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ricostruzione e lo sviluppo dei Paesi arretrati.

Infine nel 1948 è stato istituito il GATT, cioè GENERAL AGREEMENT ON TARIFS AND

TRADE, sostituito dal 1995 con la WTO o WORLD TRADE ORGANISATION.

Il GATT di principio doveva essere un'organizzazione super partes che avrebbe dovuto regolare il

commercio internazionale, ma non trovando accordi fra le diverse parti, si arrivò al compromesso di

limitare la sua linea d'azione alla sola questione doganale.

La dottrina Truman e il piano Marshall

Nel 1947 Truman definì la linea d'azione americana in materia di politica estera, che riguardava

principalmente la necessità di fornire aiuti economici e militari alla Grecia e alla Turchia, paesi che

dipendevano completamente dagli USA.

Nel 1947 invece Marshall definì l'EUROPEAN RECOVERY PROGRAM, cioè un piano di aiuti

economici da destinare all'Europa e per favorirne la ripresa e la crescita. Questo divenne operativo

nel 1948: lo scopo non era però solo economico, ma anche politico, volendo bloccare l'ascesa

comunista sovietica proveniente da est. Questa linea politica portò alla nascita della Guerra Fredda.

Tuttavia gli aiuti forniti nella prima fase erano costituiti prevalentemente da beni di prima necessità,

nella seconda fase invece vennero importati macchinari,veicoli, ferro e acciaio per aiutare l'Europa

a sollevarsi, sostenendo il capitale e l'industrializzazione.

Gli obiettivi erano chiari: stabilizzazione finanziaria, elevare il tenore di vita delle persone,

accrescere il commercio europeo. In tutti i paesi, fatta eccezione per la RFT si assistette a una

grande ripresa del PIL.

Il processo di decolonizzazione

Alla fine della II gm molti paesi si trovavano ancora sotto i regimi coloniali di Francia, GB,

Portogallo, Spagna, Belgio e Olanda. In tutti i paesi era stata manifestata la volontà, più o meno in

modo cruente, di libertà, le quali nella maggior parte dei casi erano state represse con la forza.

La decolonizzazione poteva avvenire in tre modi:

assimilazione (atteggiamento della Francia, nel caso dell'Algeria e di alcune colonie

– sudamericane, attribuendo ai nativi uguaglianza civile e politica rispetto ai cittadini della

madre-patria e integrava l'ex colonia allo stato colonia);

autonomia interna (GB vs. Australia, Canada, Nuova Zelanda e dava il diritto di legiferare in

– alcune materie, ma non politica estera, militare e sicurezza, che riguardavano lo stato

coloniale);

indipendenza (pieno riconoscimento della sovranità all'ex colonia → il processo che porta

– all'indipendenza avviene per tappe o per rivoluzione; per tappe attraverso negoziazioni

diplomatiche – Filippine 1946 e India 1947 anche grazie alla lotta non violenta del Mahatma

Gandhi, Marocco, Tunisia, Ghana, Costa d'Avorio; con rivoluzioni come nel Vietnam

francese, finita con la sua divisione in due stati, la guerra d'indipendenza in Algeria).

La Conferenza di Bandung e il primo decennio dello sviluppo

Il primo incontro Afro-Asiatico avvenne nel 1955 a Bandung, Indonesia, dopo l'acquisizione

dell'indipendenza. Vi parteciparono Egitto, Giappone, India, Indonesia, Iraq, Sri Lanka e Birmania.

Essa aveva come scopo la cooperazione culturale ed economica nell'area afro-asiatica, opponendosi

al colonialismo e al neo-colonialismo sviluppato in quegli anni da Usa e Urss.

La conferenza si concluse con la proclamazione di 10 punti fondamentali:

1. rispetti per i diritti dell'uomo e i principi sanciti dalle NU

2. rispetto per sovranità e integrità territoriale delle nazioni

3. riconoscimento dell'uguaglianza di tutte le razze e di tutte le nazioni

4. astensione da interferenze negli affari interni di altri paesi

5. rispetto del diritto di ogni nazione di difendersi

6. astensione dall'uso di accordi di difesa collettiva, astensione da parte di ogni paese di

esercitare pressione sulle altre nazioni

7. divieto di agire o minacciare l'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza

politica di qualsiasi nazione

8. conformazione di tutte le vertenze internazionali con mezzi pacifici

9. promozione dell'interesse e della cooperazione pacifica

10. rispetto per la giustizia e per gli obblighi internazionali

Dichiarazione di uguaglianza fra le nazioni + risoluzione 1710 del 1961 “Primo decennio dello

sviluppo” + grandi investimenti infrastrutturali+ previsione crescita 5% a fronte di un livello di aiuti

globale pari a 1% del PIL paesi avanzati.

Viene ribadita l'importanza di slegare questi paesi dalla dipendenza ai paesi ex-coloniali, con

programmi di mutua assistenza tecnica.

Successiva è la Conferenza di Belgrado del 1961, dove si celebrò la fondazione del Movimento

dei paesi non allineati.

La conferenza si concluse con l'allargamento dell'accordo di coesistenza pacifica siglato tra Cina e

India nel 1954, che comprendeva 5 principi:

rispetto dell'integrità territoriale e della sovranità

– reciproca non aggressione

– reciproca non interferenza negli affari interni

– cooperazione

– coesistenza pacifica

nel 1961 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 1710 dal titolo Il

decennio dello Sviluppo – programma per la cooperazione economica internazionale.

La guerra fredda

Il termine guerra fredda fu coniata dal finanziere Bernard Baruch durante un discorso del 1947 per

identificare la situazione di conflitto non bellico profilatosi fra Urss e Usa.

Nel 1948 l'Urss diede vita al COMECON, su esempio del Piano Marshall, CONSIGLIO DI AIUTO

ECONOMICO RECIPROCO, nel tentativo di stabilire un'economia di coesione e di pianificazioni

fra i paesi satelliti dell'Europa dell'Est – Bulgaria, Romania, Ungheria...

Sempre nel 1949 venne fondata la NATO NORTH ATLANTIC TREATY ORGANISATION, con la

quale si sanciva l'alleanza militare fra Canda, Usa, GB, FR, IT, PORT, BEL, OL, DAN, NOR, ISL.

La guerra fredda veniva anche definita sulla base della cortina di ferro, cioè una linea netta di

divisione fra l'Europa dell'est e l'Europa dell'Ovest.

La guerra fredda si poteva considerare tale però solo in Europa, dato che i suoi effetti bellicosi e

violenti si manifestarono nei paesi cosiddetti del terzo mondo, come dimostra la guerra in Corea nel

1950, finita con molte vittime solo nel 1953, con un armistizio che di fatto ripristinava la situazione

precedente: a nord vi era l'influenza russa, a sud quella statunitense.

Esempi simili sono la guerra del Vietnam 1964-1975 e la crisi di Suez 1956 in cui l'Egitto sostenuto

dall'Urss si opponeva al controllo militare di GB, Francia e Israele.

La cause della guerra fredda vanno ricercate nel timore degli Usa che l'Urss si potesse

effettivamente stabilire come potenza in Europa.

Se la questione viene affrontata dal punto di vista della politica ed economia dello sviluppo si può

analizzare da un lato la presenza di aiuti forniti da Usa a Europa con l'ERP, la nascita dell'ONU e

una serie di accordi bilaterali e multilaterali, insieme alle politiche della banca mondiale.

Per quanto riguarda l'Urss, non si può definire quali e quanti fossero gli aiuti distribuiti ai pesi

satelliti e inoltre venne creato un rapporto di forte dipendenza all'Urss. Gli scambi erano bilaterali,

fra paese x e Urss, che offriva il suo know how ai paesi in questione: in questo modo poteva attuare

il suo piano quinquennale.

Usa e Urss ebbero ruoli chiave anche per quanto riguarda i conflitti interni africani, anche se non vi

entrarono palesamente, anche se entrarono direttamente nei conflitti, come in Congo, Egitto ed

Etiopia.

I governi dei paesi quindi si affidavano agli aiuti forniti da un blocco o dall'altro, il quale come

scopo, aveva l'espansione dei propri obiettivi geopolitici.

Inoltre era necessario influenzare l'élite politica di un certo paese, definito strategico, al fine di

essere seguito anche dai paesi limitrofi.

3. Gli anni Sessanta

Il decennio 1960-70 si apre con un libro, intitolato The Ugly American, che descriveva l'arroganza e

l'incapacità di molti americani, inviati all'estero per ragioni di politica e di cooperazione

internazionale, di comprendere le culture locali e di combattere con efficacia il comunismo.

Per questo Kennedy definì l'importanza della riforma strutturale dell'assistenza allo sviluppo come

una delle priorità dell'agenda politica.

