Introduzione di un celebre veto accademico
Nel 1866 la Società Linguistica di Parigi pose programmaticamente all'interno del suo piano di lavoro il divieto che i suoi affiliati parlassero dell'origine del linguaggio e che conseguentemente fosse affrontato il problema dell'origine della natura delle lingue naturali. I dottori che facevano riferimento al dettato della tradizione biblica si chiedevano quale fosse e da dove venisse la lingua edenica, quella con cui il creatore ha parlato e quale fosse la lingua parlata prima della ideazione della Torre di Babele. Per tutto il Medioevo ci fu la convinzione che l’ebraico fosse la lingua di Dio e quindi la madre di tutte le altre lingue.
Animali parlanti ma solo nelle fiabe
Si ignora quindi di fatto quando si ha la comparsa negli individui della specie umana della facoltà locutoria del parlare articolato. Sembra tuttavia ragionevole pensare che si sia sviluppata gradualmente attraverso un lungo processo evolutivo venuto per stadi e determinato da una serie di sostanziali mutazioni del quadro biologico e in particolare dovuto alla mutazione dell'organo fonologico dell'emissione della voce e quindi alla specializzazione dei centri neurali preposti alla ricezione soprattutto alla decodificazione e comprensione dei messaggi vocali. Questo aspetto distingue la specie umana da tutte le altre specie animali. Tuttavia, alcune specie vicine all'uomo, come ad esempio quella dei primati, riescono ad interagire con l'uomo in maniera affettiva, manifestando desideri e sentimenti semplici. Solo nel mondo delle favole, Esopo insegna ad uomini e animali a parlare la stessa lingua indistintamente. Alcuni studi hanno dimostrato che i piccoli normodotati della specie umana, sottoposti ad una qualsiasi lingua, sono in grado di apprenderla perfettamente anche in base all'età, che gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento della lingua. Infatti, una volta superata questa fase di età, l'apprendimento di una lingua diventa un’impresa complessa, spesso fonte di profonde frustrazioni.
L'ipotesi monogenetica
Importante tenere conto del contributo del mondo greco, in particolare dalla costituzione della categorizzazione dei costituenti linguistici operato da Aristotele. Tuttavia, la scoperta del sanscrito da parte di Sir William Jones ha apportato al riconoscimento delle somiglianze tra sanscrito, greco, latino, gotico, celtico e persiano. Tuttavia, l'individuazione della prima famiglia linguistica modernamente in testa, ovvero quella indoeuropea, è attribuibile ai padri della linguistica comparata operanti nel primo e a metà dell'800, in particolare Rask, Bopp, Grimm, von Schlegel e Schleicher. Quest'ultimo tratteggiò il primo albero genealogico delle lingue indoeuropee, che venne preso come base per la descrizione e la definizione di altre famiglie linguistiche. All'inizio del ventesimo secolo, Alfredo Trombetti, glottologo bolognese conoscitore di uno sterminato numero di lingue, sostenne in un celebre lavoro che tutte le lingue avrebbero avuto origine da un’unica lingua preistorica. Questa teoria, rigorosamente mono genetica, è ritornata alla ribalta nel dibattito scientifico negli ultimi anni, grazie alle ricerche parallele di tipologi e genetisti, che sono riusciti a costruire un quadro del processo evolutivo di buona parte delle lingue del mondo, servendosi della comparazione tra alcune centinaia di parole appartenenti a famiglie diverse.
Il contributo della genetica
La comparazione interlinguistica ha permesso di individuare famiglie linguistiche variabili con diversi approcci teorici e metodologici seguiti dai singoli ricercatori. La ricerca genetica, con la scoperta del gene Fox P2, responsabile di un difetto ereditario complesso in grado di ridurre le capacità di articolazione della catena fonico-acustica e incidere sulla competenza grammaticale dei locutori. Questo gene ha fornito anche un contributo significativo alla ricerca d'ambito linguistico, che sembra confortare l'ipotesi che, come tutti gli individui della specie umana potrebbero discendere da una popolazione, anche le lingue storico-naturali potrebbero essere derivate da un’unica lingua preistorica. Tuttavia, si presentano due problematiche: la prima è di natura storica, relativa al fatto che la ricostruzione del processo evolutivo diacronico delle lingue difficilmente può risalire indietro di 6000 anni; l'altro problema è di natura antropopaleontologia, relativo al fatto che l'uomo anatomicamente moderno avrebbe 150 mila anni di vita, senza contare che poi, comunque, secondo gli anatomisti, le prime modifiche del sistema neuronale avrebbero portato allo sviluppo dei centri preposti del linguaggio, notoriamente collocati nella sezione medio sinistra del cervello umano, potrebbe avere un'antichità maggiore addirittura di due milioni di anni. Quindi, questo renderebbe impossibile verificare esattamente questa ipotesi.
