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Riassunto esame Diritto della comunicazione per le imprese e i media, prof. Razzante. Libro consigliato Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione (Settima 7 edizione), Razzante (cap. 1,3,5,6,7,8,9) Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto della comunicazione per le imprese e i media e del prof. Razzante, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione (Settima 7 edizione), Razzante (cap. 1,3,5,6,7,8,9). Scarica il file in PDF!

Esame di Diritto della comunicazione per le imprese e i media docente Prof. R. Razzante

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CAPITOLO SESTO: le regole della rete

1. Internet e legge 62/2001: registrazione delle testate online e problematiche connesse.

“Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 416/1981” da

cui inizia il confronto dottrinale sull'equiparazione tra editoria cartacea e online. Le

testate giornalistiche online devono obbligatoriamente essere registrate nei tribunali

(Registro degli operatori della comunicazione), avere un direttore responsabile, un

editore e uno stampatore-provider proprio come le testate cartacee e radiotelevisive

quando hanno una regolare periodicità, quando prevedono di conseguire ricavi, quando

puntano ad ottenere un sostegno finanziario statale, quando hanno un organico a tempo

pieno di redattori giornalisti, professionisti, pubblicisti e praticanti (devono avere logo

identificativo del prodotto). All’articolo uno si definisce prodotto editoriale ai fini della

legge -> realizzato su qualsiasi supporto destinato alla pubblicazione e diffusione di

informazioni presso il pubblico con ogni mezzo con esclusione dei prodotti discografici e

cinematografici. Si dispone inoltre che in caso di periodicità regolare si è sottoposti ad

ulteriori obblighi previsti dall’articolo 5 della legge 47/1948. Un primo criterio per

evidenziare i prodotti editoriali con obbligo di registrazione è il carattere prevalente o

esclusivo informativo -> diviene obbligatoria la registrazione di un portale o di una

sezione di esso se diffonde informazioni presso il pubblico legate all’attualità e

contraddistinte da una periodicità regolare e da una testata costituente elemento

identificativo del prodotto (quindi per i prodotti editoriali che hanno tutti i requisiti

dell’accesso ai finanziamenti statali). In caso di prodotto editoriale online però le sanzioni

per il mancato rispetto delle suddette disposizioni sono diverse: si possono applicare solo

sanzioni civili o amministrative. Il decreto legge 63/2012 esonera dall’obbligo di

registrazione in Tribunale e al Hoc le piccole testate online realizzate unicamente su

supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica i cui editori non abbiano

fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano

ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro. Prima dell’emanazione

della legge 62/2001 la giurisprudenza sembrava orientata verso unaindiustinta

equiparazione di trattamento giuridico tra informazione tradizionale e informazione

online. Diversi tribunali hanno decretato e ritenuto che un periodico telematico dovesse

essere registrato ai sensi dell’articolo 5 della legge sulla stampa in quanto possiede sia il

requisito ontologico, sia quello finalistico relativo alla diffusione delle notizie, pur con una

tecnica di diffusione diversa dalla stampa in quanto il luogo di trasmissione deve essere

equiparato al luogo di pubblicazione. Non si è però ritenuta necessaria la registrazione

per i siti internet dalle caratteristiche di un quotidiano online se non si intende avvalersi

dei contributi pubblici.

2. Diffamazione e tutela dei diritti online: siti informativi, blog e social network. Il dilagare

dell’utilizzazione di internet e il carattere tendenzialmente ubiquo e de territorializzato

dell’ambente virtuale pongono crescenti problemi di regolamentazione giuridica ->

strumenti per governare il mare di informazioni che l’archivio del sapere globale tende a

diffondere in modo potenzialmente illimitato. Questione del bilanciamento tra esercizio

del diritto di cronaca e tutela dei diritti della personalità dei singoli. E’ necessario

assicurare criteri di individuazione molto puntuali per quanto riguarda i reati commissibili

in rete in particolare per ciò che attiene al tempus e locus commissi delicti, in relazione

29

alle modalità della condotta ritenuta lesiva dell’onore e della reputazione dei soggetti

coinvolti. Importante la sentenza del Tribuna di Teramo del 1997che sottolineò che

l’abuso del diritto di cronaca era sanzionabile anche commesso con il mezzo internet, dal

momento che il mezzo utilizzato non modificava l’essenza dell’illecito commesso. Ancora

una volta però le questioni giuridiche riguardanti internet venivano regolate applicando il

diritto vigente in settori analoghi. Pertanto, anche su internet valgono le regole codificate

dalla giurisprudenza per delimitare l’ambito di legittimità del diritto di cronaca superato il

quale si integrano gli estremi del delitto di diffamazione: la notizia diffusa deve essere

vera, o almeno seriamente accertata; deve esistere un interesse pubblico alla conoscenza

dei fatti diffusi, da valutare in relazione alla rilevanza degli stessi per la collettività e per la

formazione dell’opinione pubblica. L’esposizione dei fatti e la loro valutazione infine deve

avvenire con forma civile senza eccedere rispetto allo scopo informativo perseguito e

mantenendo obiettività (evitare sottintesi, mezze frasi, toni offensivi, attacchi personali,

ecc). Il Tribunale di Vicenza nel 1998 ha trattato anch’esso un caso di diffamazione a

mezzo internet come si trattasse di un reato a mezzo stampa trasferendolo alla

magistratura di Bologna, città dove operava il server che ha diffuso la notizia incriminata.

Ma l’orientamento della magistratura non è sempre stato univoco, infatti il Tribunale di

Oristano nel 2000 ha escluso l’estensibilità per via analogica a internet delle norme sulla

diffamazione a mezzo stampa evidenziando elementi di specificità dell’informazione

online a partire dalla definizione di stampato stesso presente nell’articolo 1 della legge

47/48 considerata incompatibile con la modalità di diffusione delle pubblicazioni a mezzo

internet. Tale sentenza fa rientrare internet negli “altri mezzi di pubblicità” cui si riferisce

il terzo comma dell’articolo 595 codice penale. Da ciò consegue che l’esclusione dello

speciale regime della diffamazione a mezzo stampa non comprata automaticamente il

venir meno di altre responsabilità in capo allattare di un brano diffamatorio. La Suprema

Corte di Cassazione nell’ordinanza 6591 del 2002 ha stabilito che è competente il giudice

del nuovo in cui ha domicilio la parte che assume di aver subito danni patrimoniali e

morali così risolvendo il problema del giudice competente in tema di diffamazione online.

Quindi l’inapplicabilità per via analogica a internet delle norme sulla diffamazione a

mezzo stampa se per alcuni è indiscutibile per altri c’è da discutere, visto che il mezzo

internet per quanto diverso può tranquillamente essere assimilato a tutti gli altri.

L’ipotesi di reato dell’articolo 595 codice penale è configurabile anche rispetto ad

internet nelle sue due distinte tipologie: offesa arrecata comunicando con più persone ->

tramite mail, mailing list o chat room, offesa realizzata conio mezzo della stampa o con

qualsiasi altro mezzo di pubblicità -> web o newsgroup. Alcune analisi ricomprendono

nell’articolo 596 codice penale ogni altro mezzo di diffusione dell’offesa incluse

trasmissioni informatiche o telematiche. Il Garante per la protezione dei dati personali

con il provvedimento del 2000 ha precisato che, al di là della disciplina sulla privacy, per

le offese via web occorre far ricorso alle disposizioni ordinarie per la tutela penale e civile

dell’onore, della reputazione e così via. Per quanto riguarda la competenza per le cause

di diffamazione via internet si ripercorre l’evoluzione giurdsprudenziale dal 2000:

Tribunale di Lecce stabilisce la competenza territoriale al giudice civile del nuovo dove si

trova il server sul quale sono state caricate le informazioni 30

diffamanti, nonostante le difficoltà pratiche vista l’ampiezza della diffusività, le difficoltà

di determinazione e la possibilità di usare server esteri. Occorre anche tenere in

considerazione le ripercussioni del messaggio denigratorio e quindi il profilo del danno. In

ambito di e-diffamazione, vista la carenza di normative specifiche, il margine di

discrezionalità del magistrato rimane comunque ampio. La Cassazione nella sentenza

4741 ha considerato la diffamazione online un reato di evento e non di condotta; ha

sottolineato l’importanza dell’evento psicologico, dell’espressione offensiva e di

conseguenza ha individuato il momento consumativo del reato, non nella diffusione del

messaggio diffamatorio ma nella sua percezione da perte di terzi (se un soggetto diverso

dall’agente o dalla persona offesa clicca sul sito incriminato e visualizza il contenuto

diffamatorio si realizza l’evento psicologico del reato). Il reato si considera commesso nel

territorio italiano non solo quando su di esso si sia verificata in tutto in parte l’azione ma

anche quando su di esso si realizza l’evento che ne è conseguenza. Quindi

indipendentemente dal server di partenza, lo Stato italiano può perseguire i delitti contro

l’onore se l’iter crimini è iniziato all’estero e poi concluso in Italia. Tale valutazione è in

contrasto con l’inquadrazione dei giudici di merito che avevano considerato l’e-

diffamazione come reato di condotta. Nella sentenza 6591 del 2002 la Cassazione ha

dettato le regole sui danni, morali e patrimoniali, della diffamazione online e ha stabilito

che su questi deve decidere il giudice del luogo in cui è domiciliata la vittima. Anche la

Corte di giustizia europea ha emanato due sentenze nel 2011 ampliando le tutele per i

soggetti danneggiati in rete: i danni di diffamazione via web possono essere liquidati da

un solo giudice, quello dello Stato dove risiede la persona danneggiata o presunta tale.

Tale orientamento che sembrava consolidato è stato rimesso in discussione dalla

sentenza della Cassazione (dC) 31677 del 2015 in cui si afferma che per i reati di

diffamazione commessi a mezzo internet sia normalmente impossibile stabilire il luogo

del commesso reato, che in quanto reato di evento, la diffamazione si consuma nel

momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono le espressioni ingiuriose e che non è

sempre possibile l’individuazione dei soggetti che leggono l’articolo diffamatorio. Ne

consegue che se è individuabile il luogo in cui è avvenuta una parte dell’azione (l’ultima

individuabile) è colà che si determina la competenza territoriale per il giudizio -> luogo di

perfezionamento della fattispecie di reato. Quanto poi all’identificazione del colpevole di

diffamazione online e quindi l’accertamento della responsabilità per il reato di

diffamazione commesso a mezzo web, la sentenza dC 8824 del 2011 ha chiarito che essa

può avvenire senza dubbi attraverso l’indirizzo IP, che ha un pò la stessa funzione delle

impronte digitali, nell’individuazione del dispositivo usato dal soggetto agente per

postare l’annuncio denigratorio, ribadita nella successiva 34406 del 2015. Nella sentenza

8275 del 2016 la Cassazione ha ritenuto inidonea a configurare un ragionevole dubbio

l'astratta possibilità ipotizzata dall’imputato del cosiddetto furto d’identità, e cioè che un

terzo del tutto imprecisato avesse sfruttato la rete wireless per postare lo scritto

diffamatorio. E’ stato quindi ritenuto sufficiente che il messaggio provenisse dall’indirizzo

IP dell’utenza telefonica dell’abitazione dell’imputato. Sul versante della responsabilità e

sul trattamento da riservare all’editoria online l’orientamento giurisprudenziale non è

univoco -> la sentenza della Corte d’appello di Roma nel 2001 si è pronunciata su un caso

di diffamazione via internet negando la possibilità di estendere in malam partem

all’edizione telematica del quotidiano le responsabilità previste dalla legge penale per il

direttore responsabile dell’edizione cartacea. Mentre la sentenza 553 del 2006 del

