Capitolo 1
Crescita, sviluppo economico, sviluppo umano
Con il termine sviluppo gli economisti indicano l'accrescimento nel tempo e generalmente in modo graduale di una qualche entità visibile. Affinché si possa parlare di sviluppo è necessario identificare un oggetto della nostra osservazione e verificarne il mutamento. Occorre definire:
- L'oggetto del quale si studia lo sviluppo e i caratteri che lo contraddistinguono che devono permanere nel tempo
- Fissare criteri per misurarne i mutamenti
- Ci si può chiedere se esiste un punto di arrivo nel processo di sviluppo.
Sin dai primi fisiocratici e dallo studio di Adam Smith “La ricchezza delle nazioni” il termine sviluppo e il suo studio si riferisce a un paese, o una nazione, o una regione del mondo.
I tre principali significati dello sviluppo in economia sono:
- Crescita
- Trasformazione strutturale
- Miglioramento del benessere collettivo o della qualità della vita
È diffusa l'idea che lo sviluppo economico di un paese consista nell'aumento della sua produzione e del suo reddito, tant'è che si dice che lo sviluppo di un paese è tanto maggiore quanto maggiore è il tasso di crescita del suo prodotto. Il prodotto di un paese è la somma dei valori aggiunti nei vari settori, ossia l'incremento di valore conferito a ogni bene e servizio in ogni fase della sua produzione, al lordo dell'ammortamento corrispondente al valore del capitale fisso usato nella produzione. Il prodotto dei fattori attribuibili ai cittadini di un paese di chiama Prodotto Nazionale Lordo (PNL, in inglese GNP), mentre quello dei fattori, a chiunque essi appartengano, localizzati nel paese, si chiama Prodotto Interno Lordo (PIL, in inglese GDP).
La misurazione di PNL e PIL non è esente da problemi, poiché alle rilevazioni statistiche e fiscali sfuggono i beni e servizi prodotti dall'economia sommersa, ossia quelli che vengono consumati dagli stessi produttori (prodotti del lavoro domestico).
Per confrontare il grado di sviluppo di vari paesi si deve tener conto della popolazione, facendo ricorso al Prodotto pro capite. Tuttavia, per confrontare i valori di diversi paesi è necessario convertirli in una unica valuta (convenzionalmente il dollaro statunitense). Se la conversione viene fatta utilizzando il tasso di cambio ufficiale tra le due valute, il confronto può essere viziato per due motivi:
- Il tasso di cambio ufficiale può divergere da quello di mercato quando è fissato dalle autorità economiche di un paese. Ne deriva che il prodotto di un paese può apparire maggiore o minore di quello che risulterebbe se il tasso di cambio riflettesse i valori di mercato.
- Anche se il tasso di cambio è quello di mercato, questo dipende dalla domanda e offerta di moneta determinate dai movimenti di capitale e dagli scambi internazionali di merci. Tuttavia, parte dei beni e servizi consumati non sono scambiati internazionalmente e quindi le quantità vendute non influenzano il tasso di cambio. Ne deriva che in un paese dove i costi di produzione e i prezzi dei beni e servizi non commerciati internazionalmente sono più bassi, un dollaro USA ha un potere d'acquisto superiore a quello che ha in paesi dove tali costi sono più elevati.
A fronte di questi problemi è stato introdotto un tasso di conversione convenzionale, dato alla media ponderata dei prezzi mondiali di 151 categorie di beni, creando un dollaro artificiale che ha pari potere di acquisto in tutti i paesi.
Il tasso di crescita del PNL o del PIL è un indicatore fondamentale dell'andamento dell'economia nel breve periodo (si suppone che tecniche, istituzioni, ecc. rimangono invariate) ma diventa insufficiente nel lungo periodo.
