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Riassunto esame diritto greco, prof. Pepe. Libro consigliato Il diritto nella Grecia antica, Pepe Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto Greco, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pepe Laura: Il diritto nella Grecia Antica, Pepe. Gli argomenti trattati sono: cittadinanza, stranieri, meteci, schiavi, donne, matrimoni, figli, successioni, testamento, processo ordianario, azioni, processo straordinarioi, tribunali, giudici, giurie, Aristofane,... Vedi di più

Esame di Diritto greco docente Prof. L. Pepe

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ESTRATTO DOCUMENTO

pretendente poteva chiedere lo scioglimento del matrimonio, ma solo se non fossero stati

generati figli (nel caso di figli, la donna non era epiclera).

TESTAMENTO

Venne istituito da Solone al solo fine di istituire un erede qualora il de cuius non avesse

avuto figli maschi e si configurava come un testamento adozione > con il testamento era

possibile adottare un figlio maschio anche in presenza di una o più figlie femmine, in

questo caso l’adottato non diveniva erede ma era obbligato a sposare una delle figlie. In

presenza di figli maschi non era possibile redigere testamento, l’unica eccezione era il

caso in cui il figlio legittimo dopo aver raccolto l’eredità paterna morisse entro due anni

dal raggiungimento della pubertà. Per il testamento non era richiesta nessuna forma

particolare: orale o scritto, redatto davanti a testimoni. Le leggi di solone indicano una

serie di cause in presenza delle quali può essere impugnato in quanto non valido: (a)

redatto in un momento di follia (b) da un individuo in età troppo avanzata (c) sotto

l’influenza di una donna (d) sotto costrizione o privazione della libertà.

4. Il processo ordinario e straordinario

IL FUNZIONAMENTO DELLA GIUSTIZIA

Aristofane, celebre commediografo attivo nel V secolo a.C., rappresenta nel 423 le Nuvole,

commedia nella quale emerge la predilezione dei cittadini ateniesi per i tribunali e i giudici.

L’anno successivo mette in scena le Vespe, commedia interamente dedicata a descrivere

la “mania processuale” degli ateniesi. Basandosi su questi passi e su altri simili, gli studiosi

sono giunti alla conclusione che il processo attico fosse aleatorio e non idoneo a garantire

un’effettiva giustizia per alcune ragioni:

Le giurie erano composte da poveri e anziani. A partire dal V secolo con Pericle

Ø venne istituito una paga di due obeli per chi serviva in tribunale come giudice. Era

una cifra modesta, che poteva essere facilmente ottenuta e superata svolgendo

qualsiasi altra attività, da qui discende la conclusione che le giurie fossero composte

da anziani che non potevano svolgere altre attività e da cittadini di basso rango

sociale. Alla luce di una siffatta composizione, era facile per i potenti, i ricchi e chi

avesse discrete capacità oratorie abbindolare i giudici.

Come dimostra la Retorica di Aristotele la legge veniva usata come prova cioè non

Ø era il criterio imprescindibile sulla cui base giudicare, ma era prodotta dalla parte

per provare la propria innocenza o confermare la mala fede o la colpevolezza

dell’avversario

Da queste considerazioni si conclude dicendo che i giudici giudicavano caso per caso,

senza preoccuparsi della lettera della legge e di applicare regole generali. Infine i processi

erano veri e propri agones cioè competizioni di tipo politico, nelle quali si sfidavano cittadini

in cerca di voti e prestigio. 14

La tesi sopra esposta è stata smontata punto punto dagli studiosi come Harris che

soprattutto nel XIX si sono occupati del processo attico, volendo riscattarlo e dimostrare

che non era come rappresentato.

L’idea che le giurie fossero composte da anziani, poveri e ignoranti trova il suo

Ø fondamento nelle commedie di Aristofane, che per il genere letterario che sono si

prestano a mostrare una realtà storica ma distorta ed esagerata. Si può ammettere

che parte dei giudici fosse di rango sociale basso, ma guardando al livello stilistico

e contenutistico delle orazioni si capisce che questo era molto alto e se la giuria era

in grado di comprenderle, significa che tra i giurati sedevano persone non digiune

di cultura e soprattutto di diritto.

