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L'orto delle emozioni (riassunto)

Parte I: Quadro teorico

Cap. 1: Semi di educazione affettiva (Mortari)

1. La teoria educativa

L’essere umano ha una qualità essenziale, ovvero la sua incompiutezza che già dalla nascita si dimostra come mancanza di forma, il cui compito è divenire il proprio essere possibile. L’essere umano è solo in questo compito ma allo stesso tempo nessuno può realizzare se stesso da solo. Necessita della cura che solo gli altri possono dare, ovvero la cura del corpo e della mente. L’educazione è offrire all’altro le esperienze che facilitino il processo del divenire il proprio essere, è coltivazione delle possibilità dell’essere dell’altro. L’educazione è dunque una forma di azione relazionale difficile perché nessuno ha la padronanza dell’arte di educare. La paideia (responsabilità di fare fiorire l’essere) non si basa su evidenze certe o su dispositivi ermeneutici o protocolli d’azione generali. L’educatore ha la necessità di un pensiero che rischiari, di una filosofia dell’educazione, che cerca di disegnare un orizzonte per analizzare i problemi e creare pratiche e strumenti. La filosofia dell’educazione è una delle forme della ricerca filosofica che si occupa di rendere possibile la fioritura umana. Ha un orientamento pratico, per cui deve trovare quelle pratiche che permettano una vita migliore, un buon tempo, buone esperienze di coltivazione dell’essere dell’altro. Ma non basta la filosofia, il sapere teorico, serve un dialogo con la ricerca empirica la quale si muove nel vivo della realtà educativa, nella pratica. Il dialogo tra ricerca teorica ed empirica è necessario per costruire una vera teoria dell’educazione. La teoria che si vuole ottenere non è un sapere fatto di certezze e verità, bensì una guida, che non pretende di predefinire con esattezza la via ma indica solo i sentieri verso cui incamminarsi. Deve tenere aperto l’orizzonte invitando a pensare le questioni, deve essere un pensiero seminale, “aurorale”. Una buona teoria dell’educazione deve partire da problemi reali dell’educazione, da questioni vere ed uno dei problemi ad oggi sempre più rilevante è quello che riguarda la dimensione affettiva dell’esistenza. Qui si riscontra però l’“analfabetismo emozionale”, ovvero la scarsa capacità di avere una relazione consapevole con le proprie emozioni e le grandi difficoltà nel gestire le relazioni. Questo porta all’emergenza di una teoria dell’educazione.

2. Un tempo emotivamente difficile

Viviamo in tempo caratterizzato dalle difficoltà relazionali, di mal adattamento a certe situazioni e a certi contesti. Primeggiano il profitto, il consumo capitalistico che alimentano la competizione, in un clima politico instabile e dove la soggettività è insicura e spaventata. Anche la condizione precaria del lavoro dà insicurezza e paura, aumentando competizione e concorrenza fra individui, frenando solidarietà e amicizia professionale. Del tempo si deve assolutamente farne buon uso, ovvero viene imposto di guadagnare tempo, e tutto questo comporta un cambio radicale di relazionalità, che ad oggi è sempre meno in presenza e sempre più virtuale, per cui si socializza in assoluta solitudine (pare un ossimoro). La depressione rappresenta una delle sofferenze emotive più diffuse, in cui ci si sente persi riguardo al proprio esserci, il non sentirsi efficaci, tristezza persistente che allontana gli altri. Il colloquio è l’essenza dell’essere umano e il disagio psichico è la rottura del dialogo con gli altri. Nasce l’esigenza di nuovi dispositivi che vadano alla radice del bisogno diffuso di assistenza affettiva, che rivela la mancanza di una forma di educazione dell’affettività.

3. Unità di pensare e sentire

La qualità della sintonizzazione con l’altro dipende dalla qualità dei vissuti affettivi. Il cuore (il loro affettivo della mente) è matrice vitale dell’esistenza. I sentimenti non sono fenomeni superficiali ma sono co-essenziali alla vita cognitiva, ciò che ci fa avvertire la qualità della vita: non esiste momento che non sia emotivamente caratterizzato, come non esiste un nostro spazio interiore vuoto. Sé è sempre dentro sentimenti, emozioni, passioni. La vita affettiva esercita un potere sull’esperienza perché i modi del sentire orientano l’esserci e il nostro essere è sempre in divenire, non è mai immobile, immutabile. Il problema però è che si tende a stare nella vita senza riflessione, e il non essere consapevole dei modi nel nostro sentire significava mancare di un essere soggettuale nel mondo. L’errore è interpretare la vita affettiva attraverso il linguaggio scientifico: la scienza può aiutare a comprendere la vita affettiva ma poi serve altro, altro tipo di indagine capace di accedere al cuore. È necessaria un’autocomprensione affettiva. Ci si deve domandare: la vita affettiva può essere oggetto di educazione? e se sì come? Le risposte nella filosofia epistemologica.

