Etica della comunicazione
Introduzione alla semioetica
Cap.1 - Strutture normative e volontà del soggetto
La ragione antimonista di Giovanni Vailati
Il tema dell'“abuso del linguaggio” è tipicamente anglosassone, lo troviamo nei libri di filosofia e anche in sentenze giudiziarie dei nostri giorni. “Abuso di linguaggio” si riferisce a una grande varietà di fenomeni linguistici. Vi sono “sofismi di pericolo”, cioè in quei sofismi in cui il contenuto è la prospettazione di un qualche pericolo. Il loro uso è tipico del discorso politico o giudiziario. Gli abusi di linguaggio studiati da Vailati riguardano invece quasi sempre l'argomentazione filosofica e scientifica. La sua fu una filosofia analitica del linguaggio, il suo metodo lo si comprende dalla contrapposizione che instaura tra il pragmatismo e ciò che egli chiama monismo cioè la tendenza a generalizzare.
Qualche decennio dopo Piaget (1896-1980) ripercorre gli stessi passi di Vailati, per il ragionamento del linguaggio, l’analisi dei concetti di definizione, di identità, di causalità, allo studio della natura della logica e della matematica, ma mira a determinare le strutture che fanno della ragione una attività produttrice di novità. Per esempio per Vailati la matematica è un’attività creatrice, per Piaget che perviene ad una concezione simile, si spinge sino ad analizzare le strutture di tale creatività. La concezione di Vailati della matematica come pura sintassi infinitamente interpretabile, si arricchisce in Piaget di considerazioni intorno alla formazione del soggetto della conoscenza. Il pragmatismo antimonista di Vailati non riguarda solo la teoria della conoscenza, ma anche altri aspetti della riflessione filosofica. Ad esempio egli coglie la differenza che il significato svolge nel campo pratico rispetto a quello teorico. Nel campo pratico il significato si presenta connesso alle questioni di interpretazione della volontà altrui.
Il volontarismo dialogico di Guido Calogero
Nel secondo dopoguerra, all’avvio di un lungo periodo di sviluppo e di trasformazioni, ritornano al centro della riflessione filosofica le questioni etico-politiche legate all’interpretazione della volontà altrui. Per Calogero, l’interpretazione linguistica coincide con il problema del linguaggio. Ciò che distingue l’interpretazione linguistica dall’interpretazione scientifica è la sua direzione verso la coscienza altrui. L’interpretazione scientifica spersonalizza gli eventi, l’interpretazione linguistica assume interamente l’altruità. La teoria della situazione dialogica procede lungo due dimensioni, una etico-discorsiva che costituisce la teoria del dialogo, e l’altra linguistica, un’indagine circa la natura del segno linguistico. Calogero prenderà atto che l’una non si risolve interamente nell’altra e distinguerà infatti tra il linguaggio come “sforzo di capire e farsi capire, dell’interpretare e del comunicare” ed il linguaggio “come modo di agire, della stessa conoscenza per sé presa”.
La teoria del dialogo
L’interpretazione linguistica è quella forma di ermeneutica del segno la cui direzione è l’altrui coscienza, non giunge mai a saltare il “vallo dell’egoità”, perché l’altruità si presenta sempre come un dato irriducibile. Questa impossibilità a realizzare l’identità con l’altro soggetto non dovrà essere vista come un difetto ma come una caratteristica propria della struttura dialogico-morale. Calogero conclude che non è la logica che sorregge la morale, ma al contrario la morale che rende possibile la logica, in quanto particolare etica della discussione. Per Calogero la morale si fonda su un atto di volontà che trae la sua dall’esempio morale. Quel che conta è il paradigma, l’esempio personale, il quale è anch’esso un modo di mostrare, che impegna infinitamente di più. Per Calogero la legge appare immersa nel processo ermeneutico. Dice che ogni legge è, sì, una dichiarazione di volontà ma essa è tale in quanto “enunciazione verbale di una richiesta rivolta ad altri. Non c’è legge senza parole, e quindi senza un parlante ed una o più altre persone che l’ascoltino e la capiscano”. L’attività giuridica è quindi una delle tante facce del comunicare dialogico, sia in quanto manifestazione della volontà del legislatore, sia in quanto comprensione di tale volontà da parte dei soggetti sottomessi alla legge.