L’argomentazione che la paga di due oboli fosse irrisoria per un cittadino di Atene

Ø non conduce direttamente alla conclusione che quindi vi partecipassero solo i

nullatenenti perché si deve tener conto del forte senso civico e del grande onore

per un cittadino di prestare il proprio tempo alla città e partecipare a un servizio

pubblico. Il sistema giudiziario ateniese richiedeva ogni anno 6000 giudici, si calcola

che in media in un anno un giudice dovesse occuparsi di 100 cause, questo fa

concludere che sì all’inizio il giudice poteva essere inesperto, ma al termine del suo

servizio avrebbe acquisito una certa esperienza, da riusare quando gli fosse ancora

toccato il turno, dal momento che si calcola che ogni quattro o cinque anni

venivano di nuovo chiamati.

Il fatto che le leggi non fossero conosciute non è corretto, dal momento che queste

Ø erano incise sui monumenti posti nella pubblica piazza e soprattutto venivano

votate dall’assemblea dei cittadini, i quali ricevevano il testo per poterlo approvare.

L’assenza di un pubblico ministero significa che l’azione doveva sempre essere

Ø iniziata da un privato cittadino e questo porta a concludere che la cultura giuridica

dovesse essere diffusa al punto da sapere quali comportamenti potevano essere

perseguiti in quanto contrari alla legge.

Ogni anno ciascuno dei 6000 giudici dell’Eliea che si offriva di giudicare prestava un

giuramento, il cui testo, ricostruito grazie alle orazioni di Demostene, dove essere del tipo

giudicherò in accordo che la legge e i decreti del popolo di Atene e della boulè dei

cinquecento, qualora non vi siano leggi giudicherò secondo l’opinione più giusta.

Quelli che ritengono che la legge nel processo fosse solo un elemento di prova prodotto

dalle parti, svalutano questo giuramento. La tesi non è da approvare in ragione del fatto

che un giuramento per un uomo del tempo significava impegno preso con la divinità e

pertanto importante e vincolante. Il contenuto di questo mostra senza ombra di dubbio

che la legge era il criterio principe e imprescindibile che guidava i giudici nella formazione

del giudizio e del conseguente verdetto. L’ultima clausola del testo ricostruito apre alla

possibilità che manchi una legge e si chiama l’opinione più giusta (gnomè dikaiotàte) che

non deve essere assimilata al mero arbitrio e al libero apprezzamento del giudice, ma

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piuttosto a un principio che non lascia spazio a una discrezionalità priva di regole e che

mira a garantire la giustizia al massimo livello possibile.

Si può concludere sostenendo che il tribunale di Atene era il luogo dove la legge era

sovrana e il verdetto era il risultato di un’applicazione rigorosa della stessa, che scaturiva

da un’interpretazione corretta e condivisa.

GLI ELIASTI E LA COMPOSIZIONE DELLE GIURIE

Il tribunale popolare dell’Eliea venne istituito da Solone con l’intento specifico di limitare il

potere dei magistrati, che prima di questo momento avevano la competenza esclusiva a

giudicare le controversie. L’introdotta possibilità di presentare appello contro il verdetto dei

magistrati comportò la riduzione e infine la perdita del potere di giudicare, dal momento

che il loro verdetto poteva essere ribaltato in secondo grado. I magistrati conservano allora

solo il potere di ricevere la causa, trasmetterla al tribunale competente e infine presiedere

lo stesso.

La partecipazione al tribunale era a manifestazione di una democrazia diretta e di massa,

infatti coinvolgeva tutti i cittadini della polis. I maschi con età superiore a trent’anni e non

atimoi potevano infatti chiedere che il loro nome fosse registrato nel registro dell’Eliea, da

cui ogni anno venivano sorteggiati 6000 eliasti. Dopo aver prestato giuramento essi

ricevevano una tavoletta pinàkion su cui era riportato il nome, il patronimico e il demo di

appartenenza, doveva essere esibito tutte le volte in cui il soggetto fosse stato selezionato

in una giuria. Sulla base dell’entità delle cause erano formate le giurie, che in medie si

componevano di 500 giudici. Una volta che il processo iniziava i giudici dovevano ascoltare

con attenzione i discorsi ed emettere subito il verdetto. Contro la pronuncia dei giudici

eliasti non era ammesso nessun tipo di appello.

Nel V secolo i 6000 giudici erano distribuiti al momento della loro nomina in una delle

Ø dieci giurie identificate con una lettera dell’alfabeto e la composizione di ciascuna

di queste rimaneva la stessa per tutto l’anno. Nelle mattine dei giorni in cui i processi

si sarebbero tenuti venivano estratte due lettere: la prima indicava la giuria e la

secondo il tribunale dove si sarebbe seduta per giudicare le cause del giorno. I

giudici non chiamati tornavano alle proprie attività senza ricevere l’obolo. Questo

metodo non permise di evitare la corruzione.

