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fedele, che magari stia più tempo nei talk show. L’effetto finale è una progressiva dequalificazione

del giornale stesso. Allora è possibile che su 100.000 giornalisti in Italia, non ce ne sia uno più

bravo? !

La libertà dei direttori non c’è. Se fa cazzate con l’editore, non viene assunto altrove. I direttori non

possono troppo alzare la cresta o andare contro a capi. La mancanza di ricambio dei direttoriporta

a un’incapacità di innervare con linfa nuova le strutture redazionali. Il pubblico dovrebbe essere

maggiormente ascoltato. Tutto questo non c’è nei giornali, nelle tv, qualcosa si sta cercando di fare

in Rai, ma il coinvolgimento degli utenti è ancora pari a 0. !

Il problema serio è che sono editori a dettare la linea. Se non sono liberi neanche i direttori, i

giornalisti sono ancora meno liberi. Ai giornalisti arrivano dictat stringenti: si rendono conto di dover

accettare questi dictat. !

I giornalisti non sono liberi per 3 ragioni: !

ragione di mercato: l’offerta giornalistica è eccedente rispetto alla domanda delle aziende. Ci

• sono sempre più aspiranti giornalisti, sempre meno posto di lavoro giornalistico. Il cosiddetto

coltello dalla parte del manico ce l’hanno gli editori, che possono sfruttare il lavoro giornalistico

perché tanto ce ne sono fuori un sacco. Se il giornalista chiede un aumento, il giorno dopo c’è

qualcuno disposto a guadagnare poco; se dissente, il giorno dopo lo sostituiscono ecc. Agli

editori della qualità dell’informazione importa fino a un certo punto: interessa il lavoro quasi di

copia-incolla che ormai si fa su internet. Il giornalista che ha bisogno di guadagnare è costretto

ad accettare per la legge di mercato. Già questo è un elemento di scarsa libertà. !

commistione con pubblicità: ormai c’è sempre meno pubblicità su giornali e tv. Gli introiti

• pubblicitari si riducono. Quei pochi inserzionisti hanno sempre più valore contrattuale —> prima

che il capo redattore mandi un suo giornalista a seguire l’assemblea annuale della banca X, gli

vengono date informazioni precise. La dittatura degli inserzionisti, che dettano al giornale la linea

di condotta, è una sorta di ricatto (se no sospende le entrate pubblicitarie). !

il giornalista spessissimo non conosce i suoi diritti e doveri perche la deontologia la studia

• ma poi la dimentica. Per esempio il giornalista non sa che potrebbe opporsi all’editore in mille

modi perché glielo dice il contratto, la deontologia o l’ordine dei giornalisti. La prima causa della

mancanza di libertà dei giornalisti è la spontanea rinuncia alla propria libertà da parte dei

giornalisti, che non vedono l’ora di schierarsi, assumere una posizione negli studi televisivi, che

vengono considerati solo in base alla loro idea politica. I giornalisti fanno più facilmente carriera

rinunciando spontaneamente alla loro libertà, alla loro deontologia !

Alla base della libertà c’è il pluralismo. Noi pensiamo che con tutte queste ostruzioni elencate ci

• sia la possibilità di avere un sano pluralismo che non sia un bilanciamento tra opposte fazioni? E’

difficile. La nostra libertà passa attraverso la piena consapevolezza di quei condizionamenti.

Capire questi condizionamenti ci apre gli occhi. !

La rete ha altri problemi.!

La rete questi elementi di scarsa libertà non li ha in questo modo: ha altri problemi. I motori di

ricerca seguono linee diverse dagli autori. La politica difficilmente imbriglierà la rete: i problemi

della rete sono altri. Nella carta stampata e nella rete il nostro grado di libertà dipende da quanto

siamo vaccinati da questo tipo di condizionamenti. Il nostro livello di libertà è scarsa per una

scarsa consapevolezza di questi 4 condizionamenti; la seconda ragione per cui noi siamo meno

liberi è che siamo bombardati dalla disinformazione. Il bombardamento è una tecnica specifica

di manipolazione del pubblico. Cioè la disinformazione per inondazione —> io ti stordisco di

pillole informative, saturo il tuo spazio di attenzione e soprattutto saturo i tuoi spazi nel senso che

non ti rimane spazio di verificare e approfondire e farti 1 opinione consapevole. Questo ci rende

meno liberi di conoscere la libertà, di formarci un’opinione consapevole su fatti e informazioni.

Questo è un altro limite che in parte accomuna i media tradizionali e i media nuovi. In internet però

c’è una logica orizzontale —> possiamo interloquire. Quindi gli spazi di libertà nei media

tradizionali sono scarsi, mentre nella rete, come diremo, lo spazio per l’approfondimento è ancora

molto ampio, perché ci sono tanti canali, tanti ambienti targhettizzati dove posso trovare le

informazioni che voglio. !

! LEZIONE 6, 21 Ottobre 2016!

! 13

Nell’ambito del pluralismo iniziamo oggi la parte dedicata all’emittenza televisiva, che rappresenta

un fattore di massima criticità nell’ambito del pluralismo. Oggi il peso specifico della tv è sceso,

perché ha mantenuto dei clichè vetusti. Ci tocca oggi sapere se nel mercato televisivo esistono

posizioni dominanti.!

25 anni fa il problema dell’Italia era evitare che ci fossero queste posizioni dominanti, ma la

battaglia è stata persa ed ha inciso nella produzione italiana tv e ha inciso sulla distribuzione delle

risorse in ambito radio-televisivo, in particolari risorse pubblicitarie. Ci sono studi che verificano

una differenza su questo tema. Gli italiani non erano preoccupati che le posizioni dominanti

manipolassero le loro opinioni!questo è avvenuto, ma non ha modificato di molto le loro opinioni,

ma ha mutato il regime di LIBERA CONCORRENZA. Quindi non c’è un condizionamento politico,

ma c’è stato un CONDIZIONAMENTO PUBBLICITARIO. Le tv hanno infatti costi enormi che

spesso non permettono di portare avanti la programmazione giornalistica, per centri di produzione

+ piccoli come Endemol o Medusa, ma sono costi che sono sopportati solo da grandi broadcaster

come rai e Mediaset e RAI, che sono colossi. Anche TeleMontecarlo che è diventato poi la7 o Sky

sono oggi colossi, ma sono nati in seguito. La posizione dominante dei 2 colossi storici ha

determinato una OLIGARCHIA TELEVISIVA, ed eliminato le scelte di LIBERA CONCORRENZA.

Tutto ciò che è emerso dalla tv precedente sul pluralismo, nell’ambito tv non c’è stato. In primis, IL

PLURALISMO non è stato applicato dalla Rai che lo vedeva come SPARTIZIONE SELVAGGIA dei

costi, lottizzazione, e non è esistito né in termini esterni né in termini interni.!tutto questo si trova

nel capitolo 5 da studiare molto bene. In questo capitolo si parla di anomalie negli anni 70 a

proposito del sistema RAI. Il sistema della lottizzazione porta la gestione della RAI nell’alveo della

politica partitica. È come se un editore RAI fosse nel Parlamento, quindi è come se avesse un

posto di potere.(Un partito in Parlamento vince RAI1 , un altro vince RAI2 ecc. )!

Negli anni ‘70 la Corte Costituzionale del ’74 ha biasimato la LOTTIZZAZIONE( la RAI non deve

essere un territorio di saccheggio da parte della politica) ma c’è un rischio maggiore! che

l’influenza sulla RAI non la eserciti il Parlamento, con maggioranze e minoranze, ma il

GOVERNO!È grave se il potere sulle scelte editoriale lo effettua il potere esecutivo( che spetta

solo alla maggioranza) quindi se governo pensa di governare la RAI in modo esclusivo , facendo

PIAZZA PULITA e scambiando la RAI come MEGAFONO DI PROPRIA AZIONE DI GOVERNO, è

a rischio la libera concorrenza e pluralismo interno, ma la democrazia dell’informazione in

generale, perché i cittadini versano un canone annuale per avere un servizio pubblico, succede

che poi metà non va a votare e solo metà della metà si sente rappresentato dal governo, ma la

TOTALITA’ degli spazi informativi è gestita come se la RAI fosse del governo.

Nel’74 ci si è preoccupati di questo controllo del governo sulla RAI!quindi la legge di riforma della

RAI fatta a dicembre è stata fatta per evitare influenza del Governo e del Parlamento, puntando su

managerialità e scommettere su AUTONOMIA DELLA RAI DALLA POLITICA, che come si è detto

il GOVERNO DEVE STARE FUORI DALLA GESTIONE DELLA RAI. Quindi l’AUTONOMIA

GESTIONALE DELLA RAI è pienamente assicurata dalla legge, che affida al direttore generale

ampi poteri gestionali. L’unico problema è eseguirla in modo giusto evitando incursioni della

politica.!

La prima legge che cerca di ristabilire autonomia alla RAI è la LEGGE ISTITUTIVA DELLA RAI,

N*103, 14 APRILE ’75!

Questa legge ha istituito una COMMISSIONE PARLAMENTARE DI VIGILANZA RAI che è una

commissione che esiste da 40 anni e che ha sempre governato la RAI, e gestito le sue scelte.!

! è composta da parlamentari che sono nominati in base ai rapporti di forza che

emergono dalle elezioni. Il partito che prende il 30 % avrà più membri nel comitato. In tutto sono 40

parlamentari e fino alla nuova legge rai approvata a Dicembre, avevano l’ultima parola su tutti.

Quindi la commissione era il vero organo decisionale su tutte le scelte della RAI. Quindi si era

deciso con questa commissione che fosse il parlamento a gestire la RAI. !

!

! ! Con la nuova legge RAI questa Commissione e il suo POTERE è stato

RIDIMENSIONATO, cioè CONTROLLA MENO LA RAI, CHE OGGI DEVE RISPONDERE MENO A

QUESTA COMMISSIONE RIPSETTO A PRIMA, che oggi non può più mettere il naso in tutte le

decisioni. La politica quindi quando perde spazi di potere si ribella e in questi mesi, dopo la nuova

legge, ci sono molte polemiche politiche, poiché la RAI è formalmente + autonoma di prima. Ma se

la commissione parlamentare di vigilanza si sostituisse a Palazzo Chigi peggioreremmo solo le

14

cose, perché si alternerebbe sempre il governo. Quindi bisogna evitare che si sostituiscono i

membri importanti nella commissione, e lasciare membri fissi. L’ultima parola spetta ai vertici della

RAI che si assumono oggi la responsabilità delle loro scelte. Se invece la gestione della RAI si

rivelerà ancora + succube della politica sarà stata un fallimento anche di questa ultima riforma di

dicembre. Bisogna quindi vedere i fatti e vedere che conseguenze serie ci saranno.

