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autentica, dove l’uomo raggiunge la coscienza di sé. Per tutte le scuole filosofiche, la principale

causa di sofferenza è costituita dalle passioni. La filosofia appare dunque in primo luogo come una

terapia delle passioni. Esercizi spirituali avranno precisamente lo scopo di realizzare tale

trasformazione.

Hadot parte dagli stoici. La filosofia educherà dunque l’uomo affinché non cerchi di conseguire il

bene che può ottenere, e affinché non cerchi di evitare il male che può evitare. Si passa da una

visione umana della realtà una visione naturale delle cose che colloca ogni evento nella

prospettiva della natura universale. Questo cambiamento di visione è difficile. È precisamente lì

che devono intervenire gli esercizi spirituali. Grazie a Filone di Alessandria, possediamo due

elenchi di esercizi. Una di queste liste elenca: la ricerca, l’esame approfondito, la lettura. L’altra

nomina successivamente: le letture, le meditazioni, le terapie delle passioni.

La tensione all’atteggiamento spirituale fondamentale dello storico. Grazie ad essa il filosofo sa e

vuole pienamente ciò che fa in ogni istante. Grazie a questa vigilanza dello spirito, la regola di vita

fondamentale, ossia la distinzione fra ciò che dipende da noi e quello che non dipende da noi, è

sempre sottomano. Questa attenzione libera della passione che è sempre provocata dal passato e

dal futuro, facilita la vigilanza concentrandola sulla minuscolo momento presente, infine apre la

nostra coscienza alla coscienza cosmica rendendoci attenti al valore infinito di ogni istante. questo

esercizio di meditazione permetterà di essere pronti nel momento in cui sorgerà una circostanza

inattesa. L’esercizio della meditazione si sforza di padroneggiare il discorso interno. Con il dialogo

con se stesso o con gli altri, colui che vuole progredire si sforza di condurre con ordine i suoi

pensieri e di approdare così a una trasformazione totale della sua rappresentazione del mondo ma

anche del suo comportamento estraneo. Questo esercizio chiede di essere alimentato. È qui che

incontriamo gli esercizi più propriamente intellettuali elencati da Filone: la letteratura, l’ascolto, la

ricerca.

Vengono infine gli esercizi pratici destinati a creare abitudini. Alcuni sono ancora molto interiori,

vicinissimi all’esercizio di pensiero; altri presuppongono comportamenti pratici. Per gli storici

filosofare è dunque esercitarsi a vivere, ossia vivere coscientemente e liberamente. Si può ben

capire che è una filosofia come lo stoicismo, che esige vigilanza, energia, attenzione dell’anima,

consiste essenzialmente di esercizi spirituali. ma forse sorprenderà constatare che l’epicureismo,

filosofia del piacere, fa posto non meno dello storicismo a pratiche precise che non sono altro che

esercizi spirituali. Per Epicuro, come per gli storici, la filosofia è una terapia e la guarigione

consisterà nel liberare l’anima dalle preoccupazioni della vita, per condurla alla semplice gioia di

esistere. anche gli epicurei meditano giorno e notte. Ma la meditazione, semplice o dotta, non è

l’unico esercizio spirituale epicureo. Per guarire l’anima bisogna esercitarla a distendersi. Si tratta

di un esercizio spirituale ben determinato: la scelta deliberata, sempre rinnovata, della distensione

della serenità.

