglierà duramente contro la realtà fiorentina di questo periodo, in verità Firenze, alla metà del 200, era nel massimo del suo splendore, tanto che sul Palazzo del Capitano del Popolo si legge: "Firenze ricolma di ogni bene". Citazione, questa, confermata dalla coniazione del fiorino d'oro dovuta alla grande espansione raggiunta dall'economia fiorentina.
D'altro canto, tuttavia, la vita fiorentina non era per nulla tranquilla: solo nel 1250 si era raggiunta una soluzione di relativa calma, con la crisi della "Parte Ghibellina" seguita alla morte di Federico II e con l'affermazione del governo cosiddetto del “Primo Popolo”, durato fino al 1260: un decennio concluso con la tragica battaglia di Montaperti.
In quest'ultima, Firenze vide, nello scontro con Siena imperiale, i suoi fuoriusciti ghibellini, guidati da Farinata degli Uberti, schierati contro l’esercito del Comune, in cui combattevano i guelfi nobili. Nonostante la superiorità militare di Firenze, il confronto si risolse in una drammatica disfatta per la parte guelfa (quindi per i Fiorentini), che segnò a lungo la giovinezza di Dante. Infatti, le conseguenze della disfatta risultano all'indagine storica più di ordine morale che materiale, a conferma che grande era lo spirito dei fiorentini che, superando le divisioni interne, riuscirono a imporre il nuovo governo dei Priori delle Arti riuscendo ad escludere dal governo i magnati i quali, pur avendo un certo peso sulla società, erano in minoranza rispetto alle masse popolari.
L'ambiente intellettuale fiorentino nella seconda metà del secolo XIII
Firenze era una città di mercanti e di banchieri e, dunque, non possedeva una università non sentendone necessità in quanto le materie giuridiche e teologiche, argomento primario degli studi universitari, interessava poco la ricca borghesia fiorentina. Quest'ultima, infatti, era interessata piuttosto a:
- Conoscenza storica: che rispondeva a un bisogno profondo di recupero delle proprie origini
- Memorialistica: che soddisfava l'esigenza di lasciare traccia di sé e della propria opera
- Comunicazione/eloquenza: fattore di nobilitazione e strumento per la conquista e la conservazione del potere
Perciò, fioriscono la:
- Letteratura storica e memorialistica: prosastica e frutto di volgarizzamenti da altre lingue
- Narrativa breve: letteratura di consumo
- Trattatistica morale o allegorica o istituzionale
Dunque, all'interesse per il denaro si unirono nuovi interessi culturali: infatti, proprio Firenze diventa il centro della maggiore esperienza poetica del XIII secolo, quella dello "Stil novo" che, insieme alla crescita urbanistica, economica e politica, determinò per la città le condizioni di un primato per la cultura e per la lingua italiana. Tutto questo fu dovuto anche agli stimoli degli ambienti culturali circostanti, per cui la società comunale fiorentina incoraggiava non solo al recupero della memoria storica, all'affinamento della lingua e dello stile oratorio, ma anche a considerare la cultura come strumento di impegno civile e fondamento di aristocratica distinzione. Fu proprio in questo centro culturalmente più vivace del '200 che nacquero e crebbero due grandi personalità: Guido Cavalcanti e Dante Alighieri.
Vita di Dante. Passione e ideologia
La giovinezza e gli anni fiorentini
La famiglia di Dante. Gli anni della fanciullezza e dell'adolescenza
In questa Firenze, nella casa degli Alighieri, nacque Dante tra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265. Un anno dopo fu battezzato con il nome di Durante, di cui Dante è un ipocorismo, assunto, poi, definitivamente. Nella sua opera, il poeta fa spesso riferimento alle proprie origini, alla famiglia e alla sua giovinezza, offrendo indicazioni e conferme degli scarsi dati biografici disponibili: tra questi, importante è il riferimento alla presenza tra i suoi antenati del cavaliere di Corrado III, Cacciaguida che, prima di cadere in battaglia nella seconda crociata, sposò Ferrara, donna da cui derivò il "soprannome" Alighieri e da cui ebbe due figli di cui uno chiamato tradizionalmente Alighierio I. Dal figlio di quest'ultimo, Bellincione, nacque Alighiero II, padre di Dante, mentre della madre del poeta, Bella, si sa solo che morì giovane.
