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Parte 1. Storia economica e politica dello sviluppo

Sviluppo = sciogliere un viluppo, cioè un groviglio e deriva dal verbo sviluppare, già presente alla

fine del XII ed è costituito da 2 perole → faluppa (balla di fieno) e volvere (avvolgere).

Il concetto di sviluppo si è sviluppato in seguito a una particolare scoperta (studio di Clark - 1952),

avvenuta nel XX secolo, cioè che la maggior parte degli uomini abitanti la terra viveva in modo

arretrato, cioè non in un sistema avanzato a economia capitalista. Lo sviluppo è diventato il mito

della nostra società, nato nel XII secolo, iniziò a diffondersi come termine già nel XVII e XVIII

secolo, particolarmente nelle scienze matematiche e geometriche con accezione spaziale,

successivamente in biologia con accezione temporale.

In linea generale, la storia viene concepita come un processo di maturazione e può essere

paragonata a un fiore in fase di fioritura (guidato da leggi irreversibili).

Quindi il termine sviluppo oggi si riferisce soprattutto a uno stato, a un processo ed è associato alle

nozioni di benessere, progresso, miglioramento e crescita economica.

Oggi è entrato nel linguaggio comune e si intende un processo tanto dimensionale quanto

qualitativo; esso affonda le sue radici in tre grandi filoni, quali illuminismo (concetto di progresso),

economia (idea di crescita – interessa la grande parte della popolazione) e positivismo (che richiama

l'evoluzione culturale).

Il concetto di sviluppo nelle scienze umane

Nascita ed evoluzione di sviluppo nel campo scientifico occidentale, basandosi su quelli che sono

considerati i maggiori esponenti del campo.

Adam Smith 1723 -1790

Ha scritto “la ricchezza delle nazioni” e viene considerato come uno dei più grandi teorici dello

sviluppo economico capitalistico.

Filosofo morale prima ancora che economista

Sviluppo = progress toward opulence and improvement → quindi per la sua visione lo sviluppo è

possibile e desiderabile. All'interno del suo libro analizza i modi, i metodi, le esperienze, le

situazioni storiche che tendono a favorire lo sviluppo (che è in questo senso sinonimo di progresso)

e quelle che invece tendono a a opporgli resistenza.

Questi elementi non hanno un'origine solo economica, ma si riferiscono anche all'esistenza umana,

che è fatta di relazioni e scambi fra individui e fra individuo e società.

In una sua opera precedente, La TEORIA DEI SENTIMENTI MORALI, Smith analizza i

fondamenti del comportamento umano e definisce due concetti fondamentali:

1. Prudenza

principio che regola le scelte umane, che unisce la capacità di comprendere il contesto nel

quale operiamo e di agire con frugalità, appropriatezza, gestendo le proprie emozioni e

passioni quasi in senso stoicistico. Proprio questo porta gli individui a industriarsi, ad agire e

può condurre non solo allo sviluppo di una persona, ma di un'intera società.

2. Sympathy

indica il sentimento del sentire in consonanza con gli affetti di un'altra persona, quindi la

propensione che abbiamo a simpatizzare con gli altri e a ricevere le loro inclinazioni, i loro

sentimenti, per quanto siano diversi dai nostri. È un sentimento di condivisione, che ci

permette di identificarci con gli altri e che fa scattare quell'inclinazione tipica umana di

migliorarsi per essere riconosciuti e amati davvero.

La simpatia quindi permette lo sviluppo di giudizi morali, che si concretizzano in due forme: l'uomo

interiore (le norme sociali che sono state interiorizzate e che condizionano il comportamento

individuale) e l'osservatore imparziale (reazioni di approvazione e disapprovazione che hanno gli

altri nei nostri confronti). Proprio sulla base di queste due forme noi siamo spinti a migliorarci

integrandoci con le norme sociali esistenti e con le loro aspettative.

Sulla base di questa linea, Smith traccia una teoria di sviluppo, definita attraverso quattro fasi

storiche, caratterizzate dall'organizzazione economica prevalente: caccia, pastorizia, agricoltura e

commercio. Quindi per lui sono le istituzioni sociali a veicolare l'azione economica, che a sua

volta è veicolata da motivazioni profonde degli esseri umani (quali l'etica della responsabilità, la

ricerca del benessere e della felicità). L'approccio allo sviluppo di Smith prevede un miglioramento

generale del livello di benessere per tutti, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi e

morali. Un mercato che lavora sulla base del principio di responsabilità, onestà, frugalità e

autocontrollo porterà le persone a vivere dignitosamente e anche a prendersi cura degli indigenti.

