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autosufficiente e in grado di gestire autonomamente il perseguimento dei propri obiettivi e la

ricerca di una collocazione e di un ruolo. Da ciò emerge che l’individuo era dapprima in cerca

della propria identità e teso costantemente alla realizzazione personale e successivamente è

angosciato dalla sensazione di incertezza associata a questa condizione.

Sennett ritiene che un tratto tipico dell’esistenza individuale nella società che emerge dal

capitalismo contemporaneo sia quello del declino della vita sociale. Descrive una società a

breve termine che si svuota di obiettivi comuni condivisi e che è caratterizzata da forme

economico-lavorative sempre più mobili, flessibili, incerte, che rispondono alla realizzazione di

un profitto immediato. Ciò comporta la corrosione dell’identità e del carattere personale e porta

all’alienazione dai legami familiari, affettivi e sociali.

Lipovetsky fa ruotare la sua analisi attorno all’idea di una nuova logica sociale che

permetterebbe l’autorealizzazione del singolo, ossia del diritto di poter godere al massimo della

propria esistenza. È un processo reso possibile dalle trasformazioni degli stili di vita legate alla

rivoluzione nel consumo e alla sua crescita esponenziale, e all’origine di un ‘iperinvestimento’

nella vita privata che, al posto de grandi principi e ideali della modernità, lascia una condizione

di vuoto emotivo.

Bauman associa al processo di individualizzazione sociale uno stato di inquietudine. Infatti, la

società starebbe attraversando una nuova fase della modernità che definisce ‘liquida’. Mentre

la prima modernità, quella ‘solida’, avrebbe sviluppato certezze e forme sociali aspiranti ad una

maggiore solidità rispetto a quella fornita dalle società tradizionali, la modernità liquida

implicherebbe una società in cui mutano tutti i fondamenti, le certezze e le forme superiori di

autorità.

Bourdieu sottolineava come la precarietà, rendendo l’avvenire incerto, impedirebbe qualsiasi

anticipazione razionale del futuro.

Bauman sottolinea come la precarietà, l’insicurezza, l’incertezza, la vulnerabilità siano le

caratteristiche principali della società contemporanea.

Sostiene che il problema dell’identità individuale in questa nuova fase della modernità è

innanzitutto quello di come evitare ogni tipo di fissazione e come lasciare aperte le possibilità.

L’individuo di questo mondo liquido-moderno vive in condizioni di costante incertezza, in

quanto è inserito in una nuova società che non può mai fermarsi.

Adesso gli individui sono sempre più abbandonati a se stessi e sottomessi a nuove forme di

dominazione quali, tra le altre, quella dei consumi e delle mode che, come in un circolo vizioso,

alimentano un processo di massificazione e di intimidazione sociale che ha la meglio su quello

di individualizzazione.

3. DALLA MODA DEL PIERCING A QUELLA DEL TATUAGGIO: COSTRUIRSI UNA

PROPRIA IDENTITÀ PER ASSOMIGLIARE AGLI ALTRI?

Wright Mills introdusse il concetto di ‘immaginazione sociologica’ per intendere un

atteggiamento mentale che consente, a chi lo possiede, di trovare un legame tra esperienze

individuali e relazioni sociali nell’ambito di specifiche situazioni storico-sociali.

Quindi, la scelta di farsi un piercing o un tatuaggio può essere spiegato ricorrendo al processo

di individualizzazione in atto nella società. L’acquisizione di ampi margini di autonomia

individuale può tradursi in un iperinvestimento su se stessi. Ciò può esprimersi col desiderio di

costruire e cambiare la propria identità differenziandola da quella altrui, anche con il ricorso a

pratiche di manipolazione del proprio corpo.

Questo tipo di iperinvestimento su se stessi da parte dell’individuo contemporaneo avrebbe

potuto condurre ad un narcisismo estremo, ad una fuga dal sociale che si esprime in una sorta

di ricerca senza fine della gratificazione immediata attraverso il controllo della salute, del

benessere e del miglioramento fisico.

La pressione all’individualizzazione coesiste con una forte pressione alla massificazione, ad un

conformismo sociale che da molti viene interpretato come una conseguenza dei messaggi

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provocatori, accattivanti e seduttivi inviati dalla società dei consumi, che incanala gli individui

verso modelli apparentemente unici, ma in realtà comuni.

Costruire la propria identità facendosi un piercing o un tatuaggio può significare marcare una

propria specificità e essere uguali agli altri.

Bauman nota una contraddizione, ossia quella per cui l’individualità per emanciparsi e

autodefinirsi non può fare a meno della società. Nella società contemporanea coesistono

individualità e massificazione e spesso non è chiaro quale dei due processi prevalga. Secondo

Bauman, essere un individuo significa essere uguale, identico a chiunque altro faccia parte

della folla.

Si tratta di una società in cui si consuma soprattutto per esistere (per costruirsi una propria

identità) e non tanto per vivere (per soddisfare dei bisogni vitali) e tutto ciò avviene

velocemente, infatti l’identità individuale è sempre meno il frutto di scelte ponderate e

maturate nel tempo, ma si imprime all’istante sull’individuo in modo da stare al passo con un

mondo che si muove sempre più in fretta.