31

Tribunale di Aosta sostenne che la posizione del direttore responsabile di una testata

cartacea e quella di chi gestisce un blog è identica anche se la coincidenza di figure non

viene formalizzata abitualmente dal punto di vista semantico. Altre sentenze si sono

susseguite per negare l’equiparabilità e quindi distinguere le colpe: diffamazione e

omesso controllo. La Cassazione nella sentenza 35511 del 2011 ha dichiarato che non

sono responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, service provider, hosting

provider a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio

diramato. Ai siti internet e ai blog non è applicabile in via di analogia la disciplina giuridica

sulla stampa, come ricorda la Cassazione nella sentenza 24018 in cui si stabilisce che di

eventuali contenuti diffamatori non sono colpevoli gli autori degli articoli se si dimostra

che tale aggiunta è stata apposta da terzi. Il Tribunale di Messina in una sentenza del

2014, pur escludendo la responsabilità del direttore di una testata telematica per omesso

controllo ha ravvisato una responsabilità per non aver tempestivamente rimosso il

commento dal contenuto diffamatorio. La sentenza 31392 del 2008 dC ha asserito che i

requisiti della rilevanza sociale, verità obiettiva e continenza della forma espositiva,

dettati dalla sentenza-catalogo 5259 del 1984 devono essere rispettati anche da chi

diffonde informazioni tramite internet. La diffamazione online è un ipotesi di

diffamazione aggravata perchè commessa con altro mezzo di pubblicità rispetto alla

stampa -> giornale telematico tertium genus tra stampa e altri mezzi di pubblicità. In

materia di sequestro delle testate online registrate la sentenza 12536 del 2016 ha

stabilito che un blog può essere sottoposto a sequestro anche se colui che ne cura e

pubblica i contenuti è un giornalista iscritto all’Ordine. Il sito va oscurato per far cessare

le conseguenze dannose delle condotte illecite già poste in essere dall’imputato e per

evitare la reiterazione di ulteriori reati della stessa specie. Già nel 2015 la Cassazione con

la sentenza 31022 ha affermato che gli altri nuovi mezzi di manifestazione del pensiero

telematici non hanno le stesse garanzie costituzionali relative al sequestro della stampa

come i giornali online professionali. Il sequestro preventivo di una pagina web può essere

disposto imponendo al fornitore di servizi in rete di rendere inaccessibile la risorsa,

mentre il giornale online registrato non può essere sottoposto a sequestro preventivo se

non nelle ipotesi previste dall’articolo 21 della Costituzione -> si supera la sentenza

10594 del 2014 che non prevedeva per gli spazi comunicativi sul web la tutela

dell’articolo 21 della Costituzione. Ma non è possibile oscurare un intero sito per un

singolo post diffamatorio che finirebbe per violare il diritto dei blogger di manifestare il

proprio pensiero, e quello degli utenti ad essere correttamente informati. Il

provvedimento interdittivo del giudice può intervenire solo quando il blog ha in sé una

potenzialità offensiva non occasionale. Applicando l’articolo 275 del codice di procedura

penale si può sequestrare solo quanto strettamente pertinente al reato, quindi sarà

legittimo il sequestro preventivo di un intero dominio internet solo quando risulti

impossibile con adeguata motivazione in merito, l’oscuramento di un singolo file o

frazione del dominio stesso. La Cassazione nella sentenza 21489 del 2012 ha dichiarato

illegittimo il sequestro preventivo del sito internet che pubblica intercettazioni già note

poiché apparse sui quotidiani cartacei nazionali. In internet si è reso necessario attivare

meccanismi per scongiurare il rischio di anarchia nei comportamenti e impunità anche

per chi agisce 32

nell’anonimato. Infatti la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza 64569 del

2013 ha statuito che multare un sito d’informazione per non aver censurato i commenti

offensivi anonimi postati dai lettori è giustificato e non viola la libertà d’espressione in

quanto sono gli unici che potevano impedire o cancellare i commenti in questione. La

sentenza 22933 dC ha affrontato il file sharing: chi carica immagini o video lesivi

dell’altrui reputazione su un sito di file sharing commette il reato di diffamazione stata la

volontà consapevole del soggetto volta a diffondere e divulgare i suddetti file. La

divulgazione per essere penalmente rilevante deve avvenire con almeno due persone.

Inoltre la diffamazione può avvenire con qualsiasi mezzo compreso quello telematico. Va

da sè che la rete offre una piattaforma divulgativa assai vasta e quindi, il fatto di poter

raggiungere una vasta platea di soggetti, costituisce un’aggravante. Dottrina e

giurisprudenza sono concordi nel ritenere che la diffamazione sui social network debba

essere considerata diffamazione aggravata paragonabile a quella a mezzo stampa. La

sentenza dC 8328 del 2016 ha affermato che anche la diffusione di un messaggio

diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca FB integra un ipotesi di diffamazione

aggravata ai sensi dell’articolo 595 comma terzo del codice penale poichè ha

potenzialmente le capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone (e ne

racchiudono di partenza un numero apprezzabile) sia perchè per comune esperienza

l’utilizzo di FB integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti

socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto

interpersonale. La sentenza 24431 del 2015 dC ha chiarito che anche se la parte offesa ha

impostato meccanismi di difesa della privacy, rendendo visibile la bacheca FB solo agli

amici, la condotta di chi posta un contenuto offensivo sulla bacheca altrui integra

comunque il reato di diffamazione aggravata, poiché quel messaggio ha comunque la

capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone (la rete di amicizie di FB è

ritenuta capace di amplificare l’offesa in ambiti sociali allargati e concentrici). Di tale

reato (offese via FB), per la sua natura astratta configurabile come diffamazione

aggravata da un mezzo di pubblicità, si deve occupare il tribunale monocratico e non il

giudice di pace. Non scatta il reato di diffamazione aggravata se l’utente si limita a

condividere i post offensivi in un gruppo FB mettendoci di suo solo un commento critico

privo di insulti (stabilito dalla sentenza 3981 del 2016) -> la condotta materiale non

evidenzia oggettivamente alcuna adesione agli insulti postati da altri (commento non

diffamatorio). E’ lecito l'uso di coloriture e iperboli, toni aspri e polemici, linguaggio

figurato o gergale purche tali modalità espressive siano proporzionate e funzionali

all’opinione o alla protesta. Si va incontro a condanna per diffamazione anche se si

denigra su FB un gruppo di persone costituenti un collegio (es. un ordine professionale) o

una persona senza nominarla direttamente (sempre che sia individuabile a parte di un

numero anche limitato di persone). Se il post incriminato viene cancellato, il soggetto

leso può comunque far valere i propri diritti in tribunale o tramite fotografia o tramite

una riproduzione meccanica della pagina in cui era visibile tale testo diffamatorio nei suoi

confronti, o avvalendosi di uno o più testimoni che potranno dichiarare quanto hanno

visto, specificando nella maniera più dettagliata possibile il contenuto del testo e il suo

autore. La giurisprudenza recente si mostra ormai corposa anche per quanto riguarda

altri reati commessi mediante l’utilizzo dei social network. Insultare e inviare messaggi

minatori su FB alle stesse persone può integrare gli estremi del reato di stalking entrato a

far parte dell’ordinamento penale italiano mediante il decreto legislativo 11/2009 ->

33

introduce il reato di atti persecutori, il quale punisce chiunque con condotte reiterate,

minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di

paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo

congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo

stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Come stabilito dalla Cassazione nella

sentenza 21407 del 2016 anche l'azione commessa sui social può rientrare nella strategia

persecutoria messa in atto e concorrere a far scattare le misure di protezione. Si risponde

di reato di molestie anche chi posta sulla pagina pubblica di FB messaggi molesti (quindi

qualsiasi circostanza di episodio di molestia anche a distanza con l'utilizzo di social

network). FB va considerato luogo aperto al pubblico, luogo virtuale aperto all'accesso di

chiunque utilizzi la rete e quindi luogo in cui si può configurare il reato di cui articolo 660

del codice penale (molestie o disturbo alle persone). Si commette reato di pornografia

contattare minorenni sotto falso nome con richieste di amicizia e prospettando l’ingresso

nel mondo dell’alta moda, basta un post offensivo (comportamento irrispettoso verso il

proprio lavoro, perdita della fiducia alla base del rapporto lavorativo) su FB per essere

licenziati in tronco senza diritto a preavviso, ecc. Sempre più frequenti sono i casi di furti

d’identità in rete e creazione di falsi profili sui social network -> la Cassazione con la

sentenza 25774 del 2014 ha stabilito che chi crea un falso profilo associato all'immagine

altrui, a sua volta associata a un nickname di fantasia e a caratteristiche personali

negative, commette il reato di sostituzione di persona. Creare un falso account su FB e

molestare qualcuno nascondendosi dietro l’anonimato non protegge l’autore dall’essere

sanzionato anche se il Codice penale non prevede reato specifico di divieto di fake (falso

profilo). Sebbene non sia reato sanzionabile penalmente la creazione di falsi account FB,

tuttavia le regolee di quel social network sono chiare: non possono essere creati account

falsi, nel qual caso la società cui fa capo quel social network potrebbe denunciare i falsi

utenti per violazione delle regole contrattuali, ma non ci sarebbe nessun profilo

penalistico. Mentre è reato utilizzare l’account falso per molestare altri utenti. L’articolo

494 del codice penale infatti afferma “chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un

vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo

illegittimamente la propria all'altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome,

o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se

il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino a un

anno”. Invece è lecito il comportamento del datore di lavoro che crea un falso profilo FB

per controllare gli atti illeciti di un dipendente attenendosi a un modo di accertamento

dell’illecito del lavoratore non invasivo nè induttivo all’infrazione (stabilito dalla sentenza

10955 del 2015 dC). La sentenza 22 del 2016 del Giudice per l’udienza preliminare del

Tribunale di Vallo della Lucania ha chiarito che gli amministratori di un gruppo FB non

sono in grado di operare controllo preventivo sulle affermazioni che gli utenti immettono

in rete, pertanto rispondono di diffamazione solo se ricorre sotto il profilo soggettivo una

responsabilità concorsuale commissiva ovvero omissiva di tipo morale, la cui prova deve

essere rigorosamente fornita dall’ufficio di Procura. Scivoloso è infine il terreno

dell’utilizzo delle fotografie sui social network: chi pubblica contenuti IP su FB non ne

cede la proprietà che resta in capo all’utente, ma solo la licenza non esclusiva. 34

I terzi non posso utilizzare le fotografie postate senza rispettare il diritto morale e

patrimoniale dell’autore (sentenza 12076 del Tribunale di Roma del 2015). E’ possibile

accedere al contenuto e condividerlo sullo stesso o altri SN che abbiano ottenuto tale

autorizzazione di condivisione perchè si evince la fonte di provenienza del contenuto e

quindi l’autore che l’ha pubblicato per primo ma non si può diffondere tale contenuto in

altri modi senza il preventivo consenso dell’autore perchè si violerebbero i diritti

d’autore (contenuti coperti da copyright). Nella sentenza si legge: “pur non essendo

astrattamente condivisibile l’affermazione secondo la quale la mera pubblicazione di una

fotografia nella pagina personale di un SN, in specie FB, non costituisce, di per sè, prova

della titolarità dei diritti di proprietà intellettuale su quel contenuto, tuttavia tale

elemento, in mancanza di altre emergenze probatorie di segno contrario (es. indicazione

sulla fotografia del nome di un terzo quale fotografo), può assurgere a presunzione

grazie, precisa e concordante della titolarità dei diritti fotografici in capo al titolare della

pagina del SN nella quale sono pubblicate. La cassazione ha puntualizzato che FB

rappresenta una piattaforma telematica aperta a tutti e come tale, la sua idoneità a

diffondere quanto tutti vi versano ha raggiunto un livello notoriamente così elevato da

esonerare la necessità di valutazione del concreto pericolo. Per quanto riguarda la

fattispecie di diffamazione commessa via email la sentenza 39400 del 2012 dC ha

dichiarato che non è punibile l’autore della diffamazione se questa è compiuta in ragione

di uno stato d’ira ovvero dopo una provocazione. La sentenza 8011 del 2013 dC ha

chiarito che l’email è diffamatoria solo se viene diffusa a una pluralità di persone. Mentre

un sms riservato non è diffamazione anche quando offende un terzo (22853 2014 dC).

