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Riassunto esame Istituzioni di diritto privato I - libro consigliato: "Antologia di casi giurisprudenziali"

Riassunto per l'esame di Istituzioni di diritto privato I [25839], basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pasquino Teresa: "Antologia di casi giurisprudenziali". Il riassunto comprende la rielaborazione dei casi n. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12 e 28.

Esame di Istituzioni di diritto privato docente Prof. T. Pasquino

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ESTRATTO DOCUMENTO

Le posizioni della dottrina e dell’Amministrazione.

L’art. 48 Cost. non impone di delegare il diritto di voto nelle ipotesi di “incapacità civile“, ma

si limita ad attribuire al legislatore la facoltà di limitarlo, se nella misura in cui ritiene, in

assenza di una specifica normativa, non residue Rebel con margine di manovra né

all’interprete, né alla giurisprudenza. Inoltre, chi in dottrina propende per questa posizione,

presuppone l’esistenza di una netta separazione tra la capacità di agire e la capacità

elettorale; e che quindi il possesso della prima non si configuri come presupposto della

seconda.

È questa la posizione assunta in maniera pressoché univoca da parte della Pubblica

Amministrazione.

Decisione della Corte.

Il Consiglio di giustizia amministrativa per la regione siciliana ritiene “non manifestamente

infondata la questione di legittimità costituzionale, in quanto il diritto di voto può essere

limitato solo per incapacità civile e indennità”. Quindi, ne consegue che, “presupposto logico

del diritto di voto è la capacità di agire”.

Con la sentenza del 1987 però la corte costituzionale dichiarò inammissibile per difetto di

rilevanza la questione sollevata. Nel frattempo, infatti, per effetto dei vari ricorsi presentati, la

differenza tra le due liste passò da uno a sei voti per assegnazione scorretta, e ciò rese

ininfluenti i quattro voti degli interdetti.

Brevi note esplicative.

La giurisprudenza ad oggi, mantiene intatta l’attualità della questione di diritto sollevata. Il

risultato a cui si perviene è quello di assegnare il potere al giudice civile di statuire in

proposito, valutando caso per caso.

3)L’immobile in comodato adibito a casa familiare

e provvedimento di assegnazione in sede di

separazione.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 29 settembre 2014, n.20448

Fatti e svolgimento del processo.

Un genitore concede in comodato al figlio, in vista del matrimonio, un immobile da destinare

a casa familiare. In seguito alla crisi coniugale ed al conseguente giudizio di separazione, il

giudice pronuncia il provvedimento di assegnazione dell’immobile in favore del coniuge

affidatario del figlio che, nel caso in esame, è rappresentato dalla nuora del comodante.

Questo ultimo, dunque, agisce in giudizio affinché si dichiari la cessazione del comodato e si

condanni, allora mai ex nuora, a rilascio dell’immobile.

La questione di diritto posta al vaglio delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

La questione vede contrapporsi di due distinti fasci di interessi: 1) da un lato l’interesse del

figlio minorenne alla conservazione dell’ambiente domestico; 2) dall’altro vi è l’interesse del

titolare dell’immobile recuperare la disponibilità dello stesso. Due sono le questioni giuridiche

che le sezioni sono chiamate a dirimere:

● In primo luogo, la Corte è chiamata a stabilire se, nel caso di separazione tra coniugi,

si assiste ad una successione ex lege nell’originario contratto di comodato da parte

del coniuge al quale è stato assegnato; oppure se nel caso di assegnazione della

casa familiare in sede di separazione, il titolo di godimento dell’assegnatario sia

rappresentato dal provvedimento giudiziale di assegnazione.

● In secondo luogo, se si ravvisasse una successione ex legge nel contratto di

comodato, la cassazione chiamata a stabilire se il contratto in parola possa essere

inquadrato all’interno della categoria del c.d. “comodato precario“, oppure se essa

debba essere qualificato quale comodato “ordinario“.

Premessa. Il contratto di comodato dell’assegnazione della casa familiare. Principi

generali.