Nel IV secolo venne adottato un metodo di costituzione delle giurie molto più

Ø complesso, di cui abbiamo notizia grazie ad Aristotele. In sintesi non prevedeva più

la precostituzione delle giurie ma la scelta dei giudici che formavano la giuria

avveniva la mattina stessa mediante sorteggio con l’ausilio di una macchina, il

klèroterion. 16

CLASSIFICAZIONE DELLE AZIONI

Il diritto ateniese non conosce la differenza tra cause civili private volte a ottenere un

risarcimento del danno e cause penali pubbliche volte a ottenere la pena del reo. Le azioni

ordinarie erano classificate secondo:

Interesse protetto

Ø Dikai idiai > azioni private

o Dikai demosiai > azioni pubbliche

o

Legittimazione attiva

Ø Dikai > azioni più antiche che prendevano le mosse dall’iniziativa dell’offeso

o o da quella di chi aveva la potestà su di lui, o in caso di omicidio dei partenti

della vittima

Graphè > intentata da qualunque cittadino lo volesse, purché non colpito da

o atimia.

Si usa comunque generalmente il termine dikai per indicare le azioni private e graphè per

indicare quelle pubbliche. Esse si distinguono poi sotto un ulteriore aspetto cioè le

conseguenze di una loro proposizione: solo infatti l’azione pubblica comporta dei rischi > il

ritirarsi dalla causa o il non ricevere almeno 1/5 dei voti della giuria comportava il

pagamento di una somma di 1000 dracme alle casse cittadine, qualora il pagamento non

avvenisse il soggetto era indebitato con lo stato e pertanto colpito da atimia parziale, fino

a che non avesse pagato il debito. Questo si trasmetteva agli eredi se non ancora pagato.

Questa misura era prevista per evitare liti temerarie in un sistema in cui non esisteva un

pubblico ministero e l’azione era lasciata ai privati cittadini. I greci chiamavano sicofanti

coloro che usavano il diritto di azione per i propri scopi e ottenere benefici e vantaggi,

cercavano di arginare il problema con l’azione della graphè sycophantias e con la

probolè, accusa presentata davanti all’ecclesia, che decideva di volta in volta la pena da

comminare.

PROCEDURA ORDINARIA

Prosklesis

Ø il cittadino che intendesse intraprendere un’azione contro un altro doveva recarsi

con uno o più testimoni dalla persona che intendeva convenire in giudizio,

invitandola a comparire un certo giorno davanti al magistrato competente.

Ciascuno dei nove arconti aveva infatti una competenza specifica, benché privi di

competenza a giudicare: (a) basileus > processi relativi a questioni religiose e

omicidio. (b) eponimo > diritto di famiglia. (c) polemarco > questioni con le quali

erano coinvolti dei meteci o degli stranieri. (d) tesmoteti > altre materie.

Nel giorno stabilito le parti si presentavano davanti al magistrato e l’accusatore (=

Ø colui che aveva iniziato l’azione) presentava l’enklema scritto cioè la denuncia

contenente il suo nome, quello del convenuto, l’offesa e i fatti da provare.

Anakrisis

Ø 17

Quando il magistrato accoglieva l’accusa, rinviava le parti in una udienza

preliminare nel corso della quale il convenuto doveva presentare una antigraphè

cioè una replica scritta. Questa udienza consisteva in un interrogatorio del

magistrato alle parti e delle parti tra loro serviva a capire quali sarebbero state le

argomentazioni dell’avversario e di quali prove si sarebbe servito.

Paragraphè

Ø Poteva accadere che nel corso dell’anakrisis l’accusato ritenesse che vi fossero seri

motivi per ritenere l’accusa a suo carico non legittima cioè viziata. Egli aveva allora

la facoltà di bloccare il processo in corso mediante lo strumento della paragraphè

> un ulteriore procedimento ma a parti invertite. Il successo dell’accusatore –

accusato comportava l’annullamento dell’azione principale nel caso contrario il suo

regolare svolgimento.

Arbitro pubblico

Ø Per alcune cause: cause private non di competenza degli arconti e di valore

superiore alle 10 dracme, era obbligatorio l’arbitrato pubblico. Gli arbitri erano scelti

tra i cittadini con un’età superiore ai sessant’anni e avevano il compito di tentare

una conciliazione, laddove questa non avvenisse giudicavano, ma il loro verdetto

non era vincolante.