3. Responsabilità dell’internet service provider (Isp): le considerazioni sin qui svolte

mostrano le difficoltà di individuare e differenziare le responsabilità di coloro che

agiscono in rete. Non è chiaro infatti se come responsabili della distribuzione,

divulgazione, pubblicizzazione, detenzione o cessione a terzi debbano intendersi

esclusivamente gli autori dei materiali della immissione in rete dei dati illeciti (content

provider), o anche i proprietari di infrastrutture di telecomunicazioni (network provider),

i fornitori di accessi (access provider) ed i fornitori di servizi (service provider).

L’affermazione secondo cui ciò che è illegale offline lo è anche online non esplica

sufficientemente la responsabilità rispetto agli altri soggetti operanti in rete e afferma

l’esclusiva punibilità del produttore di contenuti. Le enormi potenzialità diffusive di

internet amplia la gamma dei possibili illeciti fino a ricomprendere fattispecie assai

diverse tra loro. Dalla violazione delle norme sul diritto d’autore, alle lesioni dei diritti

della personalità (onore e reputazione), dalla violazione delle norme sull’ordine pubblico

a quelle sul buon costume, dalla violazione della privacy alla concorrenza sleale, ecc. La

responsabilità dell’Isp può essere riconducibile a tre figure: responsabilità come autore

del reato (quando l’Isp divulga in rete i contentuti illeciti), responsabilità concorsuale

(l’Isp ha consapevolmente fornito l’accesso a dati illeciti da altri immessi in rete,

rendendosi complice di un reato commesso per via telematica), responsabilità

dell’omissione del controllo finalizzato all’impedimento di eventi illeciti (tutte le volte che

l’Isp non impedisce l’evento illecito perchè non controlla liceità dei contenuti immessi nel

server da lui gestito). Lo scopo di queste delimitazioni è da una parte individuare un

soggetto responsabile delle violazioni commesse da un qualsiasi utente sul suo server,

dall’altra ancorare il giudizio di responsabilità all’accertamento di una colpa dell’autore

35

illecito. Da un lato la diffusivi del mezzo comunicativo e la sua facile accessibilità rendono

agevole la produzione di lesioni gravi a terzi che escono garanzie idonee ad evitare che la

rete si trasformi in uno spazio senza regole ove tutto è possibile senza conseguenze,

dall’altro è necessario attribuire agli Isp un regime non troppo gravoso di responsabilità

per evitare di ridurne l’attività.

• USA: esiste la responsabilità diretta, indiretta (di chi ha solo controllo) o di concorso

colposo. L’orientamento americano è di responsabilizzare sempre di più l’Isp una

volta volta venuto a conoscenza dell’illecito ma di escludere ogni obbligo di

sorveglianza sui contenuti del suo server.

• UK: si configura solo la responsabilità diretta dell’Isp. Esso è considerato, inoltre,

responsabile per materiale prodotto da terzi solo se esegue normalmente una

funzione di controllo e monitoraggio dei contenuti dei propri utenti.

• Germania: si incorre in responsabilità se si è a conoscenza del materiale illecito sul

proprio server, se si ha a disposizione gli strumenti tecnici per evitare la diffusione, se

si può attendere un intervento dell’Isp per impedire la diffusione di tale materiale ma

non si è fatto nulla.

• Olanda: esclude la responsabilità se non si ha alcun controllo sul materiale

pubblicato. Orientamento alla limitazione della responsabilità dell’Isp alla sola

partecipazione diretta alla fattispecie criminosa.

• Francia: non si riconosce l’obbligo di controllo dell’Isp sul contenuto dei siti, ma se ne

afferma la responsabilità attribuendo un valore decisivo al consenso da lui prestato al

mantenimento dell’anonimato da parte dei fornitori di contenuti (l’anonimato

genera la sua responsabilità nei confini dell’obbligo generale di prudenza e diligenza -

> per tutelarsi devono obbligare all’informazione, effettuare vigilanza diligente e

attuarsi all’azione in caso di contenuti lesivi).

• Italia: non sussiste obbligo di vigilanza del provider sui contenuti veicolati tramite i

suoi siti, viso che è un’impossibilità tecnica controllare ogni contenuto vista la

quantità e la possibilità di modificarli dell’utente. La storica sentenza del Tribunale di

Roma del 1998 esclude in maniera chiara la responsabilità dell’Isp che si limita a

mettere a disposizione degli utenti lo spazio virtuale del sito. Non può escludersi la

colpa se dal rapporto tra operatore neutro e utente fornitore dei contenuti risulta

palese che quest’ultimo intende utilizzare il sito per la commissione di un’illecito ->

responsabilità concorsuale. Il decreto legislativo 70/2003 afferma che i fornitori di

servizi sono esonerati da ogni responsabilità nella misura in cui limitano il loro ruolo a

quello di trasmettitori tecnici e allorquando, venuti al corrente di illeciti, si attivino

per rimuovere le informazioni o per disabilitare l’accesso alle medesime. Le norme

europee sugli hosting provider affermano responsabilità delle informazioni fornite

agli utenti solo se non intervengono per rimuoverle dopo essere stati messi al

corrente di un’illecito. Il prestatore di un servizio di posizionamento su internet

(caching provider) è responsabile solo se non si attiva per impedire l’accesso ad un

certo contenuto a seguito dell’ordine ricevuto dall’autorità giudiziaria o se, avendo

avuto 36

modo di verificare il carattere illecito di un’informazione, non denuncia il fatto. La

corte d’Appello di Milano nella sentenza 29 del 2015 ha stabilito che le piattaforme di

video-sharing non sono direttamente responsabili della pubblicazione da parte degli

utenti di video coperti dal diritto d’autore ma sono tenute a rimuoverli in presenza di

sensazioni qualificate, puntuali e circoscritte.

4. La tutela del diritto d’autore in internet: la tutela del diritto d’autore in rete è

controversa e problematica da affrontare. Da una parte esiste la possibilità di distribuire

e scambiare agevolmente contenuti grazie ai nuovi canali digitali, dall’altra esiste il

rischio che questi scambi avvengano a discapito dei titolari dei diritti su quei contenuti. Il

contemperamento di opposti interessi di autori e utenti costituisce, anche nella rete, il

principio cui deve ispirarsi la normativa in tema di diritto d’autore. La riposta a livello

normativo prevede nuovi accordi internazionali e opera di armonizzazione. La tendenza è

quella di inserire nuove tipologie di opere tra quelle protette, rafforzare i diritti di

esclusiva, creare nuovi strumenti di tutela e restringere le prerogative riservate agli

utenti. La direttiva europea 2001/29 armonizza alcuni aspetti del diritto d’autore e dei

diritti connessi nella società dell’informazione con il fine di incoraggiare lo sviluppo

dell’information technology e a contribuire alla regolamentazione del fenomeno

internet. Tale direttiva ha introdotto il “copyright telematico” -> gli Stati membri devono

assicurarsi che i ilari dei diritti possano chiedere un provvedimento inibitorio nei

confronti degli intermediari i cuoi servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto

d’autore o diritti connessi. Per quanto riguarda le violazioni attraverso internet, i servizi

degli intermediari possono infatti essere sempre più utilizzati da terzi per attività illecite e

in molti casi sono proprio gli intermediari i più idonei a porre fine a dette attività illecite.

La direttiva 2004/48 ha oggetto aspetti sanzionatori e rimedi giurisdizionali in tema di

tutela dei diritti di proprietà intellettuale armonizzando le normative nazionali dei Paesi

comunitari. Si è introdotta nella legge sul diritto d’autore una disposizione in tema di

ripartizione dell’onere della prova che riguarda la possibilità per il titolare dei diritti di

richiedere alla controparte, in determinate circostanze tramite il giudice, informazioni

utili a individuare tutti i soggetti coinvolti nella violazione. La direttiva 2009/140 ->

“Telecom Package”: interventi in tre tappe verso gli utenti che abusivamente scaricano

file protetti dal diritto d’autore. La prima tappa è un’email di avviso all’utente,

successivamente viene inviata una raccomandata cartacea e infine alla terza volta che

l’utente cade in un comportamento illegittimo viene invitato a comparire davanti a un

giudice il quale deciderà se applicare una multa o la disconnessione forzata. Vediamo

ora, considerate le normative europee, come si è mosso il nostro ordinamento nazionale

in materia. Si è individuato nell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, il soggetto

più competente cui assegnare un’azione tecnico operativa di prevenzione ed

accertamento delle violazioni della disciplina del diritto d’autore, contemperando gli

interessi degli autori stessi ma anche quelli dei consumatori/utenti, oltre che di garantire

la corretta fruizione dei contenuti sulle reti di comunicazione elettronica. L’Agcom deve

comunque coordinarsi con il SIAE. Il decreto legislativo 70/2003 prevede la possibilità per

l’autorità amministrativa avente funzioni di vigilanza, al pari di quella giudiziaria, di

esigere che il prestatore di servizi impedisca o ponga fine alle violazioni commesse. Si

esclude da un lato la sussistenza in capo agli Isp di un generalizzato obbligo di vigilanza

sulle informazioni trasmesse o memorizzate sulla propria rete, dall’altro però precisa che

tale disposizione non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici secondo le

37

ordinanze emesse dalle autorità nazionali. L’Autorità, in quanto autorità amministrativa

dotata di poteri di vigilanza è legittimata all’intervento in tempo ragionevole nei riguardi

dei gestori di siti internet sui quali dovessero essere ospitati contenuti digitali coperti da

copyright senza autorizzazione del titolare (impregiudicato l’intervento dell’autorità

giudiziaria). Non si richiede agli Isp alcuna verifica preventiva ma accertata la violazione

può esser chiesto di non trasportare più quei contenuti (ordine del giudice o di Agcom).

