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religioso, fondato sui principi dell’Islam e sulla legge coranica, è in netto

contrasto su più punti con la concezione occidentale dei diritti dell’uomo. Il

progetto di Carta araba dei diritti dell’uomo del ‘94 cerca di rimuovere questa

subordinazione alla shari’a; anche nel summit del 2004 per la rivisitazione della

Carta, non è stato modificato il tradizionale approccio dei paesi islamici al tema

dei diritti umani. Nel continente asiatico non si è ancora superata la fase dei

dibattiti. Benchè debbano essere tenuti in considerazione l’importanza delle

peculiarità nazionali e regionali e le differenti condizioni storiche, culturali e

religiose, è dovere degli Stati promuovere e proteggere tutti i diritti umani e le

libertà fondamentali, prescindendo dai loro sistemi politici, economici e

culturali.

CAPITOLO 4

- Diritto internazionale e protezione dei diritti collettivi

A partire dal secondo dopoguerra, si è sviluppata un’intensa azione, promossa

in larga parte dalle NU, volta allo sviluppo di un sistema internazionale di

protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Questa azione ha

all’inizio riguardato i diritti umani individuali, di prima e seconda generazione e

successivamente ha riguardato anche i c.d. diritti umani collettivi ossia quei

diritti che fanno capo non soltanto agli individui singolarmente intesi ma anche

a gruppi di individui o esclusivamente gruppi. Essi possono distinguersi in due

categorie: quelli dei popoli che si esauriscono nel diritto

all’autodeterminazione e quelli delle minoranze tra i quali rientrano il divieto

di genocidio e di apartheid.

- L’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli

Nelle rivoluzioni americana e francese il principio di autodeterminazione

intende sancire la liberazione dei popoli da ogni oppressione sia esterna che

interna anche se poi, nel corso dell’800, esso si è esclusivamente manifestato

nel principio di nazionalità svolgendo un ruolo rilevante nella formazione

degli Stati europei come la Germania e l’Italia. Fino alla prima guerra mondiale

esso ha avuto portata prevalentemente politica e nessun obbligo internazionale

gravava sugli Stati relativamente al riconoscimento del diritto di

autodeterminazione delle collettività umane. È solo nei trattati di pace

conclusivi della prima guerra mondiale che il principio assume portata

giuridica. Esso si realizzò nello smantellamento di alcuni Stati plurinazionali

(l’impero austro-ungarico e quello ottomano), mentre per i popoli coloniali, già

sottoposti al dominio delle potenze sconfitte, si istituì il sistema dei mandati.

L’art 22 del Patto della Società delle Nazioni consacrò il dovere degli Stati

coloniali di apportare un aiuto concreto a quei popoli in vista di favorire il loro

benessere e sviluppo e attribuì la protezione di questi popoli alle Nazioni

sviluppate che, grazie alle loro risorse, sono meglio in grado di garantire questo

impegno.

- Il principio dell’autodeterminazione tra diritto internazionale pattizio e norme

internazionali consuetudinarie

Al momento di redigere la Carta delle NU, la contrapposizione ideologica tra i

paesi occidentali e URSS, in merito alla portata da attribuire al principio di

autodeterminazione, si tradusse nella vaga formula dell’articolo 1, paragrafo

2 della Carta ONU che, tra gli scopi dell’organizzazione, enuncia quello di

‘’sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto del principio

dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli’’. Il principio è altresì

enunciato nell’articolo 55, ai sensi del quale le NU, attraverso lo sviluppo della

cooperazione internazionale in campo economico e sociale, si propongono ‘’di

creare le condizioni di stabilità e benessere, che sono necessarie per ottenere

relazioni pacifiche ed amichevoli tra le nazioni, basate sul rispetto del principio

dell’eguaglianza dei diritti e di autodeterminazione dei popoli’’. Dall’esame

congiunto dei citati articli emerge come non pare trattarsi di un obbligo da

ottemperare nell’immediato, ma solo della previsione di un programma

d’azione per l’organizzazione delle NU e per gli Stati. In secondo luogo,

l’autodeterminazione viene concepita come strumento per assicurare il fine

ultimo della pace internazionale; ne deriva che, qualora l’applicazione di un

tale principio sia causa di tensioni e conflitti tra gli Stati, ad essa si deve

immediatamente rinunciare. In terzo luogo, il termine autodeterminazione è

inteso nell’accezione di autogoverno e non di indipendenza. Ad ulteriore

conferma che tale termine implica solo la concessione dell’autogoverno ed a

presidio dell’integrità territoriale degli Stati, è stata escluda dalla portata

dell’art 1, par 2 della Carta ONU, la pratica delle secessioni. La Carta ONU

intende il principio di autodeterminazione in senso negativo come obbligo

gravante su tutti gli Stati di non interferire,con minacce o azioni coercitive o

pressioni, sulle libere scelte operate nell’ambito di Stati stranieri. In definitiva il

principio finiva per coincidere con quello della non ingerenza negli affari

interni di altri Stati. Tuttavia, successivamente, l’autodeterminazione

cominciò ad essere intesa in senso positivo come obbligo incombente su di

un governo che occupa un territorio non suo di lasciare che il relativo popolo

possa determinare il proprio destino. Da parte della dottrina prevalente si

prospetta che il principio in esame sia un principio fondamentale del diritto

internazionale o norma di jus cogens.

(segue): contenuto del principio di autodeterminazione dei popoli e strumenti

per la sua attuazione

Il diritto all’autodeterminazione trova applicazione solamente ai popoli

sottoposti ad un governo straniero (c.d. autodeterminazione esterna), ossia

ai popoli soggetti a dominazione coloniale, ad un regime razzista (regime di

apartheid) e alle popolazioni di territori conquistati ed occupati con la forza.

Tale diritto non ha portata retroattiva, tranne il caso della dominazione

coloniale. Resta da chiarire se si possa considerare anche la c.d.

autodeterminazione interna ossia la necessità per ogni Stato di godere del

consenso della maggioranza dei sudditi e di garantire al popolo, non solo la

possibilità di esprimersi liberamente circa la propria struttura politica, ma

anche di modificarla qualora esso non si riconosca più nel regime vigente. La

maggior parte della dottrina esclude che il diritto internazionale richieda che gli

