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A queste affermazioni si scontra chi sostiene il modello ACCUSATORIO.

Secondo parte della dottrina numerosi e significativi elementi del processo accusatorio sarebbero

rimasti in vigore per tutta l’attività imperiale. Cade così la contrapposizione fra il sistema più antico

fondato sulla pubblica accusa dove è il cittadino qualunque che, in quanto accusator, mette in moto

e contribuisce a gestire in qualità di parte processuale il meccanismo di repressione criminale e

uno più recente, azionato per iniziativa del funzionario imperiale, da lui gestito e caratterizzato dal

cumulo della funzione inquirente e giudicante. Per contro si è sostenuto chela terminologia ed i

principi del processo accusatorio sarebbero rimasti centrali nell’ordinamento giuridico romano del

quarto secolo e che l’accusatio avrebbe prevalso rispetto all’iniquisitio. Questo perché l’apparato

giudiziario imperiale sarebbe stato meno in grado di sostenere il compito di assicurare un’efficiente

repressione penale ex officio dovendosi affidare alla collaborazione dei cittadini, demandando loro

il compito di cercare i criminali e fornire le prove. Per questo si è riletto un passo del Digesto

sostenendo che il presidente della provincia avrebbe dovuto attivarsi per la cattura dei delinquenti

ma le operazioni di polizia non sarebbero state necessarie all’esercizio della giurisdizione perché si

sarebbe applicata la procedura accusatoria, avviata dall’accusa in privato. L’intento del legislatore

era di rendere possibile la persecuzione d’ufficio per evitare che i reati rimanessero impuniti pur

rimanendo l’accusatio il cardine della repressione criminale.

La previsione della denunzia orale per le vittime dell’ingiuria presso gli uffici del governatore è stata

ritenuta come la prova della preferenza accordata dal legislatore a una procedura di stampo

accusatorio attivata dalla parte lesa a scapito di un’eventuale procedimento di tipo inquisitorio,

qual’era quello che si sarebbe potuto svolgere se la denunzia fosse stata trasmessa a funzionari

dotati di poteri di polizia.

Analogamente, un altro passo del Digesto che sembra disegnare una procedura inquisitoria

(arresto dei colpevoli, invio di rapporti e verbali al giudice per l’avvio del processo) ha subito una

diversa lettura: agli elogia inviati dagli irenarchi e ufficiali di polizia si dovrebbe attribuire un valore

analogo a quello dei libelli d’accusa e gli stessi ufficiali avrebbero dovuto esercitare in giudizio il

ruolo di accusatori esponendosi a sanzioni come quelle previste agli accusatori calunniosi. Come

afferma Santalucia, la presenza del funzionario di polizia in giudizio sembra funzionale a fornire

eventuali informazioni utili al processo, non allo sviluppo del contraddittorio. Questo perché le

sanzioni previste per l’irenarca che abbia dolosamente trasmesso informazioni non veritiere non

hanno a che vedere con il trattamento dell’accusatore calunnioso ma si spiegano con l’obiettivo di

prevenire abusi del funzionario di polizia.

3. ASPETTI METODOLOGICI

Periodo di riferimento: dall’età di Costantino fino al termine del regno di Teodosio il Grande.

In questo periodo il sovrano assume un ruolo attivo e i suoi frequenti interventi in materia dottrinale

ed in relazione a scismi e eresie sono fattori che contribuiscono a definire le relazioni fra stato e

chiesa con conseguenze per secoli. Queste relazioni hanno esercitato un’influenza sulla procedura

penale utilizzata nel quarto secolo. Esempio è dato dai successori di Costantino i quali

moltiplicarono il numero dei processi per lesa maestà, un crimine che funge da laboratorio di

nuove tecniche repressive e da volano per la diffusione di procedure a carattere inquisitorio.

Nota bene: modello accusatorio delle questiones e modello inquistirorio della cognitio.

Inquistio: inchiesta, esame, ricerca, disamina e può, in ultima istanza, coincidere con cognitio.