La mancata rimozione del contesto da parte del provider determina una responsabilità

nella contraffazione dei diritti di proprietà intellettuale e come tale sanzionabile. La

responsabilità dovrà essere ripartita fra i diversi soggetti in ragione del grado di

consapevolezza e volontarietà della condotta posta in essere. Il ruolo dell’Agcom nella

protezione del diritto d’autore è stato ridefinito dal decreto Romani che ha inserito nel

TU dei servizi di media audiovisivi e radiofonici l’articolo 32-bis “Protezione dei diritti

d’autore”. La competenza dell’Autorità in materia di copyright è esclusa nel caso scambio

di file generati da privati, evitando quindi di limitare la manifestazione di valori

costituzionalmente tutelati come la libertà di espressione e la libera manifestazione del

pensiero (tutelata e incoraggiata). Ma i siti gestiti da privati ma intesi a favorire l’accesso

non autorizzato di materiale protetto da copyright, rientra nelle generali competente

dell’autorità. La delibera 668/2010/CONS affronta le competenze dell’Agcom nel

perseguimento di violazioni del diritto d’autore nei settori della tv, internet e

telecomunicazioni. Prevede un sistema di cancellazione e inibizione di siti internet

sospettati di violare il diritto d’autore e istituisce in particolare un procedimento in

quattro punti che può terminare con la cancellazione dei contenuti da parte della stessa

Autorità o con l’inibizione su ordine dell’Autorità di un determinato sito. La successiva

delibera 398/2011/CONS ha ripiegato poi su uno schema di segnalazione dell’autorità al

provider con raccomandazioni di rimozione del contenuto ed eventuale multa in capo ai

gestori del dominio web in caso di inadempienza. La delibera 680/2013/CONS è un

regolamento in materia di diritti d’autore sulle reti di comunicazione elettronica che

favorisce lo sviluppo dell’offerta legale di opere digitali e la loro corretta fruizione

spiegando le procedure per l’accertamento da parte dell’Autorità delle violazioni

commesse sulle reti di comunicazione elettronica. L’Autorità ha la facoltà di archiviare gli

atti oggetto di un’istanza se non sussiste alcuna violazione e, nel rispetto dei criteri di

sequenzialità, proporzionalità e adeguatezza, ordinare ai prestatori di servizi di impedire

o porre fine alla violazione commessa. L’Autorità stabilisce i tempi e i modi per la

rimozione delle opere o la disabilitazione dell’accesso al sito. Prima dell’adozione di

qualsivoglia ordine, i prestatori di servizi, i gestori dei siti internet e gli uploader possono

rimuovere spontaneamente l’opera oggetto di violazione. E’ interessante fare riferimento

anche all'apporto di fonti non regolamentari, private e del mondo industriale -> soluzioni

tecniche che permettono la protezione dei contenuti, quali sistemi di gestione dei diritti

digitali o sistemi di acceso condizionato, ma anche iniziative volte a favorire la diffusione

della cultura e il riuso delle opere d’ingegno come le creative commons. Lo sviluppo e la

ricerca tecnologica hanno permesso di sviluppare strumenti di autotutela tecnologica che

permettono ai titolari di diritti d’autore di operare un controllo sulla diffusione dei

contenuti e assicurano uno sfruttamento economico 38

anche attraverso i canali distributivi digitali. La disciplina attuata si riconduce alla più

generale regolamentazione comunitaria in materia di misure tecnologiche di protezione,

siano esse di controllo dell’accesso o delle modalità di utilizzo. Sebbene l’utilizzo di

sistemi tecnologici di tutela (es. incompatibilità piattaforme) rappresenti un efficace

deterrente nei confronti delle violazioni del diritto d’autore, si evidenziano alcune

criticità che necessiterebbero di interventi regolativi (es. preclusione di accesso al

mercato). Al di là delle soluzioni volte alla restrizione di accesso ed uso dei contenuti, si

possono sottolineare iniziative rilevanti volte a favorire la circolazione e l’utilizzo delle

opere d’ingegno secondo modalità alternative di concessioni d’uso -> creative commons:

licenze definite sulla base di combinazioni di alcuni diritti che vengono riservati come

attribuzione (impiego dell’opera a patto di citare l’autore in ogni utilizzo), uso non

commerciale (preclude lo sfruttamento per scopi commerciali), condivisione allo stesso

modo (vincolo di mantenere l’opera derivata accessibile secondo la stessa licenza),

divieto di opere derivate (distribuzione dell’opera senza alterazioni, si impedisce la

creazione di opere derivate).

• Caso peppermint: la società discografica peppermint aveva citato in via d’urgenza

telecom italia chiedendo la comunicazione dei dati necessari all’identificazione di

coloro che avevano fruito di brani musicali evadendo il diritto d’autore. Il Tribunale di

Roma dà ragione a peppermint sulla base della tutela del diritto d’autore fino

all’intervento del Garante privacy per garantire la protezione dei dati personali. Il

Tribunale di Roma ha poi accolto le istanze del Garante rigettando i corsi della

società. Il valore della tutela della privacy è fondamentale prevalente sugli altri

compreso il diritto d’autore, i dati personali possono essere trattati senza consenso

degli altri solo per azioni giudiziarie penali. A livello europeo, per casi simili, è sorta

una dottrina giuridica secondo cui gli Stati membri, nella discrezionalità offerta loro

dalla legislazione comunitaria, devono aver cura di fornire un equilibrata

regolamentazione, contemperando i contrapposti interessi in gioco, entrambi

riconosciuti come diritti fondamentali della Carta dei diritti dell’Unione.

• Sequestro sito pirate bay: i giudici hanno ritenuto i gestori del sito come concorrenti

nel areato di violazione del diritto d’autore posto in essere dall’utente finale che

realizza il downloading.

• Oscuramento dei contenuti pubblicati su youtube: il Tribunale di Roma ha accolto la

richiesta cautelare di mediaset di oscuramento dei contenuti pubblicitari

illecitamente caricati su youtube relativi alla trasmissione televisiva grande fratello.

Lo stesso Tribunale ha poi respinto il ricorso di youtube. Siamo nel 2010.

• Mediaset vs google: nel 2011 il Tribunale di Roma stabiliva che i provider non sono

responsabili per i contenuti caricati dai loro utenti. Quindi in merito al ricorso di

mediaset contro google perché un portale avrebbe effettuato lo streaming di patite

di calcio del campionato di serie A trasmesse dai canali mediaset. In seguito a notifica

a google il contenuto violato era stato rimosso ma non esisteva violazione del diritto

d’autore da parte della piattaforma web.

• Google news: si è sostenuto che le modalità con cui si da visibilità ai contenuti

giornalistici nel portare google news amplifica le capacità di un editore online di

attrarre utenti ma prevede anche un abuso di posizione dominante di google (sulla

scelta degli articoli da mostrare) con effetti distorsivi sul mercato

39

dell’intermediazione pubblicitaria online. Un editore che avesse deciso di non

rendere i propri contenuti disponibili su google news, essi sarebbero stati esclusi

anche dal motore di ricerca google web research (e quindi avrebbero dovuto

rinunciare agli introiti pubblicitari che la consultazione produce). Google web

research è determinate per la capacità di un sito web di attrarre visitatori. Si è

contestato a google la forza di leadership detenuta nella fornitura di servizi di ricerca

online. Google non è stata dichiarata scorretta ma ha preso comunque impegni

dando agli editori maggior potere nel decidere se far pubblicare o meno gli articoli su

google news e rendere note le quote di ripartizione dei ricavi del sistema pubblicità

online.

• Break e Kewego: il Tribunale di Roma ha condannato la piattaforma digitale

americana break e quella francese kewego a risarcimento danni a favore di mediaset

per l’abusiva diffusione di video estratti dai programmi mediaset. Si è stabilita inoltre

responsabilità civile di chi pubblica contenuti caricati dagli utenti e tratti dai

programmi televisivi. Non ci si può avvalere dell’esenzione di responsabilità di cui

godono gli hosting provider perchè queste piattaforme sono aggregatori che utilizza i

contenuti messi a disposizione del pubblico per alimentare il propio business ha ruolo

attivo (ruolo passivo dell’intermediari tecnico non attribuibile). Le attività di

ottimizzazione e promozione di dati e informazioni degli utenti di internet fanno

perdere al provider il requisito di neutralità, non ci si può avvalere dell’esenzione di

responsabilità (come stabilito anche dalla direttiva 2003/31/CE in cui l’hosting attivo

deve rispondere dell’attività illecita dell’utente tutte le volte in cui opportunamente

informato delle violazioni dei diritti dal titolare di essi omette di attivarsi per

impedire il protrarsi dell’attività illecita).

[nel 2016 in Italia, Google e la Federazione italiana editori giornali hanno siglato un accordo

strategico triennale di collaborazione volto a promuovere un approccio innovativo per la

stampa italiana nell’era digitale. Google si impegna a riconoscere il valore economico dei

contenuti che viaggiano in rete e mette a disposizione le sue piattaforme per favorire la

diffusione delle notizie nell’interesse di giornalisti, editori e utenti. Il tutto con condivisione

di ricavi tra Google e gli editori che aderiranno all’intesa. La tecnologia monitorerà le

violazioni di copyright e permetterà a Google di rimuovere automaticamente i contenuti

diffusi illecitamente]

CAPITOLO SETTIMO: diritto all’oblio, cancellazione e contestualizzazione delle notizie in

rete

1. Oblio, cancellazione e contestualizzazione: concetti dinamici. I dati personali sono

diventati una risorsa strategica per molte imprese che sviluppano il proprio business sulla

raccolta, aggregazione e analisi dei dati dei propri clienti, attuali e potenziali. Le

informazioni in rete su ciascuno di noi rappresentano ormai la valuta dell’attuale mercato

digitale e c’è chi le ha già ribattezzate il petrolio dell’economia digitale. Google e gli altri

motori di ricerca setacciano il web e aggregano contenuti prodotti da altri, indicizzandoli

secondo criteri algoritmici. Anche quando i siti-sorgente sono messi offline, c’è sempre

una versione in cache e quindi i dati in essi contenuti sono in qualche modo recuperabili.

40

Sulla permanenza in rete di informazioni che ci riguardano si gioca il nostro spazio di

libertà, tutela dell’identità digitale e autodeterminazione informatica. Oggi la tecnologia

consente di raccogliere una quantità sterminata di dati, il che aumenta i rischi per i diritti

degli individui e per il nostro io elettronico. Il diritto all’oblio è una delle frontiere mobili

della tutela di quei diritti e si sta affermando progressivamente in Europa pur con

difficoltà applicative -> diritto ad essere dimenticati, diritto alla riservatezza, diritto

all’identità personale (diritto a vedersi rappresentati in modo da riflettere la propria

attuale dimensione personale e sociale, e di conseguenza a non essere rappresentati in

maniera non più corrispondete a quella. Il concetto di diritto all’oblio rivoluziona l’uso

della memoria collettiva -> l’informazione immessa nella rete è resa accessibile dai

motori di ricerca così: immediatamente, universalmente, per sempre, inesorabilmente.

La proiezione dell’identità dell’individuo nell’infosfera e nel cyberspazio sfugge al suo

potere di autodeterminazione. Il profilo è ricostruito con l’aggregazione della molteplicità

dei dati personali disseminati in rete.

2. Capisaldi giursprudenziali europei per motori di ricerca e siti-sorgente: la Convenzione

europea del 1950 garantisce la libertà d’espressione e riveste gli archivi web dei giornali

di valore storico e centrale per la società democratica -> rimuovere qualsiasi articolo

dell’archivio di un sito web equivale a censura. Tale imposizione è stata completamente

ribaltata dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea C-131/12 del 2014

che ha riconosciuto il diritto all’oblio. Si è attribuito a Google e ai gestori dei motori di

ricerca la qualifica di responsabili del trattamento dei dati personali, con il conseguente

obbligo di indicizzare i link contenuti nella relativa pagina web, a richiesta del titolare di

quei dati. L’attività dei colossi del web ha dunque una sua rilevanza autonoma:

localizzare le informazioni pubblicate o messe online da terzi, indicizzarle in maniera

automatica, memorizzarle temporaneamente e metterle a disposizione degli utenti di

internet secondo un determinato ordine di preferenze sono operazioni che costituiscono

un trattamento di dati personali. I giudici europei hanno valutato decisivo il fatto che

l’accessibilità per gli utenti alle informazioni in rete avvenga sulla base di dati trattati

secondo i protocolli decisi dal motore di ricerca. La critica a questo fatto sorge nel

momento in cui si considera il potere discrezionale dei motori di ricerca e di chi li

controlla a tracciare la linea di confine tra diritto all’informazione e diritto alla privacy.