4. DOMINARE IL TEMPO O DIVENTARE SCHIAVI?

Nel passato i ritmi di vita erano meno frenetici di quanto non lo siano oggi e questo può essere

riconducibile a due ragioni:

 diffusione di una logica del profitto immediato che trova origine nei mercati finanziari

che svincolano il valore dai beni materiali e secondo la quale ‘i,l tempo è denaro’;

 istantaneizzazione della vita quotidiana causata dalla massiccia diffusione dei nuovi

mezzi di comunicazione;

Le nuove tecnologie della comunicazione, abolendo le distanze spaziali e temporali e offrendo

la possibilità di risolvere molti problemi nell’immediato, hanno alimentato la percezione di poter

dominare il tempo, appropriandosene, controllandolo e manipolandolo.

Esse permettono comunicazioni più rapide e frequenti e con più interlocutori, ma molto più

superficiali.

Negli ultimi anni si parla di nuove forme di dipendenza. Si tratta di dipendenze da Internet, da

e-mail e da smartphone.

Secondo uno studio della Rutgers University School del New Jersey, lo smartphone

esporrebbe chi lo adopera al rischio di diventare eccessivamente dipendente dal desiderio di

connessione e raggiungibilità, al punto da non poter stare qualche minuto senza utilizzarlo.

Proprio come altre forme di dipendenza, anche quella da smartphone si accompagna a una

serie di sintomi e conseguenze psicofisiche diverse, come emicrania, vertigini, nausea,

arrossamento oculare, squilibri del sonno, ansia, crisi di panico. Ma anche l’assuefazione che

scaturirebbe dall’esigenza di usarlo sempre di più per riceverne le sensazioni già provate.

Se nel passato il tempo veniva subito sotto forma di obblighi lavorativi e sociali che riempivano

la vita individuale, oggi si è passati ad un dominio sul tempo: si desidera trionfare su di esso, si

è convinti di poterlo gestire in funzione delle proprie aspirazioni, e si vive nel continuo sforzo di

trarne il massimo beneficio possibile. Questo mutamento rispetto al passato nel rapporto con il

tempo influenza profondamente lo stile di vita nelle società contemporanee e contribuisce

all’affermarsi di un individuo incapace di differenziare in tutti gli ambiti l’urgente

dall’importante, l’accessorio dall’essenziale, poiché tutto diviene velocemente superfluo.

La logica dell’urgenza fonda una sorta di illusione di poter abolire il tempo creando spazio

disponibile per fare più cose di prima. L’urgenza può divenire una forma di perversione del

tempo all’origine di una serie di patologie che possono comportare quella che Sennett ha

definito ‘corrosione del carattere’: come nervosismo, aggressività, collera frequente, disordini

psicosomatici, fino ad arrivare a forme più o meno gravi di depressione.

L’individuo soffre in quanto non si sente all’altezza delle situazioni e non sa rispondere

abbastanza rapidamente e in modo adeguato alle pressioni provenienti dal mondo esterno.

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5. COSA INSEGNA IL TRIONFO DI FACEBOOK

Secondo Tonnies, la vita in società sarebbe dominata dal ‘freddo intelletto’, e ciò

rappresenterebbe un costo elevato in termini di aumento dell’insoddisfazione individuale e di

perdita di quei valori autentici di solidarietà.

Le relazioni interpersonali diventano sempre più fluide, ossia distaccate e disimpegnate.

Da un lato si vive in una sorta di convinzione di esistere in quanto connessi agli altri, dall’altro

questo stile di vita fondato sull’istantaneità mette a rischio la capacità di instaurare relazioni

durature e di provare sentimenti profondi.

Oggi l’esistenza soggettiva dipende molto dall’esterno e dal rapporto con gli altri.

Facebook ha rivoluzionato la vita sociale degli individui in tutto il mondo: è comodo, veloce e

divertente, ma nasconde anche dei risvolti problematici, legati, da un lato, al tipo di

comunicazione rapida e immediata, considerata troppo sintetica e superficiale, e, dall’altro, dei

veri e propri casi di dipendenza.

Si parla di ‘social network addiction’ per indicare una dipendenza da connessione alla propria

pagina web e da amicizie virtuali. La dipendenza pare essere dovuta al forte senso di sicurezza

in se stessi e nelle proprie capacità relazionali che i social network sembrano infondere: si

possono nascondere agli altri e a se stessi ansie, difetti personali, problemi relazionali e trovare

conferme e rafforzamenti nel proprio ego.

Una tale dipendenza da relazioni virtuali può tradursi in isolamento da relazioni reali, con

ripercussioni anche sulla sfera lavorativa, familiare, affettiva.

Tutto ciò ha permesso il diffondersi di una vera e propria difficoltà, se non addirittura

impossibilità, a vivere situazioni e valori a lungo termine. E questo anche perché, in una società

dominata dall’insicurezza e dall’instabilità, la gratificazione immediata diviene una strategia di

vita sempre più diffusa. I rapporti interpersonali stabili e duraturi vengono sostituiti da incontri

brevi, ordinari, effimeri e interscambiabili, in cui tutte le relazioni finiscono molto più in fretta di

quanto non comincino.

Bauman, a tale proposito, ha parlato di ‘amore liquido’: una liquidità che, nell’era

dell’individualismo, investe anche il settore delle relazioni affettive, familiari e di coppia. I

rapporti sono sempre più caratterizzati da temporaneità.