2.IMPARARE A DIALOGARE

Probabilmente la pratica degli esercizi spirituali si radica in tradizioni che risalgono ai tempi

immemorabili. Ma è la figura di Socrate a farla emergere nella coscienza accidentale. Nel dialogo

socratico la vera questione che è in gioco è colui che parla. Socrate assilla i suoi interlocutori con

domande che li mettono in questione, che li obbligano a fare attenzione a se stessi. Il dialogo

socratico appare come un esercizio spirituale che invita all’esercizio spirituale interiore, ossia alle

esame di coscienza, insomma il famoso conosci te stesso che significa: o conoscersi come non

sapiente oppure conoscersi nel proprio stato morale autentico. Questa pratica del dialogo con se

stesso che è la meditazione sembra fosse in onore tra i discepoli di Socrate. Solo colui che è

capace di un vero incontro con altri, è capace di un incontro autentico con se stesso. Da questo

punto di vista, ogni esercizio spirituale e dialogico. È impossibile determinare la frontiera tra il

dialogo socratico è il dialogo platonico. Ma il dialogo platonico resta sempre socratico nella sua

ispirazione. I dialoghi platonici sono esercizi-modelli. La dimensione dell’interlocutore è essenziale.

È ciò che accade in ogni esercizio spirituale, dobbiamo osservare: occorre fare cambiare a se

stessi il punto di vista, l’atteggiamento, dunque dialogare con se stessi. È necessaria anche la

dialettica che deve scegliere abilmente una via indiretta. Ciò che conta non è la soluzione di un

problema particolare, è il cammino percorso per raggiungerla, cammino dove l’interlocutore, il

discepolo, il lettore, formano il loro pensiero, lo rendono più atto a scoprire da solo la verità. Il tema

del dialogo e dunque conta meno del metodo che viene applicato, la soluzione del problema vale

meno del cammino percorso in comune per risolverlo. Il dialogo platonico corrisponde esattamente

a un esercizio spirituale, per due motivi: in primo luogo porta l’interlocutore alla conversione, in

secondo luogo agli occhi di Platone ogni esercizio dialettico, perché è sottomesso alle esigenze

del logos, allontana l’anima del sensibile e le permette di convertirsi alla ricerca del bene.

3.IMPARARE A MORIRE

C’è un misterioso legame fra il linguaggio e la morte. La morte di Socrate è l’avvenimento radicale

che fonda il platonismo. Socrate si è esposto alla morte per amore della virtù. Questa scelta e

precisamente la scelta filosofica fondamentale, si può dunque dire che la filosofia è esercizio e

tirocinio della morte. La morte di cui si tratta è una separazione spirituale dell’anima e del corpo.

Questa separazione non ha assolutamente più nulla che fare con una stato di catalessia. Tutti gli

sviluppi del Fedone né mostrano come acquistare l’indipendenza del pensiero. Esercitarsi a morire

significa esercitarsi a morire alla propria individualità, alle proprie passioni, per vedere le cose nella

prospettiva dell’universalità e della soggettività.

Per Platone, il fatto di essere strappato alla vita sensibile non può spaventare chi abbia già

assaggiato l’immortalità del pensiero. Per l’epicureo, il pensiero della morte è coscienza della

finitezza dell’esistenza. Lo storico ritroverà, in questo tirocinio della morte, il tirocinio della libertà.

Come dice Montaigne, copiando Seneca, in uno dei suoi saggi più celebri “Chi hai imparato a

morire, a disimparato a servire.” Questo tema filosofico si ricollega a quello del valore infinito del

momento presente che occorre vivere come se fosse insieme il prima e poi l’ultimo. Dunque

l’esercizio della morte è legato alla contemplazione della totalità, all’elevazione del pensiero, che

passa dalla soggettività individuale e passionale all’oggettività della prospettiva universale, ossia

l’esercizio del pensiero puro. Questa caratteristica del filosofo riceve qui per la prima volta un

nome che conserverà in tutta la tradizione antica: la grandezza d’animo.

Con Plotino torniamo al platonismo. La tradizione platonica è stata fedele agli esercizi spirituali di

Platone. Le tappe del progresso spirituale corrispondono a gradi di virtù e la cui gerarchia è

descritta in più testi neoplatonici. L’editore degli scritti di Plotino, Porfirio riassume abbastanza

bene la tradizione neoplatonica dicendo che ci si deve dedicare due esercizi: da un lato si deve

allontanare il pensiero da tutto ciò che è mortale e carnale, dall’altro lato ci si deve volgere verso

l’attività dell’Intelletto. Vediamo qui come la dimostrazione dell’immortalità dell’anima si muti in

esperienza. Solo colui che si libera e purifica dalle passioni può comprendere come l’anima sia

immateriale e immortale. Qui la conoscenza è esercizio spirituale. Solo chi compie la propria

purificazione morale può comprendere.