Infatti il congresso poi promulgò il Foreign Assistance Act, con il quale veniva riformata la

distruzione degli aiuti internazionali e soprattutto l'impegno morale degli Usa nel supportare quei

paesi che vivevano nella povertà. Qui venivano inoltre definiti due programmi, uno con l'obiettivo

di espandere le capacità produttive e l'altro per lo sviluppo delle risorse umane e la cooperazione

tecnica nei paesi a basso reddito.

Nel 1960 si costituì il DAG, DEVELOPMENT ASSISTANCE GROUP, un forum del quale

facevano parte i paesi donatori di aiuti.

L'anno successivo il DAG approvò una risoluzione, chiamata Common Aid Effort, che stabiliva i

ruoli di ciascun paese e che divenne la base per la risoluzione 1710 delle NU, con la quale si apriva

ufficialmente il Primo decennio per lo sviluppo.

Le teorie della modernizzazione

Accanto alla letteratura sullo sviluppo è stata affiancata una riflessione sulle conseguenze sociali e

su tutti quei fattori considerati non economici.

La ricerca si concentrò soprattutto su quei meccanismi economici e sociali che tentassero di

spiegare il perché alcune aree del mondo vivessero in condizioni di arretratezza e come questo gap

potesse essere colmato.

Una delle spiegazioni più note fu quella data da Walt Rostow, pubblicata nel 1960, la teoria degli

stadi, nella quale cercava di dare spiegazioni in termini macroeconomici, sociologici e politici, che

poneva le sue basi nella storia occidentale per dare vita a un modello di crescita.

Questo era un manifesto esplicitamente non comunista (come definiva il sottotitolo) e che spiegava

come l'economia occidentale abbia portato l'occidente alla ricchezza, mentre lo stesso non accadeva

per le altri parti del mondo.

Per Rostow la modernizzazione economica è avvenuta in 5 fasi:

società tradizionale (società statica, segnata da una visione del mondo prescientifica,

– fatalista, la cui economia si basava su risorse agricole – ciò comportava scarsa produttività e

basso ritmo di crescita demografica)

precondizioni per il take-off (avvio dell'idea di progresso e maggiore diversificazione

– culturale – con maggiore commercializzazione e meccanizzazione l'agricoltura diventa più

produttiva ed emerge una tendenza all'imprenditorialità)

take off (nascita di una vera e propria società moderna – l'industria si espande, i profitti

– aumentano e la società è tesa verso lo sviluppo e la crescita, che coinvolge non solo gran

parte della popolazione, ma anche delle istituzioni – si assiste al “decollo”, con il tasso di

natalità che declina, mentre crescono l'urbanizzazione e la commercializzazione

dell'agricoltura)

consolidamento (o maturità – i profitti continuano a crescere e l'industrializzazione si

– diffonde in tutti i settori economici, il 10/20% del PIL viene reinvestito sulla ricerca

scientifica e sull'innovazione tecnologica)

consumo di massa (crescono soprattutto i consumi dei beni durevoli che possono essere

– acquisiti dalla maggioranza della popolazione, superando la logica del consumo in risposta

alla necessità dei bisogni, avendo la possibilità anche di accedere a beni superflui – i

lavoratori sono occupati nell'industria e nei servizi)

La sua teoria coniuga la sociologia con l'economia, fino ad allora poco dialoganti nelle teorie dello

sviluppo.

In quegli anni crebbero anche gli aiuti bilaterali, cioè quelli diretti da un paese all'altro, grazie a

Stati come Germania e Giappone, che si stavano risollevando dalla crisi della II gm, soprattutto

grazie ai paesi scandinavi, come Norvegia e Svezia, svincolata di fatto da interessi di tipo politico.

La rivoluzione verde

Sempre in quegli anni si sviluppò la rivoluzione verde: grazie all'impulso di tecniche agricole, di

ricerche condotte dall'agronomo Norman Borlaug si riuscì ad avere miglioramenti genetici di alcune

piante importantissime, come il frumento, basso di altezza ma molto produttivo.

Inoltre importante fu anche la razionalizzazione delle irrigazioni grazie a nuove tecnologie di

pompaggio dell'acqua, all'utilizzo di prodotti chimici con proprietà fertilizzanti e di pesticidi,

insieme all'uso di macchine agricole.

Grazie a tutto questo la produzione indiana aumentò da 50mln di tonnellate di cereali nel 1950 a

115 mln nel 1970.

Nonostante questo però circa ancora il 40% della popolazione viveva in una condizione di

sottoalimentazione, non avantaggiando quindi la maggior parte della popolazione.

In realtà tutte le politiche di sviluppo degli anni '60 furono definite un fallimento.

Perchè?

Da quando lo sviluppo era stato avviato, i prezzi erano rimasti stabili, erano state create importanti

sovrastrutture, ma la povertà non era cresciuta, era anzi aumentata e così le disuguaglianze

distributive.

In questi anni si assistette a uno dei grandi drammi della cooperazione internazionale, con la fuga

dalle campagne alle città, con conseguenze di tipo sociale, economico, sanitario. Eliminare

semplicemente gli ostacoli che intralciano l'inevitabile percorso dello sviluppo non era sufficiente.

La crescita economica non era sufficiente.

4. Gli anni Settanta

Gli anni Settanta sono caratterizzati dalla forte crescita dei trasferimenti ai Pvs, sia di quelli pubblici

elargiti a titolo di assistenza con caratteri di liberalità (in questi anni si parla oramai compiutamente

di Aiuto Pubblico allo Sviluppo, APS), sia dei flussi (pubblici e privati) a condizioni di mercato.

La chiave della crescita doveva essere il garantire un migliore livello di vita delle persone con il

miglioramento dell'alimentazione e della salute.

In questi anni si scoprì non solo che crescita e sviluppo non erano sinonimi, e anche che con la

crescita del PIL aumentava la povertà, la diffusione di malattie, malnutrizione e conflitti sociali che

fino ad allora erano rimasti sconosciuti.

Nel 1970 le NU approvarono una nuova risoluzione, la n. 2626, con la quale l'Assemblea Generale

proclamava il Secondo decennio per lo Sviluppo, avendo recepito che era necessario un approccio

più global e che al tempo stesso il numero dei donatori del DAC era aumentato e definì di destinare

lo 0,7% del PIL all'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. La scadenza per il raggiungimento di tali obiettivi

(garantire flussi crescenti e certi di aiuto nel lungo periodo) era fissata per la metà del decennio.

Nel 1972 tre giovani ricercatori del MIT di Boston pubblicarono un rapporto intitolato I limiti

dello sviluppo che ebbe risonanza internazionale.

Con tecniche di simulazione innovative questi mostravano come la crescita controllata e

generalizzata avrebbe prodotto gravissime conseguenze per tutto l'ecosistema e per la stessa

sopravvivenza del genere umano.

Veniva in pratica messa in discussione l'ideologia sviluppista, con un diagramma si dimostrava

l'evoluzione tendenziale dal 1900 al 2100 di cinque fattori critici, come popolazione, prodotto

industriale pro-capite, alimenti pro-capite, risorse naturali, inquinamento, dimostrando come i paesi

avanzati non avrebbero potuto sostenere ritmi di crescita come nei decenni precedenti.

Inoltre se il tasso di inquinamento e demografico fosse rimasto invariato, si sarebbe arrivati a una

situazione di collasso di tutto il sistema.

La fine dello sviluppo sarebbe arrivata con l'inquinamento e precisamente col superamento della

capacità di assorbimento dell'ambiente. Il rapporto prese in considerazione la possibilità di riuscire

a raddoppiare il rendimento delle terre coltivate o di ottenere un efficace controllo sulle nascite,

rallentando così la crescita della popolazione. Il rapporto prese in considerazione la possibilità di

riuscire a raddoppiare il rendimento delle terre coltivate o di ottenere un efficace controllo sulle

nascite, rallentando così la crescita della popolazione. In entrambi i casi aumenta la produzione

industriale a un punto tale da creare un elevato inquinamento, nonostante le tecnologie per tenerlo

sotto controllo. Se si prendono i due casi congiuntamente il risultato è crollo della produzione

alimentare, esaurimento delle risorse e inquinamento.

Il rapporto, nonostante i suoi limiti, sottolineava la preoccupazione dovuta alle conseguenze della

crescita economica, che in nessun caso sembrava più coincidere con la sviluppo.

Quindi viene effettuata una revisione del concetto di sviluppo e la proposta di un nuovo modello di

relazione tra i paesi e di applicazione delle politiche di sviluppo.

Lo scenario cambiò di fronte alle crisi economiche causate dagli shock petroliferi del 1973 e del

1979. Nel 1975 infatti naufragarono le possibilità di dialogo fra i paesi avanzati, gravati da enormi

problemi relativi all'inflazione e alla disoccupazione e quelli in via di sviluppo. Quindi non

potevano più sostenere l'aiuto a questi.