Stati debbano godere del consenso della maggioranza dei loro sudditi. Quanto

al beneficiario del diritto all’autodeterminazione esso è sempre e solo il

‘’popolo nel suo complesso’’ e non i movimenti di liberazione nazionale; gli

Stati hanno l’obbligo di non ostacolare i processi di autodeterminazione, anche

in assenza di movimenti di liberazione nazionale o fenomeni di rivendicazione

popolare. Tra le modalità di esercizio del diritto all’autodeterminazione

enucleate dalla prassi delle NU assume rilievo l’obbligo di consultare il

popolo colonizzato sottoposto a dominazione straniera. In secondo luogo,

l’autodeterminazione deve realizzarsi nel quadro delle frontiere

coloniali stabilite conformemente al principio dell’uti possidetis juris che è

norma consuetudinaria, generale e non regionale. Infine le risoluzioni

dell’assemblea generale delle NU hanno definito lecita la lotta condotta dal

popolo oppresso organizzato in un movimento di liberazione nazionale,

mediante l’uso della forza. L’ONU ha sempre incoraggiato e promosso le guerre

di liberazione nazionale, sostenendo che la violenza circoscritta, diretta ad

eliminare le cause profonde dell’oppressione, non può essere stigmatizzata

come una forma di violenza illecita. Più precisa appare la Risoluzione sulla

Definizione di aggressione che, all’art 7, prevede ‘’il diritto dei popoli di

combattere per realizzare l’autodeterminazione’’. È importante sottolineare che

l’uso della forza armata da parte del movimento di liberazione nazionale è

condizionato dalla necessità di reagire all’esercizio di analoga forza da parte

del governo oppressore. Per quanto riguarda il governo oppressore a questo

è vietato dal diritto internazionale l’uso della forza armata contro il

popolo che si ribella per raggiungere l’autodeterminazione. L’attività del

governo volta a ristabilire tale ordine può svolgersi senza subire alcuna

ingerenza esterna e con l’unico limite del rispetto delle norme di diritto

internazionale umanitario. Al contrario, il governo responsabile di un illecito

internazionale non può utilizzare la forza nei confronti dei popoli soggetti a

dominazione coloniale, razzista o straniera. Delicata è la questione della liceità

dell’intervento da parte degli Stati estranei alla guerra di liberazione

nazionale a favore del popolo che sai già organizzato e che rivendichi

l’autodeterminazione nel senso ristretto, essendo l’obbligo di favorire

l’autodeterminazione un obbligo erga omnes, esso sussiste rispetto a tutti i

membri della comunità internazionale che sono titolari del corrispondente

diritto di richiedere allo Stato oppressore di conformarsi al diritto

internazionale. Tuttavia se i membri della Comunità internazionale sono

concordi nell’affermare la liceità dell’intervento di terzi Stati dei popoli

che siano già organizzati, cui è negata l’autodeterminazione, le divergenze si

sono concentrate sulla natura dell’aiuto che essi sono legittimati a fornire. Il

contrasto esistente fra le diverse componenti della comunità internazionale ha

riguardato soltanto l’ipotesi dell’intervento armato e non anche il sostegno di

tipo economico, finanziario o politico, concesso ai popoli in lotta. Con

riferimento all’ipotesi di intervento armato, gli Stati occidentali si sono espressi

per lungo tempo contro l’assistenza militare fornita ai popoli oppressi. Con il

tempo la maggior parte degli Stati ha accettato la legittimità dell’intervento

armato a favore dei popoli in lotta, limitatamente all’ipotesi dell’assistenza

armata indiretta. Al contrario, non sembra che l’idea dell’intervento

armato diretto abbia ottenuto una qualche forma di legittimazione da parte

della comunità internazionale. L’intervento armato di uno Stato a

sostegno di un governo che violi il principio di autodeterminazione non

può ritenersi legittimo. Al pari della forza impiegata dal governo oppressore,

infatti, lo Stato che sostiene o coadiuva il regime oppressore contribuisce ad

ostacolare la realizzazione dell’autodeterminazione, rendendosi anch’esso

responsabile di un illecito internazionale.

- La protezione dei diritti dei popoli indigeni

Lo sviluppo della tutela internazionale dei diritti dei popoli indigeni trova la sua

prima manifestazione a livello universale con la Convenzione n.107, adottata

nel 1957 dall’organizzazione internazionale del lavoro, sulla prevenzione e

integrazione delle popolazioni indigene tribali o semi-tribali nelle Nazioni

indipendenti, successivamente sostituita dalla Convenzione del 1989 sui popoli

indigeni e tribali nelle Nazioni indipendenti; mentre il primo accordo aveva

l’obiettivo dell’assimilazione delle popolazioni indigene, il secondo tende alla

conservazione dell’identità socio-culturale di queste popolazioni. Il processo di

sviluppo ha trovato un punto di arrivo nella Dichiarazione delle NU sui

diritti dei popoli indigeni contenuta in una Risoluzione del 2007. La

Dichiarazione lascia aperta la questione del fondamento consuetudinario o

meno dei diritti collettivi delle comunità indigene. Essa proclama alcuni

‘’nuovi’’ e specifici diritti in capo agli indigeni e ribadisce diritti individuali già

noti al fine di sottolineare la loro importanza. Appartengono alla prima

categoria il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza personale (art 7), il

diritto ad avere una cittadinanza (art6); sono diritti collettivi dei popoli indigeni:

il diritto all’autodeterminazione (artt. 3 e 4), il diritto alla proprietà sulle risorse

naturali, incluse quelle genetiche (artt. 26-30 e 32) ed il diritto a mantenere il

proprio ordinamento giuridico (art.31). Con riferimento al diritto

all’autodeterminazione, l’art 3 individua il contenuto di questo diritto nella

libera determinazione dello status politico e nel diritto a perseguire il proprio

sviluppo economico, sociale e culturale; l’art 4 concretizza questo diritto nel

riconoscimento dell’autonomia e nell’autogoverno nella gestione delle

questioni interne e finanziarie rilevanti per la popolazione indigena. Quanto al

diritto alle terre tradizionali di cui all’art 26 della Dichiarazione, esso deve

essere inteso come area geografica cui culturalmente e sociologicamente la

comunità indigena è storicamente e tradizionalmente collegata. L’attuazione di

questo diritto si sostanzia nell’adempimento e rispetto, da parte degli Stati, di

diversi obblighi, tra cui: quello di riconoscere legalmente e delimitare le terre

tradizionali, l’obbligo di restituire le terre o di fornire equa compensazione. Il

diritto alle risorse naturali della comunità indigena si riferisce al rispetto ed

alla conservazione di quegli usi delle risorse che tradizionalmente gli indigeni

hanno attuato nei secoli di mantenimento dell’integrità dell’ambiente naturale,

al fine di permettere la continuazione di questi usi. Dal punto di vista

procedurale, ciò comporta la necessità per lo Stato di consultare i popoli

indigeni in relazione ad ogni attività che esso intenda intraprendere. La

Dichiarazione non prevede alcun ‘’consenso preventivo libero ed informato’’ da

parte dei popoli indigeni, cui subordinare l’attuazione dei progetti di

sfruttamento delle risorse naturali.