La perdita precoce di entrambi i genitori non ebbe grandi conseguenze nella vita di Dante che, insieme ai suoi fratelli, potette vivere agiatamente delle ricchezze ereditate dalle operazioni finanziarie e dalla compravendita dei terreni del padre. Ciononostante, gli Alighieri non risultano tra le famiglie magnatizie di Firenze, decaduti anzi da un'antica posizione di prestigio aristocratico a una modesta realtà medio-borghese.
Dell'infanzia e dell'adolescenza sappiamo con certezza che egli avviò i primi studi presso un insegnante di fanciulli da cui apprese la scrittura volgare e poi la lingua della scienza, il latino. Negli stessi anni, si collocano due eventi che incisero molto nella vita di Dante:
- L'incontro con Beatrice: raccontato nella Vita Nova, avvenne all'età di 9 anni. Grazie anche alla testimonianza di Boccaccio, abbiamo ormai la certezza che la donna non fosse solo un senhal poetico, ma che avesse una precisa identificazione storica in Bice, morta a 24 anni;
- Il contratto di matrimonio: come d'usanza, abbastanza presto venne stipulato questo contratto con Gemma Donati da cui il poeta ebbe almeno tre figli.
Nonostante ciò, un nuovo incontro con Beatrice 9 anni dopo, fece sì che ella diventasse la signora del cuore di Dante per tutta la sua vita fino alla sublimazione che egli ne farà nel Paradiso.
Gli anni della formazione. Le prime esperienze poetiche
Intanto, gli studi di Dante procedevano nelle scuole fiorentine laiche mentre frequentava anche i giovani intellettuali e rimatori della città, esercitandosi individualmente al punto tale da riuscire a scrivere, dopo il secondo incontro con Beatrice, un sonetto che verrà letto dall'autorevole Guido Cavalcanti con cui nacque una stretta amicizia. In quegli stessi anni, comunque, gli interessi di Dante erano piuttosto variegati e, infatti, egli si dedicò:
- All'arte del disegno, incontrando artisti di grande spessore come Giotto e Cimabue;
- Ai circoli musicali, come dimostra la sua amicizia con Casella;
- Allo studio della lingua d'oc e lingua d'oïl con relativa letteratura e cultura, con l'assistenza di Brunetto Latini, suo maestro di retorica e umanità;
- Allo studio di varie scienze che perfezionò a Bologna e poi a Parigi;
Durante gli anni giovanili, Dante non mostrò particolare attenzione alle vicende della vita pubblica di Firenze, ma partecipò a diverse battaglie e/o spedizioni:
- Due spedizioni contro Arezzo
- Battaglia di Campaldino, quando Firenze si prese la sua rivincita sui Ghibellini dopo la battaglia di Montaperti
- Azione militare contro Pisa
Resta comunque il fatto che il poeta sia rimasto attratto dagli interessi letterari e poi filosofici, soprattutto in seguito alla morte di Beatrice nel 1290: non trovando conforto neppure negli amici, si diede alle letture filosofiche più impegnative, il De consolatione philosophiae e il De amicitia di Cicerone, sotto consiglio di Brunetto Latini. Nacque, così, l'amore per la filosofia. Anche se la filosofia cambia la fisionomia intellettuale di Dante e il suo modo di vedere la vita, egli resta concentrato sugli interessi letterari e, tra il 1292 e il 1293, risulta compiuto la Vita nuova. Nello stesso arco di tempo, in seguito alla scoperta della filosofia, il poeta attraversa una sorta di crisi spirituale che lo porta ad una profonda meditazione e alle diverse scelte di vita e di scrittura future.
Gli anni dell'impegno politico
Alla fine del XIII secolo, subentrò per Dante una nuova attenzione alle vicende del Comune e una volontà di impegno civile che delinea il suo profilo di poeta-"personaggio" della Commedia, connotato da una profonda esigenza di rigore ed esemplarità del comportamento. Nel 1294, egli entrò per la prima volta nella vita pubblica in qualità di membro di una delegazione ufficiale del Comune riuscendo ad avvicinare il figlio di Carlo II D'Angiò, Carlo Martello, venuto in Toscana per accogliere il padre; mentre probabile fu la sua inclusione in un'ambasceria inviata da Firenze a Napoli per rendere omaggio al nuovo pontefice Celestino V.