Anche le istituzioni internazionali stavano cambiando atteggiamento e si stavano aprendo a nuovi

modelli politici, il cui obiettivo principale era garantire i bisogni e le necessità fondamentali ai paesi

del terzo mondo, ai quali questi erano negati. Quindi il problema dello sviluppo era legato

principalmente all'analfabetismo, alla denutrizione, alle malattie. Questo ciò che affermò

McNamara, presidente della Banca Mondiale nel 1973. L'obiettivo era destinare gli investimenti a

settori e attività maggiormente favorevoli agli strati più poveri.

Venne poi istituito l'ILO, ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL LAVORO, che adottò un

percorso di ricerca per mettere in luce il sensibile peggioramento delle condizioni di vita dei

lavoratori nei paesi del terzo mondo e che nel 1976 condusse alla Conferenza mondiale tripartita

sull'occupazione, la distribuzione del reddito e lo sviluppo sociale e la divisione del lavoro. In

questa conferenza si posero le basi per il basic needs approach.

La teoria dei basic needs

Secondo questa teoria le politiche di sviluppo dovevano concentrarsi su diritto alla nutrizione,

all'istruzione, alla salute, all'accesso all'acqua e ai servizi igienici.

Puntare su fattori come occupazione o disoccupazione ha senso solo nei paesi avanzati, mentre nel

terzo mondo le questioni riguardano soprattutto nutrizione, istruzione e salute.

Solo i paesi che avranno soddisfatto i loro basic needs potranno contare sulla crescita.

Non era più necessario solo basarsi sul PIL come dato di misurazione per il miglioramento, ma

erano necessari strumenti ben più complessi, come l'indice della qualità fisica definito da Morris

Adelman, suddiviso in tre indicatori, come mortalità infantile, aspettative di vita al primo anno e

alfabetizzazione. L'indice va da 1 a 100 e si calcola sulla base della media aritmetica dei tre valori.

La riflessione sui bisogni fondamentali si allargò anche a bisogni di carattere sociale e politico,

come la partecipazione, i diritti fondamentali...La strategia suggerita a ogni paese era quella di

garantire uno standard minimo quantificabile ai gruppi più poveri e marginalizzati della

popolazione. Questo standard doveva coprire, attraverso un reddito minimo, i bisogni primari di una

famiglia per quanto riguarda cibo, abitazione, vestiario, ma anche servizi essenziali, come l'igiene

pubblica, i trasporti, il cibo, l'abitazione, le cure mediche oltre che un impiego adeguatamente

remunerato per chiunque volesse lavorare.

La questione divenne presto dibattito politico e religioso.

Tuttavia per gli economisti l'obiettivo rimaneva l'aumento della produttività e senza i bisogni

fondamentali questa non poteva crescere. Le strategie per incrementare la produttività e diminuire la

povertà dovevano essere definite dalle istituzioni internazionali verso i governi nazionali e i piani

dovevano quindi essere seguiti per filo e per segno. Se le nazioni avessero realizzato piano di

sviluppo, la Banca mondiale avrebbe potuto supportare le azioni attraverso un sostegno finanziario

di lungo periodo. I Paesi del DAC furono così invogliati ad aumentare gli aiuti, in particolare nei

programmi settoriali e multilaterali.

I paesi del terzo mondo non furono tuttavia così entusiasti di queste decisione, a causa dell'idea di

ridistribuire il reddito, che ricordava l'esperienza del colonialismo. Tuttavia le organizzazioni che

applicavano la teoria dei basics needs entrarono in conflitto con i paesi del terzo mondo, i quali si

vedevano ancora una volta costretti ad accettare le indicazioni e le riforme imposte dai paesi

avanzati.

Molto spesso poi queste politiche si basarono soltanto sui bisogni materiali e non sul welfare.

La gestione degli aiuti risultò essere tuttavia fallimentare per la politica personalistica e spesso

dittatoriale di questi paesi, molto spesso sostenuta dalle potenze occidentali.

La teoria dei basics needs però poteva funzionare soltanto in una struttura statale forte e stabile: ciò

si andava a scontrare con la crisi petrolifera del 1973, il rincaro del prezzo del petrolio e l'alto tasso

di inflazione. Nonostante la ripresa dell'economia nel 1976, il fenomeno della fuga dei capitali non

era del tutto svanito, ma anzi la svalutazione del dollaro, il rincaro del petrolio e delle altre materie

prime fu la base della crisi debitoria degli anni 80.

La teoria dei basics needs è stata tuttavia importante come sensibilizzazione dell'opinione pubblica

nei paesi avanzati.

Contro la modernizzazione: la teoria della dependencia

é la risposta teorica di Brasile, Argentina, Cile alle teorie di modernizzazione.

La Cuba castrista e più tardi il Cile di Salvador Allende rappresentavano infatti, agli occhi dei

teorici dipendentisti, una sorta di banco di prova per saggiare le reali possibilità di sviluppo auto-

diretto e socialista dei paesi dipendenti latino-americani. Ciò ha dato vita a un movimento di

opinione che metteva in discussione le politiche economiche dominanti.

Ci sono tre diversi approcci alla teoria, molto diversi fra loro:

L'approccio delle riforme kenyesiane

Noto anche come approccio strutturalista della CEPAL – Commissione economica per l'America

Latina delle NU – prese l'avvio da autori come l'argentino Raul Prebisch e lo svedese Gunnar

Myrdal, che cercarono di elaborare una teoria dello sviluppo e di dimostrare che i paesi

sottosviluppati vivevano una condizione di dipendenza, cioè di periferia, rispetto a un centro, che

assegnava loro il mero ruolo di produttori di materie prima con un basso valore aggregato,

mantenendo il potere decisionale e la produzione industriale nei paesi del centro.

Prebisch per la prima volta denunciò il fatto che il commercio internazionale non si svolgeva affatto

secondo regole eque e consone al libero scambio.

Basandosi sulle analisi delle serie storiche degli scambi fra paesi sottosviluppati e paesi avanzati

egli ricavò la celebre tesi Prebisch-Singer, secondo la quale i paesi poveri assisterebbero a un

continuo deterioramento delle ragioni di scambio dei beni esportati.

La domanda di prodotti manufatti cresceva molto più di quella delle materie prime. Il gap

tecnologico fra nord e sud del mondo avrebbe addirittura portato a una differente composizione

globale dei prezzi dei beni e da qui a un progressivo deterioramento delle ragioni di scambio delle

aree più povere del mondo.

Per risolvere questo problema la proposta fu quella della import substitution, cioè promuovere la

creazione di una struttura industriale che consentisse di sostituire le importazioni di manufatti con

beni prodotti internamente. Ciò avrebbe favorito l'occupazione e quindi portato reddito.

Myrdal invece accoglie una concezione antica dell'economia, considerata scienza morale, cioè sono

i fattori non economici a costruire la fonte principale degli effetti di rafforzamento.

L'economia neoclassica, basata sull'equilibrio non può che quindi fallire, quando si tratta di paesi

poveri. Il sistema non si muove verso una forma di equilibrio, ma anzi tende ad allontanarsi da

questa posizione.

In un paese povero infatti le forze di mercato lasciate a se stesse operano in modo più accentuato

rispetto alla creazione di disuguaglianze economiche e all'aggravamento di quelle esistenti.

Questa è anche nota come teoria della causazione circolare, in cui si distinguono effetti di riflusso

ed effetti di diffusione.

I primi sono tutte quelle circostanze in grado di spiegare le crescenti disparità fra paesi, regioni,

gruppi sociali; gli altri invece sono quegli elementi che con il procedere dello sviluppo possono

causare una diminuzione della competitività territoriale come maggiori costi delle aree.

La soluzione marxista

Andrè Gunder Frank definiva una teoria di stampo neomarxista, che partiva da un elevato livello di

astrazione e di dogmatismo in quanto orientata a un impegno politico-rivoluzionario che pervadeva

il clima dell'America Latina di quegli anni.

Il capitalismo per lui era solo un sistema sbilanciato di relazioni, dove il sottosviluppo è considerato

prodotto storico delle passate e presenti relazioni economiche e di altro tipo fra i satelliti

sottosviluppati e gli attuali paesi metropolitani avanzati.

In quest'ottica il sistema capitalista avrebbe rafforzato la rigida divisione internazionale del lavoro

che è la vera responsabile del sottosviluppo dei paesi.

Gli stati dipendenti supportano i paesi avanzati grazie alle risorse minerarie, all'agricoltura e a un

lavoro sottopagato e servono altresì i paesi del centro acquistando tecnologie obsolete e beni

manifatturieri prodotti nel nord.

Frank si scagliò anche contro le politiche dei paesi latino americani allineati con l'Unione sovietica;

secondo lui gli aiuti e gli investimenti del centro erano comunque riformisti e tendevano a non voler

cogliere gli aspetti essenziali del sottosviluppo. Esso non è uno stadio originario di arretratezza, ma

un elemento chiave dell'ultima fase del capitalismo, che si esplica proprio nell'imperialismo

economico. Per risolvere il problema si deve contare su una vera e propria rivoluzione, il passaggio

a un socialismo autosufficiente sul piano interno per rendere possibile uno sviluppo economico in- o

non- dipendente.

