Vita di Dante: una biografia possibile
Giorgio Inglese
Premessa
Notizie relative al nostro maggior poeta ci sono fornite da tre gruppi di fonti, ciascuno dei quali presenta particolari necessità di critica:
-
Testimonianze convogliate dalla tradizione, vale a dire le più antiche “vite” di Dante (testi di Villani, Boccaccio, Bruni).
Vanno esaminati con i normali strumenti della critica, esaminando caso per caso, senza pregiudizi, l’effettiva possibilità di un contatto diretto fra i testimoni della vicenda dantesca e la fonte che pretende di riferirne, nonché considerando la varia incidenza, sulle fonti narrative, di specifici progetti letterari o ideologici.
-
Documenti d’archivio
Sono stati attentamente vagliati, fra Otto e Novecento, per sfuggire all’insidia di eventuali omonimie o falsificazioni.
-
Riferimenti autobiografici
Rilevantissimi nell’opera dantesca, sono fondativi per qualsiasi tentativo di ricostruzione: ma il loro nucleo di realtà, in sé indubitabile, deve essere pur sempre messo a confronto con gli intenti di stilizzazione, e persino di idealizzazione, propri della strategia letteraria entro la quale essi sono proposti.
Cronologia minima
- 1265 - Il poeta sarebbe nato alla fine del maggio 1265, presumibilmente a Firenze, e morto a Ravenna, nel 1231, il 14 settembre.
- 1277 - Il 9 febbraio 1277 fu contratto un matrimonio vero e proprio con Gemma Donati, nonostante gli sposi rimasero ognuno a casa propria fino al raggiungimento dell’età canonica di 18 anni per l’uomo e 14 per la donna.
-
1295 – 1301 - Da dicembre 1296 a settembre 1301 sono registrati parecchi interventi di Dante Alighieri in assemblee del Comune fiorentino. Presupposto di tale attività civica è la sua iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali.
- Il 7 maggio del 1300, come ambasciatore del Comune di Firenze, si reca a San Gimignano per proporre una riunione di tutte le comunità della Taglia guelfa toscana.
- Nel successivo bimestre giugno-agosto è eletto fra i priori del comune.
- Il 19 giugno 1301 viene riunito il consiglio del Cento per discutere la richiesta di Papa Bonifacio di servirgli 100 militari contro gli Aldobrandeschi. La proposta passa.
- 1302 - Dopo il rovesciamento del regime provocato da Carlo di Valois a favore della parte “nera” (7 novembre 1301) alcune personalità della parte soccombente, compreso Dante Alighieri, vengono condannate a una pesantissima multa e a due anni di confino. Non avendo pagato la multa e non essendosi presentati a Firenze nel termine prescritto, Dante e gli altri sono poi colpiti da sentenza capitale. La condanna comportava la confisca dei beni. Nel primo tempo dell’esilio troviamo il Poeta in prima fila nell’organizzazione dei fuoriusciti di parte “bianca”. Le campagne dei fuoriusciti si concludono, di fatto, con la dura sconfitta patita il 20 luglio 1304 alle porte di Firenze. Ma già prima di quella data Dante si è staccato dai Bianchi.
- 1306 - Nel 1306, come procuratore di Franceschino Malaspina, Dante conclude una tregua col vescovo-conte di Luni, Antonio da Camilla.
- 1311 - L’elezione imperiale di Enrico di Lussemburgo (27 novembre 1308) e la sua discesa in Italia nel 1310 determinano un profondo cambiamento del quadro politico. Il 2 settembre 1311 Dante Alighieri è nominato fra gli esclusi dell’amnistia che il Comune di Firenze delibera per raccogliere le proprie forze in vista del confronto con l’Imperatore.
- 1315 - La morte di Enrico, 24 agosto 1313, non porta con sé la fine della guerra fra sostenitori e avversari dell’Impero. Sì che, nuovamente, il 15 ottobre e il 6 novembre 1315, un certo numero di “ghibellini e ribelli”, fra i quali Dante Alighieri con i suoi figli, sono condannati alla decapitazione e banditi.
- 1321 - Dante viene scomunicato dal vicario dell’arcivescovo di Ravenna per non aver pagato l’imposta annuale sul beneficio delle chiese di Santa Maria e San Simone.