L'origine del linguaggio: questione aperta
Il problema dell'origine del linguaggio delle lingue storico-naturali rimane di fatto una questione aperta ancora insoluta, malgrado gli entusiasmi di alcuni, è probabilmente non risolvibile. L'interazione tra ricerca tipologica e ricerca genetica deve tenere infatti in conto che il linguaggio ha un'evoluzione diacronica, ovvero i sistemi linguistici, in quanto prodotti dalla vicenda storico-culturale di singole comunità di parlanti, non hanno nulla a che vedere con il quadro biologico di alcune società. Quindi non esiste di fatto una correlazione diretta tra popoli, gruppi sociali e usi linguistici. Ad esempio, i cambiamenti a livello linguistico di intere popolazioni portò all’abbandono della propria lingua originaria a favore dell'assunzione del latino. Oppure, un altro esempio molto importante è quello del cambiamento linguistico nell'area anatolica, come le lingue in età antica furono successivamente sostituite prima dai dialetti greci dell'Asia Minore, poi dal greco di età ellenistico-romana e quindi dal greco bizantino e infine dal turco. Un ultimo esempio esplicativo è sicuramente quello dell'America, che oltre ai processi di colonizzazione europea, ha subito dei cambiamenti a livello linguistico dovuti anche ai nuovi immigrati venuti dall'oltre Atlantico.
La filosofia dei due volumi: I contenuti
Il primo dei due volumi, Le lingue extraeuropee: Asia e Africa, è dedicato alle lingue dell'Asia e dell'Africa; il secondo al quadro linguistico tripartito del continente americano. In questo libro ci si concentra sull'analisi storico-linguistica e di quella tipologico-linguistica e sulle dinamiche sottese alla formazione del quadro linguistico.
Le linee metodologiche
Il libro fa riferimento a due importanti filoni: quello geo-storico-linguistico e quello tipologico-linguistico.
Geo-storico-linguistico
Tenendo conto di ogni singola macroarea del mondo, viene presentata la storia linguistica, ponendo attenzione alla presenza di sotto gruppi linguistici o alle articolazioni dialettali di uno stesso gruppo. La dimensione sincronica è accompagnata da riferimenti di carattere storico-linguistico, da notizie intorno ai sistemi di scrittura usati per la loro resa grafemica. Viene anche data particolare attenzione alle ipotesi ricostruttive di singole famiglie o singoli gruppi linguistici e territoriali.
Tipologico-linguistica
Vengono fornite informazioni relative al quadro fonologico, con particolare attenzione alla struttura dei sistemi vocali e consonantici, evidenziandone, quando è il caso, le marcate peculiarità, la presenza di particolari fonemi, l'organizzazione del componente sillabico o questioni inerenti al piano soprasegmentale. Alla componente morfologica è dedicata particolare attenzione, in quanto essere uno dei parametri maggiori che permettono di classificare in chiave di morfologia tipologica i sistemi linguistici, permettendo la distinzione tra sistemi isolanti, agglutinanti, flessivi e incorporanti. La morfologia si riferisce inoltre alle caratteristiche formali della morfologia delle principali classi morfologiche: verbo, nome, aggettivo. Per quanto riguarda invece la sintassi, la descrizione di come nelle singole lingue si dispongono i costituenti maggiori, ovvero soggetto, oggetto e verbo. Infine, vi è l'attenzione alla componente lessicale, in particolare in riferimento alle modalità di organizzazione del lessico.
Capitolo 1: problemi di ordine generale
Quante sono le lingue nel mondo?
Questioni generali
- La tensione per la molteplicità e la diversità linguistica a livello planetario è, con particolare interesse negli ultimi decenni, un tema al centro dell'attenzione degli studiosi, per i tipologi, per gli studi di paleolinguistica e per chi si occupa di lingue a rischio di estinzione.
- La molteplicità linguistica è quindi un argomento molto importante; ci si chiede quali siano i criteri da attribuire a un sistema linguistico per essere etichettato come lingua.
- Per i linguisti, in particolare, il sistema linguistico è un oggetto di studio realizzato nella complessità delle sue strutture fonologiche, morfologiche e lessicali.