Accusatio: accusatore come parte processuale e chiunque accusi qualcun altro.

Le fonti prese in considerazione sono per lo più raccolte nel codice Teodosiano.

Capitolo 1

MODELLI: ORIGINI, DEFINIZIONI E IMPIEGO.

1. ORIGINI

I modelli processuali accusatorio e inquisitorio non sono stati elaborati come tali dal pensiero

romano, bensì sono molto più recenti.

La rivoluzione inquisitoria deve essere ricondotta all’effetto di reprimere la devianza religiosa e

all’accentramento amministrativo in particolare sotto la monarchia francese. Le vicende storico

politiche del 1066 in Inghilterra pongono le premesse per l’adozione del sistema accusatorio.

Successivamente i due modelli si consolidano e si evolvono, creando un dibattito dottrinale a

partire dal XVIII secolo con l’influsso del pensiero illuminista.

In Francia punto di discussione fu l’affaire Calais, caso in cui l’imputato venne assolto oramai già

giustiziato tra mille sofferenze. I sostenitori del vecchio sistema inquisitorio tentarono di difenderlo

sostenendo che avesse caratteri quasi scientifici in contrapposizione al modello inglese, primitivo

perché faceva ricorso ad una giuria di laici e non edotti di diritto e perché ricorda un duello ordalico

e in certo modo sublimato. Queste tesi soccomberanno e inizierà la stagione dei sistemi misti con

l’istruzione ispirata a principi inquisitori e la fase dibattimentale con caratteri tipicamente

accusatori. Nell’istruzione prevalgono gli interessi repressivi e dominano scrittura e segretezza

mentre nella fase dibattimentale tutto è pubblicità, dibattiti orali, libera difesa e piena discussione.

Il modello inquisitorio rimase in vigore nei sistemi di repressione penale europeo del 900 negli stati

con sistemi politici autoritari. Fu poi espulso per lasciare spazio al modello accusatorio. Il dibattito

avviato nel XVIII secolo riuscì a definire le loro caratteristiche.

2. DEFINIZIONI

Origini pregiuridiche del modello accusatorio: in principio all’offesa posta da un soggetto

corrispondeva l’unica forma di autotutela prevista ovvero la vendetta, regolata da consuetudini

condivise dal gruppo sociale. Era un modo pregiuridico a proposito del quale si usa parlare di

agente socialmente autorizzato. Allo stesso tempo vi era ricorso al duello ordalico, capace di

assicurare l’esercizio della violenza regolata da parte dell’offeso e il giudizio della divinità.

L’intervento delle autorità nelle procedure di risoluzione dei conflitti avrebbe finito per condurre a

un’astrazione dello scontro fisico, trasformato in contesa verbale fra le parti mentre il popolo da

spettatore del duello sarebbe diventato giuria. All’autorità giudiziaria il compito di assicurare

rispetto delle regole di gioco da parte dei contendenti. Il processo si configura come scontro: non a

caso il modello accusatorio è definito adversarial e proprio per la degenerazione di alcuni suoi

aspetti si è giunti a definire la cosiddetta teoria agonistica della giustizia. Il processo accusatorio si

presenta come uno schema ternario con le parti, l’accusa e la difesa poste su un piano di parità e

l’organo giudicante in posizione terza e imparziale. Chi presiede la corte modera lo scontro e

assicura il rispetto delle regole a prescindere da chi debba pronunziare il giudizio.

Nella descrizione che segue dei due modelli è bene considerare che si tratta di tipi ideali,

normalmente non si trovano in forme pure e non sono riscontrabili nella realtà storica. Il carattere

del sistema processuale è legato al sistema politico, ogni tipo è costituito da un’insieme complesso

di elementi.