4.IMPARARE A LEGGERE

Gli esercizi spirituali mostrano delle differenze. Tuttavia, sotto questa apparente diversità, c’è

un’unità profonda, nei mezzi impiegati (=le tecniche dialettiche e retoriche di persuasione), e nel

fine creato (=il miglioramento, la realizzazione di sé). Gli esercizi spirituali sono destinati a questa

educazione di sé, che ci insegnerà a vivere conforme alla natura dell’uomo, che non è altro che la

ragione. Alla base di questo c’è un parallelismo tra esercizio fisico ed esercizio spirituale: come

l’atleta dà al suo corpo una forma e una forza, entrambe nuove, così, con gli esercizi spirituali, il

filosofo sviluppa la sua forza d’animo.

Scolpire la propria statua: è un’espressione plotiniana che simboleggia bene la finalità degli

esercizi spirituali, ovvero la realizzazione di sé. Per gli antichi la scultura è un’arte che leva e toglie,

opposta alla pittura che aggiunge. Per molte scuole filosofiche l’uomo è infelice perché è schiavo

delle passioni. La felicità consiste dunque nell’indipendenza, nella libertà, nell’autonomia.

Ogni esercizio spirituale è un ritorno dell’Io a se stesso, che lo libera dall’alienazione dove lo

avevano trascinato le passioni, le preoccupazioni e i desideri. L’Io così liberato è la nostra persona

morale, aperta all’universalità e all’oggettività. Grazie a questi esercizi si dovrebbe accedere alla

sapienza. Ma il filosofo vive in uno stat intermedio: non è sapiente, ma non è neanche non

sapiente.

Hadot fa molti esempi che ci permettono di intravvedere il cambiamento di prospettiva che

considera le opere prese in considerazione in una prospettiva della pratica degli esercizi spirituali.

Così la filosofia appare come un metodo intenso a formare una nuova maniera di vivere e di

vedere il mondo, come uno sforzo di trasformare l’uomo. Nei primi secoli il cristianesimo ha

presentato se stesso come una filosofia, ma con la stria del Medioevo, theologia e philosophia si

sono chiaramente distinte.

Così torniamo al nostro punto d’inizio: con la frase di Friedmann. A coloro, come Friedmann, si

pongono la domanda “Come praticare esercizi spirituali nel secolo XX?”, Hadot ricorda l’esistenza

di una tradizione occidentale molto ricca e varia.

MARCO AURELIO: la fisica come esercizio spirituale, ovvero pessimismo e ottimismo

Chi sfoglia la raccolta di pensieri di Marco Aurelio è sorpreso dalle dichiarazioni pessimistiche. Egli

si sforza di far rivivere, con l’immaginazione, il brulicame umano di intere epoche del passato.

Sono molti gli storici che abbiano parlato con un certo compiacimento del pessimismo di Marco

Aurelio. Un momento importante della vita è l’esercizio della meditazione, infatti una parte

importante dei pensieri di Marco Aurelio corrisponde a questo esercizio. A questo si aggiungono

altri esercizi: l’esame di coscienza, l’esercizio della praemeditatio malorum. I suoi pensieri sono un

documento estremamente prezioso. I suoi pensieri sono esercizi spiritual praticati secondo metodi

religiosi. Un particolare esercizio consiste nel farsi una rappresentazione esatta, fisica, degli

oggetti o degli avvenimenti e consiste in tre parti: 1) definire l’oggetto; 2) applicare un metodo di

divisione; 3) considerare la relazione dell’oggetto o dell’avvenimento con la totalità dell’universo.

