L'educazione nell'ombra
Educare e curare nella fragilità
Una cura educativa senza dimora (cap.1)
Quando il tempo non prende forma
Nelle città crescono insieme sviluppo e povertà → falso: incidere dello sviluppo riduce sofferenza e povertà. La povertà rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio per la salute delle persone → questa sofferenza è segnata da stigma, discriminazione, abbandono, colpevolizzazione e violazione dei diritti; tutto questo fa crescere e affermare in modo diffuso la "cultura del merito e della colpa".
Questa particolare cultura del merito e della colpa produce e forma una sofferenza urbana istituzionalizzata, che è contenuta in:
- Istituzioni definite e visibili - (carceri, campi e strutture per la salute mentale)
- Istituzioni indefinite - (strade, stazioni e periferie) → le persone che vivono qui sono caratterizzate da identità forzate, disagio adulto grave, pluridipendenza e disturbi di personalità; queste persone nella città vengono chiuse ai margini, nascoste e costrette a provare a sopravvivere e coltivare relazioni chiuse.
Vista questa particolare realtà, la società e i servizi pubblici si muovono con risposte desoggettivanti; ovvero rispondono agli individui negandone la soggettività. Tuttavia, è solo nella comprensione prodotta da adattamenti reciproci tra i soggetti senza dimora e l’ambiente, che il contesto di vita può aprire spazi e credibilità, col fine di elaborare le varie sofferenze in nuove relazioni (a questo devono indirizzarsi gli sforzi degli operatori sociali, degli educatori e dei politici per spingere i soggetti a provare alcune competenze nuove, di cura di sé e di progetto).
Sono i diritti dell’uomo a generare l’individuo → per normalizzare la diversità è indispensabile diversificare le norme per cogliere la complessità dei bisogni, delle identità e dei legami. Individuare le micro fratture nelle storie degli uomini, le mancate rielaborazioni, le forzature e le deviazioni non è affatto facile, soprattutto per la persona che le ha vissute; è per questo che gli sguardi degli psicologi, degli psichiatri o dei pedagogisti risultano spesso inadeguati per andare incontro alla multifattorialità dei particolari percorsi di disagio dei senza dimora, caratterizzati da perdite di fiducia negli altri, da perdita d'autostima e di un rapporto costruttivo tra sé e il mondo.
Non possiamo trasformare noi stessi rielaborazione delle difficoltà esistenziali e della sofferenza, che viene cercata nelle forme della vita di strada degli uomini e delle donne senza dimora, deve essere colta nella sua unica specificità. Nel campo di queste particolari relazioni è possibile provare a fare luce sulle condizioni cognitive ed emotive delle persone nel loro contesto culturale, sociale, relazionale e storico.
Elementi che consentono di leggere le condizioni della vita di strada:
- Il punto di vista della persona
- Il significato che tale persona attribuisce al loro essere nel mondo, nella relazione, nei vissuti
- Il valore che essi hanno dato o tolto alla condizione del vivere, alle esperienze e ai progetti
Qui è indispensabile dare forma ad un pensare e ad un sentire che diano forma ad un incontro e un lavoro educativo con le persone senza dimora. Tuttavia (non solo gli uomini e le donne di strada) ogni persona è vulnerabile poiché si rivela fragile e necessita della presenza dell’altro. Per questo motivo Andrea Canevaro sottolinea che «la vulnerabilità è possibile per tutti, perché tutti noi viviamo una condizione di fragilità» sostiene inoltre che «l’intimità di un individuo non deve essere accessibile a tutti».
Nei soggetti che vivono in strada, il rapporto con la realtà ha preso delle sfaccettature particolari:
- Perdita di intenzionalità → avviene quando le persone non riescono più a riconoscere la relazione intima della realtà e perciò non riescono a vivere la possibilità di dare un senso e un significato alle cose. Qui ci si trova di fronte ad una rinuncia alla soggettività e ci si trova, dunque, davanti al dévivre (de-vivere) = cessare di vivere, pur senza morire.
- Intenzionalità distorta o di “eccesso dell’Io” → si parla di quando la realtà diviene una sorta di preda e la realtà in relazione alle diversità, alle relazioni, alla complessità viene negata e cancellata e, pertanto, presta un’immagine di un sé onnipotente che rifiuta ogni comunicazione con l’altro.