La storia ci mostra che a una crescita della produzione elevata e prolungata corrisponde un cambiamento della struttura economica di un paese. Con cambiamento strutturale si intende il passaggio da un'economia tradizionale, dove le attività prevalenti sono l'agricoltura e l'artigianato, ad un'economia moderna come quella che caratterizza i paesi con reddito più elevato. La teoria degli stadi dello sviluppo economico di Rostow (1962) riporta questa concezione: il processo di sviluppo passa attraverso 5 stadi. Nel primo stadio valori e comportamenti della società si basano su consuetudini e l'economia produce quanto serve al consumo; quando si fa strada in qualche gruppo sociale l'idea che il progresso è possibile e vantaggioso, i rapporti di scambio si intensificano, nascono le prime attività manifatturiere e una parte del reddito viene risparmiata e investita. Questo stadio crea le premesse per il decollo che caratterizza il successivo stadio. Nel terzo stadio il saggio d'investimento aumenta, cresce il reddito pro capite, vengono introdotte le innovazioni tecniche e la struttura produttiva si diversifica. Per dare avvio al decollo del terzo stadio è necessario un mutamento nei valori e nelle istituzioni della società in modo da sostenere la crescita degli investimenti. Nel quarto stadio l'economia può definirsi matura: si affermano nuovi settori e si estende l'utilizzo delle nuove tecniche. Il processo di modernizzazione raggiunge il suo apice nel quinto stadio, corrispondente all'economia della produzione e del consumo di massa (la crescita del reddito consente di scegliere tra la sua redistribuzione o il suo impiego per fini di potenza nazionale).
Vengono alla luce due relazioni:
- Quella tra trasformazione della struttura economica e crescita del reddito.
- Quella tra sviluppo economico e mutamento sociale e istituzionale.
Per un singolo individuo o per una famiglia un maggiore reddito è un fatto positivo in quanto accresce la quantità di beni ai quali può accedere, la capacità di soddisfare i propri bisogni e più in generale migliora il benessere o qualità di vita.
Quando si passa dall'individuo alla collettività sorgono dei problemi: un maggior prodotto non si distribuisce nella stessa misura tra tutti i componenti di una collettività. Il PNL pro capite è inadeguato come indice dello sviluppo poiché tale indice non fornisce informazioni sulla distribuzione del reddito.
Non è tuttavia nemmeno sufficiente considerare i dati relativi alla crescita del reddito assieme a quelli circa la sua distribuzione: se la crescita economica deve essere considerata un mezzo rispetto ai fini, si pone il problema di definire quali siano questi fini. La definizione del benessere implica confronti tra individui diversi che hanno diverse visioni di equità, uguaglianza e sviluppo. Una prima soluzione è stata suggerita nella teoria dei bisogni essenziali (anni '70): partendo dal presupposto che una corretta visione dello sviluppo implica la soddisfazione dei bisogni fondamentali della vita per tutti i componenti di una collettività, i sostenitori della teoria ritenevano che la crescita dovesse garantire a tutti le quantità minime di cibo, vestiario, alloggio, acqua, sanità e istituzione.
Amartya Sen invece nella sua opera afferma che ciò che conta è quello che le persone possono o non possono fare, che dipende non solo dalla quantità di beni posseduti, ma anche dalla capacità di trasformarli in attività funzionali al raggiungimento dei propri fini. L'ammontare del reddito e la quantità di beni posseduti non sono indice di benessere, perché i bisogni delle persone e le capacità di utilizzare il reddito per raggiungere i proprio fini sono diversi a seconda di diverse circostanze relative al soggetto (ambiente in cui vive, ecc).
Dal 1990 un'agenzia delle Nazioni Unite, l'UNDP, pubblica un rapporto annuale nel quale i paesi membri dell'organizzazione sono classificati in base a un indice di sviluppo umano (Human Development Index, HDI) e che comprende tutti i valori ponderati del PIL pro capite reale, della speranza di vita alla nascita, della alfabetizzazione e della diffusione a livello di istruzione.
Capitolo 2
Lo sviluppo capitalistico e le sue fasi
Possiamo considerare l'economia la stessa entità all'inizio e alla fine di un periodo storico considerato? Il paradigma della modernizzazione risponde positivamente a questa domanda. L'esempio più palese è la teoria degli stadi di Rostow: nella sua visione lo sviluppo è un processo evolutivo unidirezionale nel quale ogni paese passerà da una situazione originaria di sottosviluppo ad una di pieno sviluppo. I meccanismi economici che permettono il passaggio da uno stadio al successivo non sono definiti, ma presuppongono le categorie dell'economia moderna, secondo la quale ciò che determina il tasso di crescita è il tasso di risparmio e investimento, e di conseguenza ciò che consente lo sviluppo è l'aumento della quota di risparmio di reddito nazionale. La debolezza della teoria di Rostow sta nel fatto che essa considera la modernità come un'astrazione empirica della realtà delle economie avanzate, mentre considera la tradizione come un'accezione negativa. Ne deriva che Rostow ignora le differenze delle diverse società e economie che si sono succedute nel tempo.