Nascita e battesimo
Alaghiero il giovane, padre di Dante, è nato verosimilmente intorno al 1220, mentre il 1283 è sicuro termine ante quem per la sua scomparsa. Alaghiero ebbe due mogli, si ritiene che Bella sia stata la prima: da lei ebbe, oltre a Dante, Tana. Alla sorella Dante allude nella Vita nova: “una donna giovane e gentile … la quale era meco di propinquissima sanguinità congiunta”.
Il Poeta in realtà ricevette il nome di Durante, “sincopato” poi in Dante, nome con cui nella vita fu sempre e solo chiamato. Ma è ben possibile che del nome intero e del suo significato si rammentasse in occasioni speciali. Si pensi all’uso di durare quale verbo della gloria poetica e nella perseveranza nel bene.
Nel caso di Bice-Beatrice, gioco fra nome usuale, sincopato, e nome intero, non usuale ma carico di senso, ha valore strategico. Può darsi che il valore profondo celato in D(ur)ante voglia alludere proprio la Beatrice del poema quando designa l’amato-amante con la perifrasi: “l’amico mio, e non dela ventura”
Vale a dire l’amico costante, che dura nell’amore invece che mutare sentimento col variare delle contingenze non mutato neanche da quel fatale mutamento che è la morte fisica.
Il Fiore 1286 - 1287 (?)
Si denomina Fiore un poemetto o corona leggibile in copia unica, adespota e anepigrafa. Si tratta di un’abile riduzione-traduzione del Roman de la Rose. Il Fiore entra ora nella nostra ricognizione perché il protagonista-narratore viene chiamato, da Amore, Durante: “e’ pur convien ch’i’ soccorra Durante”.
È logica congettura che l’autore del Fiore abbia sostituito, al nome di Guillaume, il protagonista del Roman de la Rose, il proprio. L’opportunità di attribuire a un nome reale un significato allegorico non la inclina, ma la conferma. Il passo successivo, che il Durante del Fiore sia Dante Alighieri, è molto più impegnativo.
Comunque il nostro Dante rimane il più plausibile alla paternità, fra quelli fin qui proposti. A suo favore ci sono diversi indizi, che non vanno tuttavia sopravvalutati. Nonostante ciò i poeti due-trecenteschi via via contrapposti a Dante quali autori del Fiore sono ancora più sguarniti di credenziali. Hanno infatti solo valore suggestivo gli argomenti “interni”, ovvero stilistico-formali, non a caso utilizzati a piene mani pro e contro tutti i candidati. I pochi riscontri intertestuali stringenti non sono orientabili con sicurezza: Dante può aver scritto il Fiore o averlo letto, o l’autore del Fiore può aver letto l’Inferno.
Il sonetto 118 denuncia un’ingiustizia sociale. Il passo non è molto chiaro ma si può tradurre così: “anche i borghesi oggi sono tutti sopra-venditori delle loro merci ai cavalieri, magari a termine, a credito, al punto che i gentiluomini saranno defraudati e dovranno cedere case e terre, affinché i borghesi che stringono loro il collo siano pagati”.
La contrapposizione tra “borghesi” oppressori e “cavalieri” oppressi è propria del Fiore, rispetto alla Rose che, nel luogo corrispondente, schiera usurai, pubblici ufficiali e falsatori contro “li menuz peuples”.
L’autore, contrapponendo cavalieri e borghesi, descrive un contrasto di interessi che non si riesce a tradurre in termini sociologici precisi, data l’implicazione di molti magnati in attività finanziarie e produttive: probabilmente egli dà voce a una generica protesta di “gentiluomini” emarginati e impoveriti.
Dunque, il poeta del Fiore, ostenta avversione per i “borghesi” e per gli ordini mendicanti. Si capisce la difficoltà di riportare a questo profilo il figlio del prestatore Alaghiero e il frequentatore delle “scuole dei religiosi”. L’eventuale Dante del Fiore sarebbe dunque un Dante difficile da collocare, fra i tremori della Vita nova e l’ascesa scolastica riferita dal Convivio.
Non per caso, le più vere e profonde resistenze all’attribuzione del Fiore a Dante sono di ordine etico-estetico.
Bologna 1287
Luciano Rossi ha proposto di identificare in Jean de Meun – l’autore della Rose – il maestro Johannes de Mauduno aurelianensis diocesis, attivo a Bologna fra il 1265 e il 1269. Ne conseguirebbero la legittima attribuzione alla città un ruolo speciale nella diffusione italiana della Rose, e l’ulteriore ipotesi che il Fiore sia stato ideato, se non composto a Bologna.
