Il concetto di musica
Francesco Giannattasio
L'etnomusicologia
L'etnomusicologia come campo di studi nasce 100 anni fa: è una disciplina recente e quindi soggetta a continui cambiamenti e continuo sviluppo sia da un punto di vista teorico (sistematicità degli studi), sia da un punto di vista d’indagine (come indagare questi fenomeni?).
Dall’etimo composito di etno-musico-logia si possono trarre due interpretazioni:
- Musicologia etnica: che pone l’accento sulle specificità musicali dei diversi popoli, ovvero si propone di indagare le forme, le tecniche, le tecnologie e i prodotti dell’attività musicale adottando strumenti e competenze musicologici (approccio musicale);
- Etnologia della musica: pone l’accento su tutti i modi in cui si manifesta il comportamento musicale, quindi adottando un approccio antropologico e utilizzando strumenti propri dell’etnografia e della demologia.
Società e culture di interesse etnomusicologico
Le culture dei popoli definiti “primitivi”, ovvero delle società a struttura semplice, sono di interesse etnomusicologico. Esse si trovano principalmente in Africa, Asia, Oceania e America meridionale, ma rilevabili, anche se in misura minore, in America Settentrionale e in Europa (lapponi, eschimesi, indiani...).
- Le “fasce folkloriche” (ovvero quegli strati agro-pastorali e artigiano-paesani che tuttora conservano una struttura economico-sociale e dinamiche culturali tradizionali) presenti nel contesto euro-bianco occidentale;
- Le società e culture anche “complesse” del Vicino, Medio e Estremo Oriente.
Una caratteristica comune a tutte queste società e culture è di basare prevalentemente la trasmissione del proprio sapere, e del proprio saper fare, sull’oralità piuttosto che sulla scrittura. In tutte queste società e culture la memoria, individuale e collettiva, ha un ruolo preponderante nei processi di creazione, trasmissione e fruizione di prodotti culturali quali quelli musicali, per cui:
- La trasmissione del sapere è basata prevalentemente su un passaggio “da bocca a orecchio” o su un’acquisizione di tipo visivo e in ogni caso empirica;
- I prodotti musicali sono sempre sottomessi alla pratica e non vivono di vita propria;
- Ogni esecuzione musicale non si configura mai come esatta riproduzione di un modello preesistente, ma sempre come un prodotto nato dalla creatività.
In questo senso l’etnomusicologia può essere definita come la “scienza che studia le forme e i comportamenti musicali di tradizione orale”.
Etnomusicologia e musicologia
Oggetto privilegiato dell’etnomusicologia sono tutte le musiche al di fuori della tradizione colta europea, cioè tutte quelle di cui la musicologia occidentale non si occupa. Grazie alla “rivoluzione antropologica” si è scoperto che non esistono società, per quanto ristrette e isolate possano essere, prive di una qualche forma espressiva musicale. In altri termini, è oggi possibile ritenere che la musica costituisca un “universale” del comportamento umano (connaturato nell’uomo), come il linguaggio o la tendenza all’organizzazione sociale.
Naturalmente così come esistono società e lingue diverse, esisteranno molteplici tipi di musica e differenti sistemi di organizzazione delle forme e dei comportamenti musicali. La più recente edizione del vocabolario Zingarelli dà una definizione sommaria e imprecisa della parola poiché stabilisce un rapporto di subordinazione dell’etnomusicologia alla musicologia. La definisce infatti come “parte della musicologia che studia le musiche popolari dei vari paesi”. In realtà, nonostante le origini comuni, la ricerca etnomusicale ha mantenuto una sostanziale autonomia da quella musicologica, non solo per la necessità di mettere a punto proprie metodiche di ricerca e di analisi, ma anche a causa dell’aristocratico distacco con cui i musicologi hanno sempre trattato i ricercatori di musiche ‘popolari’ e ‘primitive’.
