Pierre Hadot - esercizi spirituali e filosofia antica
Inizia con una lezione inaugurale pronunciata in latino da Pietro Romano nel 1551, nella quale inizialmente parla di uno stretto legame fra greco e latino, filologia e filosofia, ellenismo e cristianesimo. Sostiene che questa formula rispecchi l'insegnamento di Courcelle, autore di Les Letteres grecques en Occident de Macrobe à Cassiodore, in cui spiega come le lettere greche avevano consentito la fioritura della letteratura latina. Dopo che Courcelle ebbe confrontato molti testi si rese conto come un certo testo di Ambrogio fosse tradotto letteralmente da Plotino e come un testo di Boezio fosse anche questo tradotto letteralmente dal greco neoplatonico Aristotele.
Quest'opera di Courcelles fece scandalo specialmente a causa della sua interpretazione riguardo all'esposizione della conversione di Agostino, perché l'autore aveva osato scrivere che il fico poteva avere un valore puramente simbolico, ma in questo genere letterario è estremamente difficile distinguere ciò che è un evento storico, da una rappresentazione simbolica:
“Quest'ultimo raccontare, mentre piangeva sotto un fico, egli stesso si tempestava di domande incalzanti e di amari rimproveri per la sua decisione, sentì la voce di un bambino che ripeteva ‘Prendi e leggi’. Allora aprì a caso, come per trarre una sorte, il libro delle Epistole di San Paolo, e lesse la frase che lo convertì”
Pensiero ellenistico e romano
Nel libro di Hadot si parla di pensiero ellenistico e romano, per riservare il diritto di seguire tale philosophia nelle sue manifestazioni più varie, e soprattutto per eliminare i preconcetti che la parola filosofia può evocare nella mente dell’uomo moderno. Ellenistico e romano sono due attributi che a loro volta schiudono un periodo immenso.
La nostra storia comincia con un avvenimento altamente simbolico che rappresenta la fantastica spedizione di Alessandro, ovvero l'inizio del mondo ellenistico. Si stabilisce il distacco storico, fra il pensiero ellenistico e la tradizione greca che lo ha preceduto. Ma, dal punto di vista della storia del pensiero, questo lungo periodo deve essere trattato come un tutto.
In primo luogo bisogna riconoscere che è scomparsa quasi tutta la letteratura ellenistica, principalmente la produzione filosofica. Evidentemente occorre iniziare coi testi greci. Ma, in quest’indagine, gli scrittori latini sono altrettanto indispensabili. La letteratura latina è costituita nella massima parte o di traduzioni, o di parafrasi, o limitazioni di testi greci. Grazie agli scrittori latini, è stata salvata una parte notevole del pensiero ellenistico.
Da un lato si tratta di spiegare il pensiero latino con il suo sfondo greco, dall’altro di ritrovare, attraverso gli scrittori latini, il pensiero greco perduto; è dunque assolutamente impossibile separare, nella ricerca, il greco e il latino. Il grande avvenimento culturale dell’Occidente fu: la comparsa di una figura filosofica latina, tradotta dal greco. Dunque la nostra storia del pensiero ellenistico romano consisterà anzitutto nel riconoscere e analizzare l’evoluzione dei sensi e dei significati.
Il pensiero ellenistico ha avuto lo strano potere di assorbire i dati mitici e concettuali più diversi. Tutte le culture del mondo mediterraneo hanno quasi finito per esprimersi con le categorie del pensiero ellenico, ma hanno deformato il contenuto dei miti. In questa specie di trappola sono accaduti successivamente i romani, pur conservando la loro lingua, poi gli ebrei, e poi i cristiani.
Questo processo di unificazione ha anche rassicurato continuità all’interno delle tradizioni letterarie, filosofiche o religiose. Accanto a quattro scuole, ovvero di Platone, di Aristotele, di Teofrasto, di Epicuro, di Zenone e di Crisippo esistono anche due movimenti che sono soprattutto tradizioni spirituali: lo scetticismo e il cinismo.
Ogni scuola elaborerà la sua rappresentazione razionale di questo stato di perfezione che dovrebbe essere quello del sapiente e del saggio, e si impegnerà a tracciare il ritratto. Il fatto è che, per gli storici, il pensiero e la volontà del loro saggio coincidono totalmente con il pensiero, la volontà e il divenire della Ragione che è immanente al divenire del Cosmo.
Ora si capisce meglio come il filosofo sia strano ed estraneo nel mondo umano. Egli sa che lo stato normale degli uomini, dovrebbe essere la saggezza; ma il filosofo sa anche che tale saggezza è uno stato ideale quasi inaccessibile. Ci sarà così un perenne conflitto fra il tentativo compiuto dal filosofo per vedere le cose quali siano dal punto di vista della natura universale, e la visione convenzionale delle cose su cui poggia la società umana. Questo conflitto non si potrà mai risolvere interamente.