Modello accusatorio: si caratterizza per il ricorso a giurie popolari, investite dal compito di

pronunciare un verdetto non motivato. È un aspetto che non caratterizza la procedura accusatoria

che può ben darsi anche in assenza di giuria. Ciò che caratterizza è il minor ricorso alla

carcerazione preventiva, caratteristica tipica dei sistemi di common law, nei quali è consentito il

ricorso al bail per garantire la presenza dell’imputato a giudizio. La parità tra le parti,la centralità

del contraddittorio e la terzietà del giudice sono elementi caratterizzanti questo modello. Il

processo è prevalentemente orale, pubblico, l’imputato ha il diritto di essere informato dell’esatta

imputazione e delle prove a carico. Si tende a dire che il processo accusatorio assicuri il

rafforzamento dei diritti dell’imputato, il che può tradursi in una minore efficienza repressiva.

Gli elementi caratterizzanti sono dunque:

- Equilibrio fra le parti

- Centralità del contraddittorio

- Terzietà del giudice

- Rafforzamento dei diritti dell’imputato

- Rifiuto di ogni elemento pregiudiziale

- Possibilità di indagini difensive

- Massima pubblicità

- Frequente ricorso a giurie

- Diritto di ricusare il giudice

- Prevalenza dell’oralità

- Assenza gerarchica di prove

- Diritto dell’imputato di conoscere l’esatta imputazione e prove a carico.

Modello inquisitorio: esso è caratterizzato da un forte attivismo del giudice che nella sua forma

estrema può tradursi nel cumulo in capo allo stesso soggetto della funzione inquirente e di quella

giudicante. Il giudice interviene attivamente nell’acquisizione di prove. Qui si segnala la mancanza

di un vero e proprio contraddittorio, la ridotta possibilità dell’imputato di conoscere preventivamente

l’esatta imputazione e le prove a carico. Il processo è sottratto all’opinione pubblica e si fa

frequente ricorso alla carcerazione preventiva.

Elementi caratterizzanti:

- Prevale l’interesse pubblico alla tutela dell’ordine costituito

- Presenza di funzionari specializzati nella repressione criminale

- La posizione della difesa è subordinata a quella dell’accusa

- La funzione inquirente è spesso attribuita al giudice

- Spesso si fa largo uso di delatori e informatori

- Frequente ricorso alla carcerazione preventiva

- Prevale la scrittura sull’oralità

- Il giudice interviene nell’acquisizione di prove

- Il processo mira al raggiungimento di una verità piena ed oggettiva.

- Si fa ricorso alla tortura (in passato)

- Scarsa o assente pubblicità del processo

- Assenza del contraddittorio

- Ridota o nulla possibilità dell’imputato di conoscere preventivamente i capi di imputazione e

le prove a carico

- Mancanza di indagini difensive

Se il processo mira alla ricostruzione di eventi passati sulla base di segni, indizi e prove è proprio il

modo in cui avviene tale ricostruzione che assicura una chiara differenziazione dei due modelli

processuali: secondo l’autore la differenza di riscontra nella formazione della prova.

Modello accusatorio: la prova si forma attraverso l’esame incrociato condotto dalle parti e non è

consentito che essa filtri dall’esterno all’interno del processo per es attraverso la semplice

acquisizione di verbali redatti nel corso dell’inchiesta o in fase istruttoria e che non risultino

successivamente confermati dall’escussione del testimone. La testimonianza è la prova principe

del processo penale che si forma mediante il cosiddetto esame incrociato. La prova si forma

attraverso l’azione antagonistica delle parti: accusa e difesa dibattono sulle prove, vagliate in

conclusione dal giudice il quale si troverà agevolato nella formazione del proprio libero

convincimento.

La prova retorica, utilizzata nel processo accusatorio è intesa come frutto di un’attività logico-

argomentative delle parti tende all’acquisizione non di una verità assoluta ma all’accertamento del

probabile, del verosimile.

Modello inquisitorio: all’interazione delle parti si sostituisce la ragion critica del giudice che si

presume dotato di strumenti e delle capacità che gli consentono sia di raggiungere decisioni esatte

che di vagliare perfettamente le prove. Il giudice svolge un’attività in solitaria, ruolo fondamentale è

quello del fascicolo nel quale possono rifluire elementi di prova raccolti all’esterno della vicenda

processuale il diritto d’appello nasce proprio come rimedio ai rischi derivanti da tale attività solitaria

del giudice.

