Dissonanze contemporanee
Arte e vita in un tempo inconciliato
Francesca Iannelli
Il bello
Durante il XX secolo (soprattutto negli ultimi 30 anni) l’onnipresenza del bello è venuta meno fino quasi a scomparire. La bellezza non è più indispensabile e insostituibile nella produzione artistica. Citiamo la performance dell’artista Marina Abramovic “Art must be beautiful. Artist must be beautiful” a Copenhagen, in cui si pettina con una spazzola di ferro fino a ferirsi il volto e staccarsi i capelli, facendo sparire la sua delicata fisionomia. Questo rappresenta la scomparsa del bello dall’arte contemporanea. Oggi il bello è ciò che ci piace, che ci affascina e ci interessa nel nostro quotidiano. Teniamo presente le creazioni di ghiaccio di Goldsworthy e le opere in cera d’api di Laib. La bellezza di queste opere è fragile e passeggera. Oggi alla bellezza viene permesso di apparire solo nel transitorio e nel precario.
Medioevo
Nel Medioevo, il concetto di bello era presente in ogni teoria filosofica sull’essere, da Platone ad Aristotele, da Sant’Agostino a San Tommaso. La bellezza era riferita alla natura. La bellezza del creato è una prova della bontà e provvidenza divina. Socrate fu il primo a vedere la bellezza nella funzionalità e nell’utilità. Platone riconduce il concetto di bello all’armonia, alla simmetria della forma ma anche al concetto di luminosità e di bene. Concepisce il brutto come mancanza e privazione, mentre il bello come pienezza e completezza.
Dopo molti secoli, si arriverà alla passione per il paesaggio solo quando la natura non viene più percepita come terra da sfruttare ma contemplata senza timori o interessi. Essa si rivela allo sguardo dello spettatore come paesaggio. Il bello nasce dunque dallo sguardo dell’uomo, come affermato da Kant.
Settecento
Nel Settecento, il bello diventa una categoria estetica, anche se la sua autonomia coincide con la sua fine. Questo perché, accanto al bello (bello artistico), si presentano una serie di categorie estetiche fino ad allora subordinate al bello. Schlegel ha una visione estremamente tradizionale del bello: il bello, come forma sensibile del buono, mentre il brutto è la manifestazione sgraziata del male. In questa concezione, etica ed estetica si fondono, come nell’antica Grecia, in cui il bello era sia sensibile che spirituale.
Nella filosofia post-hegeliana emerge, oltre al bello, un forte interesse per altre esperienze estetiche (sublime, brutto, comico), pur restando sempre sfumature e gradazioni della categoria estetica per eccellenza, il bello. Il brutto rimane umile servo della bellezza.
XIX secolo
Charles Baudelaire rifiuta la concezione di un bello assoluto ed unico. La bellezza muta col tempo e con le mode ma c’è sempre qualcosa che permane. Benedetto Croce invece ammette un bello assoluto, poiché la bellezza o vi è o non vi è, ma al contrario non ammette un brutto assoluto.
XX secolo
A Vienna, nell'Aula Magna di Filosofia, Medicina e Giurisprudenza, i pannelli che Klimt aveva realizzato furono tolti in quanto espressione di un’arte brutta. Le opere furono giudicate addirittura amorali e ritenute inadatte a un'Aula Magna, forse anche per la presenza di nudi. Questa vicenda mostra un sentire borghese antiprogressista e nostalgico, che vede nel bello classico un fattore aggregante. Nei primi anni del ‘900 si cercò di riesumare il cadavere della bellezza classica, giudicando le nuove espressioni dell’arte d’avanguardia solo come “degenerazioni”.
Germania (fine anni '30)
In Germania, l’arte aspirava a divenire arte di massa. La popolazione veniva sottoposta continuamente a immagini stereotipate di vita rurale, che esaltavano gli antichi valori quali la forza e l’eroismo, ma anche con immagini dell’ideale tedesco della bellezza femminile nordica.
Oggi
Oggi parlare di bellezza significa accettare in essa la disarmonia come elemento non semplicemente accessorio ma indispensabile. Mona Hatoum è un’artista di origine palestinese e lavora sull’ambivalenza tra il bell’apparire e il contenuto esplosivo, con opere come bombe a mano coloratissime e festose o un letto a forma di grattugia. Il concetto di bellezza è perturbarte e sottilmente ironico.
Orlan è famosa per i suoi innumerevoli interventi che non sono volti al raggiungimento di una bellezza perfetta quanto più alla conquista di un volto vero, che corrisponde più propriamente all’interiorità dell’artista. Convinta che spesso la nostra pelle sia un velo, un travestimento che non coincide al nostro vero essere, la chirurgia estetica colma il vuoto tra immagine interna ed esterna, tra apparenza e realtà. Secondo Orlan, la bellezza oggi, soprattutto quella femminile, è standardizzata. Orlan vuole dunque mandare in frantumi l’idea di bellezza classica. Proprio a questo concetto si riallaccia l’opera di Riccarda Pagnozzato “La Sposa”, vista di spalle indossa un elegante abito, molto ricco di dettagli, ma di fronte non si trova il volto ma solo una silhouette vuota.
Il brutto
Le prime riflessioni sulla disarmonia vengono fatte in Grecia ma assumono per lo più termini di condanna. Agostino di Ippona analizza un nuovo problema: in un mondo creato da Dio, che non può volere niente di cattivo, né tantomeno di brutto, come può esistere il male e il brutto? Tommaso d’Aquino troverà la risposta nel peccato originale, il brutto e il male sono quindi un tetro ricordo del peccato originario.
Anche Dante, nel descrivere la “Città Dolente”, fonde il peccato e la malvagità.
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