!

La legge istitutiva della RAI nel ‘75 nei primi articoli parla di imparzialità e pluralismo, indipendenza

RAI!ma poi tuto questo non c’è stato. Con la riforma si parla però di autonomia gestionale e

speriamo che questi poteri vengano utilizzati in modo corretto.!

Negli anni 70 la RAI inizia l’organizzarsi come un’azienda e vive un REGIME DORATO DI

MONOPOLIO perché le tv private trasmettono solo in ambito locale, e gli unici canali abilitati su

livello nazionale sono quelli RAI, che ha IL MONOPOLIO SU BASE NAZIONALE---> per questo

era necessario che fosse pluralista perché la gente non poteva molto scegliere.!

Negli anni 80 le cose iniziano a cambiare perché alcune tv private hanno fatto massicci

investimento e sarebbero pronte per trasmettere su base nazionale. Nell85 c’è già un primo

scossone-> viene data temporaneamente una concessione a trasmettere ad alcune tv minori locali

che iniziano a fare tra di loro network--> in alcune fasce orarie TeleMilano trasmetteva lo stesso

telegiornale di TeleCatania. Quindi trasmettevano GLI STESSI CONTENUTI. Questo è l’embrione

delle tv private , ma tutto è stato poi fermato da un giudice. Tuttavia i tempi erano maturi per

cominciare a riconoscere anche a soggetti privati la possibilità di trasmettere anche su base

nazionale. I tempi erano maturi anche dal puto di vista legislativo perché UE aveva emanato la

direttiva 599 TV ENZA FRONTIERE che liberalizzava il mercato televisivo e in Italia c’era stata a 3

delle 4 sentenze:

! 1.! 826 dell’88 che parlava non solo di pluralismo interno ma apre LA STRADA A

QUELLO ESTERNO. Quindi si apre il varco per l’ingresso di privati nell’ ambito televisivo

nazionale. Quindi le tv commerciali.-! vengono legalizzate in Italia da legge Mammì- !

!OSCAR

! 2.! LEGGE MAMMI’ MAMMì era il Ministro delle Poste e telecomunicazione

del governo Craxi e del partito repubblicano. La legge è 6 agosto ’90 n*223 che introduce il

sistema delle CONCESSIONI RADIO TELEVISIVE.-!1* merito queste sono le concessioni che il

governo da ad alcuni operatori pubblici e privati per trasmettere su base nazionale. La legge

Mammì prevede 8 concessioni, che vengono assegnate alla rai ( 3 per i 3 canali )+ 3 alle tv

Mediaset + 1 a reteA + 1 a Telemontecarlo ( di Giorgio Cecchigori!poi diventerà la 7) le 8

concessioni offrono la possibilità di tramettere su base nazionale. Sul piano fattuale le 2 tv

Mediaset sono + pronte delle altre perché hanno fatto investimenti massici nel tempo, e creduto

nel business televisivo da + tempo, quindi sono anche + attrezzate. Chi voleva intraprendere la

carriera giornalistica in quegli anni si è trovato al posto giusto ( perché la Mediaset dovendo fare 3

tg assunsero giornalisti tv prese da tv locali, Telelombardia, antenna 3) 3 concessioni sono le

stesse della Rai se ci pensiamo, quindi dal punto di vista NUMERICO SI CREA UNA POSIZIONE

DOMINANTE perché i canali Mediaset iniziano a fare CONCORRENZA ALLA RAI.--> soprattutto

sul piano pubblicitario (Berlusconi non era ancora in politica ) e le risorse pubblicitarie venivano

quasi per il 90 % assorbite da Mediaset e Rai e il restante 10 % tra rete A , la 7 e 450 tv locali. Il

fatturato pubblicitario di Rai e Mediaset era 9 volte superiore alle altre tv. Con questo si formava un

duopolio e un sistema povero non in grado di fare investimenti e non in grado di acquistare grandi

produzioni ( la 7 infatti proprio perché non ha soldi per pagare grandi produzioni produce in house).

Invece i canali mediate con le risorse pubblicitarie riescono a fare investimenti massicci. In

generale tutti i canali dovrebbero fare servizio pubblico anche quando va contro il governo. Questo

sistema duopolistico di sostanziale concentrazione di risorse pubblicitarie in 2 colossi del mercato

tv porta alle dimissioni da quel governo Craxi che aveva fatto la legge di 5 ministri della

democrazia democristiana, e tra questi 5 che si dimisero per questa legge che consideravano un

favore a Mediaset, Sergio Mattarella): questo sistema di legge Mammì ha avuto molti meriti-> ha

finalmente fatto crescere il sistema di emittenza commerciale e fatto crescere il settore, e portato

ad un incremento di investimenti pubblicitari. 2* merito legge Mammì: quello di aver esteso ai

mezzi radiotelevisivi le norme previste fin dal 1948 per la carta stampata. Nel ‘48 fu fatta la legge

sulla stampa che obbliga chiunque volesse aprire un giornale a recarsi in tribunale per depositare

la testata. Ma la legge prevede anche la rettifica delle notizie sbagliate o diffamatorie. Stessa legge

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che vieta anche ai minori di pubblicare immagini violente. Questi principi sono estesi dalla legge

Mammì anche ai mezzi radiotelevisivi : FATTO POSITIVO perché CONSENTE PROTEZIONED

DEI DIRITTI DELLA PERSONE E MAGGIORE CORRETTEZZA. Questo quindi è un ennesimo

merito. 3* merito!Un altro merito è di introdurre delle regole SULLE PUBBLICITA’-> prima della

legge Mammì le tv private potevano mandar e in onda qualunque cosa e non avevano vincoli. Oggi

vanno fissati dei tetti per adempiere a obblighi di affollamento pubblicitari.

!

Quali sono invece i punti NEGATIVI DELLA LEGGE MAMMì:

! .! 1) L’aver cristallizzato, formalizzato e rafforzato la posizione del gruppo Mediaset.

Qualcuno obietta questa cosa sostenendo che all’epica erano i + pronti e attrezzati a trasmettere

su base nazionale, in quanto gli altri broadcaster non erano molto attrezzati. Tuttavia una legge

non dovrebbe cristallizzare quello che c’è già, perché l’esistente si gestisce da solo. Il legislatore

avrebbe dovuto invece invogliare altri soggetti ad investire nell’emittenza commerciale e preparar il

terreno all’ingresso di novi operatori, creando condizioni ottimali per l’ingresso di altri. Oggi

assistiamo ad un governo che danno molti incentivi e sgravi fiscali per fomentare lo sviluppo,

l’economia e fare investimenti. Questo approccio dell’incentivo a intraprendere azioni

imprenditoriali in una certa dimensione non c’è stato con l’emittenza privata. Quindi nel 90 si

sarebbe già potuto offrire incentivi. Invece sembra quasi che si sia voluta cristallizzare la

situazione, impedendo ad imprenditori e canali tv di affacciarsi sul mercato, come se la decisione

di dare il primato alla Mediaset e rai andasse bene a tutti. Il gruppo Mediaset è quindi cresciuto

negli anni, e inoltre è cresciuto quando gli equilibri di governo erano a sinistra. Nel 1998 fino al

2001 il gruppo Mediaset è cresciuto più che negli altri anni a seguire. Questa ci fa notare

l’atteggiamento di partisan tipico della tv. La legge Mammì fu quindi attaccata per non aver

concesso l’ingresso di nuovi operatori ( 3 concessioni allo stesso soggetto erano troppe). Questa

situazione si esaspera verso la fine del ’93 quando viene annunciata la discesa in campo del

proprietario di Berlusconi. Questa situazione viene attenzionata dai governi dell’epoca ma esplode

nel ’94 quando Berlusconi vince le elezioni, assume la guida del governo e come i governi

precedenti ( dal 54 in poi, cioè da quando la rai inizia le trasmissioni) aveva cercato di attentare la

RAI. In questo caso però la Mediaset aveva già 3 concessioni private, quindi dal punto di vista

formale c’era il rischio concreto che il DUOPOLIO! diventasse OLIGOPOLIO, perché Berlusconi

si dava le concessioni da solo ( visto che il Governo dava ae assegnava le concessioni alle tv): lo

stesso Berlusconi ammette di voler dividere la sua persona dalla tv affidandone la gestione ad altri,

ma questo chiaramente non comporta un distacco totale e soprattutto + che generare polemiche

insinua UN DUBBIO: se io avessi una mia azienda privata (Mediaset) e temporaneamente fossi

anche capo del Governo e potessi influenzare l’azienda competitor ( RAI), è evidente che potrei

essere tentato di travasare un po’ di risorse pubblicitarie verso la mia azienda. Infatti negli anni

successivi i dati documentano un fatturato Mediaset + alto della RAI ( piccoli scostamenti) che

comunque fanno riflettere!le risorse pubblicitarie della RAI si riducono e crescono i fatturati

Mediaset. Tuttavia il governo Berlusconi dura 9 mesi, che cade per la LEGA e la Corte

Costituzionale nella sentenza 420 del 7 Dicembre del ’94 denuncia la situazione che si era

presentata con Berlusconi-> tendenza di duopolio che era destinato a diventare monopolio. !

! .! 2) Pluralismo esterno-> il governo è stato attaccato per fare di tutto per impedire a

nuovi operatori di entrare !

! ! 3) Pluralismo interno! far passare contenuti che erano graditi solo a Berlusconi!

Soluzione: cambiare la legge Mammì e i TETTI ANTICONCENTRAZIONISTICI! ovvero la

possibilità che un soggetto abbia 3 concessioni, cioè bisogna averne di meno in modo che controlli

meno mercato tv. La corte costituzionale mette sul tappeto questa emergenza “democratica”. Il

governo Dini che susseguì quello Berlusconi è trasversale perché appoggiato da tutti, ma chiamato

a gestire poche cose per preparare le nuove elezioni politiche anticipate: UN GOVERNO DI

TRANSIZIONE. La riprova del fatto che la corte costituzionale pur puntuale, avesse esagerato si

ha perché nel’95 molti TG non erano filo-berlusconiani come la corte insinuava. Nel ‘96 gli italiani

tornano a votare e il 21 aprile il centrosinistra presieduta la Romano Prodi vince le elezioni. I

passaggi elettorali scandiscono i mutamenti in legislazione televisiva. Dal ’96 il problema del

duopolio che diventa monopolio si ridimensiona perché il centrosinistra cerca di occupare la RAI.