- La protezione delle minoranze: gli scarsi risultati nel riconoscimento di diritti

collettivi in capo ad esse

Alla fine della prima guerra mondiale la disgregazione dei grandi imperi centrali

multinazionali avrebbe dovuto portare al consolidamento dell’ideale

risorgimentale dello Stato-nazione, con l’eliminazione della questione delle

minoranze. Nella pratica non sempre ad un popolo corrispose uno Stato, con la

conseguenza del formarsi di gruppi minoritari ai quali non era attribuito

l’autogoverno. Norme sulle minoranze furono inserite nei Trattati di pace di

Versailles, di Sèvres e di Saint Germain. L’obbligo in capo allo Stato di garantire

le minoranze presenti nel suo ambito territoriale era sottoposto al controllo

diretto del Consiglio della Società delle Nazioni, nel senso che eventuali

violazioni potevano essere iscritte all’ordine del giorno del Consiglio e da

questo trattate. Il panorama non cambia con le Nazioni Unite, non solo la Carta

tace sulle minoranze, ma la Dichiarazione universale non se ne occupa, mentre

una norma su di esse è contenuta nell’articolo 27 del Patto sui diritti civili

e politici. Questa disposizione si focalizza sugli individui appartenenti ad una

determinata minoranza ed attribuisce loro diritti specifici come il diritto a

godere della propria cultura, a professare e praticare la propria religione ed a

utilizzare la propria lingua. Considerando l’art 2, paragrafo 2, con il divieto di

non discriminazione viene imposta l’eguaglianza formale tra tutti gli individui,

indipendentemente da lingua, razza e religione, mentre l’art 27 garantisce la

conservazione dell’identità specifica della minoranza. La Risoluzione

n.47/135 del 1992, che contiene la Dichiarazione dei diritti delle

persone appartenenti alle minoranze nazionali, etniche, religiose e

linguistiche, non si discosta dalla scelta di preferire la tutela dei diritti

individuali di coloro che sono membri di una minoranza, piuttosto che quella di

assegnare taluni diritti immediatamente in capo alla minoranza in quanto tale.

Essa è priva di valore vincolante, offre, quindi, all’operatore solo previsioni

raccomandatorie cui possono ispirarsi gli Stati. I paragrafi 3 e 4 dell’art 2

riconoscono alle persone appartenenti ad una minoranza il diritto di partecipare

effettivamente all’adozione delle decisioni sul piano nazionale e regionale,

quando riguardino la minoranza, alla quale esse appartengono o le regioni in

cui esse vivono. L’art 4 impone agli Stato l’obbligo di adottare tutte quelle

misure che appaiano necessarie per l’esercizio pieno dei diritti umani da parte

degli appartenenti alle minoranze e per il mantenimento della specificità

culturale della minoranza come per l’apprendimento della madrelingua e nel

campo dell’educazione. Sotto l’egida del Consiglio d’Europa, è stata adottata

nel 1995 la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze

nazionali che contiene norme sulla base delle quali gli Stati dovranno adottare

le necessarie misure giuridiche di dettaglio, al fine di perfezionare gli obblighi

in essa sanciti. La Convenzione si pone nel solco della tradizione, in quanto non

solo manca una definizione di minoranza, ma vengono previsti e definiti diritti

già contenuti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo e nella

Dichiarazione dell’assemblea generale. Manca, inoltre, un meccanismo di

controllo giurisdizionale sul rispetto degli obblighi assunti dagli Stati parte.

Viene attribuito al Comitato dei ministri un controllo politico che si esplica

tramite la richiesta di informazioni agli Stati sulle misure adottate.

(segue): l’incisiva reazione alle violazioni massicce nei confronti delle

minoranze. Il divieto di genocidio

Il mantenimento in esistenza del gruppo costituisce una condizione fattuale

imprescindibile per la protezione dell’identità culturale, religiosa e linguistica

del gruppo stesso. Ci riferiamo alla Convenzione delle Nazioni Unite del

1948 per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio. La

protezione fisica del gruppo minoritario è assicurata attraverso la previsione

del divieto di commettere genocidio; la sua violazione determina il verificarsi di

un illecito internazionale con la conseguente responsabilità dello Stato autore

di esso. La Convenzione del 1948 incrimina anche i comportamenti individuali

che siano consistiti in atti genocidiari. Sotto quest’ultimo profilo, il genocidio

costituisce un crimine internazionale dell’individuo che determina la

responsabilità penale internazionale dell’individuo. Esso è stato inserito nei

crimini sui quali è competente a giudicare la Corte penale internazionale. La

Convenzione fornisce una definizione molto puntuale di genocidio, la cui

caratterizzazione non discende dal tipo di condotte tenute ma dal loro

obiettivo: un gruppo qualificabile come ‘’nazionale, etnico, razziale o religioso’’;

e dall’intento specifico, il c.d. dolo aggravato, ossia ‘’l’intenzione di distruggere

in tutto o in parte’’ il gruppo. La Convenzione si riferisce, con il termine

‘’gruppo’’ ai gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi. Essa, inoltre, non

istituisce alcun comitato di controllo sul rispetto degli obblighi in essa contenuti

ma prevede che ogni Stato contraente possa rivolgersi ai competenti organi

delle NU per intraprendere quelle azioni, ammissibili ai sensi della Carta ONU,

al fine di prevenire e reprimere atti genocidiari (art. VIII).

- La chiusura del sistema: il divieto della discriminazione tra gruppi quale

politica di governo. Il caso dell’apartheid

Anche il divieto di apartheid persegue lo scopo di proteggere un gruppo,

ricordiamo la Convenzione per l’eliminazione e la repressione del

crimine di apartheid del 1973. Anche in questo caso si è in presenza di un

crimine juris gentium. L’art I della Convenzione dichiara espressamente

l’apartheid come crimine contro l’umanità. Sugli Stati parte grava l’obbligo di

adottare tutte quelle misure legislative o di altra natura necessarie per

reprimere e prevenire ogni incoraggiamento al crimine di apartheid o

all’attuazione di analoghe politiche segregazionistiche e di adottare tutte quelle

misure normative, giudiziarie ed amministrative per processare e punire i

responsabili del crimine (art. IV). Tale crimine consiste in comportamenti che

devono trovare la loro base giuridica in scelte politiche e amministrative (di

autorità pubbliche) di segregazione e discriminazione; anche per questa

fattispecie non è rilevante il tipo di condotta posta in essere, quanto il suo

obiettivo: lo stabilire e mantenere la dominazione di un gruppo razziale sui

componenti di altro gruppo. Anche l’intensità dell’azione segregazionista rileva:

essa deve essere sistematica (art. II). La Convenzione prevede la creazione del

Comitato speciale sull’apartheid, competente a esaminare i rapporti periodici

che gli Stati sono obbligati a presentare. Sulla base dei rapporti degli Stati e di

quelli del Comitato, il Consiglio per i diritti umani può, su richiesta degli Stati,

elaborare delle liste di individui, enti ed organizzazioni che si ritiene abbiano

commesso il crimine di apartheid o di coloro che sono stati giudicati per lo

stesso crimine dagli Stati parte (art.X). Gli Stati contraenti possono anche

richiedere alle NU di adottare quelle misure ritenute necessarie per prevenire e

reprimere situazioni di apartheid, conformemente alla Carta ONU (art. VIII).