L’etnomusicologia considera tutti i possibili strata musicali (colti, popolari, di tradizione orale, di tradizione scritta) come manifestazioni equivalenti, e di pari dignità, di un’unica esigenza umana di esprimersi creativamente mediante i suoni. Ciò che diversifica le musiche, nei quattro angoli del mondo, sono le condizioni storiche, economiche e socio-culturali nelle quali i diversi sistemi musicali si sono realizzati e stratificati.
La musicologia studia la musica della ‘propria’ cultura mentre l’etnomusicologia studia le musiche delle ‘altre’ culture, ma non riferendosi solo alle aree geografiche investite dall’indagine, ma anche alle modalità d’approccio e all’esigenza di porsi come “cultura osservante” rispetto a una “cultura osservata” (non sono altre culture, possono essere anche altri generi …).
Per altri versi, la convenzionale divisione di ruoli fra etnomusicologia e musicologia non è che il prodotto delle particolari condizioni storiche in cui le due discipline si sono parallelamente sviluppate. Quindi, la musicologia può essere definita come “studio delle forme e dei comportamenti musicali di tradizione orale”, alimentato da un interesse per la storia della musica euro-bianca. L’etnomusicologia si è andata configurando sempre più, invece, come “studio della musica in quanto aspetto universale del comportamento umano”, in una prospettiva che va al di là della sola produzione etno-folklorica di tradizione orale per porsi il problema più complessivo della musica in quanto forma espressiva.
La ricerca etnomusicale iniziò ad avere una sua sistematicità nella seconda metà dell’800, quando emersero testimonianze e dati su pratiche musicali delle più sperdute regioni del mondo. Questi reperti ebbero ben presto una loro materialità sonora dal 1877, con l’invenzione del fonografo da parte di Thomas Edison. Il fonografo – dispositivo per la riproduzione dei suoni – trasformava i reperti documentari in suoni, facendo apparire un’eterogeneità di forme e usi musicali, da rendere necessaria una musicologia comparata che si occupasse di ricercare analogie, differenze, costanti, punti di contatto fra queste musiche esotiche e primordiali e la musica occidentale.
Per oltre mezzo secolo la disciplina mantenne il nome di musicologia comparata, fino a quando nei primi anni ’50 l’olandese Jaap Kunst non introdusse il termine di ‘etnomusicologia’.
Etnomusicologia e antropologia
Se il confronto con la musicologia ha permesso di precisare il dove e il perché della disciplina, quello con l’antropologia permetterà di definirne il come ed il cosa, in quanto l’etnomusicologia è soprattutto nell’ambito delle scienze umane che può essere collocata.
L’etnomusicologia fa parte infatti delle “scienze nomotetiche” (antropologia culturale, linguistica, semiologia, psicologia, sociologia), che si occupano di identificare ‘leggi’ generali di un determinato evento, e si distacca invece dalle discipline storiche (fra cui va collocata la musicologia). Perché?
Perché l’etnomusicologia è giunta gradualmente all’esigenza di mettere a punto una strumentazione di indagine sempre più ‘scientifica’ (era partita da un intento comparativo, poi è passata ad un intento anche descrittivo, arrivando a mettere in crisi il concetto occidentale di musica); tende ad una sempre maggiore ‘oggettività’ dovuta al crescente bisogno di verificare e classificare i dati raccolti, formulare ipotesi e controllare variabili, (al fine di) arrivare a generalizzazioni sul comportamento musicale che assumono validità universale.
Ciò che soprattutto accomuna l’etnomusicologia alle discipline antropologiche sono le fasi e le procedure di raccolta, elaborazione e generalizzazione dei dati. Le modalità specifiche dello studio etnomusicologico riguardano:
- I settori d’indagine;
- Le fasi, le tecniche e i metodi di lavoro;
- I prodotti della ricerca.