6. COME SI STUDIA IL RAPPORTO TRA INDIVIDUO E SOCIETÀ

Nell’ambito delle scienze sociali il rapporto tra individuo e società è stato studiato da due

paradigmi contrapposti:

- OLISMO O COLLETTIVISMO – DURKHEIM:

 Considera che i fenomeni macrosociali non possano essere ridotti alle singole azioni

individuali, ma che abbiano un’esistenza autonoma dagli individui che li compongono e

che si impongono ad essi come delle forze autonome;

 L’individuo sarebbe una pura illusione e a esistere sarebbero solo i fenomeni collettivi; -

> esso è un puro costrutto storico-sociale;

 I comportamenti individuali sarebbero solo apparentemente l’esito di scelte individuali

autonome in quanto le loro vere cause sarebbero sociali; - > la società determina i

comportamenti individuali;

 I fenomeni sociali sono fatti sociali, ossia modi di agire, di pensare, e di sentire, che

hanno la proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali;

- INDIVIDUALISMO – WEBER:

 Ritiene che la realtà e i fenomeni sociali e collettivi siano il semplice esito di scelte e

comportamenti individuali;

 Non esistono insiemi o entità collettive impersonali che trascendono i singoli individui,

ma che esistono solo questi ultimi, i quali agiscono e interagiscono tra loro dando luogo

a conseguenze spontanee e non programmate;

5  Il venir meno dei riferimenti sociali del passato ha aperto tutti gli ambiti della vita

individuale a una maggiore autonomia di scelta, cosa che spinge gli individui a

un’intensa riflessività;

 Ciò che spinge l’uomo ad agire è l’incorporazione di regolarità del mondo sociale sotto

forma di ‘habitus’, ossia di schemi di azione o percettivi, modi di pensare, sentire e agire

predeterminati che l’individuo acquisisce attraverso la socializzazione (Bourdieu);

L’IMITAZIONE SOCIALE TRA SCELTA E NECESSITÀ: COME SI SPIEGA LA

TENDENZA UMANA AD ESSERE UGUALI AGLI ALTRI – Capitolo 2

1. ESISTE DAVVERO UNA ‘SINDROME DI ZELIG’?

Nel film ‘Zelig’ di Woody Allen, il protagonista, Leonard Zelig, è un uomo camaleonte che

esprime il bisogno sociale di conformarsi agli altri. È affetto da un disturbo mentale che lo

costringe a trasformare le proprie sembianze fisiche in quelle delle persone che lo circondano e

ad imitarne abitudini e comportamenti.

La psichiatra Fletcher ricorrendo all’uso dell’ipnosi scopre che il trasformismo di Zelig esprime

una fortissima esigenza di approvazione sociale. Sia pur riuscendo a far crescere l’autostima di

Zelig, le cure della dottoressa producono un effetto perverso, in quanto il paziente sviluppa

temporaneamente una personalità estremamente intollerante nei confronti delle opinioni altrui.

È lecito chiedersi se esista davvero una ‘sindrome di Zelig’.

Nel 2005 una équipe di medici italiani studiò il caso di un paziente che, in seguito ad un arresto

cardiaco con ipossia cerebrale, riportò danni al lobo fronto-temporale del cervello, ossia quella

parte deputata a controllare i comportamenti. I ricercatori constatarono che da quel momento

in poi il paziente aveva manifestato un vero e proprio trasformismo identitario,

immedesimandosi di volta in volta nelle persone con cui entrava in contatto.

Nel momento in cui assumeva una nuova identità, dimenticava quella precedente, anche se

era comunque possibile rilevare i tratti salienti della sua personalità di base.

L’équipe ribattezzò questo caso ‘sindrome di Zelig’.

La persona che mette in atto il comportamento di imitazione non esercita alcuna volontà e

autonomia propria, ma reagisce inconsapevolmente a persone, oggetti e ambiente che lo

circondano sotto il totale effetto di processi cerebrali che non può controllare.

Le basi neurologiche dell’imitazione potrebbero trovarsi nei neuroni specchio, dotati della

capacità di attivarsi alla vista di un’azione o un compito motorio eseguito da un altro soggetto.

Questi neuroni sono stati scoperti agli inizi degli anni novanta del secolo scorso da Rizzolatti e

la sua équipe. Essi ritengono che i neuroni specchio si attivino, facilitando un’imitazione

automatica delle espressioni altrui, e che contemporaneamente inviino dei segnali ai centri

emozionali situati nel sistema limbico del cervello: a questo punto, l’attività neurale da essi

innescata consentirebbe al soggetto di provare le emozioni osservate.

In alcune aree vi sono neuroni che si attivano in relazione non a semplici movimenti, ma ad atti

motori finalizzati e che rispondono selettivamente alle forme e alle dimensioni degli oggetti sia

quando stiamo per interagire con essi, sia quando ci limitiamo ad osservarli.

2. LE MOLTEPLICI FORME DELL’IMITAZIONE NEL MONDO VIVENTE

Nel mondo naturale, animale e vegetale, l’imitazione è diffusa sotto forma di mimetismo, ossia

una strategia adattiva che permette ad una specie di sopravvivere e riprodursi.

Alcune specie riescono a rendersi praticamente invisibili ai predatori assumendo forme e colori

dello sfondo ambientale in cui vivono (è il ‘mimetismo criptico’).