CAPITOLO 5

Sezione I : L’evoluzione del diritto dei conflitti armati

- Dalla limitata disciplina della condotta delle ostilità nel diritto internazionale

classico alla codificazione del diritto bellico nelle Conferenze de L’Aja del 1899

e del 1907

Il diritto internazionale tradizionale era ripartito in due branche distinte: il

diritto di pace e il diritto della guerra. Il primo disciplinava le relazioni tra Stati

in assenza di ostilità e comprendeva anche il diritto di ricorrere alla forza

armata (jus ad bellum). Il secondo trovava applicazione nel momento in cui

scoppiava un conflitto armato tra due o più Stati e per tutta la durata delle

ostilità e disciplinava sia i rapporti tra i contendenti sia i rapporti tra questi ed i

terzi Stati (jus in bello). La guerra era considerata un mezzo naturale per la

soluzione delle controversie internazionali: la violenza bellica poteva essere

invocata dagli Stati sia a tutela dei propri diritti sia per l’affermazione di

semplici interessi. La ‘’normalità’’ dei conflitti armati è tale che il primo sforzo

codificatorio del diritto internazionale generale riguarda le regole e le

consuetudini di guerra ad opera delle conferenze di pace de L’Aja del 1899 e

del 1907. Queste codificano quel corpus normativo, principalmente di natura

consuetudinaria, che stabilisce i diritti e i doveri dei belligeranti nella condotta

delle operazioni militari e limita la scelta dei mezzi di combattimento. La prima

conferenza adotta una Convenzione sulle leggi e le consuetudini della guerra

terrestre ed una Convenzione per l’applicazione alla guerra marittima dei

principi della citata Convenzione di Ginevra del 1864; completate da tre

Dichiarazioni rispettivamente sul lancio di proiettili da palloni, sui gas asfissianti

e sull’impiego di taluni tipi di proiettili; con la seconda conferenza vengono

adottati 13 accordi sul diritto bellico. Il processo di codificazione ha avuto per

oggetto anche la condizione delle persone che si trovano ad essere vittime di

tale violenza. Dal momento che l’idea stessa di disciplinare la condotta delle

ostilità risponde all’esigenza di ‘’umanizzare la guerra’’, limitando i

comportamenti più disumani dei belligeranti e ponendo limiti all’assoluta

discrezionalità dei combattenti nel corso del conflitto. Le Convenzioni de L’Aja

distinguono tra combattenti e civili, cercando di sottrarre questi ultimi alla furia

della violenza bellica, sancendo il concetto di guerra convenzionale in

contrapposizione a quello di guerra totale. Questa evoluzione normativa trova

significativa espressione nella c.d. clausola De Martens, inserita nel Preambolo

della IV Convenzione de L’Aja del 1907, secondo la quale le parti contraenti,

consapevoli del carattere incompleto della codificazione compiuta, ‘’reputano

opportuno constatare che, nei casi non compresi nelle disposizioni

regolamentari da esse adottate, le popolazioni ed i belligeranti restano sotto la

salvaguardia e l’impero dei principi del diritto delle genti, quali risultano dagli

usi stabiliti dalle nazioni civili, dalle leggi di umanità e dalle esigenze della

coscienza pubblica’’. La Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto alla

c.d. clausola De Martens dignità di diritto internazionale consuetudinario. La

clausola contiene il riconoscimento esplicito dell’esistenza di norme non scritte

ed è volta a colmare eventuali lacune nella codificazione del diritto bellico. Il

diritto internazionale sulla condotta delle ostilità presenta grandi limiti:

l’assenza di mezzi volti ad assicurare il rispetto delle norme sulla guerra;

spettava a ciascuna delle parti in causa determinare se l’avversario rispettasse

il diritto e imporne coercitivamente l’osservanza in caso di violazioni. D’altra

parte le convenzioni internazionali contenevano la clausola c.d. si omnes, in

virtù della quale esse si applicavano solo se tutti i belligeranti erano parti

contraenti. Pertanto, era sufficiente che uno Stato non avesse ratificato una

data convenzione perché questa venisse considerata inapplicabile anche nei

rapporti tra i belligeranti che pure avevano provveduto a ratificarla. Di

conseguenza, solo il diritto consuetudinario – ossia la parte più generale e vaga

della normativa internazionale – trovava applicazione. Con ciò non si vuole

affermare che i principi di umanità fossero estranei alla normativa sulla

condotta delle ostilità, tuttavia i principi di umanità cedevano alle imperiose

esigenze militari e alla logica della guerra. Tra i due conflitti mondiali i patti

Briand-Kellog ed il Patto della Società delle Nazioni hanno tentato di recidere il

male alla radice, dichiarando ‘’fuori legge’’ la guerra.

(segue): dal diritto bellico al diritto internazionale umanitario

La data di inizio della codificazione del diritto internazionale umanitario, volto

alla protezione delle vittime della guerra nell’accezione più ampia, può

considerarsi quella del 1864, quando a Ginevra fu firmato il primo importante

trattato per introdurre limiti agli effetti della guerra: la Convenzione per il

miglioramento delle condizioni dei militari feriti in tempo di guerra. Prima la

protezione dei soldati, vittime di un conflitto armato, era rimessa ad accordi

informali conclusi tra i comandanti degli eserciti ed aventi una validità limitata

ad una determinata battaglia o campagna. A partire dalla Dichiarazione

universale dei diritti dell’uomo del 1948 si è progressivamente affermato nella

comunità internazionale il dovere di salvaguardare i diritti dell’uomo anche nel

corso dei conflitti armati. Ricordiamo le 4 Convenzioni di Ginevra del 1949: la I

Convenzione è consacrata al trattamento dei feriti e malati delle forze armate

in campagna; la II Convenzione è volta al miglioramento della sorte dei feriti,

malati e naufraghi delle forza armate sul mare; la III Convenzione è consacrata

al trattamento dei prigionieri di guerra; la IV Convenzione riguarda la tutela di

due categorie di civili: gli stranieri sul territorio di una parte in conflitto e la

popolazione civile di un territorio occupato. Nonostante queste Convenzioni, le

insoddisfazioni causate da norme auspicate ma mai adottate e da disposizioni

frutto di compromessi, hanno provocato nuovi sviluppi culminati con l’adozione

da parte della conferenza di Ginevra del ‘74, di due Protocolli alle 4 convenzioni

del ‘49. Ciò è stato reso possibile dalle influenze esercitate dalle c.d. guerre di

liberazione, combattute dai popoli posti sotto i regimi coloniali per conseguire

l’indipendenza, nonché dall’attività svolta dall’Assemblea generale delle NU nel

campo del diritto umanitario relativo ai conflitti armati. Dal 1974 al 1977 sono

stati elaborati due nuovi trattati di diritto internazionale umanitario: i protocolli

addizionali alle 4 convenzioni di Ginevra dedicati ai conflitti armati

internazionali (I Protocollo) ed ai conflitti armati interni (II Protocollo). Un terzo

Protocollo è stato adottato nel 2005, entrato in vigore nel 2007, ed affianca agli

emblemi tradizionali della Croce Rossa, la croce rossa e la mezzaluna rossa, il

c.d. cristallo rosso.