- Da questo deriva che la sfiducia in sé e la non accettazione di sé risultano devastanti e scompare ogni significato legato alla presenza di altri → la spaccatura tra il sé ideale e il sé reale conduce a una paralisi nel rapporto con la realtà e con le azioni = paralisi della capacità di resistere, di ricominciare e di riscattarsi.
Risulta importante ed evidente che l’incontro con le storie di questi uomini di strada può anche nascere un incontro e una possibilità di evoluzione che non risulti autodistruttiva rispetto alla conoscenza del sé e del mondo che, invece, tendono ad apparire svuotate e caratterizzate da rinuncia, mettendosi in continua fuga da tutta la loro sofferenza.
Questa particolare relazione educativa è caratterizzata dall’incontro → la relazione con l’altro è espressione del pensare il sé e del rapporto che si ha con la realtà e con il tempo. La relazione infatti risulta educativa quando trova la misura del proprio esistere nel tempo; ovvero dà forma al tempo della vita → Zambrano sostiene che nella differenza dei tempi «l’altro è la compagnia di cui ogni essere necessita»; ovvero senza l’altro il cammino della vita non è in movimento. Risultano di conseguenza indispensabili le dimensioni del lasciare tempo e del dare tempo.
Da qui derivano due sfide dell’incontro:
- Lavorare insieme sull’esperienza del tempo.
- L’incontro con persone senza dimora porta allo sguardo pedagogico caratterizzato dalla fatica di costruire la conoscenza tra loro e chi li incontra (ovvero dare vita all’incontro).
L’uomo non può possedere l’altro, non può salvarlo o tracciare il suo destino. Si può solo lasciar essere e lasciar andare per riconoscere la libertà dell’altro.
L'abbandono e la promessa di una vita buona
Qualità della vita: concetto spesso richiamato in campo sanitario e socio-assistenziale in relazione alla grave emarginazione. In questo particolare concetto Marco Ingrosso ha dato un contributo, specialmente circa i paradigmi della cura in cui si declinano varie tipologie di benessere in riferimento alle persone fragili o ferite:
- Benessere corporeo = benessere non solo fisico, in particolare di come il soddisfacimento dei bisogni fisiologici si accompagni ad un senso di calma e di apertura ad altre possibilità.
- Benessere securitario = benessere di sicurezza e custodia e di come esso si leghi alla regolazione dei contatti con l’esterno, al clima di fiducia e di rassicurazione.
- Benessere ambientale = rappresentato dal frutto di un'interazione degli spazi e delle istituzioni.
- Benessere psicologico o emozionale = richiede il riattivarsi di una capacità di autoregolazione del soggetto, sostenuta dal sistema di relazione e di cura; in specifico essa riguarda la formazione e l’esercizio dell’autonomia, lo sviluppo di potenzialità, di adeguatezza nelle relazioni con l’altro e di uno scopo della vita.
La costruzione di relazioni di appartenenza, di inclusione e di reciprocità tra soggetti che operano nella rete di cura, crea il benessere sociale che viene distinto in:
- Benessere comunicativo - importante l'aspetto dell’ascolto, del consenso, della gestione delle informazioni e delle conoscenze.
- Benessere organizzativo - importante nelle pratiche incentrate sullo scambio, nel senso di “impresa comune”, di progetti assunti e condivisi.
Se tutte queste dimensioni del benessere muovono relazioni e scambi, si arriva ad uno sviluppo del benessere etico-spirituale, legato al riconoscimento della coerenza degli scopi, dei valori e dei principi del soggetto (anche di quello fragile).
Il percorso che va oltre al disagio e alla sofferenza e porta ad un nuovo modo di stare e verso un nuovo essere, chiede di riavviare una capacità di narrare la propria storia → il racconto (che può essere frammentato quotidianamente, verso un educatore) inizia da quello che il senza dimora ritiene sia l’avvenimento più significativo della sua autopercezione di esistere. Questi particolari fatti che i senza dimora raccontano sono caratterizzati da dolore e sofferenza, legati ad episodi di abbandono o fratture relazionali.
Tuttavia è indispensabile sottolineare che, per aprire la strada ad un nuovo percorso personale, si passa prima attraverso un periodo di "morte individuale" caratterizzata da vuoto e smarrimento che crea paura e timore e si impone con resistenza. Il passato non può essere dimenticato rimuovendolo → occorre riconoscere tutte le parti di sé e con molta forza non auto-colpevolizzarsi circa la propria esistenza (è necessario giudicare sé stessi per riuscire a scrivere una nuova storia). L’acquisizione di un nuovo sistema di significati e di consapevolezza deve avvenire grazie all’attività di autopoietica, sviluppata in processi e momenti radicati nella condivisione della vita quotidiana, nella costruzione della casa e del tempo, dei gesti reciproci e dei significati, delle norme minime di convivenza condivise con gli altri.