Ma tra le leggi del governo Prodi c’è stata la modifica della legge Mammì. Il ministro delle

Telecomunicazioni Antonio Maccanico presenta una proposta di modifica della legge Mammì, che

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viene subito attaccata dal centrodestra come un legge punitiva nei confronti di Berlusconi, perché

realizza un ESPROPRIO DELLE TV, costringe il gruppo Mediaset a cedere proprietà televisive!

legge approvata 249 31 Luglio 1997. Cos’ha di così punitivo?-->Abbassa i tetti

anticoncentrazionistici , e dice che non è possibile possedere + del 20 % delle risorse frequenziali,

quindi le reti Mediaset devono perdere un canale. Così come la RAI dovrebbe cedere un pubblicità

( rete quindi senza pubblicità in modo da rimetterle in circolo) per REDISTRIBUIRE LE RISRSE

PUBBLICITARIE AD ALTRE TV. Ma la legge conteneva anche una POSTILLA

(scappatoia)!previsione di un periodo transitorio durante il quale la situazione restava così come

era per dare tempo a Mediaset e RAI di adeguarsi alla legge. Siccome rete 4 in base a legge

Maccanico non può + trasmettere su ANALOGICO E DEVE FINIRE SUL SATELLITE, diamo

tempo a Rete 4 di prepararsi. E anche alla RAI diamo tempo a RAI3 di trasferirsi. Il periodo

transitorio è durato fino al 30 Aprile del ’98, quando Autorità per le Garanzie delle

Telecomunicazione( istituita da legge Maccanico come strumento di controllo ( capo 8)!che dice

che siccome gli italiano non erano pronti a comprare una parabola e non erano pronti, dobbiamo

allungare il periodo transitorio di un altro anno. Quindi fino all’Aprile del ’99 rimane tutto congelato.

Tutto quello deciso dalla legge Maccanico resta appeso a un filo!fino a quando gli italiano non

avranno un satellite non posso penalizzare RETE4 E RAI3. Nel ’99 la situazione non cambia e

PROLUNGA DI NUOVO IL PERIODO. Nel 2000 viene fatta LA LEGGE DELLA PARCONDICIO,

legge n* 28 del Febbraio del 200, in cui si sembrava che la sinistra fosse in discesa, quindi

permetteva non fare pubblicità politica sulla RAI. Questa legge è stata approvata da corte perché

applica il principio di uguaglianza sociale ( delimitare gli spazi di propaganda politica per evitare

straripamenti ). Nonostante tutto però la LEGGE MACCANICO NON E’ APPLICATA!il periodo

transitorio va avanti e nel Marzo del 2001, viene fatta al legge n*66 che manda in soffitta il satellite

e introduce IL DIGITALE TERRESTRE: il satellite non ha + senso perché Europa si sta

convertendo a digitale terrestre, quindi in 5 anni tutti i canali analogici si trasferiranno sul digitale

terrestre che consentirà necessariamente il PLURALISMO. La legge Mammì era infatti

irrealizzabile perché se avessero voluto veramente farla, avrebbero dato agli italiani gli strumenti e

gli incentivi necessari per comprare il digitale. Quindi era una situazione solo a parole, ma che

andava comoda a tutti.

! CHIEDO APPUNTI!

!

LEZIONE 7, 24 Ottobre 2016!

!

Fa molto pensare che subito dopo la legge del marzo 2001, nonostante i tentativi di bloccare la

prevalenza alle elezioni della parte politica facente riferimento al titolare delle concessioni

mediaset, quell’evento si realizza il 12 maggio 2001, con la vittoria del centro destra di

Berlusconi. Nonostante la legge sulla parcondicio, il centro destra vince le elezioni, governerà fino

al 2006, ed è chiamato a gestire la fase di passaggio al digitale, che viene presentata nella legge

del 2001 come una fase di rinnovamento dell’emittenza radio televisiva. Con il digitale ci saranno

più canali, che si potranno attivare e che faranno automaticamente superare le posizioni

dominanti. Su 8 canali, le posizioni dominanti di Rai e Mediaset si percepiscono, sui futuri 1000

canali del digitale terrestre quelle posizioni si diluiranno. Questo era il ragionamento di chi

sosteneva la rivoluzione del digitale terrestre, al fine di assicurare il pluralismo radio-televisivo. !

Nel 2001 si ripropone quella situazione che la Corte Costituzionale nel ’94 aveva contestato: la

guida del paese e la titolarità delle tre concessioni televisive. Nel 2001 il gruppo Mediaset è più

forte che nel ’94, la posizione del presidente del consiglio è più forte, quindi il problema che la

corte costituzionale aveva posto (cioè il duopolio che diventa monopolio). Quella situazione viene a

riproporsi nel 2001 anche in modo più marcato —> perciò bisogna correre ai ripari, perché il

digitale terrestre sarebbe arrivato nel 2006 e non era pensabile fare una legislazione in quella

situazione. !

Quali sono le tappe legislative che bisogna ricordare di quella legislatura del 2001, 2002? !

In Europa succede qualcosa di importante —> tra il 2001 e il 2002 vengono fatte dall’Unione

Europea 4 direttive europee: 19,20,21,22. Sono direttive che introducono dei principi per

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l’innovazione nel settore delle comunicazioni elettroniche. L’europa detta agli stati europei alcuni

principi per garantire un maggiore pluralismo nelle comunicazioni elettroniche, quindi anche nella

nuova tecnologia del digitale terrestre. Queste 4 direttive introducono dei principi di concorrenza

nella erogazione dei servizi di comunicazione elettronica (anche attraverso la tv e il digitale quindi).

Quelle 4 direttive rispondono a una logica di convergenza multimediale: affrontano in termini nuovi

il tema di pluralismo nelle comunicazioni. Quindi tutti gli stati si devono adeguare, anche l’Italia,

facendo leggi maggiormente rispettose del pluralismo informativo. !

Ma nel 2002 in Italia succedono anche altre 2 cose importanti:!

la prima è il messaggio di Ciampi sul pluralismo dell’informazione. Ciampi aveva utilizzato

• soltanto in quell’occasione lo strumento solenne del messaggio alle camere, e lo disse con

riferimento alle direttive europee. Disse che il parlamento avrebbe dovuto adeguarsi al contenuto

di quelle direttive europee. !

Importante sentenza della corte costituzionale, la numero 466, del 20 novembre 2002. Questa

• sentenza lanciava un ultimatum al parlamento sul tema del pluralismo dell’informazione. La

corte, con quella sentenza, diceva una cosa inconfutabile —> la situazione è rimasta della che

aveva denunciato nella sentenza 420 del ’94, vale a dire la coincidenza tra il controllo di

Mediaset e il controllo della Rai nelle mani di un’unica personalità, che in questa fase storica è

anche a guida del paese e che quindi ha grandi risorse finanziarie. La corte costituzionale

prende atto che dopo 8 anni non era stato fatto nulla, perché la Legge Maccanico non era stata

applicata. Ma la corte in quella sentenza non si limita a denunciare: si spinge velatamente a

minacciare il parlamento, dando un ultimatum —> un anno di tempo per attuare le direttive

europee del 2001 e 2002 sul pluralismo e quindi per garantire finalmente il pluralismo

dell’informazione radio-televisiva. Un anno di tempo significa: entro il 31 dicembre 2003 il

parlamento avrebbe dovuto fare una legge sul pluralismo dell’informazione. Che cosa sarebbe

accaduto se il parlamento non avesse fatto questa legge? La corte avrebbe applicato d’ufficio

quanto disposto dalla legge Maccanico e avrebbe spedito Rete 4 sul satellitare e avrebbe tolto la

pubblicità a una rete Rai. Il concetto era minacciare di produrre forzosamente questo disarmo

bilaterale —> far rinunciare a mediaset a una rete sull’analogico e far rinunciare la Rai alla

pubblicità. Era quindi una minaccia concreta, talmente concreta che il governo dell’epoca,

attraverso l’allora ministro Gasparri, si attiva presentando un disegno di legge di riforma del

sistema radio-tv, che avrebbe dovuto essere approvato entro il 31 dicembre 2003. L’inter-

parlamentare fu molto contrastato —> nonostante tutto ci fu un intoppo nell’approvazione di quel

disegno di legge Gasparri. Intoppo: la legge fu approvata il 4 dicembre 2003, ma affinché una

legge entri in vigore occorre che il presidente la promulghi, la firmi. La promulgazione è un passo

essenziale per l’entrata in vigore di una legge, non basta che il parlamento la faccia. Il presidente

riceve il testo della legge e dovrebbe promulgarlo. Ma il 15 dicembre 2003 Ciampi rifiuta la

promulgazione e rimanda il testo della legge Gasparri alle camere, con delle osservazioni (la

costituzione italiana dice che il presidente della repubblica può rifiutare una volta sola la

promulgazione, rimandarla alle camere dicendo di cambiare qualcosa, qualche parte ecc). Era il

15 dicembre ed era evidente che i rilievi mossi da Ciampi non erano rilievi da poco: era difficile

cambiare la legge entro il 31 dicembre. Il governo Berlusconi fa un decreto legge il 24 dicembre

2003, in cui introduce 4 mesi di proroga di quell’ultimatum, per lasciare al parlamento il tempo di

adeguarsi alle osservazioni di Ciampi e per fare le opportune verifiche sul mercato televisivo. Il

decreto legge si può fare solo per motivi di necessità ed urgenza, mentre le leggi le fa il

parlamento. Se c’è l’urgenza di fare subito un decreto legge, il parlamento lo converte in legge

entro 60 giorni. In quei 4 mesi il parlamento modifica la legge in alcuni punti e la approva il 29

aprile 2004, che diventa la legge numero 112 del 3 maggio 2004. !

Questa legge 112, quindi la Legge Gasparri, è la risposta del parlamento all’ultimatum della corte

costituzionale. Quindi la politica ha accolto questo ultimatum ed è riuscita a fare una legge sul

pluralismo dell’informazione, accogliendo anche i rilievi di Ciampi. !

Questa legge Gasparri, innovativa, presenta alcuni punti positivi e alcuni negativi!

ha il merito di aprire il mercato televisivo italiano all’innovazione tecnologica e alla convergenza

• multimediale; !

parla apertamente di creazione di poli multimediali: aziende editoriali che non facciano solo tv,

• ma investano anche in internet e abbiano sinergie tra i diversi mezzi di informazione;!

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spinge il mercato verso l’innovazione, il superamento di un modello di tv vetusto e accompagna

• la transizione verso il digitale terrestre;!

non affronta solo il sistema radio-tv privato, ma si occupa anche della Rai, prevedendo qualcosa

• che poi è rimasto solo sulla carta (questa è una delle parti mai attuate) —> prevedeva la

privatizzazione della Rai. Lo stato avrebbe dovuto mantenere alcune azioni, ma il 49% sarebbe

dovuto essere messo in vendita, perché la Rai non sia più il carrozzone pubblico. Però non se ne

farà nulla e la Rai resterà quella che era prima della Gasparri. !