Il comodato è il contratto mediante il quale una parte consegna all’altra una cosa mobile o

immobile, affinché quest’ultima se ne serva per un tempo o un uso determinato, con

l’obbligo di restituire la cosa ricevuta. Il contratto di comodato si presume “essenzialmente

gratuito“ (art. 1803 c.c.).

La restituzione della cosa deve avvenire alla scadenza del termine pattuito o, in mancanza

della previsione di detto termine, quando il comodatario sono asservito in conformità del

contratto. Tale elemento rappresenta uno dei nodi problematici principali del caso che qui ci

impegna.Infine, una particolare tipologia di comodato, il c.d. “comodato precario”, ha luogo

quando le parti non abbiano convenuto un termine e questo non sia desumibile dall’uso cui

la cosa doveva essere destinata. In queste ipotesi la restituzione del bene deve essere

effettuata non appena il comodante lo richieda.

Le tesi contrapposte di parte ricorrente e resistente.

Le pretese del ricorrenteà Il ricorrente sostiene che il contratto di comodato era stato

stipulato soltanto “quale sistemazione temporanea per i giovani coniugi”. In particolare,

Claudio richiama la una sentenza precedente secondo la quale il comodato di immobile

destinato a casa familiare comporta l’obbligo del comodatario di restituire il bene non

appena il comodante lo richieda. Egli inoltre sostiene che debba ritenersi applicabile la

disciplina riguardante il comodato precario, la quale consente al comodante di recedere ad

nutum.

La difesa dei resistentià Le difese tutela della posizione della parte resistente trovano la

principale fonte in una precedente sentenza in cui la corte si era confrontata con un caso del

tutto analogo a quello che qui si sta analizzando.

In primo luogo, la cassazione aveva affrontato la problematica relativa al titolo sul quale si

fonda il diritto del coniuge-comodatario, seguito della separazione. Sul punto la corte aveva

stabilito che: “ …nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene

immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento

di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni, non modifica la natura del

contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina una concentrazione di detto

titolo di godimento in quella persona”. Una volta chiarito questo punto, la Cassazione

stabilisce che la figura del “comodato precario” non è invocabile, poiché il termine può

essere implicitamente determinato dall’uso cui il bene é destinato. Questo corrisponde “al

compimento della funzione di centro della comunità domestica propria della casa coniugale”,

quindi il momento in cui i figli conviventi con il coniuge assegnatario hanno raggiunto

l’indipendenza economica.

Decisione della Corte.

La massimaà la Corte stabilisce che “il comodato a una durata determinabile “per

relationem“, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa

familiare, indipendentemente quindi, dall’insorgere di una crisi coniugale. Il comodante,

dunque, potrà chiedere la restituzione del bene soltanto se sopravvenga un urgente e

impreveduto bisogno.

4)Infedeltà coniugale e addebito della

separazione.

Corte di Cassazione, sezione I, 4 aprile 2014, n. 7998

Fatti e svolgimento del processo.

Caia ricorre in giudizio per richiedere la separazione dal marito Tizio chiedendo, ai sensi

dell’art.151 c.c. comma secondo, l’addebito della separazione a quest’ultimo. A sostegno di

tale pretesa Caia asseriva che tizio aveva trascurato la famiglia che aveva mancato di

contribuire ai bisogni materiali della moglie e dei figli. Tizio chiedeva a sua volta l’addebito

della separazione alla moglie, reo di aver violato più volte il dovere di fedeltà coniugale e di

averlo costretto a trasferirsi altrove.

Il Tribunale addebita la responsabilità della separazione a Caia, valutando come essenziale,

ai fini del sorgere della crisi coniugale, la violazione del dovere di fedeltà coniugale da parte

della stessa.

La Corte d’Appello ribalta la decisione assunta dal giudice sulla base di una missiva

indirizzata da Tizio a Caia, nella quale quest’ultimo riconosceva di aver trascurato la

famiglia. A giudizio della Corte inoltre, la relazione extraconiugale intrattenuta dalla moglie

era solo una conseguenza e non la causa della crisi matrimoniale.