L’obiettivo qui è di svelare una verità esterna e preesistente attraverso l’uso sapiente degli

strumenti e delle tecniche messe a disposizione del giudice e di chi fa le indagini.

Il vero discrimine tra i due modelli è la centralità o meno del contraddittorio fra le parti e

l’oralità del processo, principio dal quale discende l’esigenza che le parti stesse siano poste in

condizione di parità almeno tendenziale al fine di competere d’innanzi ad un giudice terzo.

Per quanto riguarda il cumulo delle funzioni, è ragionevole considerare inquisitoria una procedura

che prevede il cumulo della funzione inquirente e giudicante in capo ad uno stesso soggetto,

perché questo cumulo impedisce il contraddittorio. Ma non si può dire che se non c’è cumulo si è

d’innanzi ad un modello accusatorio: può accadere che vi sia disparità tra le parti e sinergia tra

accusa e giudice, quindi si è ancora lontani dal modello accusatorio. Es. Guardasigilli Rocco in cui

il PM si era definito parte ma a tale figura erano stati riconosciuti poteri tipici dell’accusatore-

giudice. La procedura penale nata in età fascista all’interno del modello accusatorio ma in quel

contesto la prova si formava al di fuori del dibattimento e senza un reale contraddittorio fra le parti,

è difficile da ricollocare. Sarà bene allora parlare di un modello misto ma tendenzialmente

inquisitorio se non proprio di un temibile ordigno inquisitorio.

Differenze fra i due modelli in base allo scopo prefissato:

• Modello accusatorio: fondato sul contraddittorio e finalizzato alla composizione dei conflitti.

Le parti sono gli attori del processo centrato sui loro interressi configgenti.

• Modello inquisitorio: concepisce la giustizia penale come manifestazione di sovranità e mira

ad un’attiva repressione del reato al fine di garantire la conservazione e la stabilità

dell’ordine costituito. Opera lo stato anche al fine di attuare i propri orientamenti politici ma

con l’intento di assicurare una politica repressiva dei reati che sia la più efficace possibile,

eventualmente anche a scapito dei diritti e delle garanzie individuali.

È per questo motivo che quando lo stato e la collettività si sentono minacciate da gruppi capaci di

compiere reati associativi gli ordinamenti ricorrono a deroghe dalla procedura accusatoria e

applicano quello che è definito come politica del doppio binario. Si usa ricollegare il modello

inquisitorio a regimi autoritari e il modello accusatorio a regimi tendenzialmente liberali.

Secondo Damaska il processo si riconnette alle forme del potere e all’ideologia politica:

- Modello accusatorio: definito da Damaska come paritario, corrisponde alla forma di stato

reattivo. Lo stato si limita ad assicurare l’ordinata convivenza dei cittadini secondo il

principio del lassez-faire. La giustizia è interpretata come soluzione dei conflitti.

- Modello inquisitorio: definito come gerarchico, corrisponde alla forma di stato attivo. Lo

stato esercita un ruolo di guida verso la cittadinanza, assolvendo e dissolvendo al proprio

interno la società. La giustizia è uno strumento di realizzazione di una sorta di programma

politico. In ogni caso è l’interesse dello stato ciò che prevale.

Damaska sostiene che il modello gerarchico sia il più moderno, ossia più recente rispetto a quello

paritario. Ovviamente l’interpretazione di Damaska è orientata verso la modernità tanto che egli

stesso accantona il mondo romano e bizantino dai suoi studi.

Ciò che sembra è che aspetti procedurali tipicamente inquisitori emergano nel tardo impero

specialmente in relazione ad atti criminosi che possono essere definiti come eversivi: in particolare

il crimen maiestatis e la devianza religiosa.

Damaska ha analizzato le commistioni e gli intrecci che possono verificarsi fra i due modelli al

variare del sistema politico o della forma di governo. Egli osserva che non solo forme processuali

contenziose e inquisitorie sono ostinatamente intrecciate con incrostazioni gerarchiche e paritarie

ma anche che può accadere che le vecchie forme subiscano un adattamento al mutare dei bisogni

della collettività.