Bisogna capire se la legge Gasparri abbia favorito il pluralismo e attuato la sentenza della corte

costituzionale e delle direttive europee. La risposta è negativa. !

Perché la Gasparri commette due errori, due violazioni della sentenza della corte e delle direttive

europee:!

la prima violazione è quella di introdurre di fatto un altro periodo transitorio; il difetto della

• Maccanico era che prevedeva un periodo transitorio. La sentenza 466 della corte lanciava un

ultimatum invece —> entro il 31 dicembre. Quindi la sentenza della corte vietava nuovi periodi

transitori e biasimava il periodo transitorio della Maccanico. Non si può far dipendere il pluralismo

dall’innovazione tecnologica. La sentenza del 2002 vietava nuovi periodi transitori, invece la

Gasparri dice: in questi anni Rai e Mediaset si stanno impegnando nelle sperimentazioni del

digitale terrestre, quindi lasciamo tempo a questo broadcaster di fare sperimentazioni. “Nel 2006

arriverà questo pluralismo, garantito dalla digitalizzazione di tutte le trasmissioni, così non ci

accorgeremo dell’ingenza di Rai e Mediaset”. Ma la corte costituzionale non diceva questo:

diceva di farlo ORA. Quindi la legge Gasparri prolunga periodo transitorio: col pretesto di

adattarsi alla nuova tecnologia, la situazione rimane la stessa. !

Il secondo difetto della Gasparri si chiama sistema integrato delle comunicazioni (SIC). I tetti

• anti-concentrazionistici di prima erano troppo permissivi, la Maccanico li fa scendere a 20%, qui

si parla di SIC. La Gasparri affronta il problema dei tetti con l’introduzione di SIC. E’ un paniere di

voci che devono essere inserite nella determinazione delle posizioni dominanti; in altre parole,

per stabilire se un operatore occupa una posizione dominante, di privilegio sul mercato, devo

accertarmi che questo operatore non abbia più del 20% delle risorse del SIC. Il SIC comprende

non solo la pubblicità tv, ma anche tutte le televendite, che sono una voce diversa dalla

pubblicità, le sponsorizzazioni ecc. i finanziamenti pubblici, i ricavi della pay-tv, gli abbonamenti

di quotidiani e periodici e il mercato dell’editoria elettronica destinata al consumo delle famiglie.

(All’inizio, prima che Ciampi rimandasse alle camere la legge, c’erano anche altre voci in questo

SIC, che poi sono state depennate —> per esempio i ricavi derivanti dalla vendita di libri e dischi

allegati a giornali. Quei ricavi non sono stati inseriti. Anche la produzione di film e fiction faceva

parte del SIC, tutte le attività di pubbliche relazioni, tutti i soldi che queste tv spendevano per le

pubbliche relazioni. Infine anche il fondo unico per lo spettacolo, anche questo all’inizio era stato

inserito in questo paniere. A seguito dei rilievi mossi da Ciampi, queste voci sono state

depennate e nel SIC sono rimaste quelle elencate). Si tratta di un’insalata russa: c’e dentro un

po’ di tutto. Il SIC diventa un paniere molto variegato. Nella legge Maccanico c’erano voci più

omogenee, invece con la legge Gasparri il SIC mette insieme tutta una serie di voci molto

eterogenee e non sempre legate al business televisivo. !

! LEZIONE 8, 28 Ottobre 2016!

!

Le posizioni dominanti si raggiungono quando vengono calcolate sulle singole voci. Quando

abbiamo parlato di posizioni dominanti nel mercato pubblicitario, i due broadcaster assommavano

quasi il 90% della pubblicità televisiva. Lì la posizione dominante era evidente. Questa pubblicità

televisiva si diminuisce nel contenitore del SIC. In questo paniere le posizioni dominanti si

diluiscono, essendoci dentro molte voci. Gli operatori del settore possono stare tranquilli, dopo il

SIC, perché Rai e Mediaset non saranno così dominanti. Ma questo trucco in realtà ha dato

maggiori margini di espansione. Gasparri dice che nessuno può raggiungere il 20% del sic e la Rai

e Mediaset sono sotto, ma solo perché le voci nel SIC sono tantissime. Gasparri dice che non si

può superare il 20%, ma anche nelle singole zone della torta non bisogna raggiungere posizioni

dominanti: per ogni settore non si dovrebbe sforare. La legge non dice pero di quanto si può

sforare: c’è solo il divieto di posizioni dominanti. Come si fa a stabilire qual è la posizione

dominante? Agcom avrebbe dovuto far rispettare questi tetti, diluiti nella legge Gasparri. Rimane

19

sullo sfondo la grande contraddizione di questa legge, che arriva dopo i richiami d Ciampi e le

direttive europee di 2001, 2002. Arriva per attuare questi principi, e introduce un nuovo periodo

transitorio. Il periodo transitorio della Maccanico va avanti anche quando arriva la Gasparri nel

2004, si dice “da oggi ci impegnamo per…”. Quindi prima che Rai e Mediaset siano competitive

per sbarcare sul digitale, passano altri anni. La legge Gasparri aveva fissato la data entro il 2006,

quando il sistema tv sarà tutto digitalizzato e allora la pubblicità si spalmerà su questi canali.

L’obiettivo della Gasparri era trasferire sul digitale tutte le trasmissioni e ampliare l’offerta dei canali

e quindi superare un sistema bloccato. Ma l’Italia non era pronta, come tanti altri stati, quindi era

utopistico immaginare che entro il 2006 potessero spegnersi tutti i televisori analogici, digitalizzare

e predisporre gli impianti del digital sul territorio italiano. Verso la fine del 2005 c’è l’ennesima

proroga, perché il sistema non è pronto per questa rivoluzione digitale. Si fissa un’ulteriore

scadenza, quella della fine del 2008: altri 2 anni di tempo per digitalizzare le trasmissioni. Nel

frattempo si va avanti con le posizioni dominanti. Rai e Mediaset continuano quindi a fare

pubblicità, con tutti gli effetti collaterali che ne derivano. La cosa che ci interessa è approfondire

l’aspetto del mercato delle televisioni, che è stato ingessato da questa concentrazione. !

Ci vuole un altro periodo di adattamento tecnologico per fare il digitale terrestre, quindi altri 5 anni,

fino al 2012. Finalmente qualcuno che dice la verità: c’è bisogno di altri anni perché l’Italia non ce

la può fare entro il 2008 —> andiamo direttamente al 2012. !

Dal ’97, quindi dalla legge Maccanico, si arriva al 2012, per un totale di 15 anni di periodo

transitorio. !

Nel frattempo cade il governo. Nel 2006, dopo 5 anni di governo centro-destra, vince le elezioni

Prodi col centro-sinistra, quindi ci sarebbe da aspettarsi una accelerazione, invece Paolo

Gentiloni presenta una proposta di legge di riforma della Gasparri. Dice che la Gasparri favorisce

le posizioni dominanti, quindi dobbiamo assolutamente intervenire. Presenta una proposta di legge

che prevedeva il passaggio al digitale terrestre, ma con tutta una serie di condizioni sospensive,

per cui fissava nel 2006 per il 2011 il passaggio per il digitale terrestre. Non c’è un governo di

centro-sinistra che si insedia e dice “Ciampi e l’Europa ci avevano detto di fare queste cose ecc”. Il

disegno di legge Gentiloni, che non viene neppure approvato, prevedeva una maggiore elasticità

per i broadcaster nell’adattamento al digitale terrestre. La digitalizzazione avverrà entro 15 mesi

dall’approvazione della legge Gentiloni, che si sarebbe dovuta discutere nel 2008-2009. C’era un

grande accordo per mantenere le cose come stavano. Nel 2008 il governo cade e si va di nuovo

alle elezioni, e rivince ancora il centro-dentra. Quindi il problema è lo stesso che c’era nel 2005. Il

digitale terrestre è ancora di là da venire e Berlusconi fa un decreto per fissare le tappe del

definitivo passaggio al digitale terrestre. Quindi il decreto del settembre 2008, il 238, spiega come

le varie aree territoriali del paese si adatteranno al digitale terrestre. Viene fissata una road map,

che inizia con la Sardegna e finirà nel 2012 con Sicilia e Calabria. Era stata una presa in giro dire

come anno di riferimento il 2006. La road map divide il territorio italiano in 16 aree, in base ai

confini orografici, legati al territorio. Le zone pianeggianti venivano accorpate. Marche e Umbria

vengono digitalizzate insieme, mentre altre aree dell’Umbria vengono digitalizzate col Lazio. Ci

sono stati molti problemi sul segnale. I problemi sono più o meno stati risolti nell’arco degli anni.

Nel luglio 2012 è stato digitalizzato il sistema radiotelevisivo italiano, quindi sono stati rottamati i

televisori che avevano l’analogico, vengono fatti comprare i decoder ecc. !

Dalla seconda metà del 2012 abbiamo un sistema radio-televisivo più aperto, più pluralista, un

sistema radio-televisivo meno contraddistinto da posizioni dominanti, basati su una maggiore

offerta di canali televisivi. La pluralità dei segnali ha fatto passare in secondo piano le posizioni

dominanti. Sono stati 15 anni però di periodo transitorio, in cui i fatturati pubblicitari dei due

principali broadcaster sono lievitati. Nel volume troviamo una serie di riferimenti a tutte le

polemiche sull’assegnazione delle frequenze. Le tv locali non avevano soldi per far investimenti

nelle nuove tecnologie: molte tv hanno chiuso nel passaggio al digitale, molte altre hanno chiuso

anche perché dopo grandi sacrifici, si sono trovate a fare concorrenza con 1000 canali. Se prima la

concorrenza era per esempio tra telelombardia e telenova, adesso col digitale ciascun operatore

può creare più canali, quindi questo porta a una diminuzione dei fatturati delle tv locali. C’è un

numero infinito di canali che mandano in onda pubblicità, e la pubblicità viene sottratta a canali che

c’erano prima. La situazione è drammatica per le tv locali. In questa legge sull’editoria approvata

meno di un mese fa, ci sono delle aperture al sistema delle tv locali e c’è un impegno del governo

a creare un sistema di impegno, e il fondo viene alimentato anche dagli introiti derivanti dal canone

20

Rai. Con il canone in bolletta, più gente lo paga —> quei soldi in più vengono destinati anche

all’editoria cartacea e alle tv locali. E’ un modo per redistribuire delle ricchezze affinché non

rimangano solo nelle mani della Rai. La Rai non l’ha presa bene —> aveva messo il canone in

bolletta per evitare l’evasione, adesso toglie queste somme per darle all’editoria online o alle tv

locali. Sono state considerazioni fatte dal governo, che ha anche detto che il canone verrà

abbassato da 100 euro a 90. !