Questa rappresentazione per Marco Aurelio colpiscono in pieno le cose, le penetrano e così si

vedono le cose in se stesse. Un’altra forma di conoscenza esatta è la divisione sia in parti

quantitative che qualitative. I pensieri di Marco Aurelio ci presentano un esempio della prima

divisione, in cui egli lo applica concretamente, questo metodo consiste nell’isolare col pensiero un

momento di una continuità temporale, e poi concludere dalla parte al tutto. L’altro modo di divisione

consiste nel distinguere tra le componenti costitutive ed essenziali dell’oggetto o dell’avvenimento.

Per questo Marco Aurelio enumera spesso le domande che dobbiamo porci in presenza della cosa

che si presenta a noi. Sono quattro le domande: Qual’è l’elemento materiale della cosa? Qual’è il

suo elemento causale? Qual’è il suo rapporto con il cosmo? Qual’è la sua durata naturale?

Il metodo di Marco Aurelio cambia interamente il nostro modo di valutare gli oggetti e gli eventi

della vita umana.

Ci sono due tappe: 1) occorre attenersi alla rappresentazione dell’oggetto o dell’evento

considerato in se stesso; 2) occorre attribuire all’oggetto o all’evento il suo valore vero e autentico.

Compare un tema caro a Marco Aurelio: quello della famigliarità dell’uomo con la natura. E’ nella

prospettiva cosmica della natura universale che sono collocati gli oggetti e gli avvenimenti.

Lo sguardo dell’anima viene a coincidere con lo sguardo divino della natura universale. Questa

trasformazione dello sguardo dovuta alla pratica della conoscenza fisica delle cose non è diversa

dalla grandezza d’animo. Marco Aurelio lo dice esplicitamente “Nulla è capace di produrre la

grandezza d’animo meglio che la possibilità di esaminare con metodo e verità ognuno degli oggetti

che ci si presentano nel corso della vita.” Marco Aurelio osserva che il termine ύπέρψρωη implica

l’elevazione della parte pensante al di sopra delle emozioni. Questa definizione è molto simili a

quella che gli stoici davano tradizionalmente alla grandezza d’animo. Infatti per gli stoici indifferenti

erano le cose che non erano né buone né cattive. Per loro l’unico vizio era la virtù, l’unico male il

vizio.

Lo stretto legame fra la grandezza d’animo e la conoscenza della natura si trova in una forma

speciale in Seneca. Nella prefazione del Naturales quaestiones, espone l’utilità di questa ricerca

fisica, ovvero la grandezza d’animo. Lo stoicismo fornisce a Marco Aurelio una fisica dell’evento

particolare, dello hic et nunc, ed è innanzitutto questa fisica a fondare la virtù della grandezza

d’animo. Questo esercizio spirituale della definizione fisica ha precisamente l’effetto di rendere

l’uomo indifferente di fronte alle cose indifferenti. E’ il senso delle dichiarazioni ottimistiche con cui

è esaltata la bellezza di tutti i fenomeno naturali. Questo atteggiamento interiore per cui l’anima

non pone differenze, resta uguale di fronte alle cose, corrisponde alla grandezza d’animo.

UNA CHIAVE DELL’είζ έαυτόν DI MARCO AURELIO: i tre τόποι filosofici secondo Epitteto

Il valore letterario dell’είζ έαυτόν di Marco Aurelio è giustamente famoso. Lo studio che compie

Hadot vuole mostrare che si cela una legge rigorosa che spiega il contenuto dei Ricordi. Questa

legge è espressa in uno schema che non è stato inventato da Marco Aurelio, in realtà corrisponde

esattamente ai tre τόποι filosofici che Epitteto distingue nelle sue Diatribe. E’ questo schema che

ispira la composizione dei Ricordi: ogni sentenza si sviluppa nei tre τόποι.

1.LO SCHEMA TERNARIO DI MARCO AURELIO

Lo si riconosce facilmente in tre testi di Marco Aurelio in cui emerge una struttura ternaria identica.