Questa teoria ebbe molto successo in America Latina, diffondendosi anche in Europa e negli USA,

ma non in Africa e in Asia.

Nel momento di massimo successo però Frank si ritirò indietro e riformulò il suo pensiero, di fronte

al fallimento in Cile di Salvador Allende e alle difficoltà nell'industrializzazione di Cuba. Lo

sganciamento dei paesi dell'A.L. Non era stato possibile.

La dipendenza maoista

In oriente si stava mirando a un possibile sviluppo alternativo alla dicotomia USA-URSS. Molti

paesi del terzo mondo si allearono alla Cina nel tentativo di creare una terza via nel nuovo ordine

economico internazionale.

La teoria marxista però non era applicabile alla Cina, la quale non sarebbe arrivata al comunismo

passando per l'industrializzazione.

La Cina strinse accordi ufficiali e non ufficiali con diversi paesi africani, come Benin, Mauritania,

Guinea, Sierra Leone, in alcuni casi per sostenere movimenti rivoluzionari e in altri per porsi come

interlocutore economico (nella costruzione di infrastrutture come il collegamento ferroviario fra

Zambia e Tanzania).

L'idea di Mao Tzetung era che fosse possibile costruire una società socialista attraverso salti

qualitativi e continue rotture col passato.

L'applicazione della teoria della dependencia: il caso della Tanzania

Il presidente della Tanzania, J. Kambarage Nyerere, nel 1967 nella dichiarazione di Arusha decise

di affrontare il problema del sottosviluppo impegnando i propri concittadini a contare in primo

luogo sulle proprie forze.

I due principi erano Uhuru, cioè indipendenza, libertà – concepite attraverso il lavoro, e Ujamaa

cioè la necessità di costruire un socialismo partendo dalle radici africane e dall'unità economica e

sociale del villaggio.

Con un'economia morale ciascun villaggio poteva autosostenersi, quindi ognuno contribuiva al

miglioramento delle condizioni di tutti con il lavoro e la mancanza di accumulazione di capitali.

In Tanzania però i villaggi erano molti dispersi fra loro, quindi si rese necessaria l'agevolazione di

nuovi raggruppamenti, che dapprima erano volontari, ma poi divennero obbligatori.

Parallelamente venivano nazionalizzate le banche, le compagnie di assicurazione e gran parte delle

industrie del paese che non poteva contare su risorse minerarie.

L'educazione primaria gratuita ebbe un forte impulso e doveva essere pienamente integrata nella

vita di un villaggio.

Sul piano internazionale invece il presidente cercò di svincolarsi dalla dipendenza dai paesi del nord

del mondo e cercò invece relazioni con gli altri paesi africani, con i paesi del nord Europa e con la

Cina.

Questa politica però non riuscì a imporsi e diventò presto autarchia necessaria, dal momento che gli

investimenti estero diminuirono sempre di più.

Nel 1985 dichiarò di aver fallito e accettò invece le politiche della Banca Mondiale e del Fondo

Monetario Internazionale.

Le sue riforme avevano portato corruzione, problemi sociali.

5. Gli anni Ottanta

Anche all'inizio di questo decennio vengono definiti nuovi programmi, nel 1978 la Banca Mondiale

pubblicò il primo World Development Report, nel quale venne proposta una rilettura delle politiche

e dei risultati ottenuti nel quarto di secolo compreso tra il 1950 e il 1975.

Nei paesi conosciuti come Low Income Countries (LIC) e nei Middle Income Countries (MIC) il

PIL era cresciuto, con un calo della percentuale di reddito prodotto dall'agricoltura e un aumento a

favore dell'industria (grazie alla tecnologia) e dei servizi.

Il quadro appariva positivo, con una crescita del 22% della scuola primaria nelle LIC e nelle MIC

arrivando fino al 97%. I dati relativi alle scuole secondarie erano però meno entusiastici, ma

registravano comunque un valore positivo e lo stesso valeva per la percentuale di adulti

alfabetizzati.

Tuttavia ancora 800mln di persone viveva in uno stato di povertà assoluta.

Per gli economisti della BM era necessario accelerare la crescita nei LIC, espandendo le capacità

industriali e la presenza sul mercato internazionale. I paesi dei MIC invece avevano già il loro posto

e stavano competendo con i paesi avanzati.

Il problema rimaneva quindi solo nei paesi più poveri, ancora troppo dipendenti dagli Aiuti

Internazionali – era necessario quindi aumentarli ulteriormente per favorire la crescita e lo sviluppo.

Nel 1979 però ci fu una nuova crisi petrolifera, i prezzi aumentarono del 20% rispetto al 1973 e i

paesi non produttori videro un peggioramento delle ragioni di scambio e un deterioramento della

bilancia dei pagamenti.

Nel 1979 la BM definì i prestiti a sostegno dei programmi di aggiustamento strutturale, una misura

con carattere temporaneo, per consentire a questi di mantenere una bilancia dei pagamenti meno

negativa e di avviare così un processo di riforme interne, relative all'imposizione fiscale e alle

politiche monetarie.

Due rapporti sono fondamentali negli anni 80, cioè quello che proponeva l'adjustment,

aggiustamento economico di livello nazionale che doveva essere adottato da ogni paese dei LIC e

dei MIC, ma anche come aggiustamento globale.

L'altro è il rapporto Berg, che si concentrava sulla diagnosi e sui rimedi della crisi africana, insieme

al rapporto Bates, che invece considerava le possibilità di sviluppo delle politiche agricole nel

continente africano e che puntavano in dito contro la governance.

I programmi di aggiustamento strutturale proposti dagli organismi internazionali erano orientati a

una progressiva liberalizzazione dei mercati e della finanza, nonché la privatizzazione e la

deregolamentazione di molti settori, che divennero vincolanti per i paesi, che ancora necessitavano

di aiuti.

Sul lungo periodo avrebbe avuto effetti positivi avvantaggiando i paesi più poveri. Ciò non si

realizzò e gli anni 80 furono caratterizzati dalla crisi del debito.

La crisi debitoria

Nel 1982 il Messico dichiarò l'insolvibilità.

Perché si era però arrivati a tanto?

La crisi debitoria può essere fatta risalire a quattro motivi principali:

1. i cambiamenti delle politiche economiche e monetarie negli Usa e nel GB

2. la dinamica del prezzo del petrolio e l'andamento del mercato delle materie prime

3. il finanziamento privato del debito

4. la corruzione

5. la mancanza di investimenti che non permetteva di ripagare il debito, che invece cresceva a

causa del declino delle entrate provenienti dalle esportazioni

Ciò è anche legato alla decisione del governo Nixon di porre fine alla convertibilità del dollaro in

oro, a causa del grande deficit della bilancia dei pagamenti, la minaccia economica del Giappone e

la diminuzione della produzione interna. Questo destabilizzò il mercato finanziario internazionale

negli anni successivi.

Con la seconda crisi petroliera ile ragioni di scambio peggiorarono ulteriormente e crebbe il debito.

Il cambiamento della politica monetaria di questi due paesi andati in crisi consisteva in una politica

monetaria e fiscale molto restrittiva, il tasso di interesse era lasciato libero e in qualche caso lasciato

libero in modo da contrarre il credito.

Reaganomics e Washngton Consensus

Reagan attuò una politica economica che di fatto difendeva il dollaro, lottava l'inflazione, voleva la

riduzione del carico fiscale e dell'intervento pubblico nel sistema economico, alti tassi di interesse a

livello internazionale, nonché la riduzione dell'aiuto pubblico allo sviluppo anche sul piano

internazionale. I modelli economico utilizzati di riferivano all'approccio neoclassico. Fu rivisto

anche il concetto di sviluppo che venne definito come possibilità di ampliare le possibilità di scelta

economica dei componenti di una collettività e si può ottenere solo in un sistema in cui tutte le

decisioni vengono prese liberamente dagli individui, senza interventi dello stato. Questa teoria non

fu accettata solo da tutta la scuola neoclassica.

Le conseguenze → crescita spesa sociale perché aumento molto forte di disoccupazione, crisi

sociali... + peggioramento delle ragioni di scambio nei PVS (contrazione esprotazioni) + 1982 tasso

di interesse al 16.5%. Nei paesi ad economia avanzata → difesa tassi di cambio + occultamento

all’estero ricchezze acquisite rapidamente o illegalmente. Nei PVS → riduzione delle esportazioni +

diminuzione prezzi prodotti da esportazione + riduzione crescita soprattutto Africa e America

Latina.

Invece un altro filone è quello di Fred Hirsch che ipotizzava l'esistenza necessaria di limiti allo

sviluppo, che non derivano necessariamente da errori nell'applicazione o nella definizione di

politiche macroeconomiche, ma che scaturivano questioni di carattere sociale. Quindi lo sviluppo è

vincolato e limitato dalle relazioni sociali esistenti fra gli uomini, per le quali per esempio, di fronte

alla possibilità di acquistare beni posizionali, cioè non necessari, esiste una sorta di conflitto, di

contesa e di privazione a vicenda, quindi non tutti vi possono accedere tutti insieme.