Dunque bisogna presupporre che:
- Nel tempo si sono convissute o si sono succedute diverse forme di organizzazione della società e dell'economia.
- Lo sviluppo del quale si occupa l'economia politica è lo sviluppo economico del capitalismo.
Con sviluppo economico intendiamo le trasformazioni strutturali all'interno del sistema capitalistico mondiale, mentre con transizione intendiamo il passaggio da una forma storica di organizzazione dell'economia ad un'altra, e in particolare il processo che ha portato in Europa dal sistema feudale a quello capitalistico. (Ricorda: il capitalismo è un modo di produzione, leggi appunti).
Nei secoli che vanno dal Mille al XV secolo si svolge in Europa un processo che, da un lato, porta a un perfezionamento degli istituti feudali, dall'altro li mette in crisi. Il processo avviene attraverso due fasi:
- La prima di espansione dal Mille alla metà del XIV secolo
- La seconda di depressione nel periodo successivo
Nella prima fase aumenta la popolazione, si colonizzano terre incolte e la produzione aumenta in misura superiore all'incremento demografico. Il sovrappiù alimenta l'attività artigianale e il commercio arricchisce i ceti medi e porta alla fioritura delle città. Nasce la figura del mercante professionale che per poter svolgere la sua attività deve essere libero dagli obblighi e vincoli feudali. Gli artigiani produttori di merci che trovano il loro sbocco in mercati lontani dipendono sempre più dai mercanti: la figura del libero artigiano si trasforma in molti casi in quella del lavoratore salariato.
La trasformazione delle figure sociali non cessa nemmeno nella fase di depressione, iniziata alla metà del '300: la recessione demografica riduce le colture, la produzione agricola diventa eccedente e porta alla caduta dei prezzi dei cereali e i salari reali tendono a crescere. L'aumento delle spese durante le guerre costringe ad aumentare la tassazione e a continue svalutazioni della moneta, il che porta a una contrazione dei redditi dei signori feudali.
Nelle province orientali della Germania e nella Polonia la minaccia di impoverimento spinge i grandi feudatari a rafforzare i vincoli feudali (la cosiddetta seconda servitù), mentre nell'Europa Occidentale le carestie, epidemie, guerre e conflitti che caratterizzarono i secoli XIV e XV furono letti come manifestazioni del declino della società feudale.
Emergono nuove figure sociali che si affiancano a quelle del mondo feudale: il mercante, il servo affrancato divenuto proprietario, il contadino impoverito. A fianco delle nuove figure sociali emergono anche nuove istituzioni (contratti agrari e di lavoro, imprese artigianali, ecc) e nuove categorie economiche (rendita in denaro, profitto, salario).
Alcuni limiti che bloccano lo sviluppo (scarsità di terre coltivabili, vincoli alle corporazioni, ostacoli a traffici ad Oriente...) spingono a cercare risorse al di fuori del continente, sperimentano nuove vie di espansione. Inizia così il processo di transizione dal feudalesimo alla moderna società capitalistica.
Ciò che caratterizza l'economia capitalistica è l'incessante rivoluzionamento delle forze produttive, la periodica modificazione delle tecniche e la divisione del lavoro. I rapporti sociali di produzione capitalistici esprimono il dominio di una classe, la borghesia, su un'altra classe, il proletariato, e sono mediati dai mezzi della produzione. Con la rivoluzione industriale iniziata in Inghilterra nella seconda metà del '700, la possibilità di unire sotto un unico comando più lavoratori, di attuare una divisione tecnica del lavoro, portano all'introduzione di macchine che sostituiscono lavoro e lo rendono più produttivo.
Mentre nei modi di produzione precapitalistici il mercato aveva una funzione marginale, nel capitalismo i processi di scambio, di produzione e distribuzione avvengono prevalentemente tramite il mercato. Trattasi di un'economia monetaria poiché la moneta non è più soltanto il mezzo per facilitare gli scambi delle merci, ma un presupposto nonché risultato del processo economico complessivo.