4. La qualità cognitiva della vita affettiva

Un’interpretazione largamente condivisa è la netta distinzione tra ragione e affettività, l’attribuzione che si dà alla razionalità come maschile e del sentire irrazionale come esclusivamente femminile, che svaluta entrambi. Più recentemente, grazie alla teoria neostoica delle emozioni, la vita affettiva è intrinsecamente connessa a contenuti di pensiero, è quindi un prodotto della ragione, e la vita affettiva il prodotto dei contenuti cognitivi. La vita affettiva, in quanto connessa ad atti cognitivi che considerano le qualità essenziali delle cose, sarebbe un’esperienza di valore (Scheler, 2010). Si tratta di un processo di adattamento e assimilazione continuo del percepire la qualità delle cose in dialogo con l’elaborazione dei criteri di valore.

5. Conoscere la vita affettiva

Se i vissuti affettivi vengono considerati stati mentali, devono essere analizzati attraverso la pratica di autocomprensione affettiva: significa sospendere l’adesione passiva all’accadere delle cose, per assumere la posizione del soggetto che avverte la necessità di conoscere i propri modi dell’esserci, dal vivere semplicemente le cose al pensare al modo in cui si vivono, attraverso la riflessione, sospendendo l’agire, quasi facendo un passo indietro per vedere meglio, per comprendere la qualità del nostro modo di stare nel tempo, comprendere cosa sentiamo, in un'attenzione alla vita interiore. È il fare chiaro, un atto di ritorno su di sé per sapere cosa e come trasformare sé per poter situare il proprio divenire dentro una ermeneutica. Altrimenti il rischio è che i vissuti comincino a dominare la vita cognitiva, che si arrivi alla passività inconsapevole. Questo richiede però uno spostamento del soggetto, un tirarsi fuori dal fluire delle cose che ci coinvolgono, sospendendo la partecipazione attiva portare lo sguardo sull’esperienza così come è vissuta, per capire ciò che noi siamo mentre sentiamo le cose. Maria Zambrano dice: per nascere al nuovo è necessario apprendere a dis-nascere al vecchio (al già vissuto). Questo è possibile attraverso il lavoro continuo del cercare la conoscenza di sé, di ciò che è depositato nella nostra mente, cosa ci impedisce il libero movimento del pensare e del sentire, anche per far sì che il futuro non sia una mera ripetizione del passato, ma perché sia aperto a nuove possibilità dell’esserci, ad altre vie dell’essere. È però necessario conoscerne i limiti, all’impossibilità di una comprensione chiara da parte della mente per quanto essa è profonda e complessa. Molte azioni sono riconducibili a quelle zone della mente oscure che tendono a rimanere celate. L’essere consapevoli di tale complessità della mente e saperla accettare è la condizione necessaria per un lavoro su di sé che rende possibile un’autentica comprensione. Costruire un metodo per l’autocomprensione emozionale è un grande obiettivo di autoformazione irrinunciabile, nonché condizione per coltivare un buon clima relazionale. Si deve individuare ora l’essenza della vita affettiva.

6. Esaminare il sentire

La vita affettiva è un fluire complesso di vissuti differenti, ma non per questo non può essere oggetto di indagine, proprio perché si postula che essa abbia un contenuto cognitivo. Il limite del lavoro riflessivo è quello di mancare del confronto con l’altro, essenziale per disvelare zone d’ombra. La difficoltà della comprensione sta anche nel trovare le parole che sappiano dire ciò che viene all’evidenza della coscienza. Gli esseri umani hanno la qualità del linguaggio, che ha il potere di rivelare la qualità delle cose anche se non può essere completamente portata a livello di senso. Se poi ci basiamo sulla tradizione che pone la vita affettiva come irrazionale, solo il linguaggio poetico può esprimere adeguatamente la vita emozionale. Invece, proprio perché si attesta che l’essenza della vita affettiva sia data da un contenuto cognitivo, una parte consistente del vissuto può trovare parola nel linguaggio dichiarativo della descrizione. Si tratta di individuare un metodo che colga almeno in parte quindi qualche aspetto dei vissuti affettivi e di mettere in atto efficacemente l’autocomprensione ipotizzata. Un adeguato metodo è la filosofia fenomenologico-ermeneutica, che permette di indicare una via per l’analisi e la comprensione dei vissuti della coscienza:

  • La sua versione eidetica ha il principio di descrivere la vita della mente, il fluire delle unità di vissuto.
  • La sua versione interpretativa permette di comprendere il senso di quanto ci accade.

L’autocomprensione si realizza quando, sospendendo il coinvolgimento nelle attività, la mente esamina mio che accade in se stessa. Nella fenomenologico-ermeneutica si attiva lo sguardo interno per descrivere e interpretare i vissuti della mente. Nella teoria neostoica, l’analisi della vita della mente coglie il contenuto cognitivo, l’oggetto della valutazione, il modo in cui il vissuto emotivo si esprime e eventuali modi di essere che innesca.