I cinici sceglieranno persino la rottura totale, mentre gli scettici tutelano la loro pace interna. Gli epicurei proveranno a ricreare tra loro una vita quotidiana conforme all’ideale della saggezza. Ogni scuola rappresenterà dunque una forma di vita, specificata da un ideale di saggezza. Così un atteggiamento interiore fondamentale: per esempio l’attenzione per gli storici, la distinzione per gli epicurei.
Ma, soprattutto, in tutte le scuole saranno praticati esercizi destinati ad assicurare il progresso spirituale verso lo stato ideale della saggezza, questi esercizi consistono soprattutto nel controllo di sé e nella meditazione. Implica sempre uno sforzo di volontà, dunque una fede nella libertà morale, e la possibilità di migliorare, una coscienza morale acuta.
Soprattutto, l’esercizio della ragione e meditazione; la meditazione filosofica greco-romana non è legata a un atteggiamento corporeo, ma è un esercizio puramente razionale o immaginativo intuitivo. In primissimo luogo è memorizzazione e assimilazione dei dogmi fondamentali delle regole di vita della scuola grazie a quest’esercizio la visione del mondo di colui che si sforza di progredire spiritualmente sarà interamente trasformata.
In tutte le scuole, per ragioni diverse, la filosofia sarà anzitutto una meditazione sulla morte e un’attenzione concentrata sul momento presente per vivere in piena coscienza, questi sono i pensieri di Marco Aurelio. È nella prospettiva di tali esercizi di meditazione, che occorre comprendere i rapporti fra teoria e pratica nella filosofia di quest’epoca.
In ogni scuola, non si devono discutere i dogmi e i principi metodologici. Filosofare equivale a scegliere una scuola, convertirsi al suo modo di vivere e accettare i suoi dogmi. Lo studio del movimento del pensiero deve essere uno dei compiti principali della riflessione sul fenomeno della filosofia. Tuttavia in generale le opere filosofiche dell’antichità greco-romana rischiano quasi sempre di deviare i lettori contemporanei. Hadot sostiene che non si può leggere un autore antico come si leggerebbe un autore contemporaneo poiché le opere antiche prodotte sono diverse dalle opere moderne.
La vera formazione è sempre orale, poiché solo la parola orale permette il dialogo. Le produzioni letterarie dei filosofi saranno dunque una preparazione. Alcune di queste produzioni si riferiscono direttamente all’attività didattica. Uno degli esercizi in uso nelle scuole consisteva nel discutere quelle che erano chiamate “tesi”.
Discutere una tesi non consiste nel discutere della cosa stessa, ma del senso che occorre dare alle formule di Platone o di Aristotele che si riferiscono a questo problema. Quando si affronta un’opera filosofica dell’antichità si deve sempre pensare all’idea del progresso spirituale. Di questo conferimento di un senso nuovo abbiamo un esempio significativo nelle ultime righe delle Méditations cartésiennes di Husserl. Una frase di Sant’Agostino gli fornisce una comoda formula per esprimere e riassumere la propria concezione della presa di coscienza. E anche noi, con lo stesso procedimento, possiamo applicare alla filosofia antica ciò che Husserl dice della propria filosofia. Questo senso nuovo appare ancora più chiaramente nei neoplatonici.
Questo esempio tratto da Husserl ci permette di capire meglio la maniera concreta in cui potessero essere dati significati. Ci fa toccare con mano l’importanza di quello che si chiama il topos nel pensiero occidentale. Dunque questi modelli spiegano ancora molti aspetti del nostro pensiero contemporaneo. La nostra storia del pensiero ellenistico romano dunque dovrà essere un’analisi del movimento del pensiero nelle opere filosofiche e essere una topica storica che studierà l’evoluzione del senso dei topoi.
Per esempio Platone aveva definito la filosofia come nel registro della morte intesa come separazione dell’anima dal corpo. Per Epicuro questo esercizio della morte assume un senso nuovo; niente alla conoscenza della finitezza dell’esistenza che conferisce un valore infinito a ogni istante. Nella prospettiva dello stoicismo, l’esercizio della morte riveste un interesse differente; invita alla conversazione immediata e rende possibile la libertà interna.
Tu non hai bisogno che di te stessa, per collocarti immediatamente nella pace interiore, rinunciando ad angustiarti per il passato e per il futuro. Tu puoi essere felice fin d’ora, o altrimenti non lo farai mai. Egli ha fatto quella che nell’antichità si chiamava un’ἐπίδειξις, una declamazione.
Esercizi spirituali
«Almeno un momento che può essere breve, purché sentenza. Ogni giorno un esercizio spirituale. Eternarsi superandosi. Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni.»
A parte le ultime righe, questo testo non sembra forse un’imitazione di Marco Aurelio? È di G. Friedmann.
Esercizi spirituali. L’espressione svia un poco il lettore contemporaneo. In primo luogo non è più elegantissimo l’uso della parola spirituale. Ma dobbiamo rassegnarci a imparare questo termine. Si potrebbe evidentemente parlare di esercizi di pensiero ma la parola pensiero non indica in maniera abbastanza chiara il fatto che l’immagine e la sensibilità intervengano in questi esercizi in modo molto importante. Tali esercizi corrispondono a una trasformazione della visione del mondo e a una metamorfosi della personalità. La parola spirituale permette di fare capire come tali esercizi siano opera non solo del pensiero, ma di tutto lo psichismo dell’individuo.