La questione di diritto posta al vaglio della Corte di Cassazione.

Le questioni di diritto sottoposto all’attenzione della Suprema Corte sono essenzialmente

due:

● La Corte è chiamata a stabilire quando la violazione di uno o più dei doveri individuati

all’art.143 c.c. (di fedeltà, di assistenza morale materiale, di collaborare nell’interesse

della famiglia, di coabitazione, di contribuire ai bisogni della famiglia), possa in

concreto porsi a fondamento della pronuncia di addebito della separazione;

● La seconda questione riguarda quale valore debba essere attribuito alle ammissioni

fatte da uno dei coniugi circa la violazione dei doveri coniugali tramite una missiva.

Premessa. L’addebito della separazione. Profili generali.

Ai sensi dell’art. 151 c.c., la separazione può essere chiesta quando si verificano fatti che

rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza, oppure quando la prosecuzione della

convivenza possa recare grave pregiudizio all’educazione della prole. Il giudice dichiara

quale dei due coniugi sia addebitabile la separazione stessa, in considerazione del suo

comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. Gli effetti dell’addebito sono

di carattere prettamente patrimoniale.

Presupposto essenziale ai fini dell’addebito della separazione è rappresentato dal

comportamento cosciente e volontario del coniuge contrari ai doveri previsti dall’articolo 143

c.c..

Tuttavia, la violazione dei doveri coniugali non è di per sé sufficiente a fondare la

declaratoria di addebito, occorre valutare altri due elementi: in primo luogo si richiede di

svolgere un’indagine sulle cause dell’intollerabilità della convivenza; in secondo luogo,

occorre verificare la sussistenza di uno stretto rapporto causale tra la violazione dei doveri

coniugali il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza, il giudice dovrà pronunciare la

separazione senza alcun addebito.

Le tesi contrapposte di parte ricorrente e resistente.

Le pretese del ricorrente Avverso alla sentenza della Corte d’Appello Tizio proponeva

à

ricorso per Cassazione sulla base di due motivi. Con il primo motivo di ricorso Tizio

sosteneva che la Corte avesse sottovalutato la gravità e la rilevanza, ai fini del sorgere della

crisi coniugale, della violazione del dovere di fedeltà coniugale da parte della moglie. Con il

secondo motivo Tizio rileva un vizio di motivazione nella sentenza impugnata, avendo la

Corte d’Appello dato rilievo, ai fini dell’addebito, a non precisati atteggiamenti di

trascuratezza, sulla base di una lettura parziale e travisata di una lettera che aveva prima di

tutto uno scopo riconciliativo.

La difesa dei resistenti La difesa della resistente Caia si fonda sull’assunto che la

à

relazione extraconiugale da lei intrattenuta rappresenta una mera reazione al

comportamento del marito. Caia sostiene che sia stato il comportamento di Tizio a

determinare il collasso del rapporto coniugale; e che, dunque correttamente, la Corte

d’appello ha addebitato la separazione a quest’ultimo.

Decisione della Corte.

La massima la corte stabilisce che alle ammissioni fatte tramite missiva da un coniuge

à

dell’altro non può essere attribuito il valore di confessione, ma che possono essere utilizzate

come presunzioni o indizi liberamente valutabili in unione con altri elementi probatori;

semprechè tali ammissioni esprimano fatti storici obiettivi. Tali fatti storici dovranno essere

oggetto di scrupoloso accertamento.

Le motivazioni la suprema corte chiarisce che il giudizio concernente la responsabilità

à

dei coniugi ai fini della intollerabilità della convivenza sia riservato al giudice di merito. La

cassazione tuttavia, rileva che “ai fini della diventavi Lita della separazione, le ammissioni di

una parte non possono avere valore di confessione, vertendosi in tema di diritti indisponibili“.

A giudizio della corte, l’inadeguata motivazione posta a fondamento dell’addebito della

separazione al marito compromesso anche il conseguente giudizio circa la violazione

dell’obbligo di fedeltà della moglie. La Suprema Corte pertanto, ha accolto il ricorso di Tizio e

rinviato alla Corte d’Appello per una nuova valutazione delle domande di addebito alla luce

dei principi da essa enunciati.