Dibattimento

Ø Per le cause che non prevedevano arbitrato o nel caso di impugnazione di questo,

le parti comparivano in una precisa data davanti a una giuria dell’Eliea. Nel caso in

cui uno dei contraenti avesse chiesto un rinvio senza ottenerlo oppure non si

presentasse senza addurre giustificazioni la causa era decisa contro di lui.

L’accusatore che avesse proposto una graphè avrebbe pagato 1000 dracme per

l’abbandono e l’accusato sarebbe stato condannato.

Il magistrato che aveva svolto le precedenti fasi, in qualità di presidente introduceva

la causa e invitava il cancelliere e leggere il testo dell’accusa e la replica di difesa.

Le parti avevano poi il tempo per i loro discorsi pronunciati di persona. Essi avevano

un tempo uguale misurato con una clessidra ad acqua. Sulla base delle informazioni

presenti nella Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, si può dire che un

procedimento pubblico duravo un giorno e alle parti erano date due ore di tempo,

mentre per quelli privati il tempo era da 15 a 30 minuti e se ne svolgevano in media

quattro al giorno.

Non appena le parti finivano il discorso, i giudici erano chiamati ad esprimere il loro

Ø verdetto. In caso di parità nei voti, si decideva per l’assuluzione. Se l’azione intentata

era un agon atimetos allora il processo si concludeva perché la legge stabiliva già

per quell’azione la pena. Se invece si trattava di un agon timetos la legge non

stabiliva la pena, ma era proposta dalle parti dopo il verdetto sfavorevole. Era

interesse di entrambe proporre delle pene eque dal momento che i giudici non

potevano fare una sintesi tra le proposte e una pena irrisoria proposta dall’accusato

avrebbe fatto propendere per quella proposta dall’accusatore. 18

PROCEDURE STRAORDINARIE

Procedure che si discostano dall’iter ordinario.

Tre procedure sommarie per le quali erano competenti dei magistrati con particolari

Ø poteri di polizia gli Undici.

Apogogè > colui che sorprendeva il reo in flagranza di reato poteva arrestarlo

o e portarlo dagli Undici.

Èndexis > colui che sorprendeva il reo in flagranza di reato poteva

o denunciarlo agli Undici in modo che questi procedessero all’arresto.

Ephègesis > il cittadino si recava dagli Undici per condurli dove era il reo.

o

Il reo che davanti agli Undici confessava veniva direttamente e senza processo

condannato alla pena capitale. Qualora non confessasse si celebrava il processo

davanti a un tribunale presieduto dagli Undici e, se condannato, era messo a morte.

Poteva essere usate nei confronti dei soggetti che violavano divieti loro imposti

oppure individui qualificati come kakourgoi cioè malfattori.

Eisangelia > azione proposta direttamente alla boulè dei cinquecento o all’ecclesia

Ø da chiunque volesse, per la denuncia (a) arbitri che non avessero svolto in modo

legittimo il loro lavoro. (b) chi maltrattasse le epiclere e gli orfani. (c) chi minacciasse

la stabilità dello stato. Non era prevista la sanzione delle 1000 dracme nel caso del

mancato raggiungimento dei voti.

Euthuna > rendiconto al quale dovevano sottoporsi al termine dell’anno di carica

Ø tutti coloro che avessero ricoperto una carica pubblica. È un esame complessivo del

comportamento tenuto dal soggetto nel corso dell’anno, parte rilevante è l’analisi

dell’aspetto finanziario. Era infatti necessario verificare che l’ufficiale non si fosse

indebitamente appropriato di denaro pubblico o che non fosse stato corrotto o che

non avesse usato fondi pubblici. Chi fosse stato giudicato colpevole di

appropriazione indebita o di corruzione > pagare il dieci volte la somma sottratta o

ricevuta. Cattiva gestione > la pena era invece del simplum.

5. I principali atti illeciti

ACCUSATORI VOLONTARI e PROCESSO PENALE

Alcuni studiosi ritengono che le graphai svolgessero nel processo attico un ruolo molto simile

a quello delle nostre azioni penali. Tale posizione tuttavia non può essere accolta

semplicemente prendendo in considerazione le caratteristiche del nostro processo penale

e confrontandole.

Obbligatorietà dell’esercizio dell’azione il processo ateniese non conosce la figura

del pubblico ministero che promuove

l’azione d’ufficio e che è obbligato a

promuoverla quando ha notizia di un reato.