Teoria linguistica
L’esperienza del linguaggio secondo Calogero ha questo fondamentale carattere: che quel che si ama, o si odia, ciò che è oggetto della nostra gioia o del nostro dolore, non è mai il segno, ma il significato. Il segno non è mai il termine della nostra azione. Il linguaggio è concentrato sul rapporto di designazione stesso. Arbitrarietà del linguaggio, dunque, in quanto rapporto di designazione. Ma anche storicità del linguaggio poiché esso periste come un’abitudine in una o più o meno vasta cerchia di uomini. Tutto ciò per Calogero è una conferma del carattere strumentale e comunicativo del linguaggio. Calogero dice che ogni parola ha sempre due facce: quella immediatamente propria e quella del contenuto mentale. Nessuno che sente dire “pane” sente soltanto due consonanti e vocali, bensì sente orientata la sua mente da quel contenuto fonetico verso il contenuto visivo dell’immagine del pane. Da qui la conclusione che l’espressione, cioè il linguaggio è un rapporto di due intuizioni di cui l’una rinvia all’altra.
Ritorno al dialogo
Per Calogero un segno è un’entità psichica a due facce, cioè il rapporto di un’intuizione sonora (o significante) e di un’intuizione eidetica (o mentale) (esempio parola pane). Per Calogero, la logica come sillogistica non è altro che “linguaggio cristallizzato”, “linguaggio ridotto ad immobile schema”, una raccolta di schemi verbali. La logica e la grammatica non sono entrambe se non schematizzazioni arbitrarie, dell’unica realtà vivente del linguaggio. Ancora una volta torna a stringersi quel nodo di etica logica e linguistica che spiega come si instaura e funziona il dialogo, la cui forma più alta e compiuta è il dialogo scientifico al quale deve tendere anche la comunicazione politica. Nel dialogo scientifico il linguaggio ci si presenta come ideazione parlata, attraverso cui il colloquio avanza di termine in termine con un processo di rinvio semantico continuo, senza dover tornare alle cose. In Calogero, la concezione strumentale del linguaggio, più che all’idea di trasmissione di informazioni già date, si avvicina al modello giuridico, in cui non basta raccogliere prove, produrre memorie, presentare istanze, ma dove occorre dimostrare, mettere in scena pubblicamente il proprio interno discorso. La comunicazione allora appare come l’ideazione pubblica di contenuti discorsivi individuali.
Le trasformazioni morali di Jean Piaget
Il modello sperimentale di morale Piaget lo costruisce osservando come i bambini praticano e concepiscono le regole dei loro giochi. Durante i primi anni di vita del bambino, la costrizione degli adulti si sovrappone al bisogno di affetto, concepito come la radice affettiva del bene morale. Nell’evoluzione psicogenetica vi sono due fasi:
- Nella prima si ha un’appropriazione verbale delle norme;
- Nella seconda vi è una ricostruzione discorsiva dei principi già contenuti nell’azione.
Il passaggio da una fase all’altra dipende dalla trasformazione di un sentimento particolare, il sentimento di rispetto. Piaget concepisce il rispetto come un sentimento misto di amore, ammirazione e timore, e vi introduce una dimensione evolutiva in grado di tener conto delle trasformazioni cognitive e affettive. È per questo che egli parla di passaggio dal rispetto unilaterale al rispetto reciproco, o dialogico. Nella fase del rispetto unilaterale, si potrebbe pensare che il discorso sia efficace solo perché chi lo tiene è investito d’autorità. Nella fase del rispetto reciproco, il discorso normativo risulta da una negoziazione tra soggetti che tendono a divenire formalmente eguali. In Calogero c’è una circolarità che riconduce tanto alla norma logica interpretata eticamente, quanto la morale che rende possibile la logica. Nell’esame del pensiero etico-discorsivo di Calogero, nonostante vi siano le premesse, non c’è una teoria della lingua come sistema; il rifiuto della teoria del contratto tanto in linguistica che nel diritto e nella politica; la critica della teoria linguistica e del principio gnoseologico del verum factum convertuntur vichiani. Sono tutti aspetti che rispondono all’esigenza di garantire la libertà del soggetto dal peso che possono esercitare quelle istituzioni cui l’attività stessa del soggetto dà vita. Calogero preferisce l’atto di volontà che genera l’intenzione comunicativa. La lingua, ma anche la morale, il diritto e la politica, per Calogero sono solo momenti empirici di quell’unico principio che è l’atto di volontà del soggetto. Dalla prospettiva di Calogero deriva una morale rigorosa. Nella contrapposta prospettiva di Piaget, invece la morale ma anche la lingua il diritto e la politica sono strutture logico-normative dotate di vita propria.