Sarebbe decisamente più rassicurante per le tutele dei cittadini se la valutazione dei

singoli casi spettasse all’Autorità giudiziaria o alle Autorità di controllo. Nella sentenza si

stabilisce che il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco dei

risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona,

dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa

persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o

simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche

quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sè lecita -> la rimozione del link

dal motore di ricerca non comporta alcun obbligo per i siti-sorgente ai quali i link

rimandano, e che posso decidere come gestire i dati personali in loro possesso senza il

consenso del titolare. La relativa pagina può dunque essere mantenuta visibile sui singoli

siti di informazione, ove conservi la sua attualità, l’interesse del motore di ricerca di

perseguire il suo business e l’interesse dei terzi ad essere informati. Gli interessati

possono eventualmente agire in parallelo per ottenere anche dagli editori di quei siti web

41

la cancellazione delle informazioni che li riguardano. L’accoglimento della richiesta

formulata al motore di ricerca

comporta solo il delinking o delisting (cancellazione del link contenuto nella striscia che

compare come riposta all’interrogazione e che rinvia al sito-fonte dove la notizia o

informazione è concretamente accessibile). Si pone dunque una dialettica interessante

tra il diritto dell’informazione e la deindicizazzione -> l’indicizzazione di una notizia con il

passare del tempo può divenire non più pertinente alle finalità che ne hanno giustificato

l’indicizzazione, pertanto ogni suo ulteriore trattamento diventa illegittimo. Subito dopo

la sentenza del 2014 Google è stata subissata di richieste di rimozione di link: sta

gradualmente ottemperando a quest’obbligo sulla base di valutazioni specifiche caso per

caso. Google comunica ai siti-fonte l’avvenuta deindicizzazione limitatamente alle

richieste accolte, ciò però simile i siti-fonte a tornare ad occuparsi di quell’argomento e

quindi a riattualizzare il link facendo in modo che sorgano delle finalità per reindicizzare il

link. Un meccanismo perverso. Chiariamo i punti cruciali di tale svolta giurisprudenziale:

• Il riconoscimento del diritto all’oblio si traduce nel diritto alla rimozione dei link

catalogati dai motori di ricerca e non delle informazioni di base contenute nei siti

sorgente. L’azione di Google è unilaterale: i siti-sorgente che subiscono l’oblio non

possono obiettare e la discrezionalità del motore di ricerca nel valutare le richieste di

cancellazione dei link è totale.

• La domanda di rimozione dei link va inoltrata al motore di ricerca compilando il

modulo online di Google dando prova dell’autorizzazione legale. Non è una

procedura simile a quella della “notifica e rimozione” che sussiste nei casi di

violazione dei diritti d’autore, quindi non c’è nessun fondamento normativo e

nessuna forma di difesa in capo al soggetto che ha pubblicato il contenuto

“incriminato”.

• Il diritto all’oblio vale solo per i contenuti inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti o

eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati. L’informazione va

rimossa solo se l’impatto sulla privacy dell’individuo prevale sul diritto del pubblico di

sapere dimostrando che il permanere di quel link che ci riguarda crea pregiudizio

sociale e lavorativo. Il motore di ricerca opera poi una valutazione caso per caso sulla

base di criteri di bilanciamento tra diritto dell’interessato alla privacy e alla dignità

personale e diritto all’informazione da parte degli utenti -> Google precisa che il

diritto all’oblio non può trasformarsi nel diritto dei potenti di cancellare il proprio

scomodo passato. A questo punto ci si può rivolgere al Garante della privacy che

richiama i diritti fondamentali per la quale il diritto alla protezione dei dati personali

prevalgono sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca e sull’interesse

pubblico.

• E’ una sentenza della Corte di giustizia dell’UE, quindi l’eventuale rimozione dei link

riguarda solo l’Europa. Ma, nel caso soprattuto dei siti “.com” possibile che la

deindicizzazione sfori il territorio europeo. Google comunque ha deciso che chi

interrogherà il motore di ricerca da un Paese diverso, continuerà a leggere al notizia

in versione integrale.

3. Sentenze nazionali sul diritto all’oblio: 42

• Tribunale di Roma 2015 (23771): un avvocato aveva richiesto che Google rimuovesse

14 link che risultano a proprio nome riferenti a una passata vicenda giudiziaria del

2012-2013 conclusasi senza che fosse mai stata pronunciata una condanna a suo

carico. La richiesta è stata rigettata perchè i dati erano da ritenersi ancora recenti e di

interesse pubblico. Si è ribadito che il diritto all’oblio non può sfociare in una

richiesta di tutela per eventuale diffamazione, in quel caso bisogna rivolgersi al sito-

sorgente.

• Cassazione 2014 (27535): condannato civilmente a un risarcimento danni il Codacons

(associazione di consumatori) per aver pubblicato sul propio sito un comunicato dal

titolo “il grande tranello “ che riportava la notizia dell’apertura di un’inchiesta

giudiziaria ma non dell’avvenuta assoluzione degli imputati. E’ necessario che un

testo in internet venga costattemtne aggiornato per seguire gli sviluppi della vicenda

e che siano quindi rintracciabili gli esiti di essa, pena diffamazione.

• Cassazione 2012 (5525): si introduce l’obbligo di aggiornamento continuo delle

notizie da parte degli archivi online dei giornali accogliendo il ricorso di un cittadino

che lamentava la permanenza nei motori di ricerca di una notizia giudiziaria a suo

carico (arresto) anche dopo l’esito processuale favorevole (assoluzione).

• Tribunale di Ortona 2013: condanna del direttore del quotidiano online primadanoi.it

per aver mantenuto in rete troppo a lungo un articolo corretto, veritiero e non

diffamatorio relativo a una vicenda penale in cui era coinvolto un ristorante della

zona e i suoi proprietari affermando che il tempo trascorso era sufficiente perché le

notizie potessero soddisfare gli interessi pubblici. Il ricorso alla Cassazione ha

confermato l’impostazione dei giudici di Ortona (controtendenza della sentenza).

• Tribunale di Milano 2013 (5820): imposta addirittura la cancellazione di un articolo

dall’archivio online di un giornale e stabilità la condanna dell’editore al risarcimento

del danno morale. I dati non erano risultati essere del tutto veri e inoltre non c’era

interesse pubblico dato il tempo passato.

• Cassazione 2013 (16111): se manca l’interesse attuale alla conoscenza della notizia

prevale il diritto all’oblio rispetto al diritto di cronaca. In tema di diffamazione a

mezzo stampa, il diritto del soggetto a pretendere che le proprie passate vicende

personali siano pubblicamente dimenticate trova il limite nel diritto di cronaca solo

quando suscita un interesse effettivo ed attuale alla loro diffusione, nel senso che

quanto accaduto recentemente trovi diretto collegamento con quelle vicende e

quindi si rinnova l’attualità. Diversamente si incorre in un’illecita lesione del diritto di

riservatezza. Il caso specifico vedeva il recupero di una notizia di un uomo arrestato

in quanto apparente a un gruppo terroristico accostata al ritrovamento di un

arsenale di armi appartenente alle Brigate Rosse. Il richiamo a quell’ex brigatisti non

era pertinente e si è accolta la richiesta del soggetto a non essere più accostato dai

media a fatti di terrorismo.

• Tribunale di Roma: in diverse sentenze ha affermato che la ripubblicazione di un fatto

di cronaca nera a fini promozionali costituisce diffamazione a mezzo stampa (pena

risarcimento), la rappresentazione di un danno di cronaca nera dopo anni può essere

legittimo in fatto di manifestazione del pensiero e diritto di cronaca nell’osservanza

dei limiti di verità e continenza ma la riproduzione di vicende attinenti alla vita

privata del condannato può ledere il diritto all’oblio dei familiari (sia in attualità che

43

per vicende passate). Il tutto per mancato interesse pubblico attuale e per inidoneità

al legittimo esercizio del diritto di cronaca.

• Cassazione 1998: i requisiti di attualità della notizia e dell’interesse sociale alla sua

divulgazione rappresentano una delle principali discriminati tra il legittimo esercizio

del diritto di cronaca e il riconoscimento del diritto all’oblio. Pertanto la citazione in

giudizio di un uomo verso un settimanale sostenendo di essere stato leso dalla

divulgazione di fatti lontani nel tempo e soprattutto superati è stata accolta in

quanto il giornale avrebbe dovuto quanto meno mostrare l’esistenza di nuovi fatti

tali da giustiziare un rinnovato interesse pubblico per le vicende passate.

• Cassazione 2009 (45051): ha condannato Bruno Vespa per diffamazione per non aver

impedito nel corso di una puntata di PaP dedicata all’omicidio di Alberica Filo della

Torre che andasse in onda un servizio in cui si è accostato in via retrospettiva ipotesi

investigative e meri sospetti senza precisare che tali ipotesi/sospetti sono rimasti

privi di riscontro (non è consentito).

[obbligo di contestualizzare le informazione per ricostruire correttamente le vicende

storiche sulla base dei principi di attualità, pertinenza e interesse pubblico. Nessuna censura

quindi per ciò che attiene a notizie di condanne che non possono essere spazzate via dalla

rete. Semplicemente occorre completare la notizia iniziale con la sintesi dell’esito. I fatti di

cronaca devono sempre rimanere disponibili negli archivi dei siti di informazione ma al fine

di salvaguardare l’attuale e aggiornata identità digitale dei soggetti coinvolti, le singole

testate sono tenute a ricollegare (tramite link) la notizia originaria alle informazioni

pubblicate in seguito concernenti l’evoluzione della vicenda. Diritto all’oblio come diritto di

contestualizzare le notizie al fine di fornire una corretta e aggiornata rappresentazione della

realtà, funzionale al diritto dei cittadini ad essere correttamente informati. Il diritto all’oblio,

da una parte tende a salvaguardare il riserbo imposto dal tempo a una notizia già divulgata

in precedenza e diventa di dominio pubblico, configurandosi quindi come una declinazione

del diritto alla riservatezza; dall’altra interagisce con l’identità personale del oggetto

destinata a modificarsi nel tempo e si oppone alla ripubblicazione di una notizia che lo

riguardi relativa a un passato lontano che potrebbe trasmettere all’opinione publica

un’immagine vecchia e alterata. Diritto all’oblio -> giusto interesse di ogni persona a non

restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua

reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia che in passato era stata legittimamente

pubblicata]

4. Pronunce del Garante della privacy:

• Due provvedimenti gemelli (434-2012; 31-2013): gli archivi giornalistici online devono

essere sempre aggiornati e, su richiesta dell’interessato, all’articolo originario devono

essere aggiunte note o link che possano fornire un quadro completo della vicenda. Il

Garante ha ordinato che un gruppo editoriale aggiornasse alcuni articoli nell’archivio

storico online su vicende riguardanti i ricorrenti. 44

• 604-2014: diritto del ricorrente a vedere indicizzate correttamente le informazioni

riguardanti una sua vicende giudiziaria conclusa positivamente tramite link diretto.

• 152-2016: nessun diritto all’oblio può essere concesso all’ex terrorista protagonista

di fatti di cronaca che mantengono intatto il loro spessore storico anche a distanza di

decenni. Parliamo di reati particolarmente gravi che rientrano tra quelli indicati nelle

Linee guida sull’esercizio del diritto all’oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti

privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono

essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione die dati, pur nel

rispetto di un esame caso per caso.

• 82-2016: respinta l’istanza di un altro ricorrente che chiedeva che il reato commesso

in passarono venisse più divulgato di canali di informazione. Il Garante ha rigettato il

ricorso perchè pur trattandosi di una vicenda passata, gli ancora recenti sviluppi

processuali della stessa hanno rinnovato l’attualità della notizia che ha ancora

interesse pubblico (considerando anche la rilevanza sociale della professione del

ricorrente). Inoltre ha rigettato anche la richiesta di cancellazione dei dati

identificativi dall’articolo in quinto comporterebbero incompletezza della notizia.