La prima regola è accogliere con gioia, la seconda è l’agire con giustizia al servizio della comunità

umana, la terza è il fatto di criticare la rappresentazione. E’ facile constatare che queste tre regole

si riferiscono a tre rapporti fondamentali: 1)uomo-cosmo; 2)uomo-uomini; 3)uomo-se stesso. A

questi rapporti corrispondono infine tre funzioni dell’anima razionale: il desiderio, la tendenza

volontaria, la rappresentazione. Questa tripartizioni delle funzioni è una dottrina testimoniata in

Epitteto. In Marco Aurelio si trovano spesso sentenze che presentano questa struttura ternaria.

2.I TRE FILOSOFICI SECONDO EPITTETO

Marco Aurelio non è l’inventore di questo schema ternario, egli è il discepolo dello stoico Epitteto. I

tre tempi di Marco Aurelio sono riconoscibili nei loro oggetti e nelle funzioni dell’anima che

comportano e in Epitteto spesso si trovano questi tre temi. Diversamente da Marco Aurelio,

Epitteto stabilisce un ordine tra questi tre τόποι. Comincia con il tema che si riferisce ai desideri,

che è il più necessario perché purifica l’uomo dalle sue passioni; poi continua con il tema che si

riferisce alle tendenze, per terminare con quello della disciplina dell’assenso. Il terzo tema

corrisponde a quella parte della filosofia stoica che si chiamava la logica. Il rapporto fra il primo

tema e la fisica con la logica e l’etica è una delle tre parti della filosofia, che secondo gli stoici è più

difficile da cogliersi, eppure se si riflette è altrettanto evidente. Hadot conclude dicendo che i tre

τόποι di Epitteto corrispondono alle tre parti della filosofia stoica, considerata come esercizi

spirituali.

3.I TRE τόποι, CHIAVE DEI PENSIERI DI MARCO AURELIO

Ereditati da Epitteto, questi tre τόποι, non compaiono nel pensiero di Marco Aurelio solo in una

maniera episodica. Dal libro II al XII, ognuno dei pensieri è un esercizio di attuazione e di

assimilazione che verte o sui tre τόποι presi insieme, o su due di essi, o su uno solo. Epitteto

aveva definito questi tre τόποι come i tre temi fondamentali dell’άσχησιζ, dell’esercizio spirituale.

PRIMO TEMA: della disciplina del desiderio, si fonda su un dogma essenziale dello stoicismo: la

distinzione fra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. Non dipendono da noi tutte le

cose la cui realizzazione sfugge alla nostre libertà. Non c’è bene ne male che in ciò che dipende

da noi: il bene è la virtù, il male il vizio. Se le cose stanno così, on bisogna che desiderare il nostro

vero bene. Ritroviamo nei tre τόποι: un desiderio conforme alla volontà della natura, una tendenza

conforme alla nostra natura razionale, un giudizio conforme alla realtà delle cose. Quanto alle cose

che non dipendono da noi, desiderarle equivale a esporsi alla tortura del desiderio insoddisfatto. E’

perciò che il primo tema raccomanda di non avere né desiderio né avversione. La parola chiave di

questo tema è εύαρεστείν con i suoi derivati e sinonimi, ossia tutte le parole che designano un

compiacimento lieto e amoroso. Per realizzare la fisica, che è parte integrante della disciplina del

desiderio, Marco Aurelio vuole seguire un metodo rigoroso, che sarà applicabile a proposito di ogni

oggetto e ogni evento; il metodo consiste: definirlo in se stesso separandolo dalle rappresentazioni

convenzionali, poi nel dividerlo in parti quantitative, se l’oggetto o l’evento sono realtà continue o

omogenee, o in parti costitutive, ossia soprattutto elemento causale ed elemento materiale. Questa

fisica conduce a poco a poco alla famigliarità con la natura.