In europa succede qualcosa di rilevante: viene fatta una direttiva europea, la numero 65 del

2007, che si chiama direttiva SMA, che è acronimo di SERVIZI DI MEDIA AUDIOVISIVI. Quando

l’Europa fa una direttiva, vuole che gli stati facciano determinate cose. L’Italia si mette al lavoro per

recepire quello che c’è scritto in questa direttiva e adeguarvi le leggi vigenti. Qual è la novità

principale introdotta da questa direttiva? Introduce una nuova idea di televisione. Questa direttiva

inquadra le trasmissioni televisive, l’attività radio-televisiva come attività di impresa e di erogazione

di servizi di media audiovisivi. La tv deve fornire dei servizi audiovisivi. C’è una focalizzazione sui

contenuti. La direttiva non è dunque sulla tv che noi abbiamo nelle nostre case, la direttiva non è

sull’apparecchio tv, come tutte le leggi che abbiamo visto finora, che vogliono gestire la tv. Questa

legge segna un nuovo approccio alla tv: non c’è più bisogno di fare leggi sull’apparecchio, ma

bisogna fare delle leggi sui contenuti, a prescindere dalla piattaforma di fruizione di questi

contenuti. La direttiva SMA è sui contenuti audiovisivi multi-piattaforma. Si deve regolamentare il

contenuto, poi se il contenuto viene visto su pc o su telefono, non importa: le regole devono essere

sul contenuto, non sul supporto. Si vogliono disciplinare i contenuti più che gli apparecchi, anche

perché questa direttiva distingue i servizi lineari da quelli non lineari. I servizi lineari sono quelli

della tv tradizionale. Questi servizi non lineari che possiamo fruire su più piattaforme, consentono a

ciascuno di noi di farsi il proprio palinsesto (guardare i programmi quando si vuole —> farsi il

proprio palinsesto). Questo cambia anche le regole —> tutto diventa molto relativo, non è più un

servizio lineare e basta. !

Questa direttiva impone un cambio di approccio. L’Italia si adegua a questa direttiva facendo il

Decreto Romani del 2010, che si adegua a questa direttiva con tutta una serie di novità, per

esempio nell’ambito pubblicitario. Tutto tema del product placement, del posizionamento di prodotti

in trasmissioni, viene definito dal decreto romani. Prima c’era solo per cinema il product placement,

invece qui viene introdotto per le trasmissioni audiovisive. Questo product placement è una forma

di pubblicità nuova, sbarca in Europa e consente di posizionare i prodotti nelle singole trasmissioni,

fatta eccezione per i telegiornali. Al di la di quei momenti è possibile introdurre nelle scene di una

fiction, di un talk show ecc, anche dei prodotti. Anche altre forme di pubblicità vengono introdotte

dal decreto romani —> split screen, tutela dei minori (pubblicita alcolici vietate), divieto di

incitamento all’odio etnico razziale. Sono tutta una serie di novità che portano il decreto romani ad

adeguare la legislazione italiana in materia di informazione televisiva, che portano i broadcaster a

diventare sempre più delle vere e proprie imprese. !

Questo diventare un’impresa, di cui i vertici attuali si stanno facendo promotori, è un concetto

nuovo. Ma le radici da ricercare sono in questo decreto romani: questa idea dei contenuti multi-

piattaforma non è altro che la media company —> non è più la tv tradizionale che trasmette in

determinate ore determinati programmi, ma è una impresa che produce dei contenuti e li mette a

disposizione delle casalinghe ecc con mezzi tradizionali, ma li mette anche a disposizione su

internet, sulle app ecc. Quindi consente anche a un pubblico molto più avvezzo all’utilizzo delle

tecnologie di fruire anche di questi contenuti. Se questi contenuti vengono visti da un numero

maggiore di giovani e altre fasce di popolazione meno adulta, i fatturati pubblicitari aumenteranno

—> gli inserzionisti sapranno che quei contenuti sono stati visti anche da persone che guardano in

metropolitana per es. !

Il tema della media company non è una scoperta, ma una realizzazione progressiva introdotta

dalla direttiva SMA. !

!

(LEGGE MAMMI—> guardare cos’è)!

!

! Riguardo la RAI:!

La legge Gasparri aveva parlato di privatizzazione della Rai, poi la legge Gentiloni non aveva

parlato di Rai: aveva presentato a parte un altro disegno di leggi modificativo della Gasparri per

gestire in modo diverso la Rai e per prevedere una fondazione che gestisse la Rai in modo

21

scientifico e culturalmente elevato. Si è parlato nelle varie leggi riguardo la Rai, ma quello che è

stato attuato è il contenuto della legge 103 del 14 aprile del ’75. La legge 103 era la legge che

disciplinava l’organizzazione della Rai e introduceva i principi di pluralismo, imparzialità, obiettività.

Poi è arrivato questo governo e ha detto “dobbiamo riformare la Rai”. Non lo poteva fare prima,

perché c’erano i vertici in scadenza, quindi ha lasciato che i vertici precedenti scadessero e l’estate

2015 c’è stato il rinnovo dei vertici Rai, che è stato ultimo rinnovo sulla base della legge 103, quindi

l’ultimo rinnovo fatto con il metodo della lottizzazione. La legge 103 scambia pluralismo con

lottizzazione—> dice che per garantire il pluralismo bisogna spartirsi le poltrone in Rai. Nell’estate

2015 la commissione parlamentare di vigilanza elegge al suo interno i nuovi consiglieri

d’amministrazione —> il consiglio della Rai è chiamato a garantire questa transizione al nuovo

modello che poi viene introdotto l’anno scorso e rispecchia i rapporti di forza nella commissione

parlamentare di vigilanza. Ora i consiglieri d’amministrazione sono 9, chiaramente il pd ne ha eletti

di più perché è la maggioranza, gli altri sono stati spartirti attraverso il voto di commissione

parlamentare di vigilanza. Viene eletto il presidente Monica Maggioni e come direttore generale

Campodall’orto. Quindi il sistema per l’ultima volta vive questo rito: come trattativa in parlamento

tra gruppi politici. !

TOTONOMI: chi entrerà nel consiglio amministrazione Rai?!

Il governo propone questa nuova legge che entra subito in vigore —> i consiglieri

d’amministrazione dovrebbero decadere, perché eletti con la vecchia legge. Ma c’è voluto così

tanto per eleggere questi, che hanno deciso che fino 2018 ci sarà questo consiglio eletto con il

vecchio metodo. !

Lo scopo di questa nuova legge era dare pieni poteri al direttore generale, perché non fosse così

tanto dipendente dalla politica, affinché questa non pretendesse di controllare la programmazione

Rai. !

Questa legge 220 del 28 dicembre 2015 viene attuata a metà. Il consiglio di amministrazione

resta questo, ma la commissione di vigilanza perde i poteri, così come guadagna poteri il direttore

generale, che ha una certa libertà di scelta. Questo viene fatto per assicurare autonomia

gestionale della Rai dai condizionamenti politici e per mettere in condizione chi amministra la Rai

di essere autonomo come l’amministratore di un’azienda qualsiasi. Quindi un manager in grado di

gestire la Rai senza chiedere tutti i giorni il permesso alla politica per fare qualsiasi cosa. Questo è

un grosso passo avanti. Un cambiamento di governance di questo tipo ha responsabilizzato chi

governa e la politica adesso conta meno, perché la commissione parlamentare ha molti meno

poteri, non può condizionare le decisioni dei vertiti, prima invece metteva sempre il becco. In

questo modo la gestione è più fluida. !

Dobbiamo sospendere il giudizio e aspettare la rendicontazione dei risultati, che non devono

essere considerati quelli dell’audience e degli introiti, ma i risultati hanno a che fare con

l’attuazione del concetto di servizio pubblico. !

La BBC è all’avanguardia: produce documentari che sono fatti talmente bene che venduti in tutto il

mondo —> prima era schiava di fornitori esterni, con cui c’erano delle logiche non

necessariamente meritocratiche. !

Deve esserci una rivalutazione del patrimonio interno alla Rai, come fucina di nuovi talenti. !

Fra 20 anni magari anche la Rai sarà in grado di produrre contenuti elevati come la BBC. !

!

Questa legge di riforma prevede anche altro: il meccanismo di nomina dei consiglieri

d’amministrazione è ancora una volta influenzato dalla politica, perché la nomina è simile alla

nomina dei commissari dell’Agcom, delle autority, che avviene in parlamento. E’ quindi il

parlamento che nomina i consiglieri d’amministrazione della Rai, che passano da 9 a 7, a partire

dal 2018, in base a rapporti di forza parlamentare. 2 li eleggerà la camera, 2 il senato, 2 il governo

e 1, che ha tutta prospettiva di non contare nulla, scelto tra i dipendenti della Rai con votazioni

interne. Indipendentemente da quello che succederà col Referendum del 4 dicembre, già adesso

c’è un partito che ha preso preso la maggioranza alla camera. E’ chiaro che quel partito è in grado

di eleggere alla camera quei due consiglieri, che sono ovviamente dello stesso colore politico del

governo. Quindi il governo, che controlla camera dei deputati, si elegge anche i suoi 2. Già il

partito ha quindi 4 esponenti. Il senato elegge altri due consiglieri, e li ci può essere un po’ di

battaglia; magari le opposizioni riescono a portare un rappresentante. Questa è una cosa della

legge che secondo il prof va modificata, perché annulla gli innegabili benefici di questa legge. Se io

22

consento al governo di governare in automatico 4 consiglieri su 7, il governo ha il controllo della

Rai: il partito di maggioranza ha la maggioranza nella votazione di esponenti. !

L’articolo 21 garantisce il pluralismo e il divieto di censure ecc, proprio per impedire che si tornasse

a pagina buia della storia italiana —> ma adesso? Si fa una legge che parla di media company,

obblighiamo la gente a pagare il canone in bolletta, ma in cambio che cosa diamo? E’ un

meccanismo che non può funzionare: questa legge non può essere attuata in questo modo. Ci

vuole una modalità che porti a eleggere gli esponenti dell’amministrazione in modo slegato dalla

politica. Se l’obiettivo era quello di sganciare la Rai dalla politica, in questo modo si fa l’opposto!!