Cap.2 - Irrequietezza espressiva e scelte vitali
Della Volpe: il nesso dialogico degli eterogenei
Il significato più profondo di pragmatismo cui Vailati approda è il suo antimonismo, cioè il rifiuto della tendenza a generalizzare. La visuale di Piaget invece, il suo antimonismo, pone al suo centro le trasformazioni che generano novità, lui stesso però pone un limite al suo antimonismo, quando afferma che il suo interesse è rivolto alle trasformazioni che generano novità pur mantenendo certe costanti. La tensione tra stabilità e costanti nelle trasformazioni è dunque il punto messo in gioco dal tema della ragione antimonista. Galvano della Volpe, autore di “Una critica del gusto” (1963) che affascinò e tormentò intere generazioni di studenti, fu l’opera che lo rese famoso. La questione che Della Volpe pone in “Fondamenti di una filosofia dell’espressione”, è la constatazione che la ragione è venuta sempre più ad annullare il sentimento. Nell’opera “Critica dei principi logici”, Della Volpe parla della sua filosofia come di una “critica trascendentale del fatto espressivo” che, ponendo al centro “l’esame trascendentale della struttura assoluta della parola si tramuta in una filosofia dell’esistenza”. In queste due opere uno dei temi più sviluppati da Della Volpe è quello della “irrequietezza della parola”, una formula contro la quiete che lo spirito assoluto raggiungerebbe al culmine del suo sviluppo dialettico. Per Della Volpe la parola è irrequieta quando vive nel dialogo dell’idea col suo contrario, il sentimento. Per sentimento intende ciò che non è mai predicato. Per idea ciò che è sempre predicato. La pura immagine che resta di un suono o di un colore, quello è sentimento. La pura determinazione categoriale, quella è l’idea. Della Volpe ammette che tra idea e sentimento c’è un’asimmetria di base nel senso che la parola è il regime della determinazione categoriale e non quello dell’immagine sentimentale. La parola è dunque dialogica nella sua stessa interna struttura. Questa natura dialogica della parola si articola con il dialogo come scambio comunicativo tra parlanti. Per della Volpe, pensare e comunicare sono atti distinti ma coordinati di una stessa razionalità positiva. Viene spontaneo qui l’accostamento tra questa concezione dialogica della razionalità e la teorizzazione di un Piaget intorno allo scambio discorsivo equilibrato. Per Piaget, il pensare e il comunicare formano una struttura operatoria, descrivibile in termini di raggruppamento matematico. Il tema dell’accordo è presente anche in Della Volpe, infatti per lui il nesso o circolo di eterogenei che genera la parola e lo scambio comunicativo è un nesso o circolo “a cui nessuna specie di storia è estranea (nessuna specie di discorso si sottrae) e fa esempio alla storia della filosofia intesa come dibattito nel tempo tra punti di vista differenti. Conclude Della Volpe, non c’è e non ci può essere un accordo sui principi. Il solo accordo possibile non è nel pensare i principi ma nell’agire. L’accordo ci può essere solo nel fatto che tutti pensiamo, cioè agiamo, nel senso che cerchiamo soluzioni coerenti per i problemi da risolvere.
Scarpelli e Piaget: la natura linguistica della morale
(1924-1993) Uberto Scarpelli riprende la filosofia analitica del linguaggio e a differenza di Vailati, la comprende dentro una cornice di riflessione etica: i concetti centrali sono la coerenza del discorso e la libertà della scelta etica. La coerenza per Della Volpe è una condizione dell’esprimersi e dell’agire, in Scarpelli serve per demarcare il buono dal cattivo ragionamento. Quanto alla libertà della scelta etica, per Scarpelli è il fondamento del discorso normativo. Scarpelli pone i seguenti punti:
- La norma è un precetto attraverso cui un uomo è guidato e diretto in una qualsiasi azione;
- La morale consiste di norme;
- Le norme sono asserzioni di passioni;
- La morale consiste di norme ancorate nelle passioni;
- La norma morale fondamentale è quella della conservazione della vita.
I tratti salienti sono: l’affermazione della natura linguistica della morale. Infatti la norma si esprime sempre attraverso un discorso. In secondo luogo l’integrazione delle passioni nell’etica razionale-discorsiva. In terzo luogo la centralità assegnata alla passione egoistica dell’autoconservazione della vita. Il dover essere è una risposta adattiva. Rispetto all’impostazione analitica di Scarpelli, Piaget si pone il problema del rapporto tra discorso e comportamento morale mettendo in luce le trasformazioni evolutive cui il discorso morale è soggetto, e che dipendono dalle trasformazioni evolutive del rispetto.
Ernst Mayr: i prodromi evolutivi del rispetto
(biologo 1904-2005) Riguardo il processo di ominazione, Mayr mostra il semplicismo del racconto secondo il quale, a determinare tale processo, sarebbe stata l’acquisizione della stazione eretta da parte di alcune orde di ominidi, che avre...
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