I settori d’indagine
L’etnomusicologo, dopo la raccolta dei dati “sul campo” e nelle fasi successive dell’elaborazione, può porsi come obiettivo quello di esaminare sistematicamente tutti gli aspetti al fine di identificare i tratti peculiari di una singola cultura musicale che intenda studiare nel suo complesso. I settori principali della ricerca etnomusicologica sono:
- Lo studio dei repertori musicali e dei loro tratti distintivi;
- Lo studio delle fonti e delle tecniche di riproduzione del suono musicale – modalità di esecuzione vocale (timbri, registri...) e strumenti musicali;
- Lo studio, nei repertori cantati, dei testi verbali (che può riguardare il loro contenuto ma anche le loro relazioni formali con il contenitore musicale – rapporto fra linguaggio e musica);
- Lo studio del complesso dei tratti stilistici (che si traggono dalle forme e dai repertori vocali e strumentali), che permettono di identificare (dal punto di vista ‘sintattico’ o ‘grammaticale’) un intero sistema musicale o una parte di esso;
- Lo studio delle occasioni del ‘fare musica’ e delle molteplici funzioni che le forme e i comportamenti musicali assolvono nella vita sociale;
- Lo studio del ruolo sociale, delle pratiche di apprendimento e di trasmissione del sapere e, in generale, dell’attività dei musicisti;
- Lo studio delle idee e dei concetti relativi alla musica e ad aspetti specifici (tecnici, estetici, teorici …) della sua produzione.
Le fasi, le tecniche e i metodi di lavoro
Lo studio etnomusicologico implica 3 fasi:
- La ricerca sul campo;
- L’elaborazione dei dati raccolti sul campo che implica un’attività di studio “in laboratorio” dove i reperti vengono schedati, trascritti e analizzati tramite specifiche apparecchiature;
- La comparazione dei dati risultanti dalle due fasi, “sul campo” e “in laboratorio”, al fine di una generalizzazione rispetto alle principali questioni etnomusicologiche, di carattere prettamente musicale (diffusione, uso e tecniche di costruzione di un particolare strumento, i sistemi scalari…) o antropologico-musicale (le funzioni della musica nelle pratiche rituali, il concetto di musica nelle varie culture…)
Sebbene il compito principale dell’etnomusicologia sia la comprensione della musica in quanto attività espressiva umana, vi sono altri compiti che essa assolve:
- Il primo consiste nel documentare la produzione musicale dei vari popoli, completando e rendendo disponibile, in tutte le possibili forme di divulgazione, una sorta di “atlante” delle diverse culture musicali che consenta una circolazione di informazioni su forme, strumenti, repertori musicali, etc., ancora sconosciuti ai più.
- Il secondo compito è quello di realizzare quest’opera di documentazione prima che buona parte di tali forme e comportamenti musicali scompaiano, spazzati via dal processo di omologazione culturale che caratterizza la nostra epoca. Si tratta dell’esigenza di Urgent Anthropology.
I prodotti della ricerca
- I brani musicali registrati sul campo, accompagnati dalle relative schede che il ricercatore ha compilato all’atto della raccolta dei dati contestuali;
- La successiva elaborazione, “a tavolino” e “in laboratorio”, dei dati raccolti sul campo può avere come esiti una serie di pubblicazioni destinate alla comunità scientifica e/o a un pubblico più vasto (monografie su specifiche culture musicali o su singoli aspetti, antologie e raccolte di canti e brani strumentali relativi a una determinata società o area folklorica, analisi puntuali su singoli aspetti di una data produzione musicale). Tali studi possono essere presentati sotto forma di testi scritti (libri, saggi, articoli) o servirsi del supporto sonoro (disco, cassetta, CD), ma sono possibili anche soluzioni del tipo libro+disco, libro+musicassetta, etc.
- Negli ultimi anni si è inoltre intensificata una produzione documentaria audiovisiva (sviluppata grazie alla maggiore facilità d’impiego e ai minori costi di edizione);
- Infine, alla terza fase, quella della comparazione e generalizzazione dei dati, si collocano non solo manuali e testi di carattere generale, ma anche e soprattutto studi transculturali su particolari argomenti musicologici.