La nuova teoria, Washington Consensus può essere condotta su tre piani:

1. le critiche alle idee e strategie di sviluppo seguite nei decenni precedenti

2. i caratteri essenziali della nuova corrente di pensiero

3. gli effetti sulle politiche effettive di cooperazione

I principali elementi soggetti a critiche possono essere articolati in cinque punti:

1. le politiche di import substitution (processi di industrializzazione sostitutivi delle

importazioni, alle quali di attribuisce la responsabilità di aver favorito la nascita di industrie

non competitive

2. i prezzi amministrati, i sussidi e ogni altra forma di protezione dell'agricoltura, che con

politiche di cambio artificiose avrebbero sfavorito la modernizzazione del settore

personalizzando l'export dei PVS

3. le politiche dei tassi di interesse e il controllo da parte dello stato del mercato finanziario e

di quello del lavoro che avrebbero prodotto forti distorsioni

4. l'eccessivo intervento dello stato in ambito economico, principale fonte di inflazione,

inefficienza e corruzione

5. l'aiuto prestato attraverso l'assistenza da parte dei paesi avanzati impedirebbe lo sviluppo

della periferia; le risorse esterne dovrebbero cioè essere assicurate attraverso i trasferimenti

privati e il libero funzionamento del mercato finanziario.

Gli assunti su cui si basa il Washington Consensus sono dieci, come rigorosa disciplina fiscale, la

riforma tributaria, i tassi di interesse reali, la liberalizzazione dei mercati, la privatizzazione delle

industrie statali.

Le Organizzazioni Internazionali mutarono i loro programmi di investimento nei PVS e le linee di

indirizzo nell'aggiustamento divennero sempre più coercitive e pressanti.

La necessità di liquidità dei PVS per sostenere il peso di tassi di interesse sempre più elevati, generò

quindi un circolo vizioso, che portava a conseguenze di carattere economico, ma soprattutto sociali

e politiche, di elevata gravità.

Le politiche monetarie delle reaganomics ebbero esisti devastanti non solo nei PVS ma anche negli

USA, molte piccole e medie imprese uscirono dal mercato.

L'intento era quello di spremere fuori dall'economia americana e il fuori significava nei paesi del

terzo mondo.

Impostazione neoliberista. Tre tipi di politiche:

1. riduzione della spesa, aventi come scopo la compressione della domanda interna e delle

importazioni. Numerosi tagli alla spesa pubblica, aumenti imposte e tariffe, controllo sulla

moneta, restrizioni creditizie e salariali

2. politiche di riallocazione della spesa che si prefiggevano di aumentare l’offerta di beni

esportabili sui mercati internazionali o sostitutivi delle importazioni. Svalutazione. Supporto

ai prezzi dei beni esportabili

3. riforme istituzionali, come la privatizzazione, la riforma tributaria, quella dei mercati

finanziari, la liberalizzazione dei prezzi e del commercio estero, che si proponevano di

aumentare l’efficienza complessiva grazie a maggiori incentivi alla produzione, alla

formazione del risparmio e all’investimento e all’eliminazione dell’interventismo statale.

I risultati: collasso produzione per il mercato interno, la banca centrale del paese perde il controllo

sui tassi => tendono a salire, privatizzazione => concentrazione proprietà terra e crollo prezzi

aziende statali, riduzione stato = riduzione occupazione, 1989 il w.c. è stato dichiarato non più

sostenibile.

Le fluttuazioni del mercato delle materie prime

Nel corso degli anni 80 i paesi del sud del mondo dovettero affrontare un nuovo cambiamento

radicale, cioè la brusca diminuzione del prezzo delle materie prime e dei prodotti agricoli di cui

erano esportatori. La soluzione adottata da molti paesi fu quella di aumentare la produzione ma dal

momento che la domanda non solo non cresceva, ma si contraeva la situazione divenne critica.

Per ovviare alle problematiche dovute dal crollo dei prezzi delle materie prime, nel 1980 era stato

creato un organismo internazionale il CFC COMMON FUND FOR COMMODITIES che

finanziava o cofinanziava progetti per il miglioramento della struttura produttiva e per la

commercializzazione delle materie prime dei PVS.

Di fatto però il fondo iniziò a operare attivamente solo nel 1989, molto più tardi rispetto ai trend che

aveva preso il mercato.

L'Africa subsahariana e l'America latina risentirono in modo particolare di questa situazione.

Per il primo paese la conseguenza fu la contrazione delle esportazioni che portò a una situazione

definita commodity dipendent. Solo l'Asia riuscì ad arginare il problema e a migliorare la

performance delle esportazioni, anche se con trend inferiori rispetto agli anni 60 e 70.

La fuga dei capitali e la corruzione

L'aumento dei tassi di interesse, la scadenza dei prestiti, l'impennata dei deficit commerciali fecero

aumentare di molto il fabbisogno di nuovi crediti, proprio mentre la disponibilità a erogarli andava

riducendosi.

In questi anni vennero esportati flussi di denaro enormi in parte provenienti da scambi illeciti e

facilitati dai regimi dittatoriali (come nelle Filippine di Marcos).

Il tema della corruzione negli anni 80 era stato confinato a pochi articoli di giornale o qualche raro

giornale di sociologia economica, non esistevano nemmeno ricerche che dimostrassero l'impatto

della corruzione e della fuga dei capitali sull'intero sistema economico finanziario.

Solo dagli anni 90 e 00 le discipline iniziarono ad analizzare il tema, come il Global Corruption

Report del 2007 che rivela che quasi il 60% degli intervistati in Africa ha vissuto episodi di

corruzione.

Le politiche adottate per la risoluzione della crisi del debito

Negli anni '80 l'aiuto pubblico allo sviluppo mutuò in quanto la crisi del debito aveva posto come

priorità essenziale proprio la risoluzione della crisi del sistema finanziario, che non stava

coinvolgendo solo i PVS, ma anche quelli avanzati.

Gli interventi che tendevano a ridurre l'influenza dello stato nell'economia furono consistenti e

governati dal FMI.

Gli aiuti di andarono a sovrapporre alle iniziative per la riduzione e la negoziazione del debito,

mutuando la natura del sostegno allo sviluppo e vincolando i paesi al principio di condizionalità.

I paesi debitori potevano accedere alle linee di sostegno per il pagamento del debito a fronte

dell'adozione di programmi di aggiustamento strutturale, in particolare per quel che riguarda le

riforme del sistema fiscale e finanziario, con un rafforzamento della pubblica amministrazione e una

razionalizzazione dei servizi pubblici per ridurne i costi.

Cambiamenti metodologici. La difficoltà nella gestione degli aiuti attraverso gli stati nazionali,

insieme al ruolo sempre più rilevante delle Organizzazioni non governative indussero l'elaborazione

di una logica di aiuto più puntuale sia dal punto di vista geografico che settoriale.

Diventava quindi necessario accostare degli interventi mirati e specifici, più vicini alle peculiarità

territoriali ed economiche dei singoli paesi.

Anche grazie ai paesi scandinavi, che per primi elaborarono la logica del progetto, iniziarono

iniziative di sviluppo dedicate specificatamente alle fasce deboli della popolazione che potevano

così alleviare le persone più povere di quelle difficoltà che l'aggiustamento strutturale avrebbe

causato nel breve periodo.

Le politiche macro. Per la risoluzione del problema del debito venne concentrata una triplice azione

che prevedeva:

1. la rinegoziazione dei debiti contratti

2. l'impegno ad applicare la condizionalità, cioè politiche di aggiustamento strutturale

3. la concessione di nuovi prestiti sotto il controllo diretto del FMI

Fino al 1988 queste iniziative non diedero i risultati sperati, tanto che nel G7 di Toronto di

quell'anno venne ribadita la necessità di un'azione più invasiva, con la nascita di una nuova

iniziativa, cioè la HIC HIGHLY INDEBTED POOR COUNTRIES, il cui obiettivo era considerare

le specifiche situazioni di ogni paese e valutare l'ammissibilità per una più consistente riduzione del

debito.

Conclusioni

Gli anni 80 portarono un aumento dell'attenzione dell'opinione pubblica dei paesi del nord per le

questioni che riguardano i PVS, anche grazie al ruolo sempre più rilevante delle ONG e delle

associazioni, che fanno della cooperazione e dell'educazione alla pace il loro obiettivo

fondamentale.

L'attenzione si è spostato sul piano micro, cioè locale e una sempre maggiore attenzione viene

prestata alle caratteristiche socio-culturali dei contesti di intervento, nella convinzione che tale

conoscenza possa essere un requisito fondamentale per avviare nuove metodologie d'intervento,

rendendo sempre più appropriate le pratiche di aiuto nei confronti degli abitanti del sud del mondo.