- Il superamento della distinzione tra ‘’diritto de L’Aja’’ e ‘’diritto di Ginevra’’: il

diritto dei conflitti armati

In passato si è fatto riferimento alla distinzione tra diritto de L’Aja e diritto di

Ginevra dato che le norme si rivolgevano ora al modo di condurre le ostilità, ora

alla protezione delle vittime della guerra. Non giustificata sul piano formale una

tale distinzione, entrambi i diritti compongono un corpus giuridico che codifica

le norme poste a protezione dell’individuo nel corso delle ostilità. Con

l’espressione ‘’diritto dei conflitti armati’’ si vuole indicare che, a differenza del

passato, le norme internazionali si estendono non solo alla ‘’guerra classica’’,

ma anche ai conflitti armati internazionali che non hanno le caratteristiche di

‘’guerra’’ in senso tecnico-giuridico, nonché ai conflitti armati che si svolgono

esclusivamente all’interno di uno Stato. Tale vasto corpus normativo disciplina

sia il momento a partire dal quale le norme ivi contenute trovano applicazione

(dies a quo). La nozione di conflitto armato, se interpretata alla luce del

principio di effettività, prefigura lo svolgimento di operazioni militari di una

certa consistenza e durata e definisce l’area in cui i belligeranti possono dar

corso alle ostilità, gli organi della violenza bellica, l’oggetto della violenza

bellica nonché metodi e limiti di questa.

(segue): linee di convergenza tra diritti umani e diritto internazionale

umanitario

L’elemento unificante dei due ambiti normativi è rappresentato dalla tutela

della dignità e dei diritti della persona umana. I diritti umani fanno riferimento

ai diritti appartenenti ad ogni individuo, ovunque ed in ogni tempo. Il diritto

umanitario è rivolto a talune categorie di soggetti in circostanze particolari: i

periodi di conflitto armato. In tempo di pace, l’individuo è tutelato dalle norme

internazionali sui diritti umani; al sorgere di un conflitto armato trova

applicazione la tutela offerta dal diritto internazionale umanitario di guerra. Nel

luglio del 1998, l’istituzione della Corte penale internazionale ha ulteriormente

rafforzato la tutela giurisdizionale dei diritti umani e del diritto umanitario.

Sezione II: La disciplina dei conflitti armati

- I contenuti del diritto dei conflitti armati: a) la definizione di conflitto armato

Per quanto riguarda i conflitti armati internazionali la loro sussistenza e la

conseguente applicazione delle norme de L’Aja e di Ginevra non discendono

più da alcuna formalità e dalla dichiarazione di guerra, come accadeva in

passato. Le citate norme trovano applicazione in occasione di conflitti armati

tra due o più Stati, indipendentemente dalla circostanza che questi riconoscano

o meno di essere in guerra: così è esplicitato dall’art 2 comune delle

Convenzioni di Ginevra. Alla categoria dei conflitti internazionali appartengono

anche le c.d. guerra di liberazione nazionale: si tratta di conflitti in cui il

popolo, non ancora costituitosi in uno Stato indipendente, lotta contro un

governo al potere per il diritto all’autodeterminazione. L’assimilazione dei

conflitti per l’autodeterminazione ai conflitti armati interstatali ed il loro

inserimento tra i conflitti armati internazionali è sancita dall’art 1, paragrafo 4

del I Protocollo addizionale del 1977. Affinché le Convenzioni di Ginevra ed il

Protocollo trovino applicazione nei rapporti tra il governo legittimo ed il

movimento di liberazione nazionale, occorre che il primo abbia ratificato il

Protocollo e che il secondo abbia notificato al depositario una dichiarazione in

cui afferma che intende applicare le Convenzioni di Ginevra ed il I Protocollo.

L’art 1, paragrafo 4 non ha mai trovato applicazione sia perché pochi sono i

conflitti per l’autodeterminazione sia perché in quei pochi casi lo Stato

coinvolto non era parte del Protocollo in esame. Rimane aperto il problema se il

diritto dei conflitti armati sia applicabile anche alle operazioni di peace-

keeping delle Nazioni Unite. Si tratta di una questione complicata dalla

circostanza che le NU non sono parte di nessuno degli accordi di diritto bellico e

umanitario e che la Convenzione sulla sicurezza del responsabile ONU trova

applicazione solo se non è applicabile al diritto dei conflitti armati. Negli ultimi

decenni si è assistito allo scoppio di conflitti armati non internazionali od

interni, che dovrebbero rimanere fuori dall’ambito applicativo del diritto in

esame. Con la cessazione delle ostilità spesso sancita da un accordo di

armistizio o da un trattato di pace, cessa la situazione di guerra e vengono

meno le condizioni per l’applicazione del diritto dei conflitti armati.

(segue): b) gli organi della violenza bellica

Nel contesto del diritto dei conflitti armati è fondamentale la distinzione tra

combattenti e civili; i primi sono obiettivi della violenza bellica e sono

legittimati a partecipare alle ostilità, godendo anche delle garanzie di

trattamento fissate dal diritto umanitario. I civili devono rimanere estranei alle

ostilità e là dove non avvenga diventano combattenti illegittimi privi delle

forme di tutela che il diritto internazionale riconosce ai combattenti legittimi. La

nozione di combattente legittimo discende dal combinato disposto degli articoli

1 e 2 del Regolamento allegato alla IV Convenzione de L’Aja del 1907 e

dell’articolo 4 della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, che si

basano sulla distinzione tra combattenti regolari e combattenti irregolari,

ossia combattenti che fanno parte delle forze armate degli Stati in conflitto e

coloro che, pur non appartenendo a queste ultime ed essendo irregolari,

possono, a determinate condizioni ed in presenza di specifici requisiti, essere

considerati combattenti legittimi. L’art 43 del I Protocollo addizionale, assimila

le forze irregolari a quelle regolari, al fine di coprire le nuove realtà di

combattenti connesse a situazioni di conflitto diverse da quelle classiche. Sono

definiti combattenti legittimi soltanto coloro che sono organi in senso stretto

del belligerante o che risultano inquadrati nell’organizzazione della parte

belligerante a sostegno della quale prendono parte alle ostilità. Tra questi, i

membri delle forze armate di una parte in conflitto; i membri dei corpi di

resistenza organizzati; i membri delle forze armate che appartengono ad un

governo o ad un’autorità non riconosciuti dall’avversario; i membri dei

movimenti di liberazione nazionale; i guerriglieri; la popolazione di un territorio

non occupato che, all’avvicinamento del nemico, prenda spontaneamente le

armi per combattere le truppe di invasione senza aver avuto il tempo di

levata in massa).