Altre specie si mimetizzano per nascondersi alla preda durante l’avvicinamento, come alcune

piante carnivore che esalano un profumo di carne in putrefazione per attirare le mosche di cui

si nutrono.

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Le specie più grandi non imitano un oggetto particolare, ma una tonalità, come le pellicce

maculate dei leopardi che si confondono nella savana.

Il mimetismo può anche rispondere a vincoli riproduttivi. Esistono per esempio alcune specie di

orchidee che imitano le forme e il colore dell’addome della femmina dell’ape, della vespa o del

ragno, nonché l’odore dei feromoni della femmina. I maschi di questi insetti vi si lasciano

attrarre, vengono a copulare sulle piante e trasportano, a loro insaputa, il polline da un fiore

all’altro.

In natura queste forme di imitazione sotto forma di mimetismo si sono affermate nel corso

dell’evoluzione e non presuppongono né attività cosciente né apprendimento da parte delle

specie interessate.

Diverso è il discorso per quanto riguarda i comportamenti imitativi che hanno come obiettivo

proprio quello di copiare un modello. Questi riguardano principalmente i processi di

apprendimento in un gran numero di animali sociali, ossia quelle specie, tra cui l’uomo, i cui

membri tendono a vivere in gruppi organizzati e a costituire sistemi sociali di diversa

complessità.

È senz’altro più economico ed efficace fare ciò che fanno gli altri simili piuttosto che

sperimentare direttamente di volta in volta le diverse situazioni che si presentano.

Il comportamento imitativo costituisce senza dubbio un vantaggio della vita gruppo; si può così

parlare di forme di trasmissione culturale tra gli animali che, all’interno di un gruppo,

acquisiscono informazioni importanti e apprendono.

Come mostra de Waal, è soprattutto tra i primati non umani che vi sono degli esempi classici

di trasmissione culturale riconducibile a situazioni in cui un animale giovane apprende per

imitazione abitudini dai genitori o dai membri del proprio gruppo, che si trasmettono di

generazione in generazione realizzando un patrimonio culturale che si arricchisce

progressivamente.

Grazie alla loro plasticità, gli individui più giovani sono spesso in grado di produrre delle

innovazioni, cioè dei comportamenti che fino a quel momento non erano presenti nel repertorio

usuale e vengono assunti come modello dagli altri membri del branco i quali, invece di

esplorare nuove soluzioni, preferiscono fare ciò che fanno tutti gli altri, secondo quello che de

Waal definisce una sorta di ‘conformismo culturale’.

Nel 1953 alcuni ricercatori giapponesi studiarono il comportamento appreso per imitazione con

un gruppo di macachi. Disseminarono su una spiaggia sabbiosa del grano e delle patate dolci.

Osservando i macachi notarono Imo, una giovane femmina, prendere una patata dolce e

immergerla nell’acqua per togliere la sabbia e, sfruttando un principio della fisica, immerse

anche il grano che, essendo leggero, galleggiava in acqua e si puliva dalla sabbia. I più giovani

del branco imitarono Imo e ripetuta di generazione in generazione.

3. L’IMITAZIONE NEGLI ESSERI UMANI: UN TIPO DI APPRENDIMENTO

MECCANICO O RAGIONATO?

All’inizio del Novecento, Pavlov pose le basi dell’apprendimento meccanico o per

condizionamento. Si concentrò sull’osservazione della secrezione psichica nei cani, ossia quel

fenomeno per cui al solo rumore delle ciotole posate sul pavimento prima della distribuzione

del cibo, nei cani scatta il riflesso della salivazione, anche se il cibo è fuori dal loro sguardo e

dal loro olfatto. Attraverso alcuni esperimenti in laboratorio, constatò come fosse possibile

trasformare un riflesso naturale o ‘incondizionato’ (salivazione in presenza del cibo) in un

‘riflesso condizionato’ (salivazione in risposta al solo rumore della ciotola posata sul pavimento,

o in risposta al suono di un campanello).

Il semplice fatto di associare allo stimolo incondizionato (cibo) uno stimolo neutro (campanello),

conferiva a quest’ultimo la stessa efficacia che in condizioni normali aveva il cibo nell’indurre la

salivazione. Pavlov diede a questo stimolo neutro (campanello) il nome di ‘stimolo

condizionato’, definì ‘riflesso condizionato’ la risposta in termini di salivazione che esso

induceva e chiamò ‘rinforzo’ il cibo. Mostrò come fosse sufficiente eliminare il rinforzo (cibo),

perché l’effetto dello stimolo condizionato svanisse nel giro di qualche prova.

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L’apprendimento per condizionamento pavloviano o ‘classico’, non riguardava solo il mondo

animale, ma anche quello umano.

A tal proposito Watson cercò di dimostrare che le paure e le fobie derivassero da una semplice

procedura di associazione e condizionamento. Nel suo esperimento mostrava ad Albert (11

mesi) un topo (stimolo neutro) di cui il bambino non aveva paura; in seguito associava al topo

un forte rumore (stimolo incondizionato) che era in grado di spaventare Albert. Ripeté questa

operazione diverse volte sino a che lo stimolo neutro (ora stimolo condizionato) iniziò a

spaventare Albert, il quale iniziò ad associare il topo al rumore che lo spaventava e, quindi, ad

aver paura del topo e di tutto ciò che gli somigliasse.