Attestazione indiscutibile di un soggiorno di Dante nella città è il sonetto Non mi poriano già mai fare ammenda il quale, oltre che in codici toscani è trascritto – con patinatura linguistica bolognese e anonimo – nel Memoriale del notaio Enrichetto delle Querce del 1287.
Prima di quella data, dunque, Dante fu a Bologna: per affari di famiglia o per una puntata di studio. Il viaggio d’affari, infatti, era occasione di favorevole per un contatto con i notai e i legisti depositari della tradizione poetica di re Enzo e Guido Guinizzelli. (Il suo nome figura in uno di una serie di mutui contratti dal comune bolognese con prestatori toscani).
Si legge pure, qua e là, che Dante dovette recarsi a Bologna nel periodo 1291-1294, per ascoltarvi lezioni di filosofia: ma l’ipotesi non è suffragata da alcun indizio specifico. Né portano a date precisabili le relazioni tra Dante e i verseggiatori bolognesi e romagnoli giustificati nel De vulgari eloquentia.
Fenditore a cavallo 1289
La maggiore età di Dante coincise con l’instaurazione del Priorato (15 agosto 1282), suprema magistratura del Comune: un collegio di sei membri espressi dalle Arti principali. La finalità filo-popolare fu però presto delusa dal punto di vista di Dino Compagni: il potere era nelle mani dei “popolani grassi … imparentati coi potenti”.
Gli sviluppi della lotta di fazione in Arezzo, sbloccata nell’espulsione dei guelfi, provocarono la terza guerra dei fiorentini in Toscana, nel 1289. La campagna si risolse in una battaglia a Campaldino nella quale gli aretini furono sconfitti.
La prima fila dell’esercito guelfo era costituita da centocinquanta feditori. Tra i feditori volontari era anche Dante, il che implica che aveva potuto addestrarsi al combattimento tanto da essere schierato in prima linea. Ciò fa pensare effettivamente a un tenore di vita da gentiluomo: in qualche misura, l’immagine del giovane Dante si sarà rispecchiata in quella del “primo amico”, Guido Cavalcanti (figlio di cavaliere, magnate e ricco per davvero).
Il livello delle relazioni sociali praticabili da Dante parrebbe confermato da certi incontri di cui l’opera letteraria serba memoria. Es:
- L’accesso amichevole di Dante al re titolare d’Ungheria, Carlo Martello riportato nel Paradiso.
- Lo scambio, o concorrenza, di sonetti tra Dante e il giudice padovano Aldobrandino Mezzabati, che fu Capitano del Popolo a Firenze.
Il patrimonio che Alaghiero lasciò ai figli era del resto mediocre e sufficiente a vivere onoratamente. Tenendo conto che la parte di Dante fu in larga misura confiscata nel 1302, una recensione dei terreni e immobili posseduti dalla famiglia ci è fornita dai documenti di un accordo di spartizione tra il fratello di Dante, Francesco, e i nipoti Pietro e Jacopo.
Mancano dati sui beni mobili, riguardo ai quali bisognerebbe comunque considerare le doti matrimoniali in entrata e in uscita. È anche difficile valutare l’incidenza e il peso di una serie di debiti, a carico di Dante e Francesco, registrati negli anni 1279-1301.
Beatrice
Come è ben noto, comprotagonista indiscussa dell’autobiografia dantesca è la mirabile e gentilissima donna “la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare”. L’identità anagrafica della donna era nota a Firenze. Folco di Ricovero Portinari ha un certo rilievo nella cronaca, come membro della Signoria e fondatore dell’Ospedale di Santa Maria Nuova. Alla sua morte la figlia Bice è ricordata nel suo testamento come maritata a Simone de’ Bardi.
Natura e maniera dell’amore di Dante per Beatrice, come dell’immaginabile sentimento per lui, furono certo tali da non avere nessuna incidenza sulle rispettive situazioni matrimoniali. Non si vede motivo per negare concretezza storica alle due date, di nascita e di morte, che si ritraggono dalla Vita nova: anzi, sulla realtà delle date è palesemente ricostruita la significazione spirituale, poi addirittura allegorica, del personaggio.
Se Beatrice aveva otto anni e quattro mesi quando Dante ne aveva quasi nove, l’incontro può essere datato alla primavera del 1274, e la nascita di Beatrice al novembre 1265 - gennaio 1266. Precisissima è invece la data di morte: un’ora circa dopo il tramonto dell’8 giugno 1290 – indicata dal Poeta con una complessa combinazione di riferimenti calendariali centrati su quel numero nove che di Beatrice è la cifra simbolica.