5)Lo stato di abbandono del minore.

Corte di Cassazione, sezione I, 10 luglio 2014, n.15861

Fatti e svolgimento del processo.

La sentenza in commento trae origine da un ricorso avverso una statuizione della Corte

d’Appello di Torino, mediante cui era stato decretato lo stato di abbandono e relativa

adottabilità di due sorelle minorenni. Nel giudizio di secondo grado, la Corte territoriale

esprime una valutazione particolarmente negativa in relazione alla capacità dei genitori

biologici nell’assolvimento dei doveri promananti dalla potestà genitoriale. Inoltre, nella

fattispecie concreta la nonna materna, a causa delle difficoltà economiche in cui verteva,

aveva manifestato la propria disponibilità ad accudire esclusivamente una delle due sorelle:

la Corte d’Appello ha giudicato fosse necessario per la minore assicurare un ambiente dove

crescere insieme alla sorella.

La questione di diritto posta al vaglio della Corte di Cassazione.

La questione di diritto poste all’attenzione della suprema Corte di Cassazione riguarda

l’accertamento della situazione di abbandono dei minori nel rispetto del parametro normativo

stabilito negli articoli 1 e 8, legge n.184/1983.

Premessa. Il diritto del minore alla famiglia: riflessioni preliminari.

L’interpretazione della Corte di legittimità e di merito è unanime nel rinvenire nell’art. 1 della

legge n.184/1983 il diritto del minore a crescere primariamente nel proprio contesto

familiare. Concorrono a delineare la latitudine applicativa della norma anche le fonti

sovranazionali: la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo prevede all’articolo 8 il diritto al

rispetto della vita privata e familiare.

Tesi a sostegno della posizione dei ricorrenti.

Avverso la decisione della Corte d’Appello territoriale, ricorrevano per Cassazione i genitori

e la nonna materna.

I primi deducevano la violazione degli articoli della legge n. 184 per avere la sentenza

impugnata decretato lo stato di abbandono, senza considerare il significativo impegno dei

genitori al superamento delle problematiche personali e familiari. I ricorrenti lamentano

altresì la superficiale valutazione del ruolo della nonna materna. I genitori inoltre

censuravano l’argomentazione della Corte affermando che non sarebbero stati

opportunamente soppesati nella decisione i loro progressi, la recuperabilità della loro

funzione la disponibilità della nonna materna.

Proponeva ricorso per cassazione altresì la nonna materna per due motivi: con un primo

veniva lamentato il fatto che la sentenza non avesse affatto accertato la situazione di

abbandono della minore; il secondo motivo censurava l’omesso esame riguardo al

mantenimento dei rapporti con le nipoti.

Decisione della Corte.

La massima la Corte stabilisce che “ha ‘carattere prioritario’ il diritto del minore di

à

crescere nell’ambito della famiglia di origine, prevista dall’art. 1 della legge n.184. Il sacrificio

dell’esigenza primaria di crescita in seno alla famiglia biologica, è configurabile solo quando

si accerti la rescissione del legame familiare come strumento necessario per evitare un più

grave pregiudizio“.

Le motivazioni La Corte reputa che in merito alla dichiarazione di adottabilità, le

à

valutazioni della Corte territoriale risultano eccessive e sproporzionate in osservanza dei

principi di gradualità e sussidiarietà che ispirano la disciplina dell’adozione.

Le problematiche cui sono affetti i genitori non sono in grado di incidere nella capacità di

svolgere le prerogative genitoriali: la Corte di Cassazione esclude la sussistenza dei

presupposti per la dichiarazione di adottabilità.

Per quanto riguarda la posizione della nonna materna, la Corte sostiene che la disponibilità

reale e concreta della parente fosse già sufficiente a escludere lo stato di abbandono e,

quindi, la dichiarazione di adottabilità.

