DELEUZE: Proust e i segni
Deleuze dice che Proust distingue con cura due casi di segni sensibili, che almeno in
parte trasmette la persona amata, e cosa dicono le sue parole, atteggiamento del suo
corpo, espressioni…cioè che segnali sono per me? Proust è incentrato su questo,
sull’illusione dell’amore. Solo attraverso le delusioni amorose che vi è narrazione, e
senza le quali la ricerca non vi sarebbe stata. E’ necessario narrare le delusioni.
Vi sono, per Deleuze, due segni sensibili: reminiscenze e scoperte. Non si tratta di
contrapporli uno all’altro. Le scoperte, che portano alla conoscenza che è sempre
deludente anche quando è ciò che volevamo sapere, cos’è l’amore. Intorno alla
conoscenza costruiamo delle narrazioni e la conoscenza porta con se delle delusioni.
La conoscenza come tale non serve; serve se riesco ad esprimerla, a raccontarla. La
scoperta che la conoscenza porta con se porta a nuove conoscenze. La narrazione si
regge non tanto sulle scoperte ma sulla componente deludente delle scoperte delle
conoscenze. Non si conosce e scoperto mai abbastanza e quindi mi oriento alla
scoperta e alla conoscenza. Scoperte e conoscenze sembrerebbero dire qualcosa di
nuovo ma non vuol dire solo conoscere qualcosa di nuovo ma anche svelare qualcosa
che era nascosto che diventa poi evidente. E’ il movimento più pericoloso dell’amore.
La scoperta è ciò che veramente vogliamo sapere chi è l’altro che amiamo ed è ciò
che mette a repentaglio. L’amore si regge sull’ignoranza, su ciò che non sappiamo
dell’altro. Vi è una contraddizione dunque: vogliamo sapere perché sappiamo che non
scopriremo mai tutto. La conoscenza dell’altro mi da la possibilità di conoscere me
stesso. Perché proprio quella persona diventa unica, singolare per me? Posso
razionalmente riflettere ma se il sentimento amoroso dà una singolarità per quella
persona specifica. Il perché di questo ci dice molto su chi siamo. Amare qualcuno di
sconosciuto è molto potente. E’ una delle interrogazioni tipiche della nostra vita.
Scoprire l’altro scopre sé stessi. la scoperta è qualcosa di nuovo, nascosto e da origine
al desiderio di narrarsi, a noi stessi, ad altri, vicini conoscenti o lontani che siano. La
narrazione e il dolore sono in qualche modo legati. L’amore fa soffrire, la passione
invita al dolore. Non si può amare senza soffrire e ciò è motivo di pulsione, di
attrazione. Un amore che non fa soffrire non è amore, in modo o nell’altro. Non si
può non essere delusi, fosse anche un momento. Si è costantemente impegnati ad una
narrazione di se. Riprende cercando di dare senso alla propria storia, che non è
necessariamente scrivere un romanzo, anche solo ricordarsi. La narrazione stabilisce
il senso di ciò che siamo. E’ ciò che ci orienta in ciò che pensiamo sia la strada da
intraprendere. L'inconscio è il respiro della soggettività. La narrazione arriva sempre
dopo, sempre troppo tardi. Noi ricostruiamo dopo ciò che ci è accaduto, ma è solo
questo? Sempre a posteriori? Che cosa condiziona? C’è l’imprevedibile,
l’irreparabile? Io costruisco la mia narrazione e quindi il senso della singolarità sulla
prevedibilità, creando ripetizioni, costruendo il prevedibile che è rassicurante e queste
azioni sono caratterizzate dalla paura dell’imprevedibilità, che può spezzare la
propria sicurezza, forza di senso. La minaccia toglie il respiro dell’insorgenza
inaugurale dell’incontro perché faccio dell’incontro amoroso ciò che voglio tenere
perché si teme di poterlo perdere. E’ solo questo? Trattenere e perdere? O c’è anche
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un’altra modalità di ascolto dell’imprevedibilità? Questa è soltanto ciò che dobbiamo
temere? L’ingovernabile è soltanto ciò che fa paura?
Proust muore del proprio romanzo. La madre è il punto di insorgenza. Non elabora il
lutto ma si interroga sul fantasma della novità. Muore esso dopo poco, assorbendo
tutta la vita dell’opera. Come vi fosse assorbimento per trasformarlo in arte, che non
vi siano incroci effettivi: o la vita è arte o la vita è qualcosa di ingovernabile,
imprevedibile, devastante. La narrazione è un tentativo di dare una risposta alla vita.