- Se però si tiene in considerazione il problema della molteplicità dei sistemi linguistici della loro posizione in un'ottica più socio-politica e culturale, giocano questioni di gerarchia dei sistemi linguistici in rapporto tra nazioni, sociolinguistica di lingua, varietà linguistica, bilinguismo, plurilinguismo, diglossia e soprattutto la differenziazione tra lingua e dialetto.
- Secondo i sociolinguisti, affinché un sistema possa essere classificato come lingua, deve rispondere a delle macro condizioni:
- Deve essere fissato secondo norma riconosciuta che gode di una tradizione letteraria.
- Deve essere usato in un'ampia gamma di ambiti comunicativi.
- Deve avere prestigio.
- Deve essere considerato come punto di riferimento identitario e culturale di una comunità di locutori.
- Se si prendono in considerazione gli studi di Fodor e Hagege, emerge che ci sono delle lingue, come ad esempio i dialetti, che hanno avuto la meglio su altre varietà e sono diventate la lingua di tutte le comunità. Un esempio esplicativo è quello dello Shona, ovvero la lingua ufficiale dello Zimbabwe, che è stato standardizzato sulla base di un compromesso tra dialetti zimbabwesi meridionali, karanga e settentrionali zezuru.
La fortuna delle lingue: le dinamiche sociali
Secondo Comrie, i linguaggi diventano importanti o non importanti non per la loro struttura grammaticale, ma per fattori sociali. Nessuno sa con certezza quante lingue siano realmente parlate oggi nel mondo; lo scarto numerico tra le diverse fonti si spiega se si tiene conto di una serie di fattori oggettivi. Ad esempio, molte aree del mondo sono sconosciute per quel che riguarda i linguaggi parlati; un esempio esplicativo può essere quello della Nuova Guinea, nella quale vi è un'enorme complessità linguistica. Un altro fattore è sicuramente quello delle scelte politiche ed economiche imposte dai singoli governi, processi di pianificazione economica di intere aree del mondo che hanno portato le piccole comunità linguistiche a sparire; questo fenomeno, conosciuto come la morte della lingua, avviene anche in casi di emigrazione. Secondo Voeglin, ci sono delle lingue che sono note con più di un nome. Per esempio, il termine bantu, che in Africa identifica un'intera famiglia linguistica, significa semplicemente Popolo, oppure in ambito amerindiano esistono lingue denominate rispettivamente tapuya, ovvero nemico, o macu, tribù della foresta. Differente denominazione viene non solo per le lingue, ma anche per le famiglie di gruppi linguistici; per esempio, a partire dagli anni '50 del secolo scorso, il termine camito-semitico è stato sostituito da afro-asiatico.
Lingue vs dialetti
Un altro importante problema è posto dall'oggettiva difficoltà di stabilire se due o più sistemi presi in considerazione siano da ritenersi lingue separate oppure semplici varietà di un comune diasistema linguistico. Il metodo di analisi adottato dai linguisti dipende da due criteri: intellegibilità versus inintellegibilità tra sistemi. Se due sistemi sono reciprocamente intellegibili, dovrebbero essere definiti come dialetti di una stessa lingua; se invece non lo sono, acquisirebbero lo statuto di lingue diverse. Tuttavia, questo criterio non è soddisfacente se si tiene in considerazione che danese, svedese e norvegese dovrebbero essere intellegibili eppure non sono considerate la stessa lingua, ma bensì tre lingue diverse. Per esempio, restando in ambito italo-romanza, l'intelligibilità, poniamo tra bergamasco e siciliano, dovrebbe avere come conseguenza che le due varietà costituiscono due lingue separate e non dei macro segmenti di un continuum linguistico. Nel subcontinente indiano, le lingue hindi e urdu, bengali e assamese sono talmente poco differenziate tra di loro da poter essere considerate varietà dialettali dello stesso sistema linguistico.
Quali sono le lingue maggiormente parlate? Il peso dei numeri
Sicuramente da alcuni dati statistici emerge che l'inglese è la lingua predominante nel mondo. Nonostante questo, in alcune aree del mondo alcune lingue assumono una funzione analoga rispetto a quella con l'inglese a livello mondiale più ampio, come per esempio lo spagnolo nell'America Centrale e Meridionale. Il caso del cinese, invece, è particolare in quanto grazie all'elevato numero di nativi è la lingua maggiormente parlata a livello planetario, ma in Occidente non è così diffusa.
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