All’esito del giudizio, la Corte cassa la sentenza impugnata e la rinvia alla Corte di Appello,

invitandola a riconsiderare la situazione di abbandono delle minori alla luce dei criteri sopra

riassunti e fondando la decisione su valutazioni strettamente correlate alla natura

dell’accertamento richiesto.

6)La scienza della procreazione medicalmente

assistita e il diritto della filiazione: note in tema di

fecondazione eterologa.

Corte costituzionale, sentenza 10 giugno 2014, n.162

Art. 4, comma 3 della legge n.40/2004 É vietata la procreazione medicalmente assistita di

à

tipo eterologo.

ANALISI DELLA NORMATIVA.

Art. 4, comma 1à Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è

consentito solo quando sia accertata l'impossibilità di rimuovere altrimenti le cause

impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità

inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa

accertata e certificata da atto medico.

Art. 5 Fermo restando quanto stabilito dall'articolo 4, comma 1, possono accedere alle

à

tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso,

coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi.

La Corte costituzionale viene chiamata a giudicare la legittimità di tale legge.

Fatti e svolgimento del processo.

Una coppia sposata o convivente (caso di Milano, Firenze e Catania) solleva il dubbio che la

legge che vieta questa tipo di fecondazione sia in contrasto con la Costituzione.

Questione posta sulla base di: caso S.H. e altri contro Austria ritiene incostituzionale tale

divieto per gli articoli 14 e 8 della CEDU.

Argomentazione con cui viene ribaltata la sentenza del tribunale di prima istanza:

Tutti e 3 i tribunali riesaminano la questione e ripropongono il caso in

Normativa poste in questione perché ritenute illegittime rispetto a queste norme:

● Art. 3 (principio di uguaglianza);

○ Poiché la legge 40 poneva una disparitá di trattamento tra coppie affetta dalla

patologia: sterilitá o infertilitá (quindi nella stessa situazione) che avevano

necessità di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita (PMA) di tipo

eterologo e quelle che invece potevano ricorrere alla PMA di tipo omologo.

● Art. 2 (principio di solidarietà), insieme all'articolo 29 (tutela del diritto di famiglia); art.

31-32(tutela della maternità, infanzia e gioventù e diritto alla salute);

○ Art. 2 il divieto non riconosce alle coppie il diritto di autorealizzazione dei

à

soggetti (in questo caso di formare una famiglia);

○ Art. 31àtutela il diritto del nascituro a conoscere le proprie origini genetiche;

○ Art. 32àse, per evitare danni psichici e fisici, il medico ritiene la PMA di tipo

eterologo la migliore via di fecondazione;

● Art. 117 (potestà legislativa stato e regioni)

○ Questo articolo disciplina la competenza legislativa dello Stato e le materie

per le quali lo Stato si sarebbe dovuto rifare alle norme sovranazionali (quindi

per Corte EDU)

○ Sola il Tribunale fa ricorso riportando l’art. 117. Ma la Corte rigetta il ricorso

poiché fu un giudizio “ora per allora”, ritenendo quindi che oggi non si potesse

applicare;

CONSULTA.

1. Individuare i diritti costituzionalmente protetti su cui il divieto incide sono:

a. Art. 2-29-31à il diritto alla formazione di una famiglia e alla genitorialità viene

riconosciuto espressione della liberta di autodeterminazione, di cui agli artt.

sopra elencati. Sebbene la nozione di famiglia non presuppone la presenza di

figli,

b. Art. 32à diritto alla salute che si esplica nella

2. Decidere se:

a. Prende in considerazione la ratio legis: la PMA eterologa

b. Pericolo di vuoto normativo: da un lato se minacce di questo tipo dovessero

essere prese in considerazione, la Corte non potrebbe svolgere il proprio

lavoro; il vuoto non andrebbe a verificarsi comunque poiché vengono abrogati

solo dei commi.

SENTENZA RISOLUTIVA: La Corte dichiara incostituzionali l’articolo 4, comma 4 e l’articolo

12, comma 1 della legga n. 40.

Anche ai nati da pma eterologo si applica lo stesso status di nati da pma omologo.