Il 1290, anno in cui Beatrice trapassa dalla vita terrena alla celeste, diventa il perno cronologico dell’autobiografia letteraria dantesca: il viaggio ultraterreno per rivedere la gentilissima verrà infatti situato a dieci (il numero perfetto) anni di distanza.
Guido Cavalcanti, il primo amico
Un’alta probabilità di elaborazione letteraria e simbolistica deve invece attribuirsi alle date del secondo incontro narrato dalla Vita nova, il primo in cui le parole di lei si mossero verso di lui: “Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo … L'ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno.”
Saremmo nella primavera del 1283, quasi contemporaneamente al diciottesimo compleanno del Poeta la piena capacità di amare coincide con l’autonomia personale, con la maggiore età legale.
Veramente decisivo è che il primo saluto di Beatrice e la “meravigliosa visione” conseguitane – Amore che dà il cuore di Dante in pasto alla madonna – segnino, nel “libro” della poesia di Dante, il limite “dinnanzi al quale poco si potrebbe leggere” (si riferisce al libro della memoria).
Pensando io a ciò che m'era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun'alma presa.
Alla rilevanza di A ciascun’alma, nell’autobiografia dantesca concorre un altro elemento: A questo sonetto fue risposto da molti e di diverse sentenzie; tra li quali fue risponditore quelli cui io chiamo primo de li miei amici, e disse allora uno sonetto, lo quale comincia: Vedesti al mio parere onne valore. E questo fue quasi lo principio de l'amistà tra lui e me, quando elli seppe che io era quelli che li avea ciò mandato.
L’amico, non nominato in forza del codice allusivo proprio del libello, è Guido di Cavalcante de’ Cavalcanti, membro di una potente famiglia guelfa. Fra le risposte al sonetto dantesco se ne contano una di Dante da Maiano e una combattuta da Terino da Castelfiorentino – attribuzione difficilior – e Cino da Pistoia. Ma il libello dà peso soltanto all’intervento di Guido. Anzi: Guido è il primo destinatario della Vita nova stessa, e per indicazione di lui il libello sarà tutto volgare: lo intendimento mio non fue dal principio di scrivere altro che per volgare … E simile intenzione so ch'ebbe questo mio primo amico a cui io ciò scrivo, cioè ch'io li scrivessi solamente volgare.
È evidente la sintonia fra la lirica cavalcantiana e una cospicua sezione delle rime di Dante, quella dedicata al “doloroso amore”.
L’incontro fra il Dante viator oltremondano e Cavalcante Cavalcanti frammezzo alle arche infuocate degli eretici ci informa che, a un certo momento, Guido “ebbe a disdegno” tanto la meta spirituale che l’amico proponeva a sé stesso quanto la via – filosofica e letteraria – che quello aveva scelto per conseguirla.
Beffe, musica e pittura
Al canzoniere di Guido Cavalcanti non è estranea la poesia giocosa. Il genere fu praticato anche da Dante, almeno in una tenzone, scurrile e fintamente ingiuriosa, con l’amico Forese Donati, il futuro protagonista quale goloso penitente. La tenzone comprende tre sonetti a testa, e, nella parte del Donati, contiene allusioni alla biografia del contendente – certo da valutarsi dell’ambito di un registro comico-ingiurioso. Forese insiste sulla povertà del defunto Alaghiero e dei suoi tre figli. Un’altra ingiuria topica ha pure a che fare con le attività finanziarie degli Alighieri. L’offesa invendicata non avrebbe però niente di tragico: Alaghiero, par di capire, sarebbe stato truffato, o comunque avrebbe errato a proprio danno, nel cambio dell’aquilino, una moneta pisana d’argento.
La giovinezza fiorentina di Dante fu ricca di contatti con il mondo delle belle arti. Dante era anche pittore.
Quanto alla musica, il nesso con la poesia è talmente stretto che le notizie di tradizione non hanno bisogno di conferme. L’incontro con la Filos…
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame filologia italiana, prof. Brambilla, libro consigliato Introduzione agli studi di filologia italian…
-
Riassunto esame Filologia, prof. Brambilla, libro consigliato Introduzione allo studio della filologia italiana, St…
-
Riassunto esame filologia italiana, prof. Corrado, libro consigliato Dante, Malato
-
Riassunto esame Filologia e critica dantesca, prof. Fiorilla, libro consigliato Vita di Dante, Petrocchi