3. L’INIZIATIVA

NB: caratteristica discriminante del processo accusatorio è l’esercizio dell’accusa da parte di un

privato cittadino.

Per distinguere le due procedure non pare rilevante individuare se l’iniziativa sia stata

proposta con atto propulsivo preveniente da un privato o da un organo pubblico. Ciò che

conta è la natura contenziosa e contraddittoria della procedura.

Se il procedimento è avviato da un soggetto al quale corrisponda sia funzione inquirente che

giudicante non possiamo trovarci dinnanzi ad una procedura accusatoria visto che non può trovarvi

luogo il contenzioso e alle parti è attribuito un ruolo ridotto. Non è però vero il contrario: se l’atto

propulsivo è avviato da un organo pubblico o da un privato di per sé non si può dire nulla sulla

natura inquisitoria o accusatoria del procedimento. Ciò che conta è se l’atto propulsivo è poi

seguito dall’assunzione da parte di chi l’ha compiuto del ruolo di parte processuale. Dalle fonti è

difficile estrarre informazioni dettagliate sullo svolgimento effettivo della procedura. Lo stesso

termine inquisitio non descrive l’uno o l’altro procedimento ma si utilizza per indicare

genericamente inchiesta o ricerca.

Le perplessità degli studiosi riguardavano l’esistenza di numerose disposizioni legislative dedicate

all’esercizio dell’accusa: da esse si è tratta la convinzione della sopravvivenza di parte dell’antica

procedura accusatoria che prevedeva, nel modello delle quaestuiones perpetuae, il ricorso

all’accusatore privato, intendendosi con ciò l’effettivo esercizio del ruolo di parte processuale. Allo

stesso tempo si è tentato di negare o ridimensionare l’esistenza di una procedura inquisitoria

ponendo in discussione l’esistenza di procedure avviate d’ufficio: il che non è sufficiente poiché

non solo le procedure avviate d’ufficio possono essere considerate come inquisitorie.

L’autore ritiene che non si possa affermare che in età tardo antica e, in particolare nel IV secolo, la

procedura di stampo accusatorio sia rimasta la procedura dominante in particolare per alcuni reati.

Garofalo sostiene che l’istituto dell’accusatio in sede di cognitio extra ordinem viene gradualmente

ad essere ridimensionato nella sua portata endoprocessuale. Le fonti, infatti, raramente

consentono di affermare che l’esercizio dell’accusa sia qualcosa di diverso dalla mera denunzia,

funzionale ad attivare la macchina della repressione penale, e tacciono a proposito di procedure

contraddittorie a meno che non si voglia forzarne il silenzio facendo dir loro cose che non si

dicono: è il caso della regolazione in materia di calumnia e di delazioni anonime che fu inizialmente

sfruttata da Lauria per congetturare la scomparsa de facto delle procedure accusatorie e da altri

per sostenere la persistenza delle antiche regole.

Capitolo 2

SI LEGES PUBLICAS INTERROGAMUS, ACCUSATOREM EXIGUNT, UNA VICENDA

ESEMPLARE.

1. I CRIMINI DI INDICIA

Caso emblematico dove persino la Chiesa, tradizionalmente fedele a modelli processuali di

stampo accusatorio, ricorse a procedure più spicce e ritenute più efficaci sotto il profilo repressivo.

Qui si nota come il diritto canonico era ancora piuttosto acerbo (siamo interno al 380 d.c.) e

costruito intorno al modello del diritto romano, specialmente per quel che riguarda il diritto

processuale.

Diritto canonico e diritto secolare si influenzano reciprocamente, sia sotto il profilo sostanziale che

per quello processuale.

Il caso riguarda il dibattito tra Ambrogio e Siagro nella quale si riflette lo scontro fra diversi modi di

intendere la procedura penale, due diverse impostazioni che si ritrovano nel diritto secolare e nella

prassi seguita dai giudici dello Stato. Da esso emergono mutamenti significativi nella prassi

giudiziaria già occorsi in ambito secolare.