L'estraneità e il dramma: lasciare il tempo
L’esperienza di abbandono (subito o agito) è così dura da segnare una solitudine profonda che porta alla sensazione di "appartenere al nulla" → non si avverte la bellezza o il dono o il perdono; la mancanza di relazione e il senso di vuoto profondo si uniscono anche a condizioni di salute fisica e psichica precarie. Tutto questo dramma (del ricordo e del confronto con le esperienze precedenti e significative) deve essere reso sostenibile. Nei centri di accoglienza, nelle comunità, nei dormitori o nelle cooperative che si occupano di persone senza dimora, l’obiettivo diviene quello di allontanarli dalla vita di strada.
Tuttavia sin dall’inizio della relazione educativa si incontra la barriera del senso di colpa chiamata anche "colpa senza riscatto" = colpa non elaborata che blocca qualsiasi progettualità e che produce vissuti di rancore verso chiunque. Successivamente però si arriva anche ad un risveglio emotivo che può consentire una maggiore percezione delle proprie responsabilità nelle scelte che si sono precedentemente compiute, del peso che si ha avuto nella propria storia. È perciò importante conoscere e ricostruire l’insieme delle rappresentazioni e degli avvenimenti cristallizzati per poi elaborarli progressivamente e arrivare ad una presa di distanza critica. Interpretare e vivere in un altro modo la realtà presente e futura risulta l’impegno prioritario per riprendere il rapporto con il passato, riattribuendogli significato.
I tempi di acquisizione e di presa di coscienza di tutto questo avvengono sempre in modo non lineare e non prestabilito (si rispettano i tempi di ognuno). Per restare all’interno di una situazione di marginalità estrema una persona deve costruire rigide barriere di difesa e veri e propri meccanismi psichici di protezione e di resistenza. Per questo è indispensabile indebolire questi meccanismi, costruendo un contesto di relazioni nel quale la minaccia della perdita dell’individualità e il peso del giudizio siano attenuati e non richiamino al vissuto di esclusione → sarà così possibile affrontare il fallimento e il peso dell’abbandono.
Pensare la condizione dei senza dimora non solo come incapacità e patologia, ma come una ricerca di equilibrio e di una sostenibilità della vita orienta verso una direzione diversa la strategia educativa. È per questo che, nei servizi di prima accoglienza, emerge la fatica del confronto tra diverse appartenenze:
- Quella della realtà d’accoglienza che allontana dalla rete di relazioni del passato e apre la strada ad un diverso riconoscimento
- Quella della strada con le sue regole, le sue etichette locali e le sue regolazioni delle relazioni
Occorre che prenda forma una richiesta d’aiuto → qui si entra con fatica nel percorso di rivisitazione della propria storia che comporta anche l’instaurarsi di una possibile crisi depressiva. Superata questa, nell’iter riabilitativo ed educativo, si arriva alla scoperta della propria organizzazione psichica, al riconoscimento di sé e delle proprie risorse e l’orientamento verso un nuovo orizzonte identitario. Pertanto ricomporre la propria storia porta al recupero di abilità e di capacità precedenti al percorso di esclusione (questo percorso a volte risulta rapido) e appare anche una certa nostalgia di quando “si era di qualcuno” o di quando ci si è sentiti fieri di sé.
Le virtù della colpa (cap.2)
Educazione come pena e come riscatto
Nelle relazioni tra uomini e donne all’interno delle carceri può nascere un nuovo inizio, collegato al loro fallimento e al loro riscatto. Tuttavia prima di ciò si incontrano due diversi tipi di resistenza, in relazione al lavoro educativo:
- Resistenza dell’istituzione = la pena, il tempo della detenzione definito nella sentenza, finisce per sostituire la colpa e lo scontare la pena sostituisce anche il ripensamento personale e la ricerca di un riscatto (la pena sostituisce la colpa).
In questo particolare contesto è inevitabile fare i conti con la difficoltà dei detenuti di rendersi disponibili a farsi carico di sé stessi; ma nonostante questo si può comunque interrogarsi su ciò che vale nella vita o di assumersi un impegno verso figli/madre/vittime e arrivare ad avere nuovi comportamenti per iniziare una storia diversa.
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