6. Gli anni Novanta

Negli anni 90 nasce il Rapporto sullo sviluppo umano – TEORIE DI SEN, a cura dell'agenzia

omonima UNDP, che si propone di valutare annualmente su base mondiale in senso comparativo e

diacronico i livelli di sviluppo umano raggiunti da ogni stato, cercando di integrare la prospettiva

prevalente di valutazione di sviluppo e di sottosviluppo, basata precedentemente soltanto su

parametri economici.

La crescita economica e il PIL non sono infatti gli unici due parametri da prendere in

considerazione per valutare un paese.

Era necessario quindi prendere in considerazione uno strumento che integrasse fattori economici,

sociali e politici per poter meglio apprezzare i ruoli vitali che rivestono istituzioni come governi,

mercati, autorità locali, partiti nel processo di sviluppo.

I beni così come il reddito sono un modo per ottenere benessere ma non sono di per sé indice di

benessere, quindi la povertà deve essere vista come privazione delle capabilities di ogni individuo.

Occorre valutare ciò che le persone riescono a fare e a essere con gli strumenti, le modalità e con le

capacità a loro reale disposizione per giudicare veramente che cos'è il benessere.

Sul fronte delle politiche l'obiettivo è certamente quello di compensare gli svantaggi e di ampliare il

più possibile quello spazio che include non solo i bisogni fondamentali ma anche altri legati alle

relazioni sociali, legati alla vita collettiva, alle libertà e ai diritti.

Con queste teorie quindi si mira alla riformulazione dei criteri di giustizia sociale, differenziandosi

quindi dall'idea che lo sviluppo fosse strettamente legato alla crescita economica.

Il nuovo concetto di benessere

La proposta di Sen, tradottasi in ISU – INDICE DI SVILUPPO UMANO, parte dalla

riconsiderazione del well-being di una persona, ponendo attenzione alla qualità della sua vita.

Tradizionalmente la statistica il benessere di un individuo come il paniere di beni a sua

disposizione, o anche il reddito, mentre la politica economica aveva affinato il concetto, utilizzando

la categoria delle opportunità (intese come p.ti di partenza).

Secondo Sen perl questi sono solo uno strumento per arrivare al well-being, il reddito infatti

dipende da altri fattori, personali e sociali.

Si possono identificare cinque cause che incidono sul rapporto tra redditi reali e benessere:

1. eterogeneità delle persone – le diverse caratteristiche fisiche degli esseri umani, che

differenziano le necessità personali, come età, genere, malattie o invalidità

2. diversità ambientale, che riguarda le variazioni delle condizioni climatiche, che possono

influire sulla qualità della vita – contaminazione dell'aria, presenza di malattie infettive

come il colera

3. variazioni del clima sociale – condizioni sociali, compresi il sistema scolastico pubblico e la

diffusione o l'assenza del crimine e della violenza

4. variazioni della conversione del reddito in qualità della vita – da una comunità a un'altra, a

seconda dei costumi e delle convinzioni – essere poveri in una società ricca può creare degli

impedimenti, non necessariamente legati alla situazione economica, come la partecipazione

alla vita della comunità

5. distribuzione familiare – di importanza cruciale, per il benessere di un nucleo familiare

dipenderà dal modo in cui verrà sfruttato il reddito per promuovere gli obiettivi di ciascun

componente della famiglia

Il concetto di libertà

Alla base del ragionamento di Sen c'è la libertà individuale, vista come impegno sociale, la cui

espansione deve essere sia il fine primario sia il mezzo principale dello sviluppo.

Lo sviluppo richiede che siano eliminate tutte le forme di non libertà, come la povertà, la mancanza

di sicurezza, le violazioni dei diritti umani e civili.

Sen presenta cinque tipi di libertà, che lui chiama strumentali:

1. libertà politiche – tutti i diritti civili, le possibilità delle persone di scegliere i propri

governanti e i principi ai quali questi si dovranno attenere

2. infrastrutture economiche – possibilità che gli individui hanno di produrre, scambiare e

consumare, utilizzando le risorse economiche + accesso al credito

3. occasioni sociali – istituzioni sociali, scolastiche e sanitarie, grazie alle quali gli individui

possono contribuire a costruire il proprio destino e quello della collettività alla quale

appartengono

4. garanzie di trasparenza – esplicitazione di regole comportamentali sulle quali si basa il

sistema sociale e svolgono una funzione contro la corruzione e l'irresponsabilità finanziaria,

comprendendo anche la libertà d'informazione, importante contro la corruzione e le attività

illegali

5. sicurezza protettiva – creare una rete di protezione sociale che impedisca a chi ha questi

problemi di cadere in uno stato di miseria, comprende anche assetti istituzionali fissi, come

gli assegni di disoccupazione

Functioning e capabilities

Sen afferma che un funzionamento è un conseguimento, mentre una capacità è l'abilità di

conseguire.

I funzionamenti sono più legati alle condizioni di vita, mentre le capacità sono nozioni di libertà,

ossia le opportunità reali che si hanno per quel che riguarda la vita che si può condurre.

I funzionamenti basilari sono di facile individuazione: essere ben nutriti, avere una buona salute.

Altri invece sono più complessi, come l'integrazione sociale o la realizzazione del rispetto di sé.

Riflettono le acquisizioni effettive degli individui e sono variabili del well being.

Le capabilities invece riflettono le acquisizioni potenziali, ossia la libertà di scegliere fra una serie

di vite possibili e sarebbero quindi costitutive della libertà, come libertà di fare e di essere.

La capacità di scelta non è presente nel funzionamento, se un gruppo di funzionamentti può essere

scelto da una persona, esso determina la capability di quella persona.

La capability definisce le possibilità che un individuo ha di raggiungere certi stati di essere, se

questi vengono valutati positivamente di parla di well being.

Per mezzo dei funzionamenti si può definire quelle che sono le capabilities di base.

La valutazione dei risultati conseguiti può essere differente dalla valutazione della libertà di

conseguire risultati; una persona può partire avvantaggiata, avendo più libertà ma finire con

conseguire risultati peggiori. I risultati vanno presi in considerazione all'obiettivo che si sta

perseguendo. È possibile poi distinguere fra risultati conseguiti e libertà di conseguire risultati. Le

due differenti distinzioni portano a quattro differenti concetti di vantaggio relativo di una persona:

conseguimento del benessere, risultato conseguito tramite l'azione, libertà di benessere e libertà

d'azione.

L'attenzione verso ognuno di questi 4 tipi di vantaggi coinvolge diversi esercizi di valutazione.

Nella politica economica di un paese la libertà di benessere è di maggiore interesse del

conseguimento del benessere.

Le crisi finanziarie

Gli anni 90 sono stati caratterizzati altresì da numerose e gravi crisi finanziarie.

La storia economica ne ricorda cinque:

1. svalutazione della lira italiana e della sterlina inglese nel settembre 92 (crisi particolare -

riguarda due tra i cosiddetti paesi avanzati, come GB e Italia che dovettero cmq uscire dallo

SME con evidenti ripercussioni più sul livello politico che economico, tanto che un anno

dopo vennero allargate le bande di oscillazione dal 2,25% al 15%, dando origine quindi a un

sistema di cambi sempre più instabile e fluttuante)

2. svalutazione del pesos messicano nel dicembre 94 (il pesos viene svalutato di oltre il

100% del suo valore e con una riduzione del PIL del 6% - corruzione e deficit di parte oltre

il 7% + ribellione dell'esercito zapatista fecero crollare la fiducia nel paese – nel 1995 il FMI

e gli Usa stabilirono un piano di interventi per tamponare il problema messicano)

3. la svalutazione di cinque monete dell'Asia orientale nel 97 (nonostante la grande

espansione e crescita in poche settimane dal crollo del bath thailandese la crisi si aprì anche

a Indonesia, Malesia e Filippine – la situazione si acuì con le tensioni interetniche e le

dimissioni del presidente indonesiano, la crisi borsistica e bancaria in Corea del sud.

Ripercussioni più deboli si ebbero in Cina, India, Taiwan e Singapore, ma si manifestò in

tutto l'estremo oriente)

4. la crisi finanziaria russa nel 98

5. la crisi finanziaria brasiliana nel 98-99 (Russia + Brasile = gli effetti della svalutazione

portarono a una notevole riduzione del PIL con consistenti perdite finanziarie)

Alla crisi asiatica si rispose con stanziamenti consistenti per un valore di oltre 111 mrld di dolalri e

misure di aggiustamento strutturale non lontane da quelle usate negli anni 80.

I conflitti negli anni Novanta

Negli anni 90 si registrarono 57 guerre in 45 paesi del mondo, la maggior parte delle quali ebbe

luogo in Africa e in Asia. Nell'America latina andò diminuendo invece la violenza organizzata, con

due soli conflitti, ma questi sono gli anni dove è ritornata la guerra in Europa.

Nel 1990 l'Iraq invase il Kuwait, che diede avvio alla guerra del golfo, mentre in Jugoslavia iniziò

un altro conflitto.

Slovenia e Croazia dichiararono l'indipendenza, poi la Bosnia, con la conseguenza di scontri e

violenze, che non finiranno prima del 1995, a oltre due anni dall'intervento delle forza NATO.

Nel 1993 è la volta della Somalia, nel 1994 del genocidio in Ruanda.

La crisi nella ex Jugoslavia inizierà ne 98-99.

Il conflitto in Ruanda invece si espanderà in tutta l'area dei grandi laghi, in Kivu e Burundi, fino a

quando nel 1998 esplose la guerra nel Congo.

La Grande Guerra d'Africa vide il coinvolgimento diretto e indiretto di Namibia, Zimbawe, Angola,

Chad, Uganda, Ruanda e Burundi.

Nel 1999 il Pakistan invase il Kashmir.

La scomparsa di uno dei due blocchi che per decenni aveva diviso il mondo in due entità

contrapposte portò alla revisione di ogni aspetto delle politiche internazionali e con queste anche

quelle di sviluppo.

Nel rapporto 1994 l'UNDP considerò per la prima volta la sicurezza umana che permette alle

persone di scegliere in un contesto sicuro e si compone di 7 tipi di sicurezza: alimentare,

economica, personale, comunitaria, ambientale e politica.

Gli interventi cmq sembrano adottare strumenti consolidati di carattere top-down, razionalizzati da

un insieme di procedure standard sempre più dettagliate, pianificate, favoriti dalle situazioni di

emergenza, che necessitano di certezze e meccanismi.

In questi anni emerse la necessità di considerare lo sviluppo in senso temporale, come una fase che

avviene necessariamente dopo le fasi di peace building e che può prevedere azioni sul lungo

periodo, una concezione che presuppone profonde trasformazioni non solo istituzionali e

finanziarie, ma anche culturali.

La nuova partecipazione dell'opinione pubblica internazionale

Il decennio che va dal 1990 fino alla fine del XX secolo è stato segnato anche da una forte ascesa

dell'interesse da parte dell'opinione pubblica per i temi dello sviluppo e della povertà.

Interesse sostenuto anche da un maggiore ruolo delle NU.

Alcuni autori anni definito gli anni 90 come il decennio delle Conferenze tematiche dell'ONU,

trattando temi come infanzia, ambiente, diritti umani, popolazione, donne, abitazione, sviluppo

sociale.

Quattro concetti accomunano queste tematiche:

opportunity, cioè l'espansione delle occasioni economiche delle popolazioni povere,

– accelerando la crescita economica

empowerment, cioè la progressiva partecipazione dei poveri, delle donne e delle minoranze

– al processo decisionale

security, cioè la riduzione della vulnerabilità alle malattie, agli shock economici, ai disastri

– naturali e ai potenziali conflitti

ownership, cioè l'approvazione delle politiche di sviluppo e delle strategie per la riduzione

– della povertà da parte dei governi dei PVS e della società civile locale.

7. Contro lo sviluppo

Nel 1999 gran parte dell'opinione pubblica riteneva i temi dello sviluppo prioritari nell'agenda

politica internazionale e di stavano formando veri e propri movimenti organizzati.

Nel 1999 inoltre salì alla ribalta il popolo di Seattle, movimenti accomunati dalla critica nei confrnti

delle politiche neo liberiste. Le denominazioni sono moltissime: no global, new global, Global

Justice Movement.

Anche nelle discipline socioeconomiche era maturato un percorso alternativo di studi che

guardavano lo sviluppo con occhi critici, che lo mettevano in discussione e lo definivano in modo

diverso.

Hanno contribuito a negare o ad allargare la concezione di sviluppo.

Karl Polanyi

Non è possibile conoscere l’economia (economics) attraverso l’analisi economica => il mercato non

è naturale per l’uomo.

Critica il sistema capitalistico, partendo dall'evidenza che l'economia appare scissa dai rapporti

sociali. UNGHERESE

L'economia neoclassica vede l'economia come un'istituzione nata spontaneamente e in grado di

autoregolarsi nella quale l'individuo può soddisfare i propri bisogni e vedere riconosciuta la propria

libertà.

Per Polanyi però l'uomo non agisce solamente in modo da salvaguardare il suo interesse individuale

nel possesso di beni materiali, ma anche in modo da salvaguardare la sua posizione sociale.

Per lui l'economia si basa sul concetto di sussistenza, cioè l'uomo interagisce con l'ambiente nel

quale è inserito e qui cerca di procurarsi i mezzi materiali per sopravvivere. L'economia è la scienza

che studia le differenti regole che governano i processi di interazione fra l'uomo e l'ambiente.

Le modalità con le quali le risorse possono essere distribuite all'interno di una società sono chiamate

forme di integrazione, che sono tre:

1. reciprocità – gli scambi, basato sulla logica simmetrica del dono e del controdono e sul

senso dell'obbligo reciproco

2. redistribuzione – ha carattere politico, si fonda su un processo di decisione collettiva che

dipende da un centro – i beni e i servizi che vengono prodotti e poi trasferiti ad un'autorità

riconosciuta, il quale prevede di redistribuire tali risorse secondo norme e regole condivise.

3. scambio di mercato – può avvenire sia con movimenti bilaterali che contrattuali, grazie a

intermediari oppure con scambi diretti – il requisito fondamentale sta nel fatto che i prezzi

vengono a formarsi sulla base dell'incontro libero tra domanda e offerta, ma questo

presuppone che anche il lavoro, la terra e la moneta siano scambiati come tutti gli altri beni.

È proprio qui che l'autore muove la sua critica più radicale nei confronti del capitalismo,

poiché l'individuo nel mercato diventa ben presto un semplice strumento: la sua stessa vita

dipenderà dalle fluttuazioni di mercato. Quella dell'autoregolamentazione è un'utopia e

l'individuo deve sottostare a ogni cambiamento del mercato. La mercificazione del lavoro,

della terra e della moneta rendono il sistema molto fragile, poiché merci fittizie, non create

per essere vendute.

Lo scambio di mercato è una forma di integrazione piuttosto recente, nata solo nel XIX secolo e

deve ancora assestarsi per poter prendere una direzione diversa da quella che sembra avere

imboccato finora: sono necessarie riforme, poiché esso non porti a regimi dittatoriali e a eccessive

disuguaglianze sociali.

Nichloas Georgescu-Roegen

Economista rumeno per il quale lo sviluppo non è un aspetto inevitabile della storia. È il padre

dell'economia ecologica.

Lo sviluppo e la crescita sono sempre stati definiti come binomio indissolubile.

Ma cosa sono?

La crescita è l'aumento di produzione pro capite dei beni già esistenti e un maggiore consumo di

risorse

Lo sviluppo prevede l'introduzione di innovazioni, catalogate in tre tipi principali – innovazioni di

risparmio (tecnologie che consentono un risparmio netto di energia), innovazioni di sostituzione

(tecnologie che sostituiscono con energia chimico-fisica l'energia umana), innovazioni di gamma –

introduzione di nuovi generi di consumo.

Quelle del secondo tipo sono quelle che incidono di più sullo shock delle risorse a nostra

disposizione, quelle del terzo non sono controllabili, questo a causa delle tendenze sempre più

consumistiche delle società umane.

Il primo tipo invece potrebbe costituire un buon elemento per ridurre l'impatto sull'ambiente e sulle

risorse, se non fossero condizionati dal germe dell'accumulo capitalista.

Ciò funzionerebbe per esempio in una società agricola tradizionale, che non utilizza attrezzature di

capitale, risparmiando per esempio più grano dal raccolto in corso e conservarlo, facendo così

aumentare il raccolto medio dell'anno successivo.

Tuttavia il modello capitalista di produrre di più in minor tempo non porta ad altro che una

distruzione delle risorse planetarie.

Può quindi esistere uno sviluppo senza crescita, cosa teorizzata dagli ecologisti che va contro ciò

che pensano la maggior parte degli economisti che sostenevano che essere per l'ecologia significava

essere contro la crescita economica.

Ivan Illich

Austriaco, nel 1961 fondò il Centro Intercultural de Documentacion in Messico, un centro di ricerca

che realizzava corsi per i missionari del Nord America.

Nel suo libro più celebre, LA CONVIVIALITà 1974, critica l'idea occidentale di progresso e di

sviluppo, che avrebbero creato un'iper-specializzazione delle pratiche e di conseguenza la creazione

di caste di specialisti, che finiscono per condizionare le vite degli uomini, togliendo all'individuo la

capacità di decidere per sé.

In un saggio del 1973 pubblicato su Le Monde definisce che in certe circostanze una tecnologia

incorpora a tal punto i valori della società nella quale viene inventata che questi valori finiscono per

dominare ogni società. Secondo Illich poi vi è un rapporto parallelo fra equità ed energia: al di sotto

di una certa soglia di watt pro capite, i motori forniscono condizioni migliori per il progresso

sociale. Al di sopra di quella soglia l'energia cresce a spese dell'equità.

Suggerendo l'idea che ogni società dovrebbe porre dei limiti ai propri consumi di energia, Illich

getta le basi di quella teoria chiamata di decrescita.

Critica anche il modello scolastico imposto nei paesi del sud del mondo, i quali non permettono lo

sviluppo di un sistema di saperi autonomi e locali e li inserisce nello stesso circuito economico,

politico e culturale dei paesi occidentali. Misurati con lo stesso metro delle potenze più ricche,

automaticamente diventano sottosviluppati.

Serge Latouche

Economista, sociologo, è uno dei più noti esponenti della teoria della decrescita.

Per lui l'idea di sviluppo esportata non sarebbe solo un'espansione del sistema di mercato

occidentale, ma l'idea stessa di sviluppo è in forte crisi.

Con l'espressione di sviluppo durevole o sostenibile lui indica che un determinato voluime di

produzione sia sopportabile per l'ecosistema e che pertanto possa durare a lungo. Sarebbe pertanto

la capacità di riproduzione a determinare la produzione e la durevolezza, e questa è legata alle

condizioni ambientali. Se lo si guarda dal punto di vista della durevolezza, è importante non la

velocità, ma l'arrivare alla meta, mentre se lo si guarda dal punto di vista dello sviluppo, è

importante incrementare progressivamente la velocità – produzione – incidendo più profondamente

sulle risorse disponibili.

Dopo 50 anni di esperienze però l'unico sviluppo esistente è quello reale, cioè l'espansione del

modello occidentale.

L'economia dominante nasce dall'osservazione di fenomeni avvenuti nei paesi sviluppati e non negli

altri, che sono la maggioranza, quindi l'economia è una scienza locale e non universale.

8. Gli obiettivi di sviluppo del millennio

Nel 1988 le NU decisero di dare un significato particolare all'ultima sessione dell'Assemblea

Generale del XX sec., che venne preceduta da un Forum delle Organizzazioni Non governative e da

un vertice solenne dei capi di stato e di governo degli stati membri.

Il Summit finale si tenne a New York e riuniva 189 Stati membri con l'obiettivo di rinnovare

l'impegno dell'Organizzazione e dell'intera società internazionale sul fronte della pace e della

protezione dei diritti umani.

Il ruolo nelle NU nel XXI sarebbe stato porre al centro del suo operato gli uomini, dando loro la

possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita. Kofi Annan definì poi i principi guida

dell'Organizzazione:

libertà

– uguaglianza e solidarietà

– tolleranza

– non violenza

– rispetto per la natura

– condivisione della responsabilità fra Statistica

Le priorità vennero espresse nella Dichiarazione sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, con la

quale i leader si impegnavano a instaurare una pace giusta e durevole in tutto il mondo, affermando

l'uguaglianza di tutti gli stati, il rispetto dell'integrità territoriale, il rispetto dei diritti dell'uomo e

delle libertà fondamentali, la soluzione delle controversie con mezzi pacifici, e in particolare:

di liberare i popoli dal fardello della guerra

– di liberare uomini, donne e bambini dal flagello della povertà

– di ridurre la mortalità materna e quella infantile

– di fermare la diffusione dell'HIV, della malaria e delle altre malattie

– di promuovere l'uguaglianza fra i sessi e l'autonomia delle donne

– di proteggere l'ambiente

– di rafforzare il ruolo e l'importanza delle NU a livello internazionale

Questi sono i Millennium Goals da realizzarsi nei PVS entro il 2015:

sradicare la povertà estrema e la fame

– ottenere l'educazione primaria universale

– promuovere la parità dei sessi e l'autonomia delle donne

– ridurre la mortalità infantile

– migliorare la salute materna

– combattere HIV

– garantire la sostenibilità ambientale

– sviluppare una partecipazione mondiale per lo sviluppo (in cooperazione con i paesi in via di

– sviluppo, creare degli impieghi rispettabili e produttivi per i giovani + in cooperazione con

le case farmaceutiche, rendere le medicine essenziali disponibili ed economicamente

accessibili nei paesi in via di sviluppo)

Dopo aver individuato gli obiettivi però era necessario trovare dove reperire le risorse per rispettare

gli impegni presi (finanziarie). Nella conferenza Internazionale delle NU sul Finanziamento per lo

Sviluppo del 2002, tenutasi in Messico, venne adottato il Monterrey Consensus, i cui punti

principali erano ribadire la necessità di sradicare la povertà, raggiungere una crescita economica

sostenuta e promuovere uno sviluppo sostenibile + instaurare una nuova partnership tra paesi

sviluppati e paesi in via di sviluppo e di promuovere il commercio internazionale + sancita

l'importanza di un'assistenza ufficiale per lo sviluppo (ODA OFFICIAL DEVELOPEMENT

ASSISTANCE) che si affianchi alle altre organizzazioni, per offrire forme di finanziamento specie a

quei paesi che hanno scarse possibilità di ricevere investimenti privati diretti + aumento

dell'assistenza ufficiale per lo sviluppo e di altre risorse, se i paesi destinatari stanno per raggiungere

gli obiettivi del millennio + cooperazione fra governi dei paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo,

creando commerci multilaterali, migliorando le infrastrutture e diversificando le esportazioni,

valorizzando la competitività.

Gli strumenti dei PVS per raggiungere gli obiettivi: i PRSP

Per raggiungere questi obiettivi, rispettando il calendario stabilito, era necessario modificare la

pratica dello sviluppo, creando un calendario di investimenti basato su un periodo di dieci anni,

studiato sulle necessità di ciascun paese che miri al conseguimento degli obiettivi.

Perciò ogni paese deve produrre delle mappe della povertà, che rappresentino le situazioni di crisi;

sulla base di queste poi ogni paese deve redigere un bilancio dei bisogni per procurarsi investimenti

pubblici necessari al raggiungimento degli obiettivi; ogni paese deve convertire questo bilancio in

quadro d'azione distribuito su dieci anni + adottare una strategia di riduzione della povertà basata

sugli MDGs di durata varia, dai 3 ai 5 anni. Queste strategie dovevano essere messe in atto al più

tardi nel 2006. Già dal 1999 la BM ha avviato quest'iniziativa che si prefigge di aiutare i governi dei

paesi a basso reddito ed elaborare strategie di sviluppo che dovrebbero cambiare la loro situazione.

I principi sui quali si fonda lo sviluppo integrato sono 4:

1. le strategie di sviluppo devono essere globali e ispirate a una visione a lungo termine

2. gli obiettivi devono avere l'adesione del paese attraverso la partecipazione degli attori locali

alla loro formulazione

3. i paesi beneficiari devono assumere la direzione della gestione e della coordinazione dei

programmi d'aiuto

4. il rendimento delle attività di sviluppo deve essere valutato in base ai risultati misurabili in

loco così da poter modificare le strategie in funzione delle realizzazioni e dell'evoluzione

delle situazioni

Inoltre i PRSP si basano su 5 principi, cioè:

1. devono essere voluti dai pesi ed elaborati con la maggior partecipazione possibile della

società civile e del settore ufficiale

2. devono essere orientati ai risultati e prediligono le realizzazioni che migliorano la vita dei

poveri

3. devono essere sensibili al fatto che la lotta alla povertà può avvenire solo in un processo

integrato dal momento che la povertà va oltre la mancanza di un reddito. I poveri vengono

considerati in base alla disuguaglianza di possibilità, all'insicurezza materiale e al fatto che

non sono in grado di far sentire la propria voce nello stabilire le decisioni che influenzano la

loro vita

4. devono incoraggiare il partenariato poiché si prefiggono la coordinazione delle azioni delle

organizzazioni bilaterali, multilaterali e non governative nei programmi nazionali di lotta

alla povertà

5. si inseriscono in una prospettiva a lungo termine nella lotta alla povertà.

I PRSP devono trasformarsi in MDGs, processo da attuarsi con la convocazione di un gruppo di

pianificazione per la realizzazione degli OSM, presieduto dal governo del paese, che includa anche i

donatori bilaterali e multilaterali, i rappresentanti delle istituzioni specializzate delle NU, le autorità

provinciali e locali, le personalità della società civile nazionale e le associazioni femminili.

I PSRP sono documenti basilari per l'alleggerimento del debito, che permettono a un paese di

rientrare nella categoria di paese povero gravemente indebitato per usufruire di facilitazioni da parte

dei creditori ufficiali.

SECONDA PARTE – LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

1. Attori, tipologie e strumenti della cooperazione

Normalmente si distinguono cooperazioni governative – prodotto culturale e sociale di una

dimensione essenzialmente politica ed egoistica – e cooperazioni non governative – dimensione di

carattere sociale e altruistica.

Tuttavia queste dicotomia finisce per non essere così radicale specie se si pensa alla ultime MDGs

come la risultante di un partenariato globale in cui paesi, associazioni, istituzioni si fanno carico


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in teorie e tecniche della mediazione interlinguistica
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliac91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Cossetta Anna.

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