7. Il modo dell’autocomprensione affettiva

Il metodo fenomenologico-ermeneutico che ha per oggetto la vita interiore si attua attraverso la descrizione e la narrazione dei vissuti affettivi in modo dettagliato:

  1. Narrare l'accaduto emotivo.
  2. Descrivere cosa accade di sentire (tristezza può evidenziare un sentirsi appesantiti e lontani dalle cose).
  3. Esplicitare l’atto cognitivo che ha generato il vissuto emotivo.
  4. Vedere cosa accade quando si vive un’emozione (es. sguardo spento durante tristezza).
  5. Identificare la spinta espressiva di un atto affettivo, che può considerarsi come atto sociale, ovvero il legame tra emozione e spinta corrispondente ad agire verso una certa direzione.

Il processo di comprensione non deve affidarsi al pensare attraverso la logica, ragione, ma deve affidarsi a un pensiero sensibile, ovvero quello che lascia risuonare dentro sé la qualità dei vissuti affettivi che analizza. Non è protetto da sistemicità razionali, ma deve portare del chiaro su certi vissuti che, se applicato con continuità, consente alla mente di andare di chiaro in chiaro facendosi cosciente a se stessa. L’educazione affettiva deve procedere con delicatezza, promuovendo la consapevolezza dell’importanza che ha la vita affettiva e che ha il conoscere sé senza che l’attenzione ai vissuti interiori si traduca in un ruminare ossessivo.

8. Il valore dell’autocomprensione

Non si pesa il valore solo in termini di risultati verificabili in modo operativo, ma spesso le cose di valore non sono misurabili e spendibili nell’immediato. Gli effetti non si hanno in una interpretazione individuale ma nella relazione con gli altri. Il pensare è dialogico (Platone), così che possiamo guardare ai nostri vissuti da altri orizzonti. L’autocomprensione è generativa di cambiamenti.

Cap. 2: Pensare l’affettività (Valbusa)

1. Un problema educativo rilevante

L’educazione affettiva deve essere intesa come offerta di esperienze per prevenire e contrastare il rischio dell’analfabetismo emozionale, ovvero la difficoltà di:

  • Comprendere i propri vissuti durante disagio emotivo.
  • Mancanza di sensibilità e cultura emozionale che riguardano sia le proprie emozioni, sia quelle altrui (Battista).
  • Sentire ma non capire cosa sia mio che si sente (Mariotti).
  • Chiamare per nome i propri sentimenti (Galimberti).
  • Accettare la propria vita affettiva e quella altrui (Contini).
  • Esprimere dunque esternare e verbalizzare, controllare e modificare i vissuti affettivi, ovvero non solo le emozioni ma anche sentimenti, stati d’animo e le passioni.

La scuola spesso si trova a dover affrontare situazioni di disagio emotivo. Avendo come compito primario quello di facilitare lo sviluppo personale, dovrebbe essere in grado dunque di facilitare anche quello affettivo, anche se tradizionalmente l’educazione scolastica si è occupata quasi esclusivamente sulle dinamiche cognitive, trascurando l’educazione affettiva. La ricerca pedagogica si deve occupare di problemi che emergono dall’esperienza quotidiana di chi educa, nella risoluzione dei problemi concreti, per la formazione dell’essere umano.

2. L’oggetto della ricerca

Si deve fare una differenziazione dei singoli fenomeni affettivi, ovvero:

  • Le tonalità emotive, o stati d’animo, che attribuiscono il clima emotivo ma non indirizzano verso una precisa direzione o oggetto specifico. Non rivelano chi siamo ma come stiamo.
  • Le emozioni, che si manifestano in modo improvviso come conseguenza di un fatto ben individuabile e della durata visibile. Sono risposte re-attive e immediatamente motorie, che si esprimono mediante il corpo.
  • I sentimenti, che hanno durata significativa e fondati su precise valutazioni, intenzionali e riferite ad un oggetto preciso, oppure tensioni se tengono la mente verso l’aperto. Hanno un’intensità qualitativa e interiore e nutrono la personalità e la vita personale.
  • Le passioni, che possono essere intese come una forma di eccesso quando il sentire si disgiunge dal pensare riflessivo, che possono modificare la condotta anche negativamente, ma anche positivamente se si tratta di passioni come fonti di energia capace di muovere verso qualcosa valutato come significativo. Si distinguono in vissuti positivi, quando permettono di stare con piacere nelle relazioni, e negativi quando ostacolano una buona relazione con se stessi e gli altri.

3. La ricerca pedagogica tra teoria e prassi

Una buona teoria pedagogica deve nascere sia dalla ricerca teoretica che da quella empirica.

4. L’investigazione teoretica: gli interrogativi di partenza

Tre le questioni fondamentali:

  • Perché l’educazione affettiva è importante?
  • È possibile un’educazione affettiva?
  • Se sì, in che modo?

Le seguenti risposte ottenute grazie all’esplorazione della letteratura:

  • L’educazione affettiva è importante perché la maturazione affettiva è un aspetto costitutivo della maturazione personale.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher brunasoul di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epistemologia della ricerca qualitativa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Mortari Luigina.
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