19

Esistono solo gli accusatori volontari cioè

privati cittadini, la vittima dell’offesa o un

cittadino qualunque, se nessuno denuncia,

l’illecito può rimanere impunito.

È volto a perseguire ogni offesa e minaccia Le graphai non sono strumenti diretti a

allo stato e alla collettività perseguire solo chi minaccia con il suo

comportamento la comunità o lo stato.

Esse vengono introdotte da Solone con il

fine di dare ai cittadini uno strumento per

denunciare le offese contro la polis > dare

a chiunque avesse subito un torto la

possibilità di denunciarlo. Con queste

azioni si mira a proteggere un interesse

privato, qualora non possa essere protetto

da chi l’offesa la subisce. Graphè kakoseos

> azioni per maltrattamenti, tesa a

perseguire chi maltrattava anziani, orfani,

epiclere cioè soggetti che giuridicamente

o fisicamente non potevano iniziare

l’azione. Occorre poi ricordare che la

distinzione tra illeciti pubblici e privati così

come noi oggi la conosciamo e

applichiamo, non era condivisa dai greci:

l’omicidio ad esempio era considerato

un’offesa all’individuo e al suo gruppo

famigliare e pertanto perseguita con una

dike phonou

Teso a imporre al colpevole una pena, sia Nel nostro processo civile si mira a ottenere

essa di carattere fisico o pecuniario. il risarcimento del danno o una

compensazione, ma è completamente

depenalizzato, mentre quello penale è

diretto a ottenere la pena per il reo. Nel

processo greco non è netta questa

separazione e sussistono alcune dikai

(azioni private) che prevedono per l’autore

dell’illecito una pena corporale e/o

pecuniaria: dike phonou omicidio > morte

o esilio. Dike klopès ladro > pagamento del

duplum e carcere per cinque giorni. Dike

blebès danni > pena pecuniaria. 20

Per il diritto greco il concetto di crimine e di processo penale è trasversale e abbraccia sia

le azioni pubbliche che quelle private. A prescindere dall’azione intentata alcuni

comportamenti ritenute offese tanto al singolo che alla comunità erano puniti con una

pena e non con la semplice compensazione.

OMICIDIO

Leggi Draconiane

A disciplinare per la prima volta l’omicidio fu Draconte nel 621 a.C. e le sue leggi durarono

fino al IV secolo. Trascrizione del testo della legge draconiana sull’omicidio è stata rinvenuta

su un blocco di pietra trovato in seguito a degli scavi presso la chiesa metropolitana di

Atene nel XIX secolo. Il testo nonostante i problemi di interpretazione e integrazione indica

quale fosse la disciplina applicabile:

Necessità di sottoporre a processo “anche chi uccide volontariamente” al pari di chi

Ø uccide involontariamente. È logico pensare che una disposizione di questo tipo

intervenga per sancire una regola affermatasi nella prassi cioè che le famiglie delle

vittime uccise ricorrevano sempre più spesso a un terzo perché giudicasse

l’assassino, così l’uccisione dell’omicida non sarebbe stata la conseguenza di una

vendetta ma la pena irrogata istituzionalmente, escludendo faide successive. In

caso di omicidio involontario invece la famiglia della vittima sarebbe stata più

disposta ad accettare un accordo privato ricevendo la poinè.

Indica quali sono le persone competenti a giudicare di omicidio: basileus e efeti. I

Ø primi sono i quattro capi delle tribù in cui Atene era divisa prima della riforma di

Clistene. Gli efeti invece erano 51 giudici che anche più tardi siederanno in alcune

delle giurie chiamate a giudicare gli omicidi.

Draconte introduce un elemento importante cioè ritiene colpevole non solo chi

Ø abbia colpito di propria mano (esecutore materiale) ma anche chi abbia spinto altri

a farlo.

Perdono > aidesis > dopo che i giudici e i basileis hanno accertato a colpevolezza

Ø del soggetto giudicato, questi può evitare la condanna se i parenti della vitima

(entro il sesto grado) si mostrino disponibili ad accettare una congrua somma di beni

poinè. Il perdono è ora istituzionalizzato ed è richiesto il parere favorevole di tutti, il

dissenso di uno prevale. Nel caso di omicidio involontario la cerchia di persone che

possono accettare il perdono (aidesis) è più ampio: in assenza di parenti entro il 6

grado, anche 10 membri della fratria a cui l’ucciso apparteneva.

I parenti legittimati ad intraprendere l’azione > figli fino ai cugini.