Ma fu soltanto nel 1295 che Dante partecipò direttamente al governo cittadino: 3 anni prima, infatti, venne deliberato che anche i nobili potessero accedere alle cariche pubbliche, purché iscritti ad una delle Arti o Corporazioni. Dopo questo provvedimento, Dante, essendo iscritto ad esse già da tempo, si vide aperta la strada della carriera politica:
- Tra il 1295 e il 1296, entrò già a far parte del Consiglio dei Trentasei del Capitano del Popolo;
- Prese parola nella seduta del Consiglio dei Savi in merito alle nuove modalità d'elezione dei priori;
- Fu membro del Consiglio dei Cento e di uno dei Consigli cittadini.
Intanto, Firenze attraversò un momento molto delicato: dopo la sconfitta degli ultimi Ghibellini nella battaglia di Campaldino e il trionfo del Popolo grasso, la classe magnatizia, esclusa dalla cosa pubblica, diede vita all'Ufficio della Parte Guelfa, organo con lo scopo di rappresentare e tutelare gli interessi delle grandi famiglie. Perciò, all'interno della Parte Guelfa, nuovo centro di potere, esplose una forte rivalità tra la famiglia dei Cerchi e quella dei Donati fino alla formazione di due partiti contrapposti ideologicamente e politicamente:
- I Guelfi Bianchi (Cerchi), disposti al dialogo e alla collaborazione con i popolani;
- I Guelfi Neri (Donati), intransigenti e antipopolari.
La situazione si complica a causa di interferenze esterne, in particolare quella di Bonifacio VIII. Quest'ultimo, perseguendo disegni egemonici sulla Toscana, aveva inviato a Firenze il cardinale d'Acquasparta e aveva condannato duramente i colpevoli dell'intrigo scoperto di banchieri fiorentini presso la Curia romana.
In tale quadro, la posizione di Dante si andava orientando moderatamente verso la parte Bianca. Il 13 giugno venne eletto priore con altri 5 mentre il papa inviava nuovamente il vescovo in vesti di paciere tra le due forze opposte (ma in realtà segretamente attivo in favore dei Neri).
Dante e gli altri priori erano ora chiamati a convalidare la condanna dei tre banchieri difendendo l'autonomia del Comune e opponendosi alle ingerenze del papa. Poco dopo, nuovi incidenti tra Bianchi e Neri costituirono il pretesto per il cardinale d'Acquasparta di sollecitare la "balìa" (magistratura straordinaria con poteri dittatoriali). Ma, quando la vita del prelato fu attentata, il papa, risentito, lo sollecitò a scomunicare i reggitori del Comune e a confiscarne i beni. I nuovi priori subentrati a quelli precedenti (tra cui Dante) concessero subito dopo la revoca del bando ai Bianchi facendo, così, un grave affronto ai Neri.
In tale situazione generale, tra le altre cose, dall'opposizione di Dante alla richiesta di finanziamento di Carlo II d'Angiò per la riconquista della Sicilia e alla richiesta del papa di prolungare il servizio di 100 cavalieri fiorentini in Maremma si evince come il poeta fosse orientato politicamente in difesa della libertà e degli ordinamenti comunali e in opposizione alla politica temporale della Chiesa. Avrebbe così senso la sua nomina a capo dell'ambasceria che Firenze inviò al Papa dopo che egli conferì, in seguito al fallimento del cardinale, il compito di paciere a Carlo di Valois: il pontefice, inviando due legati della delegazione indietro e trattenendo astutamente Dante a Roma, sollecitava Carlo di Valois a muovere verso Firenze dove entrava il 1 novembre e dove il 5 novembre riceveva i pieni poteri richiesti all'arrivo. Mentre i Neri, a questo punto, saccheggiavano case e uccidevano cittadini, i priori si dimisero lasciando il potere al nuovo governo di popolani Neri.