Successioni mortis causa e donazione

7)L’azione di riduzione delle donazioni e il

legittimario interamente pretermesso.

Corte di Cassazione, sezione II, 3 luglio 2013, n. 16635

Fatti e svolgimento del processo.

Aperta la successione legittima, l’assenza di specifiche disposizioni testamentarie, veniva

lamentata dagli eredi legittimari la lesione della quota di legittima, atteso che il de cuius, in

vita, aveva venduto l’intero suo patrimonio alla nipote. A dire degli attori, il negozio giuridico

era parente e dissimulante una donazione, per la irrisorietà del prezzo di acquisto rispetto al

valore reale, e lo stretto legame di parentela che legava il nonno e la nipote. Ciò premesso,

domandavano al tribunale: a) la declaratoria di simulazione del contratto di compravendita;

b) l’accertamento dell’avvenuta lesione della quota di legittima; c) la condanna della

convenuta alla rifusione in favore degli attori dei frutti percepiti dal rogito fino

all’assegnazione delle quote; d) la dichiarazione di scioglimento della comunione ereditaria

mediante la formazione delle relative quote.

Il Tribunale respinge la domanda degli attori; la sentenza venne inoltre confermata in

Appello.

La questione di diritto posta al vaglio della Corte di Cassazione.

La questione di diritto sottoposta alla corte di cassazione si articolano in due quesiti ben

specifici: -se le ricorrenti avessero l’onere dell’accettazione beneficiata per incardinare

l’azione di simulazione del rogito e di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive delle

loro quote legittime; -e se l’aver posto in essere il negozio di compravendita tra il de cuius e

la nipote al fine di frodare le ragioni dell’erede, costituisca causa idonea ad escludere

l’accettazione beneficiata.

Tesi a sostegno della parte ricorrente.

Con un primo motivo, lamentavano la violazione ed errata applicazione della norma

codicistica per aver la Corte territoriale disatteso il principio di legittimità secondo cui

"qualora il de cuius abbia integralmente esaurito in vita il suo patrimonio mediante atti di

donazione, sacrificando totalmente un erede necessario, il legittimario che intenda

conseguire la quota di eredità a lui riservata dalla legge non ha altra via che quella di agire

per la riduzione delle donazioni lesive dei suoi diritti, giacché solo dopo l'esperimento di tale

azione egli è legittimato a promuovere od a partecipare alle azioni nei confronti degli altri

eredi per ottenere la porzione in natura a lui spettante dell'asse ereditario" (Cass. 7 ottobre

2005, n. 19527).

Dunque, per i ricorrenti il legittimario pretermesso non era ancora da considerarsi erede se

non dal momento del vittorioso esperimento dell'azione di riduzione.

Il secondo motivo prospettato alla Corte di Cassazione si fondava nel fraudolento intento dei

contraenti (de cuius e nipote); veniva così richiesto alla Corte se “l’aver posto in essere il

negozio di compravendita tra il de cuius e la nipote al fine di frodare le ragioni dell’erede,

costituisca causa idonea ad escludere l’accettazione beneficiata”.

Decisione della Corte.

La massima “Il legittimario totalmente pretermesso, non è tenuto alla preventiva

à

accettazione dell’eredità con beneficio di inventario acquisendo la qualità di erede solo in

conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione.“

Le motivazioni La solidità di tale orientamento permette alla Cassazione, nella

à

risoluzione della controversia specifica, di giungere a conclusioni nette: "il legittimario

pretermesso, sia nella successione testamentaria, che in quella ab intestato, che impugna

per simulazione un atto compiuto dal de cuius a tutela del proprio diritto alla reintegrazione

della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che

acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell'azione di riduzione, e come tale non

è tenuto alla preventiva accettazione dell'eredità con beneficio di inventario”. La sentenza

impugnata veniva dunque cassata in relazione all'accoglimento del primo motivo, con

assorbimento del secondo, e rinviata ad altra sezione della Corte di Appello territoriale.


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annadome

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher annadome di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Pasquino Teresa.

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