CASO:

Si tratta di un processo criminale canonico a carico di una donna veronese. L’imputata è Indicia,

una vergine consacrata che aveva preso i voti ai tempi dell’episcopato di Zeno, predecessore di

Siagro. Ella resiedeva in casa ma faceva parte di quello che era definito clero. Indicia Abitava a

Verona insieme alla sorella e al marito di questa. I suoi rapporti con Ambrogio, metropolita di

Milano, erano piuttosto stretti perché ella aveva abitato per un certo periodo nella casa romana del

vescovo insieme con la sorella di Ambrogio, Marcellina, quindi si presume che Indicia

appartenesse ai ceti più elevati della società veronese.

Caso vuole che Indicia fu accusata di stuprum e infanticidio: inizialmente le voci si diffusero in città,

si diceva che ella aveva violato il proprio voto di castità, aveva partorito di nascosto e abbandonato

o ucciso il neonato, il cui corpo non fu mai ritrovato. Ambrogio riferisce che l’accusa mossa a

Indicia sarebbe stata quella di aver partorito e sepolto il neonato dopo averlo ucciso per

soffocamento.

Le voci in questione erano giunte all’orecchio del giudice ecclesiastico Siagro, vescovo di Verona,

per iniziativa del cognato della donna, Massimo. Tra Massimo e Indicia non correvano buoni

rapporti anzi Massimo divise con un muro la casa della moglie da quella della cognata troncando il

rapporto di fratellanza tra le sorelle per riaffermare l’onorabilità della famiglia.

Ma c’era qualcosa di più: fra i nemici di Indicia che avrebbero orchestrato la vicenda giudiziaria

sono menzionati degli eretici e pare di capire che lo stesso Siagro scrisse ad Ambrogio per

giustificare il suo intervento evocando il rischio di una frattura nella comunità veronese dei fedeli.

Si suppone che all’origine della questione vi fossero scontri o intrighi interni alla Chiesa e alla

società veronese.

Sotto il profilo canonistico ad Indicia si contestavano: la violazione del voto di castità, il reato contro

i buoni costumi e l’omicidio. Dalle lettere ambrosiane non si capisce se il neonato sia stato esposto

o ucciso. L’uccisione per manu propria della madre avrebbe configurato nel diritto secolare il reato

di parricidio. Nel periodo di riferimento in questa sede l’infanticidio non costituiva una figura di reato

pienamente distinta dall’omicidio (come avverrà in epoca successiva). Tuttavia ci si era già attivati

a reprimere i reati che costituivano una forma di controllo demografico.

L’uccisione della prole è repressa severamente nell’età dell’impero cristiano. Una legge di

Valentiano del 374 punisce con la pena capitale chiunque uccida un infans. La pena capitale era

prevista anche per i genitori che avessero esposto i figli.

Come si nota Indicia avrebbe rischiato la pena capitale in qualunque caso.

La giurisdizione secolare tuttavia non intervenne ed ebbe luogo solo il processo ecclesiastico

presso il tribunale episcopale di Siagro. Il che è probabilmente indice dell’elevato rango sociale

dell’imputata, che si voleva sottrarre ai rischi che avrebbe comportato un processo dinnanzi ai

tribunali dello Stato.

Sintesi:

IL FATTO

• Fine del IV sec. d.C. (380-396 ca.)

• Fonti: Ambrogio, lettera 5 e 6

• Imputata: Indicia, sacra virgo, ordinata da S. Zeno.

• Risiede a Verona con la sorella e il di lei marito.

• Aveva convissuto con S. Marcellina a Roma.

• Appartiene con ogni probabilità ai ceti più elevati.

IL REATO

• L’accusa avviene molto tempo dopo il presunto reato a seguito di sparsi rumores

• Stuprum

• Infanticidio

L’AVVIO DELLA VICENDA GIUDIZIARIA

• Per opera di Massimo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MARTHSI96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Banfi Antonio.

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