Thorndike effettuò questo esperimento: un gatto affamato veniva messo in una gabbia al di

fuori della quale vi era del cibo. Per poter uscire aprendo la porticina della gabbia, il gatto

doveva imparare, attraverso una serie di tentativi ed errori, a spostare un chiavistello o a tirare

una cordicella. Questo tipo di apprendimento per condizionamento è strumentale, poiché il

comportamento viene messo in atto in vista del raggiungimento di un fine specifico: l’animale

non avrà la ricompensa (cibo) se non fornirà la risposta corretta (aprire la gabbia) con il suo

comportamento. Il gatto arrivava ad uscire dalla gabbia dopo aver compiuto tutta una serie di

tentativi e aver eliminato tutti gli errori.

Da Skinner il condizionamento strumentale è stato definito ‘condizionamento operate’. Nella

‘Skinner box’ egli poneva degli animali che ricevevano una ricompensa (rinforzo) se premevano

una leva o un pulsante: i loro comportamenti indotti erano dunque strumentali al

raggiungimento di un dato obiettivo.

Skinner e gli altri comportamentisti hanno utilizzato il meccanismo stimolo-risposta alla base

del condizionamento per spiegare l’apprendimento umano. Però, gli esseri umani seguono

diverse modalità di apprendimento, dalle più semplici alle più complesse, da quelle più

meccaniche e automatiche a quelle basate sulla riflessione e il ragionamento.

Il comportamento imitativo negli esseri umani compare molto presto.

Meltzof in alcuni esperimenti ha mostrato come, sin dalle prime settimane di vita, un neonato

sia in grado di riprodurre alcune mimiche facciali di un adulto posto davanti a lui. Secondo il

ricercatore, l’imitazione precoce del neonato non sarebbe né automatica né esito di un

condizionamento, ma presupporrebbe uno sforzo cosciente per copiare l’altro.

Negli esseri umani e soprattutto nei bambini esiste una forte spinta all’imitazione in quanto

essi, per integrarsi nel loro ambiente di vita, hanno bisogno di appropriarsi di un bagaglio di

comportamenti e di espressioni verbali e non verbali che li mettano in grado di relazionarsi con

gli adulti.

Secondo Piaget l’imitazione differita (atteggiamento del ‘fare finta di..’) si presenta nel

bambino verso i 18 mesi. Essa marcherebbe il passaggio dallo stato sensomotorio

dell’intelligenza, in cui il bambino usa i sensi e le capacità motorie per esplorare il mondo

circostante, a quello della funzione simbolica, in cui il bambino è capace di rappresentarsi

mentalmente degli oggetti e delle situazioni non direttamente percepibili per mezzo dei segni

(parole) o simboli (disegni) e caratterizzata anche dall’emergenza del linguaggio, di immagini

mentali, del gioco. Sarebbe in questa fase che il bambino imita i comportamenti già visti e che

cominciano i primi giochi simbolici.

I concetti di ‘apprendimento sociale’ e ‘rinforzo vicario’ sono stati introdotti da Bandura.

L’apprendimento sociale scaturisce dalla reciproca interazione tra un organismo e il suo

ambiente, mentre, in base al rinforzo vicario, osservare su di un’altra persona i risultati positivi

di un dato comportamento può costituire un rinforzo idoneo e sufficiente per imitare quel

comportamento. Quindi, il comportamento osservato viene adottato non solo per il gusto di

imitare, ma soprattutto per le conseguenze che comporta.

Si tende a stimare maggiormente coloro che si stimano, che si ammirano o a cui si

attribuiscono competenza e prestigio. Il modello da imitare ha la sua importanza, in quanto non

tutti i modelli vengono imitati in eguale misura.

4. IMITARE L'AGGRESSIVITÀ

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Nel celebre esperimento noto come ‘Bobo doll experiment’ Bandura coinvolse 72 bambini e

bambine tra i 3 e i 6 anni. A un gruppo di essi veniva mostrato un adulto che giocava con le

costruzioni e con una bambola gonfiabile di plastica chiamata Bobo. Ad un gruppo veniva

mostrato l’adulto che all’inizio giocava con tranquillamente con le costruzioni e in seguito

aggrediva la bambola, mentre all’altro gruppo veniva mostrato l’adulto che giocava con le

costruzioni e ignorava la bambola. Successivamente i bambini venivano lasciati soli nella

stanza con i giochi, tra cui la bambola gonfiabile. Bandura rilevò che i bambini tendevano ad

imitare molte delle azioni degli adulti.

Inoltre, i comportamenti imitativi di natura aggressiva possono far seguito alla visione di scene

di violenza. Infatti, lo stesso Bandura estese l’esperimento precedente mostrando a dei

bambini filmati televisivi e cartoni animati violenti e osservando in seguito il loro

comportamento: i bambini esposti a scene di violenza mettevano in atto reazioni aggressive in

misura doppia rispetto ai bambini che non erano stati esposti a tali scene.