La vita è ciò che interroga l’accadimento mostrando l’inadeguatezza della
risposta.Deleuze che legge Proust attraverso i segni dell’amore. Distingue le
reminiscenze e le scoperte, quindi nell’incontro amoroso. Tratta sul sentimento
amoroso incentrato sulla ricerca del tempo perduto. La mia vita è in un momento
particolare dell’altro verso di noi, come si fa a decifrare i segni dell’amore, il
rapporto tra verità e inganno, tra inganno e amore, come io posso leggere che i suoi
segni espressi sono segni d’amore. Due movimenti:
- uno legato alle scoperte che sono legate a ciò che non conosco ancora, sono il
cogliere ciò che è nascosto. Di nuovo l’inganno, vi è l’aspetto d mistero dell’altro
(non sei come mi aspettavo…). Il testo non è un prontuario dell’amore, di come
amare felicemente, ma come l’amore destruttura la soggettivazione. Le scoperte
permettono la narrazione. La scoperta per Proust è sempre una scoperta che si
misura con l’inganno. Per Proust il vero sentimento dell’amore è la gelosia, ciò che
non riusciamo a cogliere del fatto che l’altro ha una vita senza di noi, e questo è
impossibile da concepire. Solo perché l’amore fa soffrire, che è proprio della
passione amorosa, vi è una forma di delusione che restituisce a me stesso e questo
mi fa narrare. Per colui che grazie all’amore ha scoperto la propria solitudine,
come se l’amore felice, ammesso che esista, non ha bisogno di essere raccontato,
ma sarebbe vissuto. Siccome non vi è un amore felice, si hanno solo amori
raccontati. C’è sempre un intreccio di vite, quindi intreccio di relazioni amorose.
leggiamo se c’è un racconto della vita, quindi di situazioni amorose. L’amore è
narrazione, identificazione con il racconto dell’altro e questo ci fa comprendere
che non esiste l’amore felice. Vi sono solo momenti di felicità. E’ un momento
illusorio di felicità, che porta all’idea di aver trovato il compagno della propria
vita, questo per merito dell’incontro gioioso. Le scoperte sono importanti perché
reggono la narrazione. Anche per Barthes rimane il fatto che si deve inoltrare nel
sentimento doloroso dell’amore, si deve scoprire questo dolore sulla propria pelle,
non può essere uno studio. Come ci si prepara ad un romanzo, si chiede Barthes.
- uno legato alle reminiscenze. Il testo “Alla ricerca del tempo perduto”, non è
necessariamente il tempo passato, ci indica che il tempo passato non è recuperabile
ma narrabile, ciò che non si è compreso, come poteva diversificarsi, come sarebbe
stato se fossi stato avvertito,…La narrazione ha sempre un tono di malinconia,
anche quando il passato è felice, proprio perché è passato. L’aspetto malinconico si
introduce dunque nel rivedere i momenti che magari avrebbero potuto andare
diversamente. Il tempo passato riveduto è una forma di introspezione di ciò che è
stato. Secondo Deleuze si deve stare attenti perché in fondo il tempo non può che
essere perso, ovvero amare ha questa connotazione, non si può amare senza
perdere tempo proprio perché l’amore nel momento che si attualizza, felice nel
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momentaneo, è un puro vissuto nel tempo perso, non lo posso usare. Nell’illusione
d’amore che si pensa di costruire una situazione identica ad es. dell’incontro, che
la felicita possa ripetersi, mentre quel momento felice non ha il meccanismo della
ripetizione, e ciò introduce l’impressione di perdita. La narrazione dei momenti
felici dà dolore perché nel momento in cui lo narro è passato, dunque nel momento
in cui lo narro dico che non è ripetibile, non vi è in quel momento incidenza, è una
presa di distanza. Lo percepiamo nel momento in cui lo narriamo ecco perché
tendiamo a rivisitare ciò che è stato. Ci si sforza di pensare illusoriamente che il
momento doloroso poteva andare diversamente. Se è un momento felice ci
stupiamo che sia andata cosi, sconfiggendo la nostra titubanza. Proust insiste: in
questo o quel momento il protagonista non sapeva quella cosa dell'altro, che
apprenderò in seguito. C’era un segno davanti a me ma non lo vedevo. Apprenderò
successivamente che ero vittima di una certa illusione che finirò per disfarmi. La
scoperta è incentrata sulla necessita di una disillusione. Il legame rispetto
all’amore che arriva sempre troppo tardi. C’è sempre qualcosa nella scoperta che
ci dice che siamo in ritardo per raccogliere quel momento, che è sempre
ingannevole. c‘era un segno che me lo suggeriva ma che apprendo solo in seguito,
rispetto alla raccolta dell’evento, della sua comprensione, che scoprirò, non
rimarrà non compreso. deluse: cosa apprenderò? che ero vittima di una certa
illusione. La scoperta è incentrata sulla necessita di una disillusione. La scoperta
deve darmi certezza e fino a che ho l‘incertezza sentirò ambiguità tra ciò che
sentiamo e ciò che evitiamo di sentire e la scoperta è destinata alla disillusione, che
mette a repentaglio il sentimento amoroso, il quale, per rimanere nel suo momento
inaugurale, deve alimentarsi di illusione. L’amore gioca su questa ambivalenza tra
il fidarsi e l’inganno. Pare non sia possibile una storia amorosa se completamente
all’oscurità dell’altro (es. il film “Ultimo tango a Parigi”, si consuma nel mistero
dei due, in cui nel trasporto amoroso irrompe la necessità del racconto e questo fa
scappare lei, che poi uccide lui). La narrazione toglie l’illusione della perfezione.
La scoperta rompe l’illusione. Se c’è sequenza amorosa le scoperte arrivano. Non
si può pensare di vivere l’amore senza predispormi alla delusione, alla disillusione,
che arriva inevitabilmente. Ogni rivelazione è una delusione. Ogni scoperta è fonte
di delusione e questo dà il ritmo del racconto, il suo destare interesse è proprio
dovuto a questo. Può essere anche affascinante la scoperta, positiva, ma è sempre
deludente. Si desidera quell’oggetto e nel momento in cui lo si possiede (conosco,
rivelo) si innesca il desiderio di un nuovo oggetto. Il momento iniziale è
immersivo, di maggiore interesse, e poi semmai subentra la curiosità. Ma
l’aggancio è fondamentale (il successo è nelle prime puntate). C’è sempre il
momento di delusione e aspettativa, scoperta. Cerco di scoprire tutto nell’illusione
di scoprire tutto. Se amo sono portato a scoprire il mondo dell’altro. Non posso
trattenermi dal farlo. Il sentimento amoroso non può limitarsi, vuole tutto e subito.
Qualcuno invocherà il platonismo di Proust, apprendere è ancora ricordare. Per
conoscere è necessario ricordare ciò che si apprende. E’ una contraddizione: per
poter apprendere devo ricordare, se ricordo significa che sono i grado di narrare e
se narro significa che sono fuori dal tempo dell’amore vissuto. Ciò che apprendo
ha sempre una narrazione, che si emancipa dall’esperienza del tempo perduto, mi
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porta fuori dall’esperienza. Se non ho appreso ho perso tempo e perdere tempo è
l’esperienza dell’amore. E’ paradossale, perché per apprendere non mi devo
innamorare del corso poiché se mi innamoro non ho apprendimento perché c’è
un’esperienza. E’ importante la funzione della memoria che interviene solo come
mezzo di un apprendistato che la sorpassa sia negli scopi che nei principi. E’ vero
che subentra memoria, che essa mi da l’apprendistato (stato di apprendimento), ma
in fondo l’esperienza amorosa avuta mi dice che la mia memoria è sorpassata, ogni
modalità di dare narrazione dello scopo o principio e nell’ordine di un
apprendimento che si deve disamorare dell’esperienza stessa per poterlo contenere,
per farne un utilizzo. Per far si che questo mi serva devo emanciparmi
dall’esperienza quindi disamorarmi o deludermi di ciò che è stato detto. Questo
presunto platonismo in Proust c’è ma soltanto in parte, dove è necessario il
funzionamento narrativo, per cui non possiamo dire che questo corso non serve a
nulla. Non si può risolvere il problema di dire a cosa serve e risposta è perché non
serve a nulla, ma cosa rimane dell’esperienza che non sta all’apprendere. Come ciò
che mi serve non si riduca alla sua utilizzabilità. La memoria c’è, la memoria
volontaria è disattivata dalla memoria involontaria. Non dipende da noi. La ricerca
è sempre rivolta verso il futuro piuttosto e non al passato. La tensione che Deleuze
mette in evidenza è che la ricerca del tempo perduto è rivolta verso il futuro, cioè è
rivolta a come nell’apprendistato dell’amore volontario si mantiene attiva la
portata del movimento inaugurale, che non è ciò che da inizio allo svolgimento
della storia ma è ciò che innerva continuamente la storia stessa.
Deleuze: reminiscenza e scoperta, attraverso le quali D. legge Proust. Una sta
all’altra ma lo sforzo che si deve fare è che ciò rispetto a cui siamo ingaggiati sono le
scoperte. Le reminiscenze accadono nel movimento delle scoperte, non sono
alternative ma non possiamo nemmeno metterle una prima delle altre. Le
reminiscenze sono all’interno delle scoperte nel punto inaugurale delle scoperte.
Avvengono perché si è spinti verso le scoperte e mi si apre il punto fantasmatico della
creatività, della vita sorprendente tanto che cerco di sublimare quando questa
sorpresa è troppo intensa per me, sublimandola nella creazione artistica del racconto.
E’ grazie a questo aspetto sorprendente che credo di riuscire a raccontare, quindi è il
punto che P. mette in evidenza, del contrasto tra vita e opera.
La prima legge dell’amore è soggettiva dice D., c’è un’urgenza della soggettività a
farsi sentire, e si narra sempre in prima persona, ciò che si conosce, che vive. P.
trasforma nella sua opera le esperienze della sua vita che non possono essere tali
perché sublimate a posteriori cercando di darne senso. Non è fare autobiografia ma
c’è qualcosa di soggettivo. La gelosia cerca sempre di anticipare, di intuire qualcosa
prima che avvenga il racconto, anche se può avvenire solo dopo. Non sarà mai la
verità dell’amore ma è più profonda, la gelosia va più lontano nel cogliere e
interpretare i segni. Se si è più predisposti al sentimento amoroso, questo è un
sentimento pacificato, prende per buono ciò che i segni esprimono e se è tale non può
accontentarsi dei segni. “Non mi ami mai abbastanza”, c’è sempre qualcosa che si
interrompe ed è perché rispetto al sentimento amoroso subentra una fantasia in cui io
non ci sono o ci sono per esclusione. In fondo la gelosia cerca di esplicare i segni
dell’amore e questo porta a mettere in atto mondi possibili che quei segni
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suggeriscono, non posso non mettere ingoio che quei segni mi ingannano. La gelosia
va più lontano perché in fondo sento che il mio sentimento amoroso è ingannante.
Sono ingannato ma non per la cattiva volontà dell’amata. Non è un inchiodare l’altro
nella sua falsità, ma è un mondo dove faccio tutto io. La scoperta dell’inganno non è
oggettiva. E’ qualcosa che fa soffrire ma alla quale non si vuole rinunciare. I segni
non sono come quelli mondani, vuoti, metafore, dice D:, non fanno le veci di
qualcos’altro ma sono ingannevoli perché si rivolgono a noi nascondendo certi
spigoli. La gelosia non è mai una esaltazione nervosa e superficiale, nevrotica, ma
costruisce un mondo. Non è mai sui nervi , ma è legato alla sofferenza di un
approfondimento. Le menzogne dell’amato sono i geroglifici dell’amore. Il destino di
colui che ama è amare senza essere amato, l’amore non è, nell’ordine delle scoperte,
incentrato sulla reciprocità. Si ama di più di quanto si è amati.
le scoperte dell’amore sono legate con la delusione e sofferenza, ciò no significa che
siamo nell’ordine di una sofferenza nervosa ma di una sofferenza per
approfondimento. Il dolore comporta un desiderio di approfondimento, cioè os’è che
mi fa soffrire nel sentimento amoroso, che portata hanno le menzogne, e non tanto
che la persona amata mi mente ma che i segni dell’amore sono intrecciati con
l’inganno inevitabilmente. Non possono apparire senza nascondere mondi possibili.
Ecco perché le menzogne dell’amore sono i geroglifici dell’amore, pur essendo
evidente io cerco di interpretarli. La gelosia cerca di anticipare la comprensione dei
segni dell’amore, di intuirli, e non riuscendoci, l’intelligenza interviene poi a
posteriori. La caratteristica dell’amore è che chi ama, ama più dell’altro. Amare senza
esser amati. Non significa che non c’è corrispondenza del sentimento ma che
nell’amore n
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