Imparare a vivere
È nelle scuole di filosofia ellenistica e romana che è più facile osservare il fenomeno. È una conversione che sconvolge la vita intera, che cambia l’essere di quello che lo compie. Lo fa passare dallo stato di una vita inautentica, oscurata dall’incoscienza, allo stato di una vita autentica, dove l’uomo raggiunge la coscienza di sé. Per tutte le scuole filosofiche, la principale causa di sofferenza è costituita dalle passioni. La filosofia appare dunque in primo luogo come una terapia delle passioni. Esercizi spirituali avranno precisamente lo scopo di realizzare tale trasformazione.
Hadot parte dagli stoici. La filosofia educherà dunque l’uomo affinché non cerchi di conseguire il bene che può ottenere, e affinché non cerchi di evitare il male che può evitare. Si passa da una visione umana della realtà a una visione naturale delle cose che colloca ogni evento nella prospettiva della natura universale. Questo cambiamento di visione è difficile. È precisamente lì che devono intervenire gli esercizi spirituali.
Grazie a Filone di Alessandria, possediamo due elenchi di esercizi. Una di queste liste elenca: la ricerca, l’esame approfondito, la lettura. L’altra nomina successivamente: le letture, le meditazioni, le terapie delle passioni. La tensione all’atteggiamento spirituale fondamentale dello storico. Grazie ad essa il filosofo sa e vuole pienamente ciò che fa in ogni istante. Grazie a questa vigilanza dello spirito, la regola di vita fondamentale, ossia la distinzione fra ciò che dipende da noi e quello che non dipende da noi, è sempre sottomano.
Questa attenzione libera dalla passione che è sempre provocata dal passato e dal futuro, facilita la vigilanza concentrandola sul minuscolo momento presente, infine apre la nostra coscienza alla coscienza cosmica rendendoci attenti al valore infinito di ogni istante. Questo esercizio di meditazione permetterà di essere pronti nel momento in cui sorgerà una circostanza inattesa. L’esercizio della meditazione si sforza di padroneggiare il discorso interno.
Con il dialogo con se stesso o con gli altri, colui che vuole progredire si sforza di condurre con ordine i suoi pensieri e di approdare così a una trasformazione totale della sua rappresentazione del mondo ma anche del suo comportamento estraneo. Questo esercizio chiede di essere alimentato. È qui che incontriamo gli esercizi più propriamente intellettuali elencati da Filone: la letteratura, l’ascolto, la ricerca.
Vengono infine gli esercizi pratici destinati a creare abitudini. Alcuni sono ancora molto interiori, vicinissimi all’esercizio di pensiero; altri presuppongono comportamenti pratici. Per gli storici filosofare è dunque esercitarsi a vivere, ossia vivere coscientemente e liberamente. Si può ben capire che è una filosofia come lo stoicismo, che esige vigilanza, energia, attenzione dell’anima, consiste essenzialmente di esercizi spirituali. Ma forse sorprenderà constatare che l’epicureismo, filosofia del piacere, fa posto non meno dello storicismo a pratiche precise che non sono altro che esercizi spirituali.
Per Epicuro, come per gli storici, la filosofia è una terapia e la guarigione consisterà nel liberare l’anima dalle preoccupazioni della vita, per condurla alla semplice gioia di esistere. Anche gli epicurei meditano giorno e notte. Ma la meditazione, semplice o dotta, non è l’unico esercizio spirituale epicureo. Per guarire l’anima bisogna esercitarla a distendersi. Si tratta di un esercizio spirituale ben determinato: la scelta deliberata, sempre rinnovata, della distensione della serenità.
Imparare a dialogare
Probabilmente la pratica degli esercizi spirituali si radica in tradizioni che risalgono ai tempi immemorabili. Ma è la figura di Socrate a farla emergere nella coscienza occidentale. Nel dialogo socratico la vera questione che è in gioco è colui che parla. Socrate assilla i suoi interlocutori con domande che li mettono in questione, che li obbligano a fare attenzione a se stessi. Il dialogo socratico appare come un esercizio spirituale che invita all’esercizio spirituale interiore, ossia all’esame di coscienza, insomma il famoso conosci te stesso che significa: o conoscersi come non sapiente oppure conoscersi nel proprio stato morale autentico.
Questa pratica del dialogo con se stesso che è la meditazione sembra fosse in onore tra i discepoli di Socrate. Solo colui che è capace di un vero incontro con altri, è capace di un incontro autentico con se stesso. Da questo punto di vista, ogni esercizio spirituale è dialogico. È impossibile determinare la frontiera tra il dialogo socratico e il dialogo platonico. Ma il dialogo platonico resta sempre socratico nella sua ispirazione.
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