Ciò che interessa agli imprenditori capitalisti è il profitto, ossia quella parte di valore realizzato che resta dopo che il lavoro è stato retribuito e sono stati coperti tutti i costi della produzione. Il sovrappiù assume la forma di plusvalore, e i fondi impiegati nella produzione sono capitali in quanto produttivi di profitto. Ciò che mette in moto il processo economico è dunque la produzione di plusvalore, e la bussola del capitalista è il saggio del profitto.
Nel mondo non capitalista il ruolo sociale dei soggetti dipendeva dal posto occupato in strutture di parentela o in gerarchie, mentre nel mondo capitalista le classi vengono definite a seconda del loro rapporto con i mezzi di produzione, e più precisamente, con il capitale (per esempio il potere dei borghesi è tanto maggiore quanto più è grande il capitale controllato). La riproduzione del sistema economico è riproduzione allargata, ossia su basi capitalistiche sempre più ampie ed il capitale viene usato con l'obiettivo della sua autoespansione.
La creazione di profitto presuppone la ripartizione del valore del prodotto: i capitalisti da una parte devono fronteggiare le richieste di salari sempre più elevati da parte dei lavoratori, e dall'altra parte devono combattere la concorrenza nel mercato. L'imprenditore diventa innovatore, poiché le forze produttive sono continuamente rivoluzionate. Tuttavia l'accumulazione presuppone anche la creazione di nuova moneta per finanziare l'acquisto della produzione sui mercati finali da parte dei consumatori.
Proprio per questo motivo diventa sempre più importante il ruolo assunto da finanzieri e banche, che creano nuova moneta, concedono prestiti e ne stabiliscono le condizioni. Sin dall'inizio il capitalismo tende a creare un mercato mondiale che unirà tutto il mondo in un unico sistema economico.
L'economia capitalistica è caratterizzata da un andamento ciclico, segnato da periodi più o meno lunghi di espansione della produzione seguiti da periodi di contrazione. Il passaggio dalla fase ascendente a quella discendente è il momento della crisi, che blocca gli investimenti e riduce l'occupazione. I cicli di breve durata successono nei primi decenni dell'800 all'interno di fluttuazioni di maggiore lunghezza o onde lunghe. L'instabilità del capitalismo si accompagna tuttavia alla sua capacità di superare i momenti critici: ciò viene spiegato con il meccanismo di regolazione, ossia trattasi della capacità di un insieme di istituzioni di regolare i comportamenti dei diversi soggetti economici, in modo da mantenere i conflitti tra differenti interessi entro certi limiti che consentono la riproduzione e la crescita.
Nella storia del capitalismo possiamo distinguere quattro fasi:
- Capitalismo concorrenziale
- Capitalismo ologopolistico
- Capitalismo fordista-keynesiano
- Capitalismo globalizzato
Nella prima fase l'affermazione della rivoluzione industriale, la scomparsa delle antiche barriere protezionistiche e la facilità di ingresso nel mercato fanno della concorrenza tra capitalisti e lavoratori il principale meccanismo di regolazione, mentre nei rapporti internazionali si afferma il libero cambio e il sistema aureo.
La lunga crisi che caratterizza gli anni che vanno dal 1873 al 1897 segna il passaggio ad una nuova fase. Una nuova ondata di innovazioni tecniche danno un impulso alla produzione e permettono l'affermarsi di settori come il settore tessile, siderurgico, chimico e l'industria elettrica (seconda rivoluzione industriale).
La prima guerra mondiale, il crollo di Wall Street e infine la seconda guerra mondiale segnano un periodo di crisi in cui il mercato si frammenta e il sistema aureo tramonta. Si delineano successivamente tutti quegli elementi (New Deal dell'amministrazione di Roosevelt, nuove teorie economiche) che caratterizzeranno una nuova fase, quella del capitalismo fordista-keynesiano.
Con fordista si intende un'organizzazione dell'economia basata su grandi imprese integrate verticalmente e sulla produzione di massa di prodotti standardizzati per il consumo di massa, della quale Henry Ford fu antesignano negli Stati Uniti agli inizi del XX secolo. Con keynesiano si fa riferimento invece al ruolo dell'intervento pubblico nell'economia.
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