Il 5 marzo 1995, Sarah (19 anni) e il suo fidanzato Benjamin (18 anni) trascorsero una notte

insieme da soli assumendo e guardando ‘Assassini nati’, il film di Oliver Stone che racconta

LSD

la vicenda di due spietati assassini e della copertura mediatica che viene loro data. Due giorni

dopo i due fidanzati hanno cercato di emulare alcune scene del film. Infatti, salirono su un’auto

armati di una pistola calibro 38 e uccisero con due colpi di pistola un uomo e ne ferirono un

altro che rimase parzialmente paralizzato. Quest’ultimo intentò una causa contro Stone e la

casa di produzione cinematografica.

Lo stesso film è stato accusato di aver ispirato altri atti di violenza, come il massacro della

Columbine High School in Colorado avvenuto nel 1999, quando due studenti della scuola

entrarono nell’edificio e uccisero dodici loro compagni e un insegnante, ne ferirono molti altri e

infine si suicidarono.

Considerazioni simili in materia di imitazione dei comportamenti aggressivi e violenti valgono

anche per i videogiochi.

Nel 2011 un giovane neonazista norvegese dopo aver fatto saltare in aria un’autobomba nel

centro di Oslo, ha sterminato a colpi di arma da fuoco decine e decine di giovanissimi ragazzi

che erano in campeggio. È emerso che il giovane, oltre ad essere un fanatico conservatore e

razzista, era appassionato del videogioco Call of Duty, in una scena del quale degli uomini

entrano in un aeroporto sparando all’impazzata su tutte le persone che incontrano.

Il videogioco Grand Theft Auto ha scatenato un’ondata di proteste negli Stati Uniti, al punto di

vietare il commercio ai minori di 18 anni. Il videogioco consiste nella simulazione della vita

criminale di una città. Il protagonista di ogni episodio è proprio un criminale che, per

accumulare punteggio, deve scontrarsi con le gang rivali e cercare di realizzare le missioni che

gli vengono assegnate dalla banda di appartenenza. Esso coinvolge il giocatore in

atteggiamenti e crimini a sfondo razziale ed è, inoltre, caratterizzato da una spropositata

esaltazione della violenza.

L’aggressività umana sarebbe di natura sociale e culturale e sarebbe controllabile grazie alla

cultura e agli apprendimenti.

Nella specie umana l’aggressività dipenderebbe da diverse componenti: esperienze e

apprendimenti anche di tipo imitativo che si verificano a partire dall’infanzia e che sono legati

alle modalità educative e alle concezioni del mondo veicolate sia dalle diverse culture, sia dalle

migliaia di scene di violenza viste in televisione o al cinema fin dall’infanzia, che creano

nell’individuo una certa immagine della realtà; frustrazioni, delusioni, esperienze e situazioni

stressanti, esigenza di difesa.

Un’azione preventiva efficace dovrebbe puntare sull’educazione delle nuove generazioni alla

nonviolenza, all’altruismo, alla solidarietà e alla trasmissione di modelli ispirati a questi valori.

Questa concezione si scontra con quella di quanti sostengono che i comportamenti aggressivi

hanno radici biologiche o innate. Questa interpretazione è stata sostenuta soprattutto da

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Wilson e da altri biologi, che hanno cercato di spiegare i comportamenti umani alla luce della

storia evolutiva, ritenendo che essi siano orientati da una matrice istintiva.

5. L’IMITAZIONE TRA NATURA E CULTURA

Dawkins elabora la teoria della ‘memetica’. L’autore postulava l’esistenza di elementi di

cultura non genetici da lui definiti ‘memi’, che si trasmetterebbero per imitazione del

comportamento di un individuo da parte di altri individui e sottostarebbero, come i geni, a una

forma di selezione.

Un meme può essere un concetto, una teoria scientifica, un rito religioso, un’ideologia,

un’informazione, un atteggiamento, una canzone. Che le idee trasmesse dai memi siano vere o

false, giuste o sbagliate, non ha alcuna importanza; importanti, per la memetica, sono le

capacità di diffusione e di riproduzione dei memi in quanto tali.

La cultura sarebbe così il prodotto di una competizione tra memi: essi agirebbero in vista del

proprio vantaggio evolutivo e tra loro sopravviverebbero e si riprodurrebbero i più adatti, il

tutto all’insaputa degli esseri umani. I memi si trasmetterebbero da cervello a cervello,

replicandosi esattamente come i geni nel corso della riproduzione. La replicazione avverrebbe

per imitazione.

L’evoluzione culturale umana avverrebbe autonomamente da quella biologica e molto più

rapidamente di essa e, a volte, i replicatori culturali si troverebbero addirittura in contrasto con

i geni.

La mancanza di risultati sperimentali solidi ha portato alcuni studiosi a dichiarare il fallimento

di quest’area disciplinare.

Secondo la ‘sociobiologia’, gli individui sarebbero altruisti non tanto in quanto spinti da principi

etici, da empatia o da legami affettivi, ma in quanto pronti a sacrificarsi a favore di individui

con cui sono apparentati o con cui condividono dei geni. L’altruismo sarebbe un

comportamento che i geni avrebbero favorito a loro stesso vantaggio.

Molti, dissociandosi da Wilson, sono convinti che, sia pure ad un livello astratto, la logica

evolutiva conservi la sua validità nello spiegare per analogia i fenomeni sociali e culturali. Tra

questi un posto centrale è occupato dai sostenitori della ‘teoria della coevoluzione gene-

cultura’, centrata sulle relazioni tra evoluzione genetica ed evoluzione culturale.