Ø Omicidi legittimi > nelle leggi di Draconte c’è spazio anche per la previsione degli

Ø omicidi in circostanze particolari come ad esempio in risposta a un’aggressione o

sorprendendo il proprio rapinatore. In questi casi non era necessario alcun processo

poiché l’assassino non doveva essere punito.

Con le leggi di Draconte sono portati alcune importanti cambiamenti rispetto all’età più

antica. In primo luogo pone fine o quantomeno limita la vendetta e la faida tra famiglie,

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introducendo processi laddove esisteva la giustizia privata. In secondo luogo valorizza

l’elemento soggettivo differenziando la sanzione, dalle fonti infatti si ritiene che l’omicidio

aveva una pena differente a seconda che fosse ek pronoias volontario > pena di morte

oppure akousios involontario > esilio.

Tribunali di Sangue

Le leggi di Draconte sull’omicidio confrontate con quelle in vigore nel V-IV secolo sono state

modificate.

La aidesis poteva essere concessa solo all’omicida involontario anche a distanza di

Ø anni: in questo caso l’omicida mandato in esilio, ricevuto il perdono, poteva fare

ritorno in patria.

Organi competenti a giudicare: in età post draconiana infatti vennero isituiti dei

Ø tribunali appositi per giudicare i crimini di sangue, nessuno dei quali era formato dai

giudici dell’eliea.

Areopago

o Giudicava l’omicidio volontario, oltre ai casi di avvelenamento e di incendio.

Sedevano come giudici tutti coloro che negli anni precedenti avevano

ricoperto la carica di arconte.

Palladio

o Composto da 51 efeti giudicavano l’omicidio involontario e l’omicidio di

schiavi, meteci e stranieri.

Delfinio

o Composto da 51 efeti giudicava l’omicidio volontario ma legittimo (kata tous

nomous). È ritenuto pertanto opportuno istituire un tribunale per verificare se

nel caso di specie si potessero ravvisare le circostanze a cui la legge

accordava l’impunità. Se i giudici ritenessero che l’omicidio non era legittimo,

il colpevole era mandato all’Areopago o al Palladio

Pritaneo

o Era composto dai capi delle tribù pre clisteniche ed era competente a istruire

i processi contro ignoti che avessero causato la morte di un individuo e

giudicare le uccisioni causate da animali e oggetti inanimati.

Freatto

o Giudicava chi, essendo in esilio per omicidio volontario, uccidesse

nuovamente dopo essere ritornato in patria senza aver ottenuto il perdono

dai parenti

Dike phonou

Il processo per omicidio in uno dei tribunali aveva luogo in seguito alla decisione dei parenti

della vittima entro il sesto grado di iniziare l’azione. Se nessuno iniziava l’azione l’omicida

poteva rimanere impunito, è il caso di Edipo. Era necessario che i parenti legittimati

facessero una solenne dichiarazione > prorrhesis contro l’omicida e poi doveva rivolgersi

all’arconte basileus competente per le cause di omicidio. Questi una volta ricevuta la

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causa pronunciava a sua volta una prorrhesis con la quale invitava l’omicida a stare

lontano dai luoghi previsti dalla legge come piazze, santuari e mercato. Successivamente

il basileus registrava l’accusa e predisponeva per i tre mesi successivi delle udienze

preliminari a seguito delle quali e sulla base delle informazioni raccolte inoltrava la causa

al tribunale competente. Davanti al tribunale accusato e accusatore pronunciavano i loro

discorsi, al termine dei quali i giudici emettevano il verdetto. Nell’Areopago era consentito

all’accusato che sentisse di avere poche possibilità di vittoria di prendere spontaneamente

la strada dell’esilio al termine del primo discorso. L’omicida giudicato colpevole di aver

ucciso involontariamente > esilio. Invece in caso di condanno per omicidio volontario >

pena di morte.

Elemento soggettivo

Gli antichi non avevano una conoscenza della volontà e dell’intenzione, spesso il concetto

di volontà si sovrappone a quello di conoscenza, così che l’involontarietà finisce per

sovrapporsi all’ignoranza.