SECONDO TEMA: della disciplina della tendenze, si fonda su un altro dogma essenziale dello

stoicismo: quello che afferma l’esistenza di un istinto fondamentale. Si fonda sul concetto di natura

razionale. L’ambito proprio del secondo tema è il vasto campo delle azioni appropriate: azioni che

concernono le cose che non dipendono da noi.

TERZO TEMA: della disciplina dell’assenso, poggia sul dogma stoico espresso così bene da

Epitteto. Questo tema impone una disciplina del logos interiore, ossia del modo di pensare, ma

comporta anche una disciplina del logos esterno, ossia del modo di esprimersi. La menzogna,

anche se involontaria, è il risultato di una deformazione della facoltà di giudicare. Anche questo

terzo tema è facilmente riconoscibile nell’ είζ έαυτόν.

Le sentenze più numerose sono dedicate al primo tema, s’incontra il dogma fondamentale: non c’è

bene se non nel bene morale, non ‘è male che non nel male morale, dunque tutto ciò che non

rende l’uomo moralmente cattivo non è cattivo per l’uomo. Quindi non si deve desiderare ciò che

non dipende da noi. Ma bisogna amare tutto ciò che ci accade in virtù della volontà della natura. Il

terzo tema è quello meno sviluppato: il male non è nelle cose, ma nel giudizio che diamo alle cose.

Nel libro IV non abbiamo trovato nessuna sentenza che riunisse i temi 1 e 3, troviamo esempi in

altri libri. Per concludere, Hadot esamina le posizioni degli stoici che si sono interessati dei tre

τόποι di Epitteto. L’ultimo autore che abbia notato un rapporto fra lo schema ternario di Epitteto e

le sentenze ternarie di Marco Aurelio è stato A. Bonhöffer, ma non ha notato come questa

relazione permettesse di spiegare tutto l’είζ έαυτόν di Marco Aurelio, tutti i suoi pensieri. Bonhöffer

ha magistralmente sviluppato il contenuto dei tre τόποι, ha sottolineato il fatto che i paralleli con i

tre τόποι che si potrebbe pensare di scoprire in Cicerone e Seneca in realtà siano diversi dalla

divisione che propongono Epitteto e Marco Aurelio sulla sua scorta. Questo lavoro di Bonhöffer è

stato ignorato da Thriller e Neuenschwander; il primo si è lasciato ipnotizzare da certi schemi binari

che compaiono in Marco Aurelio e che raggruppano i temi 1 e 2. Egli ha visto il rapporto

fondamentale che esiste tra gli schemi ternari di Marco Aurelio e i tre τόποι di Epitteto.

I tre τόποι di Epitteto sono una delle chiavi dell’είζ έαυτόν, dei pensieri di Marco Aurelio. Questa

conclusione ha la sua importanza per quanto concerne nell’interpretazione generale che si può

dare all’opera dell’imperatore filosofo. Già si sapeva che i suoi pensieri erano esercizi spirituali, ma

ora risulta come tali esercizi siano stati praticati da Marco Aurelio secondo un metodo rigoroso, lo

stesso metodo che aveva formato Epitteto.

LA FILOSOFIA COME MANIERA DI VIVERE

“Tutti coloro che si esercitano nella saggezza, astenendosi volontariamente dal commettere

ingiustizia, evitano le relazioni con la gente intrigante e condannano i luoghi che frequentano

questi individui. Questi aspirano a una vita di pace e serenità.”