In Italia si vota sempre meno. Una parte politica che vince le elezioni di poco e rappresenta il 25%

della popolazione italiana (quindi 25% delle persone che pagano canone), e si ritrovano una tv di

parte, che dipende da chi c’è in quel momento al governo. !

Il prof spera che questa legge verrà modificata. Soprattutto se il senato dovesse cambiare: se il

Senato cambia col referendum, è chiaro che anche al senato ci sarà più o meno lo stesso colore

politico della camera. Se il senato cambia, anche lì i sindaci ecc saranno tutti di una certa area

politica vicina alle elezioni. Rischiamo di avere 6 consiglieri su 7 dello stesso colore politico.!

Ci sono però anche tante cose positive, anche per quanto riguarda il rapporto col contratto di

servizio. !

La Rai ha avuto per tanti anni la concessione a trasmettere, ed è una cosa che ogni 10 anni il

governo rinnova. E’ un accordo che si deve basare su dei requisiti. Noi che cosa abbiamo in meno

della Rai? La Rai deve giustificare l’assegnazione con dei contenuti diversi: deve dire che la Rai è

capace di fare più di tutti gli altri il servizio pubblico. !

In questo accordo che si fa tra stato e Rai, vengono messi dei principi —> l’obbligo per la Rai di

rendere accessibili le trasmissioni anche ai disabili, rispettare i minori in spazi protetti. La Rai si

deve mettere in regola per poter ottenere questa concessione, che lo stato rinnova. !

Qualche scricchiolio in questo sistema si nota —> con la questione del canone, Mediaset e La7 si

sono poste un problema: perché la Rai deve avere sia i soldi del canone sia i soldi della pubblicità?

La Rai contende i fatturati pubblicitari e poi ha questo paracadute che si chiama canone, quindi ha

questi soldi garantiti. La7 ha chiesto di cominciare a distribuire canoni anche ad altre televisioni.

Mediaset ha chiesto che la Rai rinunci a un po’ di pubblicità.!

Campodall’orto dice di puntare sulla qualità e di non essere ossessionati dall’audience.

Sganciamoci dalla dittatura degli inserzionisti. Questo si può fare se su quel canale non si è

obbligati a mandare in onda la pubblicità, o se si stabiliscono delle fasce orarie o programmi

durante i quali non si può mandare in onda la pubblicità. !

Per es: Rai2 dalle 20.30 alle 2.30 non manda pubblicità e fa solo servizio pubblico. Come

esperimento si potrebbe cominciare a togliere per alcune fasce orarie la pubblicità alla Rai, per

darla ad altri. Da quando il canone è diventato obbligatorio, adesso la gente dice: pretendiamo di

più! !

L’attuazione di questa legge farà fatica ad affermarsi, ma il prof crede sia forse l’unica strada,

rivedendo il meccanismo di nomina di consiglieri, per trasformare la Rai in un’azienda competitiva

su mercato. !

!

! CONTRATTO NAZIONALE DI SERVIZIO: !

E’ in corso il negoziato tra il governo e la Rai per scrivere un nuovo contratto di servizio. E’ una

convenzione, un accordo in base al quale lo stato affida alla Rai per 10 anni la titolarità della

concessione a trasmettere, ma ogni 3 anni gli obiettivi di questo contratto di servizio vanno

aggiornati. L’ultimo contratto di servizio 2012-2015 è rimasto nei cassetti: nessuno lo sta attuando.

In questo contratto di servizio vengono specificate le azioni che la Rai deve fare per ottemperare e

rispettare quello che c’e scritto nella convenzione. Ogni tre anni si fa il contratto di servizio in cui la

Rai scrive le azioni che intende portare avanti per realizzare gli obiettivi della convenzioni: tipi di

programmi, tipi di campagne promozionali, come vuole coinvolgere gli utenti. In Italia nei mesi

scorsi è stata fatta una consultazione FALSA —> dei gruppi di lavoro si sono riuniti per vedere le

priorità, sono stati fatti girare dei questionari scritti male e girati tra poca gente, e la cosa si è

chiusa lì. Alla BBC invece la regola è quella di ascoltare i cittadini, considerati gli azionisti, coloro

che devono dettare la programmazione. !

Questo contratto di servizio dovrebbe tradurre in azione gli obiettivi della convenzione. Quello del

2012 non è stato attuato, in questa legge c’è un altro difetto: cioè l’aver allungato il termine di

23

durata del contratto di servizio —> dura 5 anni. La concessione dura 10 anni, il contratto di servizio

5 anni: a metà convenzione si fa una sorta di tagliando per rinnovare le azioni della Rai in

attuazione della convenzione. !

Il contratto di servizio lo fanno la Rai e il governo, ma mentre in questi anni avevano dei margini

per poter dire al governo “noi siamo l’azienda e i dirigenti hanno valutato di fare queste azioni ecc”

e il governo diceva “benissimo”, nella legge di riforma della Rai, chi definisce gli indirizzi del

contratto di servizio è il governo. Se governo dice: “per fare servizio pubblico bisogna chiudere tutti

talk show”, allora la Rai deve chiudere i talk show. Il governo si ingerisce anche nella

programmazione. Non si limita a dire “ti do la concessone per 10 anni”, ma pure questo. Che

l’esecutivo debba dettare delle regole che valgono 5 anni, anche dopo il cambio del governo, è

minaccioso per la democrazia. Quando è stata approvata questa legge il governo era più forte di

ora: ha avuto il peso politico necessario per far passare questa legge, che contiene questo vizio

capitale. La gente non si è accorta, perché pensava che di fronte a un’azienda che diventa

impresa destinata ai criteri di managerialità, bisognasse essere entusiasti. Però c’è un difetto

nascosto grave, di consegnare all’esecutivo sia la nomina dei consiglieri, sia la definizione

degli indirizzi del contratto di servizio. Il servizio pubblico è composto di interessi diffusi nella

collettività. Chi li sceglie nella bbc? I comitati, le associazioni, i gruppi di pressione legalizzati, che

impongono alla BBC alcuni indirizzi, in modo che, prima di elaborare una programmazione, venga

fatto un dibattito preparatorio. !

In Italia il concetto di servizio pubblico è condizionato dalla propaganda politica —> siamo agli inizi

di una trasformazione che ancora non mostra risultati buoni. ! LEZIONE 9, 31 Ottobre 2016!

!

Stavamo parlando di garantire alla Rai un’adeguata autonomia decisionale e dalla politica. La

riforma della Rai, la legge del dicembre scorso, contiene elementi molto positivi, che riguardano la

governance della tv pubblica e il funzionamento della struttura della tv pubblica. Abbiamo espresso

delle riserve sui criteri di nomina dei consiglieri e sull’effettiva autonomia della governance dal

governo. Un sistema del genere vuol garantire una managerialità alla tv pubblica —> c’è bisogno

di mettere la Rai in grado di operare sui mercati, ma poi questa autonomia non può convertirsi in

autonomia da esecutivo. L’esecutivo è l’espressione solo di una parte politica. Se noi vogliamo

affermare un principio di autonomia della Rai dalla politica, non possiamo passare dalla padella

alla brace, dove la padella era il controllo parlamentare sulla Rai, mentre la brace è il controllo

governativo sulla Rai. Storicamente i governi cambiano e questa legge si applica a tutti i governi

che ci saranno. Magari anche i governi che staranno lì poco tempo potranno decidere a lungo

termine. Questa legge secondo il prof necessita di alcuni correttivi per quanto riguarda i

meccanismi di nomina dei consiglieri. !

I meccanismi sono impostati nel seguente modo: attualmente c’è un consiglio d’amministrazione di

9 membri, 7 consiglieri su 9 sono nominati dalla commissione parlamentare di vigilanza, gli altri

due vengono scelti dal ministero dell’economia, che è l’azionista di riferimento della Rai. La Rai è

pubblica, quindi nelle mani del ministero del tesoro. Quei 7 sono scelti in base ai rapporti di forza.

Attualmente i consiglieri d’amministrazione sono in maggioranza vicini al pd, perché il pd ha

nominato più consiglieri, dal momento che aveva più voti. C’è una dialettica tra le forze politiche,

ma una dialettica che anche questa volta forse ha fatto passare in secondo piano le competenze.

Non ci si è chiesti se i consiglieri fossero esperti e competenti della Rai, ma si è favorita

l’appartenenza. Oltre che l’appartenenza è stato premiato a volte anche il merito. Si è detto,

facendo questa legge di riforma, che era meglio smettere di avere una commissione che mette

becco su ogni decisione della Rai. Continua il controllo della politica sulla Rai. Quindi è meglio

cambiare il modo di nominare consiglieri: bisogna togliere i poteri alla commissione di vigilanza, e

assegnarne di maggiori al direttore generale, che decide le strategie generali. Quello che conta

nelle aziende è l’amministratore delegato. Bisogna quindi responsabilizzare il vertice, fare in modo

che i meriti siano del direttore, ma anche i demeriti, secondo un principio di responsabilità. Ma

affinché questo principio di responsabilità possa funzionare, bisogna fare un consiglio di

amministrazione indipendente. E’ previsto che se tutti i consiglieri sono d’accordo, possono anche

mandare a casa il direttore generale —> questo punto è presente nella nuova legge. Il consiglio di

amministrazione ha comunque dei poteri, ma meno delle leggi precedenti. E’ importante nominare

24

questi consiglieri in modo meritocratico, perché se devono avere il potere di giudicare il lavoro del

direttore generale, devono avere degli strumenti per valutare, non basarsi solo sull’appartenenza

politica. Questa legge in quel punto è scritta molto male; riduce il numero di consiglieri da 9 a 7,

ma chi li nomina questi 7?!

2 dalla camera dei deputati !

• 2 dal senato. !

Prima c’era una commissione parlamentare in cui erano 40. !

Potremmo ritrovarci nel 2018 con questo problema. Quando si capirà chi vincerà le elezioni,

qualcuno si porrà questo problema. Questa legge è stata fatta con troppa fretta: siccome non c’era

l’urgenza di nominare i consiglieri, è stato detto “tanto se ne parla tra tre anni”. !

Ma è chiaro che il prof prevede che saranno gli stessi ad aver fatto questa legge, a preoccuparsi:!

1. c’è il rischio che la Rai finisca nelle mani di chi andrà al governo. Questo è il primo vero

pericolo, di cui ancora non si percepisce la pericolosità. !