Dante, raggiunto a Roma dalla notizia, non riuscì a rientrare a Firenze, dove, abbandonati gli atti di violenza, si passava a vendette mascherate di legalità: una legge speciale diede modo di riaprire un'inchiesta sui priori degli ultimi due anni. Gli inquisiti, senza alcuna possibilità di difesa, furono condannati come testimonia il famoso Libro del Chiodo, in cui sono registrate numerose pene capitali tra le quali quella di Dante stesso. Infatti, il poeta, dopo non essersi presentato davanti al podestà per difendersi dalle accuse, venne condannato in contumacia al pagamento di 5000 fiorini, a due anni di confino e all'esclusione dalle cariche pubbliche; il 10 maggio 1302, infine, non essendosi presentato nemmeno a pagare, venne condannato a morte.
Vita di Dante. Passione e ideologia
I primi anni dell'esilio tra illusioni di rivalsa e speranze di condono
Dopo la partenza per l'ambasceria romana probabilmente Dante non mise mai più piede a Firenze, mentre la moglie e i figli restavano in città e i suoi beni venivano espropriati a cura di appositi magistrati. Però, almeno subito dopo il trionfo dei Neri, non si allontanò subito dalla Toscana e si tenne in contatto con gli altri fuorusciti Bianchi e i Ghibellini, ai quali si erano uniti: lo scopo era mettere a punto un piano di guerra contro Firenze, come venne fatto in un convegno. Una speranza di evoluzione positiva delle iniziative belliche fallite precedentemente fu data dall'elezione al soglio pontificio, dopo la morte di Bonifacio VIII, di Bonifacio XI. Questi, di antica famiglia ghibellina e orientato verso un'intesa con i fuorusciti fiorentini, inviò a Firenze, con l'incarico di paciere, il cardinale Niccolò Prato che, costringendo i cittadini alla pace, invitò i Bianchi esuli a tornare in città. La risposta positiva a quella proposta di mediazione venne messa per iscritto proprio da Dante in quella che oggi è la prima delle Epistole (1304).
Ma la resistenza dei Neri, concordi nell'impedire il ritorno dei Bianchi, fece saltare il piano di pace e, pochi giorni dopo, in seguito ad un incendio doloso che distrusse case e botteghe e ad un attentato al cardinale, lo stesso consigliò i Bianchi e i Ghibellini a lasciare la città e così fecero con un nuovo interdetto contro Firenze. I fuorusciti, allora, si riunirono a un paio di miglia dalla patria per tentare una soluzione militare che, però, fallì. Dante, molto probabilmente, si dissociò da questa riconquista con le armi nella speranza che il suo prestigio intellettuale potesse servirgli per un provvedimento di amnistia, concesso spesso in passato ad altri esuli.
E fu proprio con l'intento di accrescere la propria fama che forse scrisse opere di grande importanza come il Convivio e il De Vulgari Eloquentia, avviati tra il 1303 e 1307 e lasciati in sospeso quando maturò il grandioso disegno della Commedia. Contemporaneamente continuava occasionalmente la produzione delle Rime, in cui troviamo accenni alla sua condizione, come nella famosa canzone della Giustizia: egli, dopo un'orgogliosa difesa della sua dignità, sembra quasi ammettere la colpa e pentirsene; la speranza sembrava viva anche nel De Vulgari, dove afferma di sopportare un esilio ingiusto visto che aveva tanto amato Firenze; significativo, infine, è anche un passaggio del Convivio in cui Dante, afflitto da difficoltà economiche, afferma esplicitamente di desiderare ardentemente di tornare a Firenze dove è nato e dove vuole anche morire in pace dopo aver pellegrinato come una barca senza vela e senza guida per diversi porti.
Le tappe di questo pellegrinaggio sono note solo in parte, mentre altre sono dedotte dalle diverse opere:
- Verona, dove forse incontrò per la prima volta Cangrande;
- Padova, dove vide Giotto affrescare la Cappella degli Scrovegni;
- Bologna;
- Lunigiana, presso i marchesi Malaspina. Qui, Dante fece stipulare un atto di pace tra i Malaspina e il vescovo-conte di Luni;
- Casentino;
- Lucca, dove si trasferirono la moglie e i figli; in seguito ad un editto che vietava agli esuli fiorentini di restare a Firenze.
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