organizzarsi in forze armate regolari (c.d. In sintesi, lo status

di combattente legittimo viene riconosciuto dal diritto internazionale soltanto a

quei combattenti non componenti di milizie regolari che sono organizzati in

gruppi in cui sono garantiti l’ordine e la disciplina e che si distinguono

facilmente dalla popolazione civile. Il I Protocollo addizionale elimina la

distinzione tra combattenti regolari ed irregolari e generalizza le condizioni per

il riconoscimento dello status di combattente legittimo. L’art 43 sancisce che le

forze armate per essere tutelate devono appartenere ad una parte del conflitto,

essere organizzate e sottoposte ad un comando responsabile per la condotta

dei subordinati. La definizione prevede che lo stesso combattente possa essere

qualificato come legittimo se porta le armi apertamente durante ciascuna

azione militare e per tutto il tempo in cui è esposto alla vista dell’avversario

mentre prende parte ad uno spiegamento militare che precede l’attacco cui

parteciperà (art44. Par.3). Scopo di questa norma è quello di far rientrare nella

definizione di combattente legittimo, il caso del guerrigliero. L’Italia al

momento della ratifica ha dichiarato che l’espressione ‘’spiegamento militare’’

deve essere interpretata come comprendente ogni movimento verso la

postazione da cui viene lanciato un attacco. Infine, si ricorda che non ha lo

status di combattente o prigioniero di guerra il mercenario come definito

dall’art 47 del I Protocollo addizionale. È mercenario colui che è appositamente

reclutato per combattere in un conflitto armato e prende parte effettivamente

alle ostilità e combatte per una remunerazione nettamente superiore a quella

corrisposta al combattente analogo, inquadrato nelle forze armate dello Stato

che lo ha assoldato.

(segue): c) le aree e gli oggetti della violenza bellica

Le aree della violenza bellica sono costituite dal territorio nemico, comprese

le sue acque territoriali, dallo spazio atmosferico e dall’alto mare. Per il diritto

internazionale umanitario le aree della violenza bellica vengono in rilievo, non

solo perché a seconda di dove le ostilità sono condotte trovano applicazione

norme diverse di diritto umanitario sui metodi di combattimento, ma anche

perché nel caso di conquista, anche parziale del territorio nemico, trovano

applicazione le norme sull’occupazione bellica. Relativamente al primo profilo,

rileva la distinzione tra guerra terrestre, guerra aerea e guerra

marittima. Con l’espressione guerra terrestre, si intendono le attività dei

belligeranti volte all’acquisizione di uno spazio territoriale in terraferma con il

superamento e annullamento delle difese nemiche (attacco) o al mantenimento

del possesso e della disponibilità di un analogo spazio territoriale che

costituisce obiettivo del nemico (difesa), nonché ogni altra attività svolta sulla

terraferma in connessione diretta o indiretta con le predette attività disciplinate

da norme consuetudinarie, rinvenibili soprattutto nella II Convenzione de L’Aja

sulle leggi e le consuetudini della guerra terrestre del 1899. la guerra marittima

comprende le attività dei belligeranti tese all’isolamento del nemico (blocco,

confisca, contrabbando di guerra, ecc), le operazioni militari marittime vere e

proprie ed ogni altra attività. La disciplina della guerra marittima è rinvenibile,

in particolare, in diverse Convenzioni de L’Aja del 1907. per guerra aerea si

intendono quelle operazioni volte alla progressiva distruzione e disintegrazione

dl potenziale bellico nemico, ossia i duelli aerei e il bombardamento aereo, così

come le operazioni di navi contro aeromobili; manca una disciplina

internazionale organica della guerra aerea. Relativamente al secondo profilo,

l’occupazione bellica consiste nel controllo da parte delle forze armate del

territorio o di parte del territorio della potenza nemica. L’occupazione inizia con

il controllo effettivo del territorio occupato da parte delle forze militari della

potenza occupante e termina con la riconquista del territorio da parte delle

forze dello Stato occupato, o con la completa debellatio di quest’ultimo, o con

la fine dello stato di guerra. Atti di ostilità non possono essere compiuti nel

territorio di stati neutrali. Tuttavia possono diventare oggetto di violenza

bellica in due occasioni: a) nel caso in cui il territorio sia diventato la base di

operazioni ostili contro l’altro belligerante o sia stato occupato dall’avversario;

b) nel caso in cui il neutrale abbia concesso basi militari al belligerante prima

dell’inizio delle ostilità. Vi sono poi dei territori o aree c.d. neutralizzati,

ossia permanentemente esclusi delle ostilità (ad es: canale di Suez, stretto di

Magellano, Antaride) e nei quali non possono essere collocate installazioni

militari. Nelle aree della violenza bellica possono essere attaccati soltanto gli

obiettivi militari. Non possono essere oggetto di attacco gli obiettivi civili

che includono la popolazione civile ed beni civili. Ma anche gli obiettivi militari

non possono essere attaccati quando ci si può attendere che l’attacco provochi

incidentalmente morti e feriti tra la popolazione civile, danni a beni di carattere

civile o una combinazione di perdite umane e danni, eccessivi rispetto al

vantaggio militare concreto previsto. È questa un’applicazione del c.d.

principio di proporzionalità. Per quanto concerne la definizione di

popolazione civile, soltanto i combattenti sono obiettivi militari , tutti gli altri

appartengono alla popolazione civile e non possono essere attaccati a meno

che non abbiano preso parte direttamente alle ostilità (artt. 48 e 51 del I

Protocollo di Ginevra). L’art 52, paragrafo 2 del I Protocollo di Ginevra,

disciplina i beni ed oggetti che possono essere o meno obiettivi militari,

sono obiettivi militari solo quei beni che, per loro natura, collocazione, scopo o

utilizzo contribuiscono effettivamente all’azione militare e la cui distruzione,

cattura o neutralizzazione, parziale o totale, secondo le circostanze del

momento, offrono un vantaggio militare ben definito. Può succedere che un

bene abbia una doppia funzione, civile e militare allo stesso tempo e il su

inserimento automatico, nella categoria degli obiettivi militari viene temperato

dall’applicabilità del principio di proporzionalità, attraverso il quale sarà

possibile bilanciare i danni alla popolazione civile ed il vantaggio militare

conseguente.