I due tipi di evoluzione, pur essendo indipendenti, influenzano entrambi l’evoluzione umana.

Cavalli-Sforza sostiene che i geni determinano la cultura solo nel senso che controllano gli

organi che la rendono possibile. Ma la cultura rimane separata e indipendente dai geni. Lo

stretto rapporto che si è venuto a creare tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale è tale

che la seconda sta diventando un fattore che determina il decorso della prima.

Durham rifiuta da un lato gli approcci sociobiologici che vedono nei fenomeni culturali il

risultato della selezione naturale, e dall’altro lato le teorie antropologiche che escludono i

vincoli biologici dalla formazione dei fenomeni culturali. Ritiene che l’evoluzione biologica e

l’evoluzione culturale interagiscano tra loro e che la cultura sia adattiva in senso biologico, in

quanto sarebbe il risultato di un processo di selezione culturale guidato dal processo della

selezione naturale.

Secondo Boyd e Richerson la selezione naturale avrebbe favorito l’emergere di particolari

disposizioni psicologiche che hanno reso possibile l’affiorare della cultura, ovvero un

adattamento che ha permesso all’uomo di adeguarsi a molti ambienti diversi. Secondo i due

studiosi la cultura sarebbe frutto della selezione naturale, ma allo stesso tempo essa

costituirebbe un nuovo sistema evolutivo, che può a sua volta adattarsi a nuove condizioni

ambientali.

Introducono, inoltre, il concetto di ‘trasmissione conformista’, ovvero un processo che si attua

tramite l’imitazione delle credenze condivise dalla maggioranza degli individui quando ci sono

più credenze in competizione tra loro. La trasmissione conformista sarebbe il meccanismo

tramite il quale le persone apprendono il patrimonio culturale della società in cui vivono.

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Sperber ritiene che l’evoluzione culturale obbedisca a una logica di diffusione che ricorda

quella delle epidemie, in quanto descrive e spiega la distribuzione di alcune proprietà

nell’ambito di una popolazione.

Ritiene che le idee e le rappresentazioni si diffondano da un cervello all’altro in base a una

sorta di contagio. Le idee possono essere trasmesse e, nella trasmissione da una persona

all’altra, si possono anche diffondere. Si propagano così efficacemente che, in versioni

differenti, possono finire per invadere stabilmente intere popolazioni.

6. COME LA PRESSIONE SOCIALE PUÒ INFLUIRE SUL DESIDERIO DI ESSERE

UGUALI AGLI ALTRI

Asch analizzò il fenomeno del conformismo sociale, ossia la tendenza umana a imitare gli altri

quando si è in presenza di una maggioranza di individui che condivide la stessa credenza o che

mette in atto lo stesso comportamento.

Riunì un certo numero di studenti, dicendo loro che avrebbero partecipato ad un test sulla

percezione visiva. Tutti gli studenti, tranne uno, erano complici di Asch ed erano a conoscenza

delle vere finalità dell’esperimento, ossia testare la pressione al conformismo che un gruppo

unanime può esercitare su un singolo isolato. Essi dovevano confrontare la lunghezza di alcune

linee e individuare quella della stessa lunghezza della principale. Ognuno forniva a turno la

propria risposta, ma i complici di Asch rispondevano prima dell’unico partecipante ignaro delle

vere finalità dell’esperimento. All’inizio i complici rispondevano correttamente, in seguito

iniziarono a rispondere erratamente, lo studente ignaro si conformò.

I risultati di Asch sembrerebbero fornire solidi argomenti a sostegno della tesi secondo cui la

tendenza umana al conformismo e all’imitazione degli altri dipenderebbe in gran parte dal

contesto sociale in cui di volta in volta ci si trova.

La pressione sociale all’uniformizzazione degli individui sembra agire indipendentemente dalla

validità, dalla bontà o dalla correttezza delle credenze condivise e dai comportamenti messi in

atto, proprio come se i singoli individui interessati dal fenomeno imitativo in questione non

fossero coscienti o fossero passivi di fronte ad esso.

Alla fine del secolo Tarde parlava di un ‘principio di imitazione’, secondo cui nella società

XIX

esisterebbero delle correnti di imitazione in grado di agire sugli individui a loro insaputa e

renderli simili a sonnambuli. Immaginava che l’imitazione annullasse l’autonomia dell’azione

individuale in quanto riteneva che la società altro non fosse se non un insieme di soggetti

obbligati a imitare e copiare gli altri, e che da ciò scaturissero forme diffuse di uniformità quali i

costumi e le mode.

Una simile visione è stata sostenuta da Le Bon, che in ‘Psicologia delle folle’ spiega come la

caratteristica principale di una folla fosse quella di ridurre e cancellare la coscienza degli

individui facendoli regredire a esseri primitivi, istintivi e irrazionali, facilmente manipolabili e

trasformabili in prede passive di meccanismi come imitazione, emotività e suggestionabilità.

Il fulcro del pensiero di Veblen è riconducibile ai concetti di ‘consumo ostentativo’ e di

‘emulazione’. Si interessò ai comportamenti imitativi nell’ambito della società dei consumi

dell’inizio del secolo partendo dal presupposto che gli individui non consumino per

XX

soddisfare dei bisogni individuali o, meglio, che una volta soddisfatti i bisogni essenziali, essi

cerchino di soddisfare i bisogni spirituali e sociali. La finalità principali del consumo sarebbero

l’ostentazione e l’emulazione, e la moda nell’abbigliamento ne costituirebbe un esempio.