Gli universalia e la trasformazione del concetto occidentale di musica
È ormai chiaro che lo scopo principale dell’etnomusicologia è quello di interpretare ogni fenomeno musicale in rapporto alla particolare cultura che lo ha prodotto adottando strumenti e categorie di portata e validità universali. In passato si pensava che la musica costituisse un unicum indivisibile e che le varietà di forme in cui essa si presentava nelle diverse società e culture via via esplorate potesse e dovesse essere ricondotta a dei tratti universali, per cui il problema era quello di individuarne le costanti. La questione degli “universalia” (caratteristiche costanti in ogni cultura musicale) fu al centro delle preoccupazioni dei primi ricercatori per molti decenni.
Questi etnomusicologi nella fase iniziale della comparazione prendevano come punto di partenza il sistema armonico della musica d’Occidente. Pertanto, erano considerati musicali tutti quei fenomeni che, nelle altre società e culture, rivelavano analogie formali con la musica occidentale. Ma un tale procedimento analogico-deduttivo era destinato a scontrarsi con la realtà delle cose.
L’inganno delle forme
Cosa è musica e cosa non lo è?
Esempio: confronto tra due brani apparentemente simili in quanto entrambi caratterizzati da un’imitazione fra voce e tamburo:
- Nel primo, dell’Africa subsahariana, alcune formule intonate da una voce maschile vengono riprese da un tamburo in grado di produrre suoni di altezza diversa;
- Nel secondo, altre formule eseguite in rapida successione da una voce maschile sono immediatamente riprodotte sul tabla, la nota coppia di tamburi della tradizione musicale classica del Nord-India.
Il primo brano non ha nulla di musicale perché queste percussioni a intonazione multipla venivano impiegate anche per trasmettere messaggi linguistici, riproducendo le diverse altezze dei suoni delle lingue bantu, le quali in molte varianti sono appunto lingue ‘a toni’. Il secondo brano, invece, rinvia a una dimensione musicale poiché è l’esemplificazione da parte di un maestro percussionista indiano di un sistema di “solfeggio” ritmico adoperato dai suonatori di tabla, nel quale ogni tipo di colpo sui tamburi viene denominato con un diverso monosillabo (chiamato “bol”).
Altro esempio
Esaminiamo 3 brani differenti tra loro:
- “Gioco vocale” degli Inuit del Canada eseguito da due donne che, poste una di fronte all’altra, eseguono rispettando un canone, alcune formule melodico-ritmiche caratterizzate da una mescolanza di suoni sonori-sordi ed espirati-inspirati fino a quando una delle due sbaglia, resta senza fiato o ride perdendo così la sfida.
- “Invito alla preghiera” (Adhan) di un muezzin di Damasco rivolto ai fedeli dalla cima di un minareto (=torre adiacente alla moschea dalla quale il muezzin ripete l’appello alla preghiera ai credenti musulmani) caratterizzato da un’esecuzione vocale piena di fioriture e melismi. Questo è l’esempio non musicale della serie: infatti secondo i dettami della religione islamica, la preghiera e il nome di Allah non possono in alcun modo essere associati a una pratica profana (qual è quella musicale).
- Finale di “Continuo” di Bruno Maderna (1957), composizione per suoni elettronici che fa impiego di rumori e timbri estremamente aspri e concreti.
Risultato di queste esperienze è quello di riconoscere come musica la non-musica degli altri e di disconoscere il prodotto di musicisti appartenenti alla propria cultura contemporanea se ascoltato fuori dal contesto che le è proprio (sala da concerto o programma radiofonico) e senza possedere in anticipo informazioni sulla natura dell’evento: tutto questo per dire che la forma in molti casi non è sufficiente a garantire la musicalità se non si conoscono i codici grammaticali e culturali che la determinano.
In relazione a tali codici va anche rivista e ridimensionata la “questione degli universalia” musicali.
Dalla musica alle musiche
Il termine “musica” è utilizzato per:
- Designare un ambito di attività e di comportamento (la musica come particolare forma di espressione);
- Definire i prodotti di tali attività e comportamenti (una musica o le musiche);
- Differenziare l’esecuzione strumentale da quella vocale (es: “so cantare ma non so fare musica”);
- Distinguere la teoria dalle diverse pratiche vocali e strumentali;
- In senso metaforico (“cambia musica” o “senti che musica fanno gli uccelli”).
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