(segue): d) la protezione delle vittime della violenza bellica

I limiti all’uso della violenza bellica contro i civili sono completati dal

particolare regime di cui questi godono in caso di conflitto armato là dove si

trovino nel territorio nemico o in un territorio occupato. Tale regime è

contenuto nella IV Convenzione di Ginevra. Non solo i civili godono di

protezione, ai sensi del diritto internazionale umanitario, ma anche i prigionieri,

i feriti, i malati ed i naufraghi. I prigionieri di guerra sono quei combattenti

legittimi che, nel corso di un conflitto armato, vengono catturati dal nemico, il

quale deve accordare loro un trattamento conforme alle norme internazionali

vigenti, tra cui spiccano quelle contenute nella III Convenzione di Ginevra e nel

I Protocollo addizionale. La categoria di coloro che hanno diritto allo status di

prigioniero di guerra comprende anche le persone che seguono le forze armate

senza farne parte direttamente (art 4 della III Convenzione di Ginevra). Si

tratta, in particolare, dei membri civili degli equipaggi degli aerei militari, i

corrispondenti di guerra, i fornitori ecc. La III Convenzione di Ginevra regola il

trattamento o status dei prigionieri, ovvero l’insieme dei diritti di cui gli stessi

sono titolari nei confronti della potenza detentrice e dei collegati obblighi su di

essa gravanti. La detenzione dei prigionieri di guerra deve avvenire in appositi

campi che devono essere costruiti sulla terraferma, lontano dalle zone delle

operazioni militari e in luoghi salubri. Infine, la potenza detentrice ha l’obbligo

di liberare i prigionieri immediatamente dopo la fine delle ostilità e di procedere

nel tempo più breve possibile al loro rimpatrio (art 118). Feriti e malati sono

tutti coloro (civili e militari) che, a causa di un evento traumatico, di una

malattia, o di altri disturbi o inabilità fisica o mentale, hanno necessità di

assistenza o cura sanitaria, purché si astengano da ogni atto di ostilità. Mentre

per naufraghi si intendono quei militari o civili che si trovano in situazione di

pericolo in mare o in altre acque a causa di un incidente che ha colpito loro o il

natante o l’aeromobile che li trasportava, purché si astengano da ogni atto di

ostilità. Sugli Stati in conflitto grava l’obbligo, non appena la situazione in

campo lo permetta, di ricercare, raccogliere e curare i feriti ed i naufraghi

nonché di registrarne i dati per facilitarne l’identificazione. Essi devono essere

trattati e curati con umanità dalla parte in conflitto che li ha in suo potere,

senza distinzione alcuna. È assolutamente vietato qualunque attentato alla loro

vita e/o persona. Allo scopo di tutelare i feriti ed i malati, il c.d. diritto di

Ginevra riconosce un particolare status al personale sanitario, ossia a quel

personale che è assegnato ad attività sanitarie, all’amministrazione di

stabilimenti sanitari ed al trasporto sanitario. Analogamente, sono protette le

unità sanitarie ossia gli stabilimenti e altre formazioni, militari o civili,

organizzati per fini sanitari, ossia la ricerca, raccolta, trasporto, diagnosi o

trattamento di feriti, malati e naufraghi, nonché la prevenzione delle malattie.

Le unità sanitarie non possono essere attaccate. La protezione può cessare solo

nel caso in cui esse siano utilizzate per commettere atti dannosi per il nemico.

(segue): e) i mezzi ed i metodi della violenza bellica

Le norme del diritto internazionale umanitario che disciplinano i mezzi ed i

metodi della violenza bellica riguardano l’uso di quegli strumenti con i quali i

combattenti esercitano materialmente la violenza bellica nei confronti del

nemico ed il ricorso a tutti quei procedimenti tattici e strategici utilizzati nel

corso dei combattimenti per sopraffare il nemico. Espressione di limiti generali

all’azione bellica sono il principio di necessità militare e quello di

proporzionalità, tesi a circoscrivere i danni prodotti dalle operazioni militari.

La necessità militare rappresenta un limite generale all’azione bellica, nel

senso che il belligerante non deve usare una violenza maggiore, in qualità e in

quantità, di quella che sia indispensabile per sconfiggere il nemico. Il principio

di proporzionalità ha lo scopo di limitare i danni prodotti dalle operazioni

militari, richiedendo che l’impiego di armi e metodi di guerra non sia, per ciò

che riguarda gli effetti indiretti, sproporzionato rispetto al vantaggio militare

ricercato. A questi limiti generali sono riconducibili 3 principi fondamentali del

diritto internazionale umanitario: il principio per cui la facoltà dei belligeranti di

scegliere i mezzi ed i metodi del combattimento non è illimitata (art 22 della IV

Convenzione de L’Aja); il divieto di uso di metodi e mezzi di violenza bellica

capaci di causare mali superflui o sofferenze inutili all’avversario (art 23, lett. E

del Regolamento de L’Aja del 1907 ed art 35 del I Protocollo addizionale del

1977); il divieto di uso di mezzi e metodi di violenza bellica che non possono

essere diretti contro obiettivi militari e che possono colpire obiettivi civili e

militari (art 51, par. 4, del I Protocollo addizionale del 1977) ed il divieto di atti

di perfidia, mentre sono ammessi gli stratagemmi di guerra (art 24 della IV

Convenzione de L’Aja ed art 37 del I Protocollo addizionale del 1977). Gli

strumenti convenzionali sul divieto o la limitazione dell’utilizzo di armi

specifiche non prevedono adeguati meccanismi di verifica del rispetto degli

obblighi. Alcuni divieti riguardanti i metodi della violenza bellica sono sanciti

nel c.d. diritto de L’Aja che vieta alle parti in conflitto di attaccare, con qualsiasi

mezzo, le località non difese, quali, ad esempio, città, villaggi o porti, nonché le

abitazioni o gli edifici non difesi (art 25 della IV Convenzione de L’Aja; art 1,

par.1 della IX Convenzione de L’Aja ed art 59 del I Protocollo addizionale del

1977). Ulteriori divieti sanciti dal I Protocollo addizionale del 1977 vieta le

operazioni terrestri, navali o aeree nonché gli attacchi navali od aerei diretti

contro obiettivi terrestri, che possano colpire la popolazione civile, le persone

civili e i beni di carattere civile, dovendo essere le operazioni suddette

strettamente limitate ai soli obiettivi militari (artt 48 e 52). Il Protocollo impone

ai belligeranti l’adozione di ogni precauzione necessaria per proteggere la

popolazione civile, le persone civili e i beni di carattere civile posti sotto il loro

controllo dai pericoli derivanti dalle operazioni militari, allontanandoli dalle

vicinanze degli obiettivi militari ed evitando di collocare questi stessi obiettivi

all’interno o in prossimità di zone densamente popolate (art 58). Lo stesso

prevede l’adozione di alcune misure precauzionali al fine di evitare o ridurre al

minimo i morti ed i feriti tra la popolazione civile e i danni ai beni civili (art 57).