Questa è una frase tratta da un testo di Filone di Alessandria, De specialòbus legibus, ispirato allo

stoicismo, in questo testo appare uno degli aspetti fondamentali della filosofia dell’epoca ellenistica

e romana: è una maniera di vivere. La parola philo-sophia bastava per esprimere questa

concezione della filosofia agli antichi. Così la filosofia appariva come un esercizio del pensiero.,

era un metodo di progresso spirituale. La saggezza era un modo di vita che apportava la

tranquillità dell’anima o atarassia, la libertà interiore o autarchia. La filosofia si presentava come

una terapia destinata a guarire l’angoscia. Per spiegare meglio come la filosofia fosse un modo di

vivere, forse è necessario ricorrere alla distinzione che proponevano gli stoici fra il discorso sulla

filosofia e la filosofia stessa. Per gli stoici le parti della filosofia, ovvero la fisica, l’etica e la logica,

non erano parti della filosofia stessa, ma parti del discorso filosofico. Infatti quando si trattava di

insegnare la filosofia, si doveva proporre una teoria logica, fisica ed etica. La filosofia stessa non è

è più una teoria divisa in parti, ma un atto unico che consiste nel vivere la logica, la fisica e l’etica.

La vita filosofica consiste dunque solo nell’applicare ogni istante teoremi che si possiedono, per

risolvere i problemi della vita? Quando si riflette su ciò che implica la vita filosofica, si avverte come

ci sia un abisso fra la teoria filosofica e il filosofare come azione vivente. Nello stoicismo, come

nell’epicureismo, filosofare è un atto continuo, si può definire come un orientamento dell’attenzione

(nello stoicismo l’attenzione è orientata verso la purezza del’intenzione, nell’epicureismo

l’attenzione è orientata verso il piacere, che infine è il piacere di essere). Nell’epoca ellenistica e

romana la filosofia si presenta dunque come un modo di vivere. Gli storici della filosofia prestano

un’attenzione abbastanza scarsa al fatto che la filosofia antica sia anzitutto una maniera di vivere.

Considerando la filosofia soprattutto come un discorso filosofico, ma come si giunge a questo

pregiudizio? Hadot crede che sia legato all’evoluzione della stessa filosofia nel corso del medioevo

e dell’età moderna.

——————————-

Parentesi sul cristianesimo:

il cristianesimo ha un ruolo notevole in questo fenomeno; a partire dal II secolo d.C., il

cristianesimo si era presentato come una filosofia, ossia come un modo cristiano di vivere. E se il

cristianesimo poté presentarsi come una filosofia , è confermato he la filosofia fosse concepita

come maniera di vivere, nell’antichità. Per presentarsi come filosofia, il cristianesimo si è dovuto

incorporare elementi tratti dalla filosofia antica, ha dovuto fare coincidere il Logos del vangelo di

Giovanni con la Ragione cosmica stoica, poi con l’Intelletto aristotelico o platonico.

——————————-

Dalla fine del XVIII secolo, la filosofia fa il suo ingresso nell’università con Wolff, Kant, Fichte,

Schelling e Hegel, e d’ora in poi la filosofia, tranne alcune eccezioni con Schopenhauer e

Nietzsche, è legata indissolubilmente all’università, come mostrano gli esempi di Bergson,

Heidegger e Husserl. Nell’università moderna la filosofia cambia accezione: da maniera di vivere, il

suo luogo vitale è l’istituzione scolastica dello Stato. Nel XX secolo, la filosofia di Bergson e la

fenomenologia di Husserl si presentano meno come sistemi che come metodi per trasformare la

nostra percezione del mondo.

Ciò che differenzia la filosofia antica da quella moderna è che quella antica propone all’uomo

un’arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta come la costruzione di un

linguaggio tecnico riservato a specialisti.

La filosofia comporta normalmente un impegno comunitario, probabilmente è il più difficile da

realizzarsi, poiché si tratta di mantenersi sul piano della ragione, a non lasciarsi accecare dalle

passioni politiche, dalle ire, dai rancori, dai pregiudizi. E’ vero che c’è un equilibrio quasi

irrealizzabile fra la pace interiore che procura la saggezza da un lato e dall’altro le passioni che

non può mancare di suscitare la vista delle ingiustizie. Ma la saggezza consiste precisamente di

questo equilibrio, la pace interiore è indispensabile per agire con efficacia.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GinevraLindi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Fabbrichesi Rossella.

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