• L’autorità nel 2006 ha invitato i motori di ricerca ad aggiornare periodicamente i dati

in rete per evitare la gogna perpetua. Nel 2008 l’autorità ha imposto di adottare

misure tecniche per evitare che i motori di ricerca possano estrarre in automatico

dagli archivi dei giornali tutti i dati personali che vi sono contenuti. L’autorità nel

2009 ha affermato che rispetto a persone note i mezzi di informazione beneficiano di

margini più ampi nella pubblicazione di dati e notizie, in particolare nella misura in

cui la loro conoscenza assuma un rilievo sul loro ruolo e sulla loro vita pubblica.

CAPITOLO OTTAVO: gli organismi di controllo

1. Autorità indipendenti: gli epocali mutamenti tecnologici hanno evidenziato la necessità di

tutelare i mercati/settori emergenti e in costante espansione. Soprattuto il mercato delle

comunicazioni e il settore dell’informazione. Il legislatore ha disposto l’adozione di una

figura amministrativa in grado di favorire e controllare i settori più importanti e delicati

con un modello di matrice anglosassone incentrato sull’affermarsi delle Autorità

amministrative indipendenti -> enti od organi pubblici creati al fine di garantire

un’esigenza di autonomia e imparzialità in settori economici e sociali nevralgici. Sono

dotate di sostanziale indipendenza dal Governo, caratterizzate da autonomia

organizzatoria, finanziaria e contabile, e dalla mancanza di controlli e di soggezione al

potere di direttiva dell’esecutivo, fornite di garanzie di autonomia della nomina

(procedure particolari), nei requisiti soggettivi (requisiti soggettivi e competenze tecniche

specialistiche) e nella durata delle cariche dei vertici (con garanzie di inamovibilità). Esse

svolgono una funzione di regolamentazione e tutela di interessi di rilievo costituzionale

che vengono in rilievo in settori e materie nei quali il contemperamento degli opposti

interessi si presenta particolarmente delicato. Ciò spiega l’attribuzione di un’ampia

autonomia che consente a tali organismi di svolgere in modo imparziale la propria

attività, evitando pericoli di condizionamento da parte del potere politico, del potere

economico o di gruppi di pressione. Le Autorità indipendenti hanno inoltre potestà

normativa, sanzionatoria e di risoluzione e aggiudicazione di conflitti, sono caratterizzate

da un regime particolare di incompatibilità e da peculiari regole di garanzia introdotte

45

per scongiurare interferenze. Accanto alle funzioni principali, le AI svolgono funzioni

ausiliari e come quelle consultive e di segnalazione. Si distinguono Autorità garanti

(organismi che svolgono funzioni di tutelare i diritti costituzionalmente più rilevanti) e

Autorità di regolazione (esercitano la funzione di tutelare gli interessi relativi soprattutto

all’aspettativa dei privati di fruire servizi di buona qualità e quindi alla tutela dei

consumatori e alla tutela della concorrenza). Manca una legge generale sulle Autorità

indipendenti, si richiama quindi:

• 59/1997 che promuove il decentramento e assegnazione di compiti di regolazione e

controllo ad apposite Autorità indipendenti.

• 205/2000 che menziona i provvedimenti adottati dalle Autorità amministrative

indipendenti (riforma).

• 104/2010 che elenca le materie attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice

amministrativo.

• 122/2010 che razionalizza i costi e le funzioni delle Autorità indipendenti.

• 6/2015 che della il governo al riordino delle Autorità indipendenti.

Tra i principali organismi di controllo nel settore delle comunicazioni individuiamo: Autorità

per le garanzie nelle comunicazioni, Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la

vigilanza dei servizi radiotelevisivi, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, i

Comitati regionali per le comunicazioni, il Garante della privacy, il Ministero dello sviluppo

economico (ente a cui sono state trasferite le funzioni del soppresso Ministero delle

Comunicazioni). A ciascuno dei suddetti organi sono state attribuite specifiche funziona ma

non sempre il riparto è avvenuto in modo tale da evitare sovrapposizioni.

2. Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom): istituita dalla legge Maccanico nel

1997 (249). Al pari delle altre autorità risponde del proprio operato direttamente al

Parlamento che ne ha stabilito i poteri, definito lo statuto ed eletto i componenti. Ha i

compiti di garantire la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i

consumi di libertà fondamentali dei cittadini. E’ un’Autorità convergente: il legislatore ha

infatti inteso attribuire ad un unico organismo funzioni di regolamentazione e vigilanza

nei settori delle telecomunicazioni, dell’audiovisivo, dell’editoria e

anche delle poste. La sua sede principale è a Napoli mentre a Roma c’è una sede

operativa. Gli organi sono: Presidente, Commissione per le infrastrutture e le reti,

Commissione per i servizi e i prodotti, Consiglio. Ogni commissione è organo collegiale

costituito dal Presidente dell’Autorità e da due commissari. Il Consiglio è composto dal

Presidente e quattro commissari. E’ un modello nuovo e particolare. Contempla una serie

di garanzie riguardanti sia gli operatori che gli utenti. I primi sono garantiti attraverso:

attuazione della liberalizzazione nel settore delle telecomunicazioni (regolamentazione,

vigilanza e risoluzione delle controversie), razionalizzazione delle risorse nel settore

dell’audiovisivo, applicazione della normativa antitrust nelle comunicazioni e verifica di

eventuali posizioni 46

dominanti, gestione del registro unico degli operatori di comunicazione, tutela del diritto

d’autore nel settore informatico ed audiovisivo. I secondi sono tutelati attraverso:

vigilanza sulla qualità e sulle modalità di distribuzione dei servizi e dei prodotti,

risoluzione delle controversie tra operatori e utenti, disciplina del servizio universale e

predisposizione di norme a salvaguardia delle categorie disagiate, tutela del pluralismo

sociale/politico ed economico nel settore della radiotelevisione. Il tutto cresce con la

continua innovazione tecnologica. Uno dei cardini dell’attività dell’Agcom è proprio la

tutela e promozione della concorrenza nei mercati delle comunicazioni dove era molto

forte la tradizione del monopolio. Sono stati necessari interventi per la liberalizzazione e

per correggere le distorsioni presenti sul mercato. Per esempio ha disposto il riequilibrio

tariffario tra telefonia fissa e mobile, gestisce l’assegnazione delle frequenze, ecc. Ha

avuto un ruolo importante nel passaggio al digitale incentivando la tecnologia come

mezzo per aprire spazi a nuovi soggetti deconcentrando rispetto a Rai e Mediaset. Ma

una maggior quantità di proposte immesse sul mercato non devono pregiudicare la

qualità del servizio: l’Autorità verifica anche le modalità di distribuzione dei prodotti e la

trasparenza delle comunicazioni rivolte al pubblico per garantire i diritti degli utenti di

beneficiare in modo positivo di queste accresciute possibilità offerte dalla tecnologia e

concorrenza. Si assicura la prestazione dei servizi essenziali a tutti gli utenti, attraverso

anche l’intervento nelle controversie tra cittadini e operatori. Dopo aver disciplinato il

mercato si è ceduto il passo a una più intensa attività di vigilanza e di risoluzione delle

controversie. Compito dell’Autorità è però soprattutto assicurare la prestazione dei

servizi essenziali a tutti gli utenti e di garantire la salvaguardia del pluralismo informativo.

Si è quindi definito un fondo di contribuzione apposito in cui tuti gli operatori sono

obbligati a partecipare per tutelare le fasce più deboli e si è elaborato un complesso

sistema di monitoraggio per controllare le trasmissioni (ed intervenire eventualmente

tempestivamente in caso di violazione delle norme di legge in materia di pubblicità,

obblighi di programmazione, pluralismo politico e sociale, tutela dei minori). Le discipline

che si devono rispettare cercano di mediare fra le esigenze degli operatori e quelle degli

utenti, le violazioni sono punite con sanzioni pecuniarie. Dal 2006 è entrato in vigore un

nuovo modello organizzativo per rispondere con efficacia ed immediatezza alle esigenze

del mercato e dei consumatori -> da un’organizzazione per funzioni ad una per materie. Il

nuovo regolamento pone al vertice il Segretario generale il cui ruolo costituisce lo snodo

giuridico ed istituzionale tra l’operato delle unità organizzati e le funzioni di indirizzo e

controllo del Presidente e degli organi collegiali. Il Segretario generale risponde infatti

agli organi dell’Autorità del complessivo funzionamento, del rendimento e dell’efficienza

delle strutture curando la programmazione, la pianificazione ed il controllo strategico,

tenuto conto delle priorità e degli indirizzi stabiliti dagli organi collegiali. Il Segretario

generale ha funzioni relative alle relazioni internazionali e comunitarie. Al Consiglio sono

state trasferite le competenze di decidere in materia di conflitto di interessi, di diritti

audiovisivi sportivi, tutela del consumatore, servizi postali, pluralismo informativo e

parcondicio e di sondaggi. L’Agcom con la delibera 88/2016 ha dettato “Modifiche al

regolamento concernete l’organizzazione e il funzionamento dell’Autorità” stabilendo

che il Presidente ha la rappresentanza esterna dell’Autorità, comunica le decisioni

assunte dagli organi collegiali ed esprime orientamenti degli stessi, convoca le riunioni

degli organi collegiali e ne coordina il lavoro, vigila sull’attuazione delle deliberazioni,

presenta la relazione annuale al Parlamento e cura i rapporti con l’UE e istituzioni

47

internazionali. In caso di assenza o impedimento del Presidente le sue funzioni sono

assunte temporaneamente dal Commissario che abbia la maggiore anzianità per elezione

(e di età). I Comitati regionali per le comunicazioni (1997) sono organi funzionali che

assicurano lo svolgimento dei compiti di governo, di garanzia e di controllo del sistema

delle comunicazioni di rilevanza locale. Sostituiscono i Comitati regionali radiotelevisivi.

Sono composti da 5 membri esperti nel campo delle comunicazioni. Hanno compiti legati

a specifiche esigenze regionali e funzioni delegati dall’Autorità. Il Consiglio Nazionale

degli Utenti (1997) esprime pareri e formula proposte all’Autorità, al Parlamento e al

Governo per la tutela dei diritti dei cittadini in materia di comunicazione. Il

comportamento di tutti coloro che prestano la propria attività in Autorità è regolato da

un Codice etico ed è sottoposto al controllo del Comitato Etico. Per garantire la massima

correttezza amministrativa e contabile ci si appoggia alla Commissione di garanzia. La

valutazione della performance è affidata invece al Servizio di controllo interno

(organismo indipendente). La recente delibera 276/2013 “Linee guida in materia di

risoluzione delle controversie tra utenti ed operatori di comunicazioni elettroniche”

disciplina le controversie inerenti al mancato rispetto delle disposizioni relative al servizio

universale ed ai diritti degli utenti finali stabiliti dalle norme legislative, dalle delibere

dell’Autorità, dalle condizioni contrattuali e dalle carte dei servizi. Il Regolamento

prevede, in caso di controversia, un primo tentativo di conciliazione trame i Comitati

regionali per le comunicazioni. In caso di esito negativo ci si può rivolgere all’Autorità. Ciò

non può avvenire se sono decorsi più di 6 mesi dalla data di conclusione della procedura

di conciliazione e/o se per il medesimo oggetto e tra le stesse parti sia stata già adita

l’Autorità giudiziaria. Durante la definizione della controversia si possono richiedere

provvedimenti temporanei.

3. Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi

radiotelevisivi: nota anche come Commissione di vigilanza Rai, è una commissione

parlamentare bicamerale istituita nel 1975 con lo scopo di sorvegliare l’attività del

servizio televisivo e radiofonico nazionale e pubblico italiano. I rappresentanti della

Commissione sono eletti dall’intero Parlamento (40 membri scelti pariteticamente dai

Presidenti di Camera e Senato in maniera da assicurare una rappresentanza

proporzionale di tutti i gruppi parlamentari). C’è quindi un’apertura del controllo del

servizio pubblico all’opposizione ma è un controllo totalmente politico della tv pubblica -

> l’informazione indipendente e libera non risulta assicurata. Alla Commissione di

vigilanza Rai spettano funzioni di indirizzo rispetto alla società concessionaria del servizio

pubblico radiotelevisivo e di vigilanza sull’attuazione di tale indirizzo, ha competenze in

materia di accesso al mezzo radiotelevisivo da pare di organismi collettivi portatori di

interessi socialmente rilevanti, ha funzioni in materia di comunicazione politica e di parità

di accesso ai mezzi di informazione, esprime un commento sul contratto di servizio

triennale stipulato tra il Ministero dello Sviluppo Economico e Rai, da un parere sulle

modifiche dello statuto Rai, è concessionaria del servizio radiotelevisivo pubblico, redige

la Relazione annuale alle Camere sull’attività, ecc. La nomina del Presidente della Rai-

Radiotelevisione italiana spa è efficace solo il parere della Commissione (2/3) -> fino a

che lo stato avrà partecipazioni Rai potrà influenzare la composizione dei 48

suoi organi con la scelta dei candidati grazie alla Commissione (es. anche per il consiglio

d’amministrazione). La Commissione procede alla propria costituzione eleggendo tra i

suoi componenti il presidente, due vicepresidenti e due segretari. La Commissione è

rinnovata totalmente all’inizio di ogni legislatura. La rappresentanza di tutti i gruppi

parlamentari al suo interno assicura il principio del pluralismo nella programmazione di

cui effettua indirizzo alla Rai. La legge 220 del 2015 di Riforma della Rai e del servizio

pubblico radiotelevisivo ha sottratto alla Commissione di vigilanza il potere di nomina sei

consiglieri d’amministrazione della tv di Stato e ha rivisto le sue competenze in materia.

4. Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm): nota anche come Antitrust

istituita nel 1990 ha il compito di assicurare la libera concorrenza e il corretto

funzionamento del mercato. Composta dal Presidente e da due membri nominati dai

Presidenti delle Camere tra le persone di notoria indipendenza appartenenti a categorie

quali per esempio professori universitari e magistrati. Ha i compiti di vigilanza contro gli

abusi di posizione dominante, vigilanza su intese e/o cartelli che possano risultare lesivi

o restrittivi per la concorrenza, controllo delle operazioni di concentrazione che

superano un certo valore, tutela del consumatore in materia di pratiche commerciali

scorrette e pubblicità ingannevole, valutazione e sanzionamento dei casi di conflitto di

interesse dei componenti del Governo. Ha poteri di procedere ad istruttorie o indagini

conoscitive che possono concludersi con diffida o sanzioni amministrative. Può

emettere provvedimenti cautelari per la tutela di interessi generali. Presenta

annualmente una Relazione al Presidente del Consiglio dei ministri sulla situazione

concorrenziale in Italia, esprime pareri sulle norme che regolano il mercato, segnala le

situazioni distorsive della concorrenza. Il Presidente convoca le riunioni dell’Autorità e

ne vigila il lavoro e l’attuazione delle delibere della stessa. Ha rappresentanza esterna e

ha rapporti con le istituzioni dell’UE e internazionali. In caso di assenza o impedimento

del Presidente le sue funzioni sono assunte temporaneamente dal componente con

maggiore anzianità nell’ufficio (e di età). Il Segretario proposto dal Presidente al

Ministro dello Sviluppo Economico può essere scelto tra soggetti che rivestono un ruolo

importante in materia (professori, magistrati, ecc). Sovrintende al funzionamento degli

uffici e ne risponde al Presidente. Assicura la sua collaborazione ai componenti

dell’Autorità per lo svolgimento dei loro compiti. Le Direzioni Generali dell’Autorità sono

tre: DG per la concorrenza, DG per la tutela del consumatore, DG amministrazione.

5. Comitati regionali per le comunicazioni: dal 1997 sostituiscono i Comitati regionali

radiotelevisivi. Sono organi di consulenza, garanzia e gestione della Giunta e del

Consiglio Regionale in materia di comunicazione e media locali. Sono organi funzionali

all’Autorità. Composti da 5 membri esperti nel settore della comunicazione. Finanziati

dalle regioni e dall’Agcom. Hanno funzioni legate a specifiche esigenze regionali e per

l’espletamento di funzioni che devono essere esercitare nel rispetto dei criteri fissati

dall’Autorità stessa. Il Regolamento ad hoc prevede che i Comitati esercitino funzioni

prove conferite dalla legge e funzioni delegate di governo, garanzia e controllo locale

del sistema di comunicazioni. Svolgono funzioni di vigilanza, controllo, consultive,

gestionali e funzioni istruttorie in materia di controversie in tema di interconnessione e

accesso alle infrastrutture di telecomunicazioni. L’Agcom delega loro funzioni istruttore

49

anche in materia di controversie tra ente gestore del servizio di telecomunicazioni e

utenti privati (preventivo tentativo di conciliazione).

6. Ministero dello Sviluppo Economico: è l’organo cui sono state demandate le funzioni un

tempo svolte dal Ministero delle Comunicazioni ed attualmente in capo al dipartimento

per le Comunicazioni inerenti l’espletamento di competenze in materia di indirizzo

politico relativamente allo sviluppo di reti multimediali e telematiche al passo con la

nuova tecnologia, nonchè funzioni nel settore postale, dell’editoria, delle comunicazioni

elettroniche e della radiodiffusione sonora e televisiva. Aree funzionali: comunicazioni e

tecnologie dell’informazione, piano nazionale di ripartizione delle frequenze, servizi

postali e bancoposta, produzioni multimediali, tecnologie dell’informazione, rilascio dei

titoli di abilitazione all’esercizio dei servizi radioelettrici, determinazione dei requisiti

tecnici di apparecchiature e alle procedure di omologazione, accreditamento dei

laboratori di prova, rilascio delle autorizzazioni ad effettuare collaudi, installazioni,

allacciamenti e manutenzione. Il Ministro si articola in uffici centrali di livello dirigenziale

generale (Segretariato generale e 5 Direzioni generali) e in ispettorati territoriali di

livello dirigenziale non generale. Le competenze erano disciplinate dal Regolamento di

organizzazione del Ministero delle Comunicazioni. Il decreto legge 85 del 2008 ha

trasferito ufficialmente le funzioni del Ministero delle Comunicazioni con le inerenti

risorse finanziarie, strumentali e di personale al Ministero dello Sviluppo Economico.

Comprende gli ambiti delle attività produttive, del commercio internazionale, delle

comunicazioni e delle politiche di coesione ed è l’amministrazione di riferimento per i

settori portanti dell’economia italiana sia per la promozione e sviluppo della

competitività del sistema produttivo nazionali sia per l’armonizzazione e il monitoraggio

del mercato interno. Ha competenze in materia di programmazione, coordinamento,

attuazione e verifica degli interventi per lo sviluppo e la coesione economica, sociale e

territoriale. Pone in essere politiche di supporto alla competitività delle grandi imprese

nei settori strategici, provvede alle politiche dei distretti industriali, allo sviluppo per

l’innovazione tecnologica, agli interventi di reindustrializzazione e riconversione dei

settori di aree industriali colpite da crisi. Attua politiche di sviluppo industriale, elabora

linee di politica energetica, coordina attività di interventi nei settori

energetico/minerario, si occupa di telecomunicazioni, commercio internazionale,

promozione e tutela della proprietà industriale, monitoraggio ed azioni di contrasto al

fenomeno della contraffazione e tutela della proprietà intellettuale. L’ultimo

regolamento prevede 15 uffici di livello dirigenziale generale coordinati da un Segretario

generale che assicura il coordinamento dell’azione amministrativa, provvede

all’istruttoria per l’elaborazione degli indirizzi e dei programmi di competenza del

Ministro, coordina gli uffici e le attività del Ministero, vigila sulla loro efficenza e

rendimento e ne riferisce periodicamente al Ministro. 50

[Regolamento per l’attuazione di direttive comunitarie nel settore delle telecomunicazioni:

l’installazione, l’esercizio e la fornitura di reti di telecomunicazioni, nonché la prestazione

dei servizi ad esse relativi e accessibile al pubblico sono attività di preminente interesse

generale il cui espletamento si fonda su: libra concorrenza e pluralità dei soggetti operatori,

51

rispetto degli obblighi di fornitura del servizio universale, tutela degli utenti e la loro libertà

di scelta tra i servizi forniti dai diversi operatori, rispetto della vigente normativa in materia

di tutela della salute pubblica]

7. Garante per la protezione dei dati personali: a seguito dell’obbligo europeo di dotarsi di

un’autorità garante per la protezione dei dati personali (95/46/CE), l’Italia ha adempiuto

con la legge 675 del 1996 e seguenti con il riordino del settore in materia di protezione

dei dati personali e l’istituzione di questo organo. I compiti del Garante per la protezione

dei dati personali sono definiti dal codice in materia di protezione dei dati personali

(decreto legislativo 196/2003) e altre fonti normative nazionali e comunitarie. Il Garante

interviene in tutti i settori, pubblici e privati, nei quali occorre assicurare il corretto

trattamento dei dati e il rispetto dei diritti fondamentali delle persone (es. banche,

giornalismo, lavoro, ordini professionali, sanità, ecc). Si occupa anche di controllare che i

trattamenti dei dati personali siano conformi alle leggi ed eventualmente segnalare ai

responsabili le modifiche da adottare per rispettare la conformità; esaminare

segnalazioni e reclami; disporre il blocco del trattamento dei dati personali che per la

loro natura possono rappresentare rilevante pregiudizio per l’interessato; adottare

provvedimenti previsti dalla normativa in materia; promuovere la sottoscrizione dei

codici di deontologia e di buona condotta in vari ambiti; segnalare al Governo la

necessità di adottare provvedimenti normativi nel settore; formulare pareri richiesti dal

Presidente del Consiglio o da ciascuno ministro in materia; predisporre la relazione

annuale sull’attività svolta e sullo stato di attuazione della normativa sulla privacy da

trasmettere al Parlamento e al Governo; partecipare alle attività comunitarie ed

internazionali di settore; curare la tenuta del registro dei trattamenti; curare

l’informazione e la sensibilizzazione dei cittadini in materia dei dati personali nonchè

sulle misure di sicurezza dei dati. E’ un organo collegiale composto da 4 membri eletti dal

Parlamento che rimangono in carica per 7 anni (non rinnovabile). L’ufficio del garante, al

quale sovrintende il Segretario generale, è articolato in dipartimenti e servizi. Il codice

della privacy disciplina i casi in cui la gestione dei dati sensibili è autorizzata in quanto

legata prettamente ad attività finalizzate all’interesse pubblico. Vengono disciplinati i tipi

di dati trattabili e le operazioni eseguibili. Definisce le garanzie dei soggetti in ordine al

trattamento dei loro dati sensibili da parte degli operatori dell’Amministrazione Pubblica.