Omicidio volontario = phonos ek pronoias

Gli studiosi hanno proposto due interpretazioni per il termine pronoia: (a) premeditazione:

il diritto attico avrebbe giudicato meritevole di condanna capitale soltanto chi avrebbe

ucciso con premeditazione (specifico piano predisposto da molto tempo). Con questa

prima interpretazione, nella nozione di phonos akousios rientrerebbe qualsiasi tipo di

omicidio che non sia stato premeditato e dunque non solo quello commesso per colpa,

ma anche quello commesso in preda a un raptus, dal momento che in questi casi l’illecito

viene realizzato senza uno specifico piano precedente e preordinato a uccidere. (b)

generica intenzione di causare il male: parte della dottrina ritiene che la parola pronoias

almeno nell’ambito dell’omicidio vada intesa in senso più lato, dal momento che sarebbe

inverosimile ritenere che gli ateniesi volessero colpire soltanto con l’esilio gli omicidi privi di

premeditazione ma volontari. Secondo questa dottrina la locuzione ek pronoias implica la

volontà della condotta, ma non necessariamente la volontà dell’evento. Assistiamo allora

a una notevole espansione della categoria phonos ek pronoias sanzionati con la pena

capitale mentre invece quelli akousios sarebbero solo quelli accidentali.

a riguardo si esprime un passo dell’Etica di Aristotele che tuttavia mette in crisi entrambe le

interpretazioni dal momento che afferma che l’atto volontario è compiuto con intenzione

e consapevolezza e dunque smentisce l’interpretazione di pronoia come una semplice

intenzione di causare il male, ma Aristotele non accenna alla premeditazione. Dal passo

emerge allora che l’omicidio volontario ha il suo fondamento nell’intendere non invece nel

premeditare. Un omicidio è ek pronoias quando nell’agente vi è una specifica volontà di

causare la morte. Insieme con la piena consapevolezza delle conseguenze del suo agire.

Omicidio involontario > phonos akousios

Era qualificato come involontario ogni omicidio che non fosse provvisto dell’elemento

soggettivo che integrava la pronoia > chi uccideva in un raptus d’ira, chi per negligenza

imperizia o mancato rispetto di regole specifiche o anche sulla base di un semplice nesso

causa effetto causava la morte di un uomo. 23

MOICHEIA

Draconte nelle leggi sull’omicidio aveva previsto dei casi in cui chi uccideva andava

esente da condanna > omicidio legittimo. Da un’orazione di Demostene si ricava un elenco

non completo di questi casi

(a) Chi uccideva involontariamente un avversario nel corso di una competizione

sportiva

(b) Chi uccideva per strada un brigante dal quale era stato aggredito

(c) Chi uccideva per errore in battaglia un commilitone scambiandolo per un nemico

(d) Chi in qualità di kyrios (avente potestà sulla donna) uccideva l’uomo nell’atto di

intrattenere un rapporto sessuale con la propria moglie, madre, figlia, sorella,

concubina tenuta per avere figli liberi > le fonti dicono che è lecito uccidere chi si

trovasse epì cioè sopra una delle donne pertanto si è portati a ritenere che l’illecito

scriminato fosse sia l’adulterio (consenso) che la violenza. Si parla in questi casi di

moicheia

Il termine è generalmente tradotto con adulterio tuttavia questa traduzione presuppone

un matrimonio, mentre dal testo della legge riportata si fa riferimento anche a donne non

sposate: madre (vedova, altrimenti sarebbe qualificata come moglie), figlia (non sposata,

altrimenti sarebbe qualificata come moglie), sorella (non sposata oppure orfana),

concubina di stato libero. La moicheia è un illecito più ampio dell’adulterio, la traduzione

corretta è allora seduzione.

Le leggi draconiane accordavano al kurios la possibilità di uccidere personalmente

l’offensore cioè il moichos. Dovevano però ricorrere due condizioni necessarie affinché

l’uccisione fosse legittima (1) doveva aver luogo all’interno della casa in cui la donna

risiedeva (2) il kyrios della donna doveva sorprendere in flagrante i due amanti. La donna

non era considerata rea, ma oggetto passivo dell’illecito ed era colpita solo da una

sanzione di carattere sociale: ripudio o allontanamento dalla casa, così decadeva dal

rango di donna onesta e riproduttrice > non poteva più contrarre matrimoni legittimi, non

poteva avvicinarsi agli spazi pubblici cittadini per assistere ai sacrifici, se lo faceva poteva

essere torturata ma non uccisa.