Secondo Veblen, al vertice della società vi sarebbe la classe dei possidenti, categoria

improduttiva che gioisce del lavoro altrui e che mostra la sua ricchezza attraverso pratiche

inutili come il consumo. Sarebbe in questo modo che essa segna la propria differenza rispetto

alle classi inferiori della società. Queste ultime guardano in alto e cercano di salire nella

gerarchia sociale, di accorciare la distanza che le separa dalle classi più alte imitandone i

comportamenti. Si tratterebbe di un circolo infinito in quanto le élite, mano a mano che

vengono copiate, tentano nuovamente di distinguersi adottando delle nuove pratiche di

distinzione.

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Bourdieu riteneva che la società fosse il luogo di una rivalità tra classi sociali. Sosteneva che il

gusto non esiste in quanto nell’ambito della società l’individuo crede che le sue scelte siano

spontanee e disinteressate, ma in realtà esse sono l’esito dell’appartenenza alle classi sociali.

Mette in luce come le scelte dei consumatori siano determinate dal loro ‘capitale culturale’

(insieme delle risorse sociali o culturali di cui un individuo beneficia in base alla sua

appartenenza di classe) e dal loro ‘habitus’ (insieme di maniere di agire, pensare e sentire,

consce e inconsce, incorporate dall’individuo attraverso le sue prime esperienze di

socializzazione) che formano uno stile di vita in sintonia con la posizione degli individui nello

spazio sociale.

Un’altra strada per spiegare la tendenza umana a essere uguali agli altri consiste nell’attribuire

un ruolo più attivo all’individuo e nel considerare l’imitazione, oltre che l’esito di una pressione

sociale dall’alto, anche il frutto di ragionamenti e comportamenti consapevoli e dettati da

desideri e bisogni individuali. Su questa scia si colloca Simmel, il quale poneva la questione

del rapporto tra individuo e collettività conciliando il bisogno di distinzione degli individui della

società e il loro desiderio di appartenenza a essa.

La moda sancisce l’unità del gruppo e, allo stesso tempo, la sua chiusura con l’esterno. In essa

l’imitazione assume un ruolo centrale.

Merton parla di ‘profezia che si autoadempie’. Per spiegarla si può ricorrere al seguente

esempio: si diffonde l’idea di un possibile fallimento della banca; ogni cliente si presenta alla

banca a ritirare il proprio denaro; questo comportamento viene imitato su larga scala; la banca

fallisce.

Keynes descrive la ‘teoria del concorso di bellezza’: a degli individui viene chiesto di scegliere

quali siano i sei volti ritenuti più belli tra delle fotografie di volti femminili, coloro che

indovinano il volto più popolare vincono un premio. Possono essere utilizzate due strategie per

la scelta: scegliere i sei volti che nell’opinione di colui che sceglie sono i più belli; pensare a

quale sia la percezione della bellezza della maggioranza degli individui. Keynes ritiene che

quando si è in difficoltà di fronte a una scelta può essere impossibile agire in modo puramente

razionale e autonomo e l’imitazione delle valutazioni e delle scelte altrui può essere la sola

strategia di ripiego possibile.

7. PERSUASIONE, PROPAGANDA MEDIATICA E IMITAZIONE

Bernays sosteneva che la propaganda, anche quella pubblicitaria, fosse uno strumento

necessario al servizio dei governi e delle marche, in quanto l’opinione pubblica era ingenua e

obbediva passivamente a regole di comportamento semplici e fondate su pulsioni

fondamentali. Sosteneva che fosse possibile indurre gli individui a compiere determinate scelte

delle pulsioni a idee e slogan elementari.

Le agenzie pubblicitarie cominciarono a ricorrere alle competenze degli psicologi per cercare di

individuare il modo più efficace con cui manipolare desideri e preferenze umane.

Uni dei primi psicologi a lavorare nel campo pubblicitario fu Watson. Era convinto che le scelte

di consumo fossero principalmente guidate dalle emozioni, dai bisogni, dai sensi, dagli istinti e

assai meno dalla razionalità, e che su di esse fosse possibile costruire dei meccanismi non

troppo dissimili dal condizionamento pavloviano, ossia che si potesse condizionare gli individui

al fine di portarli ad associare automaticamente un prodotto a un’emozione o a un’idea.

Nei suoi esperimenti si era accorto che spesso i consumatori non erano in grado di percepire

differenze sostanziali tra i vari prodotti: ad esempio, pochi erano i fumatori in grado di

riconoscere, una volta bendati, le loro sigarette preferite dall’aroma.

Dedusse che le campagne pubblicitarie avrebbero dovuto puntare soprattutto sull’immagine e

sul logo, invece che sulle reali caratteristiche del prodotto.

La stretta collaborazione sviluppatasi tra scienze umane e marketing, spesso associata all’idea

che il consumatore sia passivo e manipolabile, che le sue scelte siano frutto di comportamenti

di tipo imitativo, ha scatenato moltissime reazioni, soprattutto tra i più critici nei confronti della

società del consumo di massa occidentale.

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BobsK

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DETTAGLI
Esame: Epistemologia
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BobsK di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epistemologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Oliverio Albertina.

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