2. Nel week-end i giornali hanno sollevato un problema importante. Il problema legale è che il 31

ottobre scade la convenzione tra Rai e lo stato italiano per la concessione a trasmettere. Si

tratta della convenzione per cui lo stato italiano assegnava alla Rai il compito di trasmettere il

servizio pubblico. Perché automaticamente alla Rai questa concessione? Molte altre reti come

mediaset ecc si sono poste questa domanda, anche per la questione del canone in bolletta. Se

siamo in un mercato competitivo, perché non facciamo una comparazione tra i broadcaster?

chi è in grado di assicurare meglio il servizio pubblico? Si è deciso di rinnovare in automatico

alla Rai la concessione, perché i tempi non sono pronti per una competizione tra broadcaster.

Viene fatta una proroga —> nel frattempo il ministero dello sviluppo economico, che ha la

competenza sulle comunicazioni, e la Rai, si sono risentiti per cercare di definire i contenuti

della convenzione, dell’accordo. I contenuti non possono essere gli stessi contenuti di 10 anni

fa, perché adesso ci sono internet e delle novità ecc. Quindi non si possono fare le stesse cose

del 2006. La tv pubblica deve recepire il cambiamento, quindi la convenzione va riscritta.

Sono indietro nella stesura, perché vorrebbero fare come la BBC, dove c’è una grande

dialettica tra forze sociali (oltre che politiche) su come garantire il servizio pubblico. In Italia

invece è stato fatto un questionario fake per chiedere alla gente se fosse contenta del servizio

pubblico —> nessuno ha visto questi risultati: sono stati fatti solo per giustificare la vessazione

del canone bolletta. Questa è stata un’obiettiva caduta di stile. La cosa più grave è che la

convenzione è scaduta, l’ulteriore proroga di questo lavoro di stesura della nuova convenzione

è contenuta nella legge di stabilità, che entra in vigore tra 15 giorni da oggi. Quindi abbiamo 15

giorni in cui la Rai non potrebbe firmare contratti o addirittura trasmettere. Tutto questo

prescinde da chi sta ai vertici: è tutta una realtà politica di mettere in difficoltà chi sta al vertice.

Ci sarà un’altra proroga della convenzione, che varrà fino al 2026. La convenzione non è

l’unico documento del servizio pubblico: c’e anche un altro documento importante, che si

chiama contratto di servizio. Il governo e i vertici Rai firmano un contratto di servizio. La

convenzione dura 10 anni e dice che sarà la Rai a gestire il servizio pubblico, tutelando

determinate cose ecc. —> sono i principi generali insomma. Ogni 3 anni pero noi firmiamo un

contratto di servizio dove scriviamo le azioni reali che vogliamo mettere in campo per tradurre i

principi della convenzione e realizzarli: spiegare come vogliono realizzare i principi della

convenzione. C’è quindi un dettaglio analitico. I dettagli di tutto questo vengono messi nel

contratto di servizio, ogni 3 anni. E’ un dato di fatto che il contratto di servizio scaduto l’anno

scorso non è mai stato attuato. Questa nuova legge sulla Rai fa due cose rispetto al contratto

di servizio —> non lo fa durare più 3 anni ma 5; è un contratto che quindi arriva a metà della

durata della convenzione. Questa è una decisione discutibile: il ritmo delle trasformazione è

veloce, 3 anni è intervallo giusto, non 5. Inoltre non è più un contratto di servizio figlio della

negoziazione tra Rai e governo, non c’è un tavolo di lavoro dove la Rai dice quello che vuole

fare e il governo dice si o no, non ci si confronta più sulle priorità, non ci sono più i tecnici Rai e

del ministero che si confrontano per trovare le soluzioni migliori ecc. Nella nuova legge è scritto

che gli indirizzi del contratto di servizio vengono dettati dal governo e imposti alla Rai. Allora

questa autonomia dalla politica dov’è? Questi pieni poteri del direttore generale dove stanno?

Come si fa a dire al direttore generale che ha pieni poteri e poi invece deve attenersi al

contratto di servizio scritto dalla politica, su base delle convenienze di chi sta al potere in quel

momento?! 25

E’ un qualcosa di cui nessuno si preoccupa perché non c’è ancora il rinnovo, ma quando ci sarà il

rinnovo dei vertici e del consiglio d’amministrazione, questi temi verranno a galla. Il prof spera che

la legge verrà cambiata di nuovo perché ci si accorgerà di queste 2 anomalie: una neutralizzazione

di questi pieni poteri che il direttore generale si vede conferire dalla legge, una supremazia del

partito politico che detiene il potere in quel momento. !

!

! Parcondicio:!

Chiudiamo il 5° capitolo del manuale e i riferimenti all’emittenza televisiva. Fa riferimento alla

notizia dell’altroieri per spiegare cos’è la parcondicio e la difficoltà di applicazione. !

La legge fu fatta nel 2000 per le stesse ragioni per cui tra un po’ si cambierà questa legge sulla

Rai. Quando ci si rende conto che i sondaggi sono negativi, si cambiano le leggi. All’epoca,

quando ci si rese conto che il problema delle concentrazioni televisive non era sparito, si è fatta

una legge sulla parcondicio, che serviva a limitare lo strapotere mediatico dell’epoca di Berlusconi

e fare in modo che la propaganda politica dia lo stesso spazio a tutti. !

E’ simile alla legge sul pluralismo politico nell’informazione radio-televisiva, che vuol assegnare

uguali spazi di propaganda a tutte forze politiche, a prescindere dalla loro consistenza elettorale. !

Quando c’è una elezione, si parte tutti da zero. Quindi la base della parcondicio è parità per tutte le

forze politiche. La parcondicio ha delle regole molto più stringenti nell’ultimo mese di propaganda

—> divieto di sondaggi negli ultimi 15 giorni. Per esempio dal 20 novembre nessuno ci dirà più il

risultato dei sondaggi tra si e no. Questa legge sulla parcondicio era stata contestata —> c’era la

volontà di impedire che chi controllava i mezzi di informazione potesse usarli per fare propaganda.

Così viene applicata questa legge e la corte costituzionale in una sentenza, la n 155 del 2002,

dice questo: questa legge è giusta perché applica alla propaganda elettorale il principio di

uguaglianza previsto dalla costituzione. Lo stato interviene per rimuovere le disuguaglianze che si

sono create sul mercato dell’informazione radio-televisiva. In linea teorica tutti abbiamo la stessa

possibilità di esprimerci, ma se uno ha il controllo della tv ovviamente favorirà se stesso. E’

necessario fare delle regole. Queste regole nei periodi elettorali sono più stringenti, ma nei periodi

pre-elettorali sono meno efficaci. Non posso applicare la parcondicio a internet, facebook o twitter

—> come faccio a misurare lo spazio che ha sui social network? Eppure gran parte della

propaganda politica è alimentata soprattutto in rete, perché lì ci sono i ragazzi che non leggono i

giornali e non guardano i telegiornali. Quindi si presenta un problema di scarto generazionale, e

questo è già un dato. Un secondo dato è emerso dalla polemica di questi giorni (l’altroieri e ieri era

riportata la notizia) —> il fronte del si vorrebbe denunciare alla Agcom tutti i giornalisti e gli

opinionisti che si sono schierati per il si e il no. Allora è stato detto: bisogna conteggiare che se un

giornalista dice si, bisogna conteggiarlo insieme ai minuti che vengono riservati per il si. !

In linea teorica questo punto di vista ha un fondamento: i giornalisti dovrebbero essere neutrali,

hanno una deontologia professionale —> mettere al primo posto l’obiettività nell’esprimere le

notizie. Non può dire “votate si” o “votate no” per deontologia: non può tradire i suoi doveri di

obiettività dicendo per chi vota. Però ci sono 2 osservazioni da fare: oltre ai giornalisti ci sono stati

tanti endorsment di altri personaggi in auge che si sono dichiaratamente espressi. Non se ne esce

più se si applica la parcondicio anche a questi. Il secondo problema è che spesso i sostenitori del

SI, utilizzano anche gli spazi riservati alla comunicazione istituzionale: per esempio il consiglio dei

ministri che parla dei terremotati e delle azioni per sostenerli ecc —> se la conclusione di quel

messaggio è “votate si”, allora non va più bene. !

! LEZIONE 10, 4 Novembre 2016!

!

Palacci Marco!

Oggi c’è stata la notizia dell’archiviazione delle inchieste che erano state aperte sul caso di Tiziana

Cantone, la ragazza che si è uccisa dopo la derisione virale e le offese. Nessuno pagherà per

questo, o almeno questa è l’idea di massima che sta maturando. Questo ci fa riflettere sulla natura

insidiosa della rete e sembrerebbe farci concludere per un’ipotesi molto disfattista, cioè che la rete

sia una terra di nessuno in cui nessuno paga e in cui la violazione dei diritti spesso diventa

sistematica. !

Stabilire un nesso causale tra il suicidio e le offese ricevute è difficile, soprattutto da dimostrare.

Questo è il primo aspetto della rete. C’è anche una natura benefica, positiva della rete —> non può

26

essere considerata il demonio; è sicuramente un terreno di insidie, ma la rete è anche un enorme

serbatoio di opportunità. La catena di solidarietà per i terremotati funziona molto di più attraverso la

rete: se fossimo ancora nell’era dei media tradizionali queste potenzialità non ci sarebbero.

Cerchiamo di usare la rete per sensibilizzazione degli utenti, non demonizziamola e basta, ma

valorizziamone la natura positiva e cerchiamo di attivare questi circuiti virtuosi legati alla

solidarietà. Questa è una premessa per dire che il prof inizierà ad affrontare la questione dei

blog, le responsabilità dei blogger, la diffamazione online, il diritto all’oblio, ma sempre con uno

sguardo equilibrato. Questi diritti sono difficili da tutelare, ma non impossibili. Cominciamo ad

essere ottimisti sul fatto che le tutele cominceranno ad esserci e anche sul fatto che i giudici

stanno garantendo un’efficace rispetto dei diritti delle personalità in rete.!

!