Le leggi draconiane vennero probabilmente superate nel corso del V secolo quando

cominciò a non essere più visto di buon grado il farsi giustizia da sé. Era divenuta prassi che

il kyrios cogliendo in flagranza il moichos esigesse il pagamento di una poinè a titolo di

compensazione oppure lo trattenesse presso di sé fino a quando non avesse ottenuto le

garanzie che il prezzo del riscatto sarebbe stato pagato. Una celebre orazione di Lisia, per

l’uccisione di Eratostene riporta una situazione di moicheia: Eufileto uccide Eratostene

sorpreso da quest’ultimo in casa sua con sua moglie. Il discorso è pronunciato davanti al

Delfinio e si sostiene l’assoluta legittimità dell’uccisione argomentando che questa

soluzione è prospettata dalla legge ed è più cogente rispetto alla prassi della poinè. La

moicheia è avvertita non solo come offesa all’individuo ma anche come offesa alla polis

in quanto introduce incertezza nella filiazione e di conseguenze nel corpo dei cittadini. Era

un illecito perseguibile con un’azione specifica: graphè moichèias. Il moichos era inoltre

iscritto nella categoria dei kakourgoi e pertanto perseguibile anche con l’apogoge. 24

VIOLENZA

FISICA

Secondo le leggi di Draconte chi uccideva chi per primo lo aveva aggredito non incorreva

in nessuna pena > phonos dikaios. La violenza più grave era definita hybris > in passato di

riteneva che questa connotasse solo un offesa agli dei, si tende invece a ricomprendervi

ogni illecito perpetrato da un individuo che usa la sua forza in modo improprio, per

danneggiare un altro. La legge che la disciplinava e puniva è riportata in un’orazione di

Demostene contro Midia. Vittime della hybris possono essere fanciulli, donne, uomini liberi

o schiavi, l’azione da usare in questi casi era una graphè e i magistrati competenti i

tesmoteti, è un agon timetos dal momento che la pena non era stabilita dalla legge, ma

valutata dai giudici caso per caso. La legge non dà una definizione di hybris e questo fa

presumere che all’azione si potesse ricorrere in tutti i casi in cui un individuo commettesse

violenza aggredendo, colpendo o violentando un altro individuo. Tuttavia esisteva un’altra

azione privata: dike aikeias > intentabile solo dalla parte lesa, la sanzione era di tipo

pecuniario e dalle fonti emerge che si ricorreva molto più spesso a questa piuttosto che

alla graphè. La ragione la spiega Aristotele in un passo della Retorica: la violenza per potersi

configurare come hybris deve essere accompagnata da uno stato mentale cioè

dall’intenzione dell’agente di disonorare e umiliare la vittima > dare dimostrazione di questo

era molto difficile, mentre invece le percosse sono facilmente dimostrabili. Inoltre bisogna

considerare che promuovere un’azione pubblica era molto più rischioso dal momento che

se non si convinceva la giuria si poteva incorrere in una sanzione pecuniaria.

VERBALE

L’aggresione verbale è la kakegorìa > pronuncia ingiustificata di determinati termini indicati

dalla legge e che per legge era vietato pronunciare.

Rhìpsaspis > colui che getta lo scudo

Ø Lopodytes > ladro di vesti

Ø Patrolòias > colui che percuote il padre

Ø Metralòias > colui che percuote la madre

Ø Andròphonos > assassino

Ø

Sono tutte parole che mettono in dubbio il comportamento dell’individuo in quanto

soldato, cittadini, figlio, consociato. Il fatto di apostrofare qualcuno in questi termini senza

motivo era considerata un’azione gravissima da perseguire con un’azione intentabile solo

dall’offeso: la dike kakegorias. L’imputato giudicato colpevole era tenuto a pagare una

sanzione pecuniaria di 500 dracme, da versare in parte alla vittima e in parte alle casse

dello stato. Dall’orazione di Lisia Contro Teomnesto si evince che era la pronuncia della

parola in sé e non invece la perifrasi a comportare la punizione, l’accusatore infatti spende

molto del suo tempo a convincere i giudici di come anche la pronuncia di una frase del

medesimo significato debba essere sanzionata. 25


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Greco, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pepe Laura: Il diritto nella Grecia Antica, Pepe. Gli argomenti trattati sono: cittadinanza, stranieri, meteci, schiavi, donne, matrimoni, figli, successioni, testamento, processo ordianario, azioni, processo straordinarioi, tribunali, giudici, giurie, Aristofane, demostene, lisia, illeciti, omicidio, adulterio, furto, violenza, danneggiamento, empietà, corruzione, salone, Pericle, clistene, società omerica, Achille, Iliade, odissea, società della vergogna, vendetta.


DETTAGLI
Esame: Diritto greco
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Docente: Pepe Laura
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giulia.monti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto greco e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Pepe Laura.

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