L’art 1 della Convenzione del 1976 sul divieto di utilizzare tecniche di modifica

dell’ambiente a fini militari o per altri scopi ostili e l’art 55 del I Protocollo

addizionale del 1977 che vietano di utilizzare tecniche di modifica

dell’ambiente naturale per scopi militari o per ogni altro fine ostile e l’impiego

di mezzi o metodi di guerra concepiti per causare danni durevoli, estesi e gravi

all’ambiente naturale, compromettendo in tal modo la salute o la

sopravvivenza della popolazione civile.

(segue): f) la liceità o meno dell’impiego dell’arma nucleare

Nè il diritto bellico né il diritto umanitario sanciscono l’illiceità dell’impiego

dell’arma nucleare, la quale è però oggetto di accordi bilaterali sulla riduzione

del rischio e sul controllo degli armamenti nucleari e di accordi multilaterali di

non proliferazione e di denuclearizzazione di specifiche aree geografiche.

Questo stato di fatto è confermato dal parere reso dalla Corte internazionale di

giustizia l’8 luglio del 1996, sulla liceità dell’uso o della minaccia dell’uso

dell’arma nucleare, in cui essa ha affermato la generale contrarietà all’uso di

tali armi alle regole del diritto internazionale applicabile ai conflitti armati,

senza chiarire se e in che termini l’impiego delle armi atomiche sia contrario ai

principi e alle norme internazionali in vigore. La Corte si è limitata ad affermare

che non è possibile dedurre l’esistenza di un’opinio juris chiara e conclusiva nel

senso dell’esistenza di una generale proibizione dell’uso delle armi nucleari;

essa ritiene improbabile che vi siano circostanze in cui l’uso o la minaccia di

uso possano essere considerati leciti ma ha ritenuto che l’arma nucleare, per le

sue caratteristiche ed i suoi effetti, non può essere assimilata né alle armi

avvelenate, né alle armi asfissianti. L’arma nucleare è riconosciuta appartenere

al genus delle armi di distruzione di massa, al pari delle armi batteriologiche e

chimiche. Tra gli elementi che la Corte ritiene di dover prendere in

considerazione ai fini della ricostruzione della disciplina internazionale

dell’arma nucleare figurano anche le disposizioni convenzionali in materia di

salvaguardia e protezione dell’ambiente; la Corte riconosce che gli effetti

dell’impiego di tali armi sull’ambiente ricadano nell’ambito di applicazione delle

convenzioni de L’Aja 1899 e 1907 e del Protocollo di Ginevra del 1925, le quali

limitano le modalità e forme di un loro eventuale impiego, soprattutto

impedendo il rispetto dei criteri della necessità e della proporzionalità.

- Le garanzie per il rispetto del diritto dei conflitti armati

La situazione di conflitto che comporta la contrapposizione tra due o più Stati

può mettere a rischio maggiormente il rispetto del diritto dei conflitti armati.

Questo spiega la previsione di cui alle Convenzione di Ginevra del 1949 della

figura della potenza protettrice, incaricata di salvaguardare gli interessi delle

parti in conflitto (art 8 della I,II e III Convenzione di Ginevra e art 9 della IV

Convenzione). Sulla base del consenso delle parti in conflitto, la potenza

protettrice è competente a controllare il rispetto delle 4 Convenzioni di Ginevra

da parte dei contendenti, comprese le norme sulla condotta delle ostilità.

L’espletamento delle citate funzioni deve essere facilitato nella misura più

ampia possibile dagli Stati in conflitto. Questi possono anche decidere di dare il

mandato di potenza protettrice non ad un altro Stato, ma ad un organismo che

presenti tutte le garanzie di imparzialità ed efficienza. Il limite del meccanismo

di controllo e garanzia facente capo all’istituto della potenza protettrice è

costituito dalla necessità del consenso degli Stati, infatti tale meccanismo non

è mai stato utilizzato. Considerando la Croce Rossa internazionale essa

agisce nel campo del diritto internazionale umanitario e nel controllo sul

trattamento dei prigionieri di guerra; l’art 90 del I Protocollo addizionale

prevede anche l’istituzione di una Commissione internazionale per

l’accertamento dei fatti, competente ad accertare le accuse di violazioni

alle Convenzioni di Ginevra ad al I Protocollo. Data l’assenza di poteri vincolanti

della Commissione, l’effetto di queste inchieste può essere soltanto quello di

rendere note ed palesare alla società civile tali violazioni. Lo strumento che

oggi sembra meglio garantire il rispetto del diritto internazionale dei conflitti

armati è quello della previsione della responsabilità penale internazionale

dell’autore di violazioni gravi delle Convenzioni di Ginevra e del I Protocollo

addizionale. Ad ogni Stato parte è riconosciuta la competenza a giudicare

l’autore di una violazione grave, indipendentemente dal luogo ove la violazione

è stata commessa e dalla circostanza che lo Stato che esercita la giurisdizione

abbia preso parte o meno al conflitto in cui la violazione è stata commessa (artt

50, 51, 130 e 147 rispettivamente della I, II, III e IV Convenzione di Ginevra e

art 85 del I Protocollo addizionale). Se lo Stato non intende procedere deve

consegnare il presunto autore a quello Stato parte che ne chieda la consegna

per sottoporlo a giudizio, secondo il principio aut dedere aut judicare. Si parla

di amministrazione delegata della giustizia. Il sistema è oggi rafforzato dalla

presenza della Corte penale internazionale la cui giurisdizione si esercita anche

sui crimini di guerra.

- Diritto umanitario e conflitti armati interni

Il diritto umanitario delle 4 Convenzioni di Ginevra del 1949 ha quale obiettivo

primario quello di umanizzare la condotta di quelle ostilità che si concretizzano

in conflitti internazionali, ossia in conflitti in cui si contrappongono entità

statali. L’articolo 3 comune alle 4 Convenzioni del 1949, è dedicata ai

conflitti interni, ossia a quei conflitti che si verificano nel territorio di uno degli

Stati contraenti, imponendo anche in tali occasioni un minimo di garanzie per

coloro che non prendono parte attiva alle ostilità, inclusi i feriti ed i malati.


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