Per gli economisti classici l'attenzione si basa sugli elementi basilari della crescita, quindi terra,

lavoro e capitale, non solo intesi come ricchezza aggregata di una nazione, ma anche come reddito

medio, cioè la capacità delle persone di soddisfare i propri bisogni e mettere al centro delle proprie

politiche il benessere dell'individuo, non come sarà dopo la II guerra mondiale, dove si va a

sviluppare le discipline di economia e politica dello sviluppo come crescita economica e progresso

materiale.

Quindi il fattore più importante dello sviluppo era l'equità e il benessere di tutta la popolazione.

Auguste Comte e il positivismo 1798 – 1857

Nella prima metà dell'800 con positivismo si indica quella grande utopia politica e morale ricercata

dai suoi studiosi, cioè la conciliazione fra felicità individuale e ordine universale.

Secondo Comte il progresso è necessario proprio per la nuova società industriale, e corrisponde a

una nuova esigenza di ordine, integrazione e condivisione di valori comuni.

La storia secondo il filosofo si è sviluppata proprio come l'essere umano, dividendo la sua crescita

in tre fasi:

teologia

– metafisica

– positiva

Nella prima fase si ha una predilezione speculativa per le questioni più insolubili e tende a

concepire delle conoscenze assolute, che sono tuttavia ancora illusioni. (infanzia dell'umanità)

In questa fase si possono individuare tre ulteriori passaggi, cioè feticismo, politeismo e monoteismo

– i quali impediscono il progresso a causa della religione (per la sua essenza dogmatica).

Nella seconda fase, detta di transizione, si ha il passaggio verso l'osservazione e un approccio

critico, nel quale prevale egoismo, utilitarismo e individualismo.

Giunti nella terza fase del positivismo, si concilia l'ordine con il progresso e l'uomo non si chiede

più il perché delle cose, ma il come e come può lui intervenire sulla realtà.

Questa fase non si è ancora compiuta del tutto, permangono infatti sintomi di anarchia e di

disordine.

L'ordine si avrà quando a tutti verrà concessa la possibilità di lavorare e di benessere.

L'evoluzionismo sociale

La teoria distorta di sviluppo di Darwin, che definiva il processo di civilizzazione umana come

uno, diviso in gradini (sulla base delle sue teorie evolutive dell'uomo), comportò l'affermarsi della

teoria per la quale tutti potevano raggiungere un certo grado di civilizzazione, con l'aiuto

dell'Occidente.

Da qui la superiorità della cultura occidentale e la definizione di moderno come di “occidentale”;

l'opera di Darwin “L'ORIGINE DELLA SPECIE” diede l'impulso per la spiegazione in termini

evoluzionistici delle società umane.

Un esempio è Henry Lewis Morgan, il quale nella sua opera LA SOCIETA ANTICA definisce il

proprio modello evoluzionista, unico per tutto il genere umano, che si suddivide in tre fasi –

selvaggio, barbaro e civile -, le quali a loro volta sono divise in – antico, medio e recente -.

Erano le invenzioni tecnologiche a definire il passaggio da una fase all'altra, come l'agricoltura (→

passaggio alla fase barbara) o l'industria e il commercio (→ passaggio alla fase civile).

Herbert Spencer invece nella sua opera più matura definiva il concetto di sviluppo sociale come

dipendente dall'ambiente . L'evoluzione si manifestava come un continuo e progressivo mutamento,

e procedeva da un'omogeneità indefinita a una eterogeneità definita e coerente.

Per Spencer la moderna società industriale aveva la capacità di offrire un buon futuro, al contrario

di quella primordiale: infatti la prima aveva la capacità praticamente di amministrarsi da sola,

mentre la seconda avrebbe avuto bisogno di una struttura esterna, come la polizia o i militari.

Le teorie evoluzionistiche influenzarono molto la letteratura socieconomica dalla 2° metà dell'800

fino alla II guerra mondiale, ritenendo inevitabile il passaggio da originario e capitalistico.

Questo comportò quindi una visione in negativo della società tradizionale e la possibilità, per tutti

quelli che si trovano nei gradi più bassi, di evoluzione secondo leggi auree, valide per tutti.