In base al Codice della privacy i dati personali oggetto di trattamento sono trattati in

modo lecito e secondo correttezza; raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti e

legittimi ed utilizzati in altre operazioni del trattamento in termini compatibili con tali

scopi; esatti e aggiornati; pertinenti, completi e non eccedenti rispetto le finalità per le

quali sono raccolti o trattatiM conservati in una forma che consenta l’identificazione

dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per

i quali essi sono stati raccolti e trattati. Si vieta di utilizzare in qualsiasi modo i dati

personali in violazione della disciplina in materia. Il titolare del trattamento deve quindi

attrezzarsi preventivamente per rispettare tale disciplina. Il titolar dve eseguire vari

adempimenti che consentono al Garante e terzi di conoscere esattamente perchè e come

si gestiscono dati sensibili. Tali adempimenti sono semplificati per determinati settori nei

quali la gestione dei dati sensibili è obbligatoria per legge. I dati sensibili sono trattati

previa verifica della pertinenza, completezza e indispensabilità rispetto alle finalità

perseguite. Le operazioni di interconnessione, raffronto, comunicazione e diffusione

sono ammesse soltanto se indispensabili allo svolgimento degli obblighi indicati e per il

52

perseguimento delle finalità di interesse pubblico specificate (comunque nel rispetto

delle disposizioni in materia di protezione dei dati personali).

8. Garante europeo per la protezione dei dati personali: è stato istituito dal regolamento

45/2001 che tra il resto ha stabilito anche i principi in riferimento alla qualità dei dati ed

al loro trattamento, obblighi di informazione, diritti dell’interessato e l’onere, in capo ad

ogni istituzione europea, di dotarsi di un apposito responsabile della protezione dei dati.

Il Garante dura in carica 5 anni ed è nominato a seguito di una decisione congiunta del

Parlamento e del Consiglio, tenendo conto di una lista predisposta dalla Commissione e

derivante da un bando pubblico. Il compito del Garante è quello di garantire il rispetto

del diritto alla vita privata nel trattamento dei dati personali da parte delle istituzioni e

degli organismi UE. Fornisce anche consulenza agli organi UE in materia. Le istituzioni e

gli organismi comunitari sono autorizzati nei limiti stabiliti dalla normativa, a trattare dati

personali relativi all’origine razziale o etnica, alle opinioni politiche, alle convinzioni

religiose o filosofiche o all’appartenenza sindacale e non possono trattare dati inerenti

alla salute o alla vita sessuale della persona a meno che non siano necessari per fini

sanitari. Al fine di garantire l’applicazione delle disposizioni in materia, il Garante opera

con i responsabili della protezione dei dati di ogni istituzione e organismo dell’UE. Il

Garante è la figura precedente alla Corte di giustizia nel caso di denunce sulla violazione

del diritto alla privacy dai cittadini europei.

CAPITOLO NONO: la comunicazione negli enti pubblici

1. Dalla propaganda politica alla comunicazione pubblica: il ritardo culturale dell’Italia

rispetto alla comunicazione pubblica è in parte imputabile all’eredità della propaganda

politica attuata nel regime fascista. Si imbavagliava ogni opinione contraria agli interessi

del regime, qualunque mezzo di comunicazione era monopolizzato dallo stato per

veicolare le ideologie e la propaganda fascista. I canali di comunicazione tra istituzione e

cittadini erano inesistenti, le istituzioni di governo erano chiuse nei confronti dei

cittadini. Qualcuno incolpa anche l’articolo 21 della Costituzione incentrato sulla libertà

di stampa ma privo di qualsiasi riferimento al diritto all’informazione come pubblica

utilità. Almeno fino agli anni 90 la comunicazione istituzionale è stata solo comunicazione

politica, non amministrativa, al punto che le due cose sono state considerate identiche.

La dimensione della comunicazione di pubblica utilità è stata per decenni sacrificata

sull’altare della conquista e del rafforzamento del consenso. Tale equivoco ha una radice

innegabile anche nella partitocrazia che per anni ha albergato in Italia. Sono stati infatti i

partiti politici a gestire la comunicazione pubblica mentre alle pubbliche amministrazioni

si è associata per decenni una dimensione quasi esclusivamente burocratica. I primi

segnali di cambiamento si notarono con il governo Spadolini nel 1981 che creò un

Dipartimento per l’analisi e la verifica del programma di governo e promosse diverse

iniziative in materia di informatizzazione e documentazione. Qualche anno dopo anche

Craxi si mosse per svincolare la politica partitica alla 53

comunicazione istituzionale avviando una forma di dialogo con il cittadino. Nel 1987

venne istituito il Comitato per la comunicazione e l’informazione della Camera dei

deputati per rendere più trasparente il rapporto tra parlamento e cittadini, nel 1988 si

istituì il Dipartimento dell’informazione e l’editoria al quale si delegano i compiti della

direzione generale delle informazioni. Ma è solo negli anni novanta che la comunicazione

iniziò ad essere percepita come una risorsa strategica per modificare quella chiusura

autoreferenziale che costituiva il freno maggiore a qualsiasi intervento innovatore. Il

valore della comunicazione costituisce un elemento portante dell’esercizio del controllo

democratico dei cittadini. Nel 1990 la legge 142 titolava “Ordinamento delle autonomia

locali” che, con successive integrazioni, parlava anche dell’informazione ->

partecipazione, semplificazione dell’azione amministrativa, accesso ai documenti

amministrativi, valorizzazione delle attività di informazione e comunicazione, ecc.

Sostituzione del principio di segretezza degli atti con quello della trasparenza. Si arriva al

decreto legislativo 29/1993 “Razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni

pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego” -> prevedeva

l’obbligatorietà dell’istituzione degli Uffici per le relazioni con il pubblico, ed è stato

integrato da successivi decreti legislativi (80/1998 e 165/2001), strutture di forno office

per garantire trasparenza e diritto d’accesso alla documentazione e ad una corretta

informazione, ma anche di monitoraggio dei bisogni e del livello di soddisfazione

dell’utenza per i servizi erogati. Dal 1994 è partita la direttiva del presidente del consiglio

dei ministri intitolata “Principi sull’erogazione dei servizi pubblici” nella quale si

enunciano i principi fondamentali ai quali deve ispirarsi l’erogazione dei servizi pubblici

da parte delle pubbliche amministrazioni -> eguaglianza, imparzialità, continuità, diritto

di scelta, partecipazione, efficenza ed efficacia. L’informazione circa le modalità di

prestazione agli utenti è un obbligo per i soggetti erogatori e consiste nel rendere note

agli utenti le condizioni economiche e tecniche per l’effettuazione dei servizi, nel

predisporre appositi strumenti di informazione e nel curare la pubblicazione di testi in cui

siano inclusi tutti gli atti che disciplinano l’erogazione dei servizi e regolano i rapporti con

gli utenti. Nella direttiva prende corpo la carta dei servizi (patto tra utenti e PA sulla

partecipazione e controllo della qualità dei servizi), un nuovo strumento per rendere

fluida e trasparente la comunicazione tra istituzioni e cittadini. La direttiva del 1994 è

importante per due motivi: sancii e legittimò ulteriormente il ruolo relazionale dell’URP

grazie all’attribuzione esplicita delle funzioni di ricezione e risposta ai reclami con la

conseguente enfatizzazione della necessità di costituire anche un canale di ritorno

dell’informazione; il patto esplicitato con la carta dei servizi pose al centro del processo

di riforma della pubblica amministrazione la comunicazione intesa in tutta la sua

complessità. Il decreto legge 163/1995 “Misure urgenti per la semplificazione dei

procedimenti amministrativi e per il miglioramento dell’efficienza delle pubbliche

amministrazioni”. Direttiva fondamentale per la definizione di ruoli e strategie delle

strutture di comunicazione è quella del presidente del consiglio dei ministri del 1994

“Principi per l’istituzione ed il funzionamento degli uffici per le relazioni con il pubblico”

che sintetizza il concetto della bidirezionali dei flussi informativi -> l’istituzione veicola

informazioni ai cittadini-utenti, ma anche questi ultimi veicolano informazioni all’interno

della struttura. L’utente è parte integrante della relazione interattiva. Anche le successive

leggi sulla semplificazione amministrativa hanno dato una spinta propulsiva al rapporto

tra cittadini e PA. Di capitale importanza è la legge 150/2000 “Disciplina delle attività di

54

informazione e di comunicazione delle PA” -> il regolamento attuativo di tale legge

determina i titoli di accesso alle attività di informazioni e di comunicazione e individua la

disciplina degli interventi formativi, al fine di introdurre professionalità specialistiche

nelle relazioni tra istituzioni e cittadini e tra istituzioni e media. Con decreti tra il 2001 e il

2002 si è delineato il funzionamento del Dipartimento per l’informazione e l’editoria

come struttura di supporto al presidente del consiglio che opera nell’area funzionale

relativa al coordinamento delle attività di comunicazione istituzionale e delle politiche

relative l’editoria e ai prodotti editoriali e come organo deputato a svolgere compiti in

materia di attività di informazione, pubblicità e documentazione istituzionale e a curare

altresì gli affari relativi all’editoria e alla stampa. Il decreto legislativo 33/2013 riordina in

un corpus normativo unico le diverse disposizioni in materia di obblighi di informazione,

trasparenza e pubblicità da parte delle PA. Trasparenza -> accessibilità totale delle

informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle PA allo scopo di favorire forme

diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle

risorse pubbliche. Per rendere ciò operativo è necessario che sui siti istituzionali le PA

pubblichino e aggiornino costantemente documenti, informazioni e dati concernenti

l’organizzazione e l’attività (es. bilanci dei gruppi politici, incardini amministrativi di

vertice e dirigenziali, concessione di sovvenzioni, concessione di appalti, ecc). Il principio

di massima pubblicità e libera accessibilità dei dati è temperato dalle esigenze di

segretezza e tutela della privacy (es. dati sulla salute, impedimenti per motivi famigliari,

natura delle infermità, ecc). Tra le novità introdotte dal testo di legge anche l’istituzione

del diritto all’accesso civico -> diritto di ciascuno di chiedere gratuitamente documenti,

informazioni o dati di cui sia stata omessa la pubblicazione, tramite richiesta al

responsabile che è tenuto a fornirla entro 30 gg. Ogni ente deve adottare un programma

triennale di trasparenza e nominare il responsabile alla trasparenza che se ne occuperà.

2. Legge 7 giugno 2000 n 150 e dpr 21 settembre 2001 n 422: il quadro normativo fin qui

tracciato ha mutato radicalmente lo schema relazionale tra PA e cittadino evidenziando

l’esigenza di ampliare ed elevare professionalmente gli spazi dell’informazione e della

comunicazione istituzionale, cioè di quelle attività finalizzate a diffondere la conoscenza

degli ambiti operativi e delle funzioni riguardanti la PA e a promuoverne l’immagine e la

visibilità (non in chiave meramente propagandistica). Non sono attività di carattere

divulgativo ma bidirezionali -> promozione dell’ente ma anche controllo dell’operato. Il

tutto grazie alla trasparenza. Anche il trattato di Maastricht del 1992 invita ogni stato a

garantire l’accesso al pubblico delle informazioni di cui dispongono le istituzioni. L’Europa

è uno spazio di scambio e di crescita, alimentato da libertà e pluralismo di informazioni,

basato sui principi di trasparenza e dell’accesso, e si auspica che ciò si attui anche un ogni

Stato. Le PA sono sempre più citizen oriente con un modello che è passato da piramidale

e rigido a un modello pluricentrico e pluralista, di tipo dialogico e decentrato, fondato su

una struttura a rete. La legge 150/2000 “Disciplina delle attività di informazione e di

comunicazione delle PA”: approdo del disegno di legge Frattini-DiBisceglie. Attuata poi

con il regolamento attuato del dpr 422/2001 recante norme per l’individuazione dei titoli

professionali del personale da utilizzare presso le PA per le 55


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in comunicazione per l'impresa, i media e le organizzazioni complesse (Facoltà di Economia, di Lettere e Filosofia e di Sociologia) (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 123prince123 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto della comunicazione per le imprese e i media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Razzante Ruben.

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