Partiamo dalla genesi, quindi dalla registrazione dei siti internet, perché già su questo la dottrina

si divise anni fa —> qualcuno continua ogni tanto a sproloquiare, a enunciare delle tesi e delle

posizioni che riguardano le regole giuridiche della rete, che sono paradossali. Il legislatore ha già

stabilito queste regole, ci sono ormai una normativa chiara e una giurisprudenza: ci sono sentenze

che dicono come dobbiamo comportarci. La domanda è stata per 15 anni: ma se volessi aprire un

sito internet, avrei l’obbligo di registrare questo sito internet? Fino al 2012 queste richieste erano

pressanti, perché regnava una grande incertezza su quali fossero questi obblighi. Chiediamoci se

attivando un sito internet si debba o meno trattarlo come se fosse una testata cartacea, se cioè

esista un obbligo di registrazione del sito internet presso la cancelleria di un tribunale. Perché

dovrebbe esistere questo obbligo? Perché se anziché un sito volessimo aprire un giornale, questo

obbligo esisterebbe —> legge sulla stampa dell’8 febbraio 1948 n° 47 venne fatta dall’assemblea

costituente, quindi prima delle prime elezioni della repubblica. L’assemblea costituente fece anche

la costituzione ecc. Fissò queste regole per gli stampati, che sono tuttora in vigore. Se qualcuno

volesse aprire un giornale, dovrebbe predisporre dei documenti inseriti in questa legge e portarli

presso la cancelleria del tribunale, che visita questi documenti ed entro 15 giorni registra la testata

—> da quel momento possiamo editare quel giornale (basta avere i documenti in regola). E’ una

registrazione, come quando ci registriamo online —> mettiamo dati ecc. Non vengono chieste le

idee politiche, le preferenze sessuali, il credo religioso ecc. Lo scopo della registrazione è quello di

garantire a noi cittadini la trasparenza della stampa, le informazioni adeguate su chi sia il

responsabile di quella testata. Se io leggo un giornale e scopro che mi sta diffamando, vado

dall’avvocato e dico “devo sporgere querela nei confronti di…”. Per poter ottenere la registrazione,

devo indicare i soggetti di riferimento che poi verranno messi nel colophon. La registrazione non è

un atto di controllo del potere politico sull’informazione ma è un atto dovuto, un adempimento

formale, che rassicura cittadini che potranno sempre risalire ai responsabili di uno stampato. !

Quando sono entrati in circolazione i primi giornali on-line, la domanda qualcuno se l’è fatta:

“adesso non abbiamo più solo i giornali, le radio e le tv, adesso abbiamo anche i giornali online,

come li trattiamo sul piano giuridico? Li obblighiamo a registrarsi e li rendiamo trasparenti agli

occhi dei cittadini?”. Se lo sono chiesti verso il 1996-97 alcuni giudici italiani di alcuni tribunali

(Napoli, Voghera, Roma e Vicenza) e pronunciarono delle sentenze che fecero scalpore:

ordinarono ad alcuni siti online di registrarsi presso i tribunali come se fossero delle testate

cartacee. Questi tribunali cominciarono ad applicare anche ai siti internet la legge sulla stampa del

1948. Siccome anche le testate telematiche hanno come finalità quella di informare l’opinione

pubblica, vengono aggiornate costantemente come dei giornali cartacei, allora la legge sulla

stampa va applicata anche a loro in modo estensivo. In quel momento quelle sentenze furono

commentate in modo diverso. La dottrina si divise: !

alcuni dissero che erano sentenze assurde perché la natura della stampa è diversa da quella di

• internet!

alcuni dissero che è giusto mettere regole anche a online. !

Entrambi i punti di vista avevano degli aspetti condivisibili, ma dal punto di vista giuridico avevano

ragione coloro che dicevano che era assurdo —> sostenevano l’inassimilabilità dei prodotti

telematici a quelli cartacei. Non sono assimilabili, sovrapponibili, non sono simili: costoro

spiegavano anche queste ragioni. !

Innanzitutto, a differenza della stampa, internet non ha lo stampatore —> non ha un luogo fisico di

produzione della notizia. La fisicità non è presente nel fenomeno internet, e noi sappiamo che è il

luogo dello stampatore che determina l’identificazione del reato. Io posso sporgere una querela nei

27

confronti di qualche testata e vedo dove è stato stampato il giornale. Nel caso di internet il luogo

non c’è, quindi questi sostenitori dicono che non c’è analogia, che sono due cose diverse. E non

c’è analogia neppure di contenuti, perché il giornale cartaceo è un prodotto fatto e finito (se ci

fosse bisogno di aggiornare i contenuti dell’edizione cartacea, dovremmo aspettare l’indomani o

fare un’edizione straordinaria); invece il giornale online è un perenne work in progress: l’home

page cambia anche durante la giornata., gli articoli possono essere aggiornati anche più volte al

giorno. La prima pagina di un giornale è statica, l’homepage di un sito è dinamica —> è difficile

cristallizzare il prodotto editoriale, perché è in perenne evoluzione. Quindi se io da cittadino volessi

tutelare i miei diritti contro la carta stampata querelando un giornalista, potrei farlo portando una

copia del giornale a un avvocato —> l’articolo è li ormai stampato, resterà sempre in quell’edizione

cartacea. Nel caso di internet, l’articolo può essere modificato, rimosso, può non far più parte del

prodotto editoriale; quindi questa eterna provvisorietà dei contenuti in rete è un altro elemento di

profonda differenziazione col cartaceo. Quindi costoro dicono: far registrare i siti internet è

inopportuno, perché la stampa cartacea ha le sue regole, internet invece non deve avere regole.

Allora noi oggi possiamo dire che questi studiosi avevano ragione sul non obbligo di

registrazione, ma non avevano ragione sulla natura anarchica della rete. Non c’è obbligo di

registrazione per gran parte dei siti, ma delle regole ci sono. Ecco perché bisogna stare a metà

strada tra le due tesi e riconoscere alla prima tesi alcune cose, ma anche imputarle di aver

sostenuto e veicolato un’idea di rete anarchica che è foriera di guai e lesioni dei diritti della

persona. La legge è molto chiara sulla registrazione dei siti internet: la legge sull’editoria 7 marzo

2001, n 62. Questa legge fu inizialmente interpretata in modo sbagliato, proprio come la legge

di equiparazione tra la stampa cartacea e l’editoria online. Questo errore interpretativo come è

avvenuto? Ci sono 2 attenuanti che hanno indotto in un errore di interpretazione: !

1. I precedenti giurisprudenziali. Quei tribunali avevano indicato una strada, quella della

equiparazione. E’ evidente che avendo più tribunali sancito quest’obbligo, quando uscì la legge

62, in molti dissero: “i tribunali hanno aperto la strada al legislatore” (succede in tante materie:

prima arrivano delle sentenze che finiscono sui giornali “per la prima volta… ecc” e si comincia

a diffondere l’idea che ci sia un nuovo obbligo o una nuova tutela, e così facendo la

giurisprudenza si consolida, introduce un elemento di novità e fa una legge per inserirlo

stabilmente). Questa è un po la prassi del rapporto tra giurisprudenza e normativa: la prima

spesso anticipa la seconda. Molti quindi dicono: il governo ha preso atto del fatto che bisogna

trattare allo stesso modo i giornali online e quelli cartacei. !

2. La seconda attenuante è che nella storia dell’informazione italiana, una legge di equiparazione

c’era già stata, c’era un precedente di equiparazione tra i mezzi: la legge Mammì del 1990

(legge che obbligava i mezzi radio televisivi ad adeguarsi alla legge sulla stampa del ’48). Per

esempio, in materia di rettifica delle notizie inesatte, in materia di diffamazione, in materia di

divieto di pubblicazioni raccapriccianti ecc. Tutti gli obblighi previsti dalla legge del ’48 per i

giornali vengono estesi anche alle televisioni. Vengono messe sullo stesso piano dei mezzi di

informazione che sembravano molto diversi. E’ chiaro che in molti nel 2001 dicevano: “come la

legge Mammì aveva equiparato, adesso interviene un’altra legge per mettere sullo stesso

piano i giornali e i siti internet”. !

Qualcuno dopo ha pensato bene di chiarire qual era la portata applicativa di questa legge 62. Nelle

lezioni scorse ha citato la nuova legge sull’editoria —> parla dei finanziamenti ai giornali anche

online, stabilisce delle regole per la riforma dell’ordine dei giornalisti ecc. Periodicamente il

governo fa una nuova legge sull’editoria: stabilisce chi deve prendere i soldi pubblici, che

agevolazioni devono avere, come deve essere gestito il prepensionamento dei giornalisti. Nel 2001

fu fatta questa legge: una delle tante leggi sull’editoria, che per la prima volta parlava dei prodotti

editoriali online. Per questo qualcuno disse “è una legge di equiparazione”: perché per la prima

volta ci si poneva il problema del sostegno delle testate online. Ma nessuno voleva equiparare il

trattamento giuridico delle testate online e cartacee, tanto meno lo voleva fare il legislatore. Infatti

in due leggi successive fu costretto a puntualizzare il modo giusto di applicare la legge 62, con

altre 2 leggi, che riguardavano altro e che contengono anche un riferimento a questa legge.

Queste due leggi, la n° 39 del marzo 2002 e la n° 70 del 2003, chiariscono quali sono gli obblighi

dei siti online. E sono gli stessi obblighi elencati in una delibera che la Agcom aveva prodotto nel

maggio 2001 (all’indomani dell’emanazione della legge 62, Agcom aveva già spiegato, ma rimase

comunque il disorientamento). ! 28

Sgombriamo il campo da altri equivoci: stiamo parlando dei siti online a fine informativo —> i siti

commerciali non sono obbligati alle registrazioni, così come i siti amatoriali ecc. Concentriamoci

solo sui siti che danno notizie. La domanda fondamentale: questi siti hanno l’obbligo di

registrazione presso i tribunali? L’obbligo non c’è ed esiste solo per i siti che hanno le seguenti

caratteristiche: !

aggiornamento periodico e costante. I siti online che aggiornano costantemente i contenuti non

• sono tutti: ci sono siti aggiornati saltuariamente. !

logo identificativo del prodotto editoriale, del giornale online. Ebiscom aveva creato un giornale

• online www.ilnuovo.it, con un logo identificativo!

occorre anche una struttura imprenditoriale, che gestisca questo sito. Per struttura

• imprenditoriale intendiamo quella struttura che si preoccupa di curare i bilanci, si preoccupa di far

quadrare i conti e persegue l’obiettivo del profitto. Quindi se un sito online avesse un carattere

amatoriale non sarebbe più un’impresa imprenditoriale. L’obiettivo deve essere quello di

realizzare degli utili, avere uno scopo economico, quindi non amatoriale. !

sito online deve avere una struttura redazionale, con almeno un giornalista iscritto all’albo in

• redazione!

l’obbligo più importante, che fino al 2012 è sempre stato messo in discussione —> volontà dei

• gestori del sito di accedere ai finanziamenti pubblici (previsti dalle leggi sull’editoria, anche quella

del 2001). Si intende cioè l’intento dei promotori del sito di chiedere soldi allo stato, di chiedere

delle provvidenze. La domanda che nasce spontanea è: quindi se non voglio dei soldi pubblici

non mi devo registrare in tribunale? Chiunque avesse dei finanziatori privati, potrebbe non

iscriversi se non è interessato ad ottenere provvidenze pubbliche erogate dallo stato e destinate

all’editoria cartacea.!

Le leggi del 2002 e 2003 erano