Non solo questa visione è necessaria per spiegare l'evoluzione del mondo in senso occidentale, ma

anche il cosiddetto nazionalismo reattivo, cioè la modernizzazione di una struttura economica di un

paese di fronte alla minaccia di un altro paese, quindi necessaria per la sua sopravvivenza. È il caso

del Giappone che nell'800 definì alcune opere di modernizzazione economica per difendersi

dall'espansione economica occidentale, che ne comportarono la crescita.

Karl Marx 1818-1883

Per Marx il primo presupposto per poter fare storia è poter vivere, cioè avere i mezzi necessari per

soddisfare questo bisogno. Lo sviluppo economico può sussistere se, e solo se, si vive in una

situazione di reale sopravvivenza, nella quale vi può essere la produzione di idee e arti. I rapporti di

produzione creano la suddivisione in classi sociali e legittimano chi detiene il potere – questo tipo di

percorso non può però progredire per sempre. A un certo punto infatti le forze produttive entrano

in conflitto con i rapporti di produzione (rapporti di proprietà) e si assiste a una rivoluzione

sociale.

Quindi lo sviluppo è dato dal conflitto fra le forze produttive (quindi i lavoratori) , i mezzi di

produzione, le conoscenze tecniche e i rapporti di produzione (regolati dal diritto di proprietà).

Karl Marx definisce per la prima volta una storia dell'umanità basata sul succedersi di diversi

modelli di produzione:

antico (fondato sulla schiavitù)

– feudale (fondato sulla servitù della gleba)

– borghese (fondato sul salario)

– asiatico (fondato sulla subordinazione di tutti i lavoratori allo stato).

Il modello borghese per Marx sarà l'ultimo modello di sfruttamento dell'uomo.

L'analisi del modello asiatico si sofferma sulla definizione di un modello passivo, vegetativo, il

quale poteva essere salvato soltanto con l'intervento dell'Occidente, il quale avrebbe prima distrutto

quel modello per ricostruirne un altro. Questo fa riferimento alla concezione di superiorità della

società occidentale nei confronti di quella orientale e il credere il modello occidentale come

modello unico da seguire, lineare e obbligato per favorire lo sviluppo economico.

La sua teoria ebbe un grosso impatto su Cina, India e Russa; poco tempo dopo nacquero però

parerei contrastanti per ciò che riguardava il colonialismo, il passaggio obbligato attraverso la fase

capitalistica per poi arrivare a quella socialista.

Secondo Marx inoltre, il capitalismo non sarebbe nato senza il colonialismo, quindi l'espansione dei

commerci all'estero. Per un operaio salariato immigrato poi il colonialismo era l'unico modo per

poter diventare un capitalista.

John Stuart Mill 1806 – 1873

Nel suo libri Principi di economia del 1848, Mill si interrogava sulla possibilità di capitalismo come

crescita economica continua e illimitata.

La risposta fu negativa, perché prima o poi l'economia avrebbe cessato di crescere e sarebbe giunta

a una fase stazionaria, la quale comunque non era un fattore negativo, anzi avrebbe comportato

equilibrio, quindi una società senza trambusto, stazionaria.

Inoltre per Mill solo il progresso tecnologico è in grado di favorire la crescita.

Una volta impedito uno sviluppo demografico eccessivo si sarebbe giunto a determinate condizioni

favorevoli, per i lavoratori e sull'impatto ambientale. Per mantenere bellezza e felicità è necessario

creare leggi sociali e fare ricorso all'etica, in modo che tutti i beni possano essere distribuiti e che il

maggior numero di persone raggiunga la felicità. Una società politica è più giusta, più il maggior

numero di persone è felice (parità dei sessi, ampliamento del diritto di voto, partecipazione ai lavori

dell'impresa). La libertà individuale e la giustizia sociale trovano in questo senso conciliazione.

Joseph Alois Schumpeter 1893 - 1950

La sua opera si basa sul concetto di cambiamento e di sviluppo economico; lo sviluppo per lui sono

quell'insieme di mutamenti della vita economica non imposti dall'esterno, ma dall'interno per loro

propria iniziativa.

Il concetto di sviluppo è separato da quello di crescita, che si manifesta con l'aumento della

popolazione e della ricchezza di una nazione. In questo senso lo sviluppo è dinamico e non

prevedibile, spontaneo e si contrappone al concetto di equilibri definito finora dall'economia. Lo

sviluppo smuove lo stato di equilibrio creatosi precedentemente.

Lo sviluppo è quindi innovazione, che non sorge nel sistema economico come risposta ai nuovi

bisogni dei consumatori, ma che sia egli stesso l'innovatore che dà avvio al cambiamento.

L'imprenditore dotato di talento e propenso al rischio (disposto a scavalcare la routine) crea

un'innovazione, un cambiamento che smuove lo stato di equilibrio, la comparsa di nuovi prodotti

infatti determina la caduta dei prezzi, pone quindi fine all'espansione del mercato e si traduce in

crisi e depressione.

Il capitale è sviluppo e in quanto sviluppo, crisi.

Da qui le Spiethoff, cioè le situazioni alterne dell'era capitalistica definite da Schumpeter.

L'imprenditore però per realizzare la sua innovazione ha bisogno di credito, un finanziamento

esterno, perché non è il capitalista marxiano che detiene i mezzi di produzione e che non ha bisogno

di farsi prestare denaro, ma piuttosto è un uomo di talento, che “cavalca i suoi debiti verso il

successo”.

Per Sch. quindi lo sviluppo è determinato da tre fattori:

1. una nuova combinazione dei mezzi di produzione

2. l'imprenditore

3. il credito

La vita economica è un flusso circolare che ripercorre costantemente lo stesso percorso.

Parte 2. La nascita della cooperazione internazionale allo sviluppo

L'inizio delle moderne discipline dello sviluppo coincide con il secondo dopoguerra. Nel 1940

Colin Clarke pubblicò The condition of Economic Progress, nel quale sulla base di statistiche si

definiva il divario esistente fra livelli di vita nei paesi ricchi e nei paesi poveri. Questa

pubblicazione insieme ad altri contributi relativi allo stato di nutrizione fecero sì che i governanti

occidentali definissero lo sviluppo “un problema urgente”.

Nella letteratura di quegli anni si definiva da un lato la possibilità di sviluppo basandosi sul

semplice principio dell'imitazione, dall'altro invece l'arretratezza era vista come un ostacolo

insuperabile.

Paul Rosenstein Rodan, diventato nel 1942 segretario della ricostruzione post-bellica pubblicò nel

1943 un articolo che condizionò le politiche adottate successivamente, e cioè Problems of

Industrialisation of Eastern and South Eastern Europe, cioè la possibilità di sviluppo nei paesi

arretrati solo a patto di una chiara pianificazione, che tenesse conto anche di altri settori economici.

Ciò era necessario al fine di non cadere nelle cosiddette trappole della povertà, cioè una soglia al di

sotto della quale niente sarebbe cambiato.

Invece con lo sviluppo equo di tutti i settori economici, si sarebbe favorito anche una cooperazione

fra di essi e una crescita equilibrata, sfruttando al meglio le risorse disponibili.

Da qui il pensiero di altri economisti, come Myrdal e Gerschenkorn, i quali definivano il processo

di industrializzazione come necessario per lo sviluppo economico e analizzavano tutti i possibili

ostacoli alla crescita – come la mancanza di ricchezze naturali e nell'esistenza di istituzioni frenanti,

come la servitù della gleba, la mancanza di unità politica.

G. affronta poi il grande problema della forte pressione demografica, che avrebbe potuto vanificare

in alcuni paesi gli effetti positivi dell'industrializzazione, ma che avrebbe però aumentato l'offerta di

lavoro.

Una linea generale di questo tempo è quindi crescita, sviluppo e imperativo morale come aiuto ai

paesi sottosviluppati.

Nel 1958 Albert Hirschman, che dopo la fine della II guerra mondiale lavora nel Board della

federal reserve per il piano Marshall, cioè il piano di ricostruzione europea, scrive un saggio

intitolato The strategy of economic development, che si distacca dalle teorie del suo tempo (la

modernizzazione porta modernizzazione – in questo senso alcune popolazioni rimangono impigliate

nella loro povertà perché hanno fallito il loro avvio in questo ciclo. L'attivismo dei governi avrebbe

posto fine a questo circolo vizioso e avrebbe dato nuovo inizio al normale ciclo dello sviluppo.

Vent'anni più tardi invece si occupa dell'importanza dei disequilibri strategici, necessari per indurre

investimenti in un'economia dinamica. Normalmente accade che alcuni settori si sviluppino di più

degli altri ed essendo interconnessi fra loro, porterà a squilibri che saranno il motore per dare nuova

vita e

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliac91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Cossetta Anna.
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