La preparazione del romanzo di Barthes
Introduzione
Il testo ha in tema l’amore, pur essendo un testo difficile. L’amore è in parte esplorato come affronta l'amore la ricerca di Proust con i suoi 7 volumi. Barthes si confronta con Proust sul tema dell’amore e del tempo perduto, sapendo che non può mai superare il romanzo La recherche.
I cambiamenti e l'amore
Ciò che conta è la preparazione ai cambiamenti. Potremmo essere spinti dal cambiamento, ma il sentimento amoroso potrebbe impedirci di cambiare. C'è un contrasto tra il desiderio di cambiare e un sentimento amoroso che ci indica che si dovrebbe rimanere invariati.
Inizio del corso
Inizia il corso con una componente parlata. Porre un fantasma in ogni nuovo corso, la radicolite del cambiamento è sparire per andare altrove. Il cambiamento, quando non è incentrato sulla propria scomparsa, è legato al proprio continuum. Come posso cambiare nella persistenza di ciò che sono? Il cambiamento non è nell’apprendimento: posso acquisire nuove conoscenze ma non vi è cambiamento.
Esperienza del cambiamento
Qual è l’esperienza del cambiamento? Non ci è data perché è sempre a posteriori, ciò che eravamo, in forma comparativa del passato ad oggi, ciò che siamo. È in rapporto col passato. Il cambiamento non si può cogliere perché è legato con l’amore. La memoria involontaria: penso a come sono cambiato facendo comparazioni, ricostruendo il passato ad oggi, dove metto in atto la memoria volontaria; quella involontaria dà un’esperienza del tempo non volontario. Il cambiamento che non cambia, il fantasma che rimane al di là delle cose, la permanenza che non contiene identità.
L'incontro e il nuovo corso
Si rimane sempre gli stessi se si pensa che il percorso di vita ti abbia portato al cambiamento. Incontrare un nuovo corso è incontrare l’esperienza della novità che non è data da contenuti che prima non avevo. Il problema non è allora il nuovo corso, ma l’inaugurale dell’incontro con l’inaspettato, ciò che avviene nell’incontro amoroso. Mantenerti vivo nell’incontro con l’altro è diverso dal concetto dei contenuti di trasmissione.
Il fantasma del nuovo
Barthes indica il fantasma che è all’origine di nuovo corso, che è la lezione inaugurale. Il fantasma del nuovo ha anche una sua declinazione, può variare ma anche se varia c’è un fantasma fondamentale che permette il permanere. Nel fantasma c’è qualcosa che dice che spinge al movimento. Ci si rivolge alla speranza perché “esso si annuncia, se non ostinato, chi può dirlo…”. Il fantasma ha sempre una sua ostinazione, inconsciamente richiama a un’urgenza, non è qualcosa di controllabile o di cui si possa avere dominio. Esso sfugge al potere, è ostinato. Chi può dirlo? Non sono io che posso dire l’ostinato del mio fantasma. È un fantasma ambizioso, un continuo misurarsi con qualcosa di più, un'esperienza che non riusciamo a fare nostra. L’incontro non è controllabile, è imprevedibile al di là dei contenuti. Vale la pena insistere per l’intrapresa di una strada nuova per non reprimere se stessi, per far emergere una componente personale, di soggettivazione, la propria singolarità che conta e alla quale non si può rinunciare.
Proust e i segni
Si incentra sul testo di Proust e il tema dei segni. Incrocio interessante come doppio movimento Barthes ci invita alla riflessione sulla forma espressiva, alla mia singolarità, come misuro il rapporto tra i fantasmi e la mia vita, pare ascoltare la propria singolarità che è sempre un’interrogazione espressiva rivolta sempre a qualcuno, ovvero qualcuno di preciso, di singolare. Il testo ci dice: come faccio a leggere i segni dell’amore? In Barthes è un modo di interrogare l’incontro con l’altro, in parte perché mette in gioco il fantasma anche della mia soggettivazione.
Il desiderio di cambiare
Il desiderio di cambiare ha a che fare col fantasma, vi è dunque un qualcosa che non può essere indicato, nello scarto fra desiderio e fantasia. L’immaginazione si dispiega, e tra queste fantasie vi è un fantasma che dice altro del contenuto di questo dispiegamento, cosa c’è che mi spinge verso una novità che non sta a quel contenuto perché è in continuità con ciò che posso immaginare. È la sfasatura tra continuità e un non contenuto che dice qualcosa di me, che mi espone nel momento in cui prendo la parola.
L'incontro e la relazione
Barthes dalla singolarità sente l’urgenza di un cambiamento. Cogliere lo scarto, differenza, problema tra incontro e relazione. L’incontro è sempre mal venuto, manca qualcosa, non fa centro, mentre la relazione ruota intorno al tentativo di compensare questa mancanza. Questa non è una mancanza ma che il sentimento cerca di colmare. Se riuscissimo a colmarla l’amore finirebbe. Non è invece da colmare ma qualcosa da averne cura, è l’aspetto inaugurale dell’incontro.
Modalità fenomenologica
Barthes da una modalità fenomenologica, come se si dovesse interrogare veramente sul cambiamento, sull’urgenza di intraprendere qualcosa di nuovo. Terremo conto dell’aspetto fenomenologico-descrittivo ma poi cercheremo di vedere l’emergere di una struttura della soggettivazione, come essa è incentrata in una modalità dei suoi processi. Barthes lega fortemente il tema del cambiamento alla questione della soggettivazione, intesa non in forma identitaria, non è una decisione di cambiamento razionale ma è un sentire anche in modo indeterminato, a momenti più forte che pare dica qualcosa di me. Questa tensione tra cambiamento e il trattenere dice qualcosa su noi stessi. La voglia di lanciarsi ma la paura che trattiene dal farlo, che rassicura. Ognuno di noi tiene questa tensione tra le proprie paure e sicurezze. Nel momento che ci si slancia in una dichiarazione di cambiamento si narra di sé. È un’urgenza che non posso reprimere, c’è qualcosa che non può essere represso.
La generazione di Barthes
Viene da una generazione che ha troppo censurato la propria soggettività. Valgono più gli inganni che la soggettività, il problema non è qual è la verità della nostra soggettività ma di non temere il legame tra soggettività e inganno. Nell’inganno c’è sempre una verità che vale, che deve essere ascoltata. Anche l’amore è sempre ingannevole, ma non significa che vale meno, anzi, proprio questa tensione ingannevole ci invita a sentirci attraversati dall’amore. È il dubbio di chi ha veramente fede, perché la certezza non è il risultato di un percorso di ricerca, questo nel monoteismo come in altre fedi. La verità è nell’interrogazione di un potenziale inganno, dell’ingannarsi. Si è consapevoli perché non è una verità oggettiva ma una verità in cui noi siamo parte in causa della verità stessa. Siamo ingaggiati in questa tensione, non possiamo farne l’oggetto. Questo inganno però vale, porta in sé un’urgenza che Barthes pare dire che vuole ascoltare, ciò che la tensione voglia che si faccia, non la sua censura.
Il fantasma e la soggettivazione
Tra ciò che voglio essere e ciò che ancora non sono vi è un punto, questo è il fantasma, e questo fa parte della struttura della soggettivazione. Il fantasma è un modo per stare su se stessi. Tra ciò che non sono più e ciò che non sono ancora. Seguiamo Barthes, sulle motivazioni che possono spingere una persona a cambiare, come la singolarità può parlare, che possiamo ascoltare e che dovrebbe riguardare la nostra vita. Fa riferimento a Dante e alla Divina Commedia “nel mezzo del cammin di nostra vita”.
Barthes e l'età
Dante, dice, ha 35 anni ed io molti di più e sono ben oltre la metà matematica del cammino della mia vita. Assume risonanza particolare perché è l’ultimo corso che fa prima di morire. Il cambiamento è molto significativo all’interno della tragedia perché i cambiamenti nella commedia, nella vita comune, solitamente sono normali, mentre se c’è un cambiamento radicale lo associano a qualcosa di tragico, che instaura una mancanza tale che la nostra vita non è più come prima. I cambiamenti della vita normali sono la continuità della vita. Il cambiamento radicale invece ci mostra un taglio, nel mezzo. Ipotetico cambio della nostra vita a metà del suo cammino (35 anni per Dante).
L'urgenza del cambiamento
Barthes ci dice che sente l’urgenza di questo cambiamento anche se non si può ricordare a una questione matematica, nell’arco di vita un momento topico, ma qualcosa che sta ad ogni età, ognuna come se fosse tagliata da sé stessi, come se noi fossimo il taglio del nostro cammino, ciò che pensiamo in forma narrativa. Progrediamo nel tempo cronologico ma ripercuotendoci su noi stessi, come andassimo avanti con una ruota, proseguiamo ma giriamo su noi stessi e questo ritorno, che in genere non cogliamo, se ci accorgiamo è un taglio rispetto al movimento che comunque c’è. La nostra narrazione tiene conto del tempo, del passato e della ripresa del passato slanciato verso un ipotetico futuro.
Soggettivazione e narrazione
Ma per poter far questo la soggettivazione e il ritornare su se stessi, questo taglio, altrimenti saremmo aderenti al tempo che scorre, quindi non avremmo il modo di poter entrare nella forma narrativa, ma aderenti costantemente al tempo presente.
Simbolizzazione del tempo
L’aspetto simbolico è quello che per noi è più importante, simbolizzare il rapporto tra ciò che immaginiamo e ciò che effettivamente è accaduto. C’è costantemente qualcosa che taglia, ovvero noi stessi tagliamo il cammino della nostra vita. Il verso, dice, inaugura una delle più grandi opere del mondo con una dichiarazione del soggetto: “nel mezzo del cammin di nostra vita…”. Il momento inaugurale della Divina Commedia, così come della nostra vita, inizia da una dichiarazione del soggetto. È un taglio, che è necessario anche perché ci sia la narrazione, l’opera, il racconto.
Farsi narratori
Farsi narratori riguarda tutti noi. Questione complessa che ci dice: sono ripreso da un’abitudine di ciò che so fare e questa non la sento più viva, non vi è più un respiro in ciò che faccio, non sento più la motivazione e dovrei introdurci la vita e mi accorgo che questo movimento non introduce la vita ma mi dà la narrazione. Dovrei introdurre un qualcosa della vita, di aderire alla vita, ciò che non ci è dato e di aderire alla vita. Ci è dato darci una rappresentazione della vita. La nostra oggettivazione è continuamente tagliata da noi stessi, da ciò che non possiamo riconoscere come identificazione; al massimo ci identifichiamo col racconto che ne possiamo fare.
Lo scrittore e il soggetto
Lo scrittore non reprime il soggetto che è. C’è uno slittamento: io sono un professore e studio i libri, ho una professione, e momenti però che sono altro. Lo scrittore non reprimendo il soggetto che è. Lo scrittore non è nel riconoscimento della professione, ad esempio non si può fare il filosofo a tempo, ma lo è sempre. Non è applicabile in certi momenti sì e in altri no. Nel bene e nel male lo è sempre. Per Barthes diventare scrittore è poter dichiararsi nel proprio esprimersi come narratore.
Kafka e la tensione dello scrittore
Kafka nella stessa posizione. È un assicuratore ma scrive sempre, trova il tempo per scrivere ma mantiene anche un lavoro. Fare lo scrittore è sempre una tensione. Il narratore non riesce ad essere il narratore, vi è sempre una tensione verso la realizzazione finale che lo certifichi, ma non vi è restituzione dell’opera. Esigenza che non ci è data di essere autentici, ecco perché cerchiamo qualcosa di autentico, che ci venga riconosciuta, perché non mi basta. È un taglio, nella costante tensione di esigenza di autenticità, che è potenziata da una ipotetica ingannevolezza tale per cui sentiamo il bisogno che l’altro ci riconosca, anche se non ci basta. Non possiamo farne a meno. Lo scrittore non reprime il soggetto che è.
Il tempo e la scrittura
L’età è parte costituente del soggetto che scrive, ovvero c’è una modalità differente di scrivere in base all’età, qualcosa che si narra che è legato all’età. È legato al tempo perduto, la narrazione è sempre una ricerca del tempo perduto. Non si reprime e dichiara sempre il proprio tempo della propria vita, la sua età che è determinate perché vi è un’implicazione. Se credo che l’orizzonte sarà l’opera introduco un elemento che è la morte, penso già che l’opera sarà qualcosa che mi sopravvive.
Essere vivo nell'opera
Barthes ci dice che io sono vivo nell’opera, non mi interessa nella sua realizzazione finale, che si venga riconosciuti nel mondo come scrittore, perché altrimenti ragiono già in forma postuma, ponendo l’opera come riflesso della propria morte. L’opera attende sempre il suo creatore. È un taglio che dà via all’opera. Il problema non è introdurre qualcosa di definito ma come mantenere la vita dentro l’opera, ciò che si fatica a fare perché l’economia è costituita da manufatti che hanno un costo ed un valore. Le vite si consumano come plus valore dell’opera stessa, dal tempo che si è impiegato nella realizzazione. Le vite sono funzionali a perdersi nell’oggetto prodotto che ha un valore. Il movimento che si cerca di mettere in atto è il movimento inverso, ovvero qual è la modalità di una vita che impedisce all’opera di essere un manufatto. Come mantenere il suo momento inaugurale.
Impatto economico dell'opera
Nell’economia capitalistica dev’essere il prodotto finale e l’idea del suo consumo che porta alla possibilità di produrne un altro. È legato ad un evento vissuto come significativo. Ascoltarlo sempre in questo doppio movimento: l’evento in quel momento (lutto), senza pensare che è un evento unico necessariamente, perché la nostra esistenza è contrassegnata da un evento costante. Non significa che tutti gli eventi hanno la stessa portata. Io costruisco tutta la mia vita su una sincronia perché paventa costantemente una diacronia che la spezza; mentre il problema è come (le diacronie possono arrivare o irrompere) si innescano in una diacronia che è in atto in ogni momento dell’aspetto sincronico della nostra esistenza.
Continuità e diacronia
Se pensiamo solo alla sincronia pensiamo solo alla sicurezza con ciò che è continuamente minacciata (si innesca razzismo). È tutto incentrato sulla continuità sincronica per cui tutto ciò che deve dare continuità sincronica deve paventare una diacronia che irrompe, che spezza le abitudini. Possiamo invece avere l’esperienza complessa di come la nostra sincronia pulsa della sua diacronia continuamente. Il momento diacronico dell’incontro amoroso è ciò che dilata l’esperienza diacronica su cui la mia sincronia tende a stabilizzarsi.
Proust e la narrazione
Proust ci interessa perché si colloca in quel punto tra la scrittura, l’impegno, il lavoro che lui stesso ha fatto, che significato ha narrare le proprie esperienze e perché queste sono motivo di narrazione. Si interrogano sia Barthes che Dante su questo concetto che la sua opera di Proust incarna. Barthes da una parte pare spingere al cambiamento anche se pare un’indicazione nella scrittura dell’irrompere della vita, del cambiamento dettato da qualcosa che accade e che non riusciamo a significare, a trattenere e per certi versi a raccontare; dall’altra Dante è concentrato al tema dei segni dell’amore, come si interroga intorno al sentimento amoroso che non è orientato al cambiamento ma a qualcosa che si mantiene nel tempo.
Il fantasma del cambiamento
Attenzione sull’opera di Proust per entrambi, i quali indicano il fantasma del cambiamento. Non tanto il fantasma come ciò che rivela il desiderio ma quanto il fantasma si colloca tra desiderio e fantasia. A noi interessa far emergere la portata fantasmatica di questo passaggio, la struttura della nostra soggettivazione, le nostre singolarità dando forma all’incontro. Pur non stando alla narrazione imprime un movimento narrativo, di riprendere ciò che ci accade e darne struttura narrativa, raccontabile. Lo si fa con noi stessi, costantemente questo tentativo di raccontare emerge, a scuola, dallo psicanalista, ecc. e i due autori ci portano a comprendere cosa accade quando narriamo.
La spinta alla narrazione
Dante e Barthes ci vogliono condurre alla spinta che porta alla narrazione rivelando la componente fantasmatica. Ci sono accadimenti però che rendono questa espressione più urgente, dunque la nostra esistenza non si muove interamente ma attraverso soglie di diverse intensità. Ciò che ci spinge a raccontarci è comunemente l’esperienza del dolore, come se la felicità non stia alla narrazione. Come se il dolore portasse al distanziamento per cui serve raccontarlo. Il problema è quale esperienza di felicità c’è nel dolore, cosa permane di felice in esso.
La tensione del cambiamento
Seguiamo Barthes nella tensione del cambiamento effettivo. La vera istanza dell’incontro sono le reminiscenze. Barthes afferma: “Il cambiamento è un momento vissuto come significativo solenne, sorta di presa di coscienza totale”, mette in discussione la propria vita, che non è più la stessa, o meglio, ho l’esperienza che la mia vita non può essere mai la stessa. Questa presa di coscienza come consacrazione al viaggio, che avviene solo nell’inutilità. È anche un’immobilità che avviene quando viaggiamo. Crisi delle istanze volitive (volontà), non è un atto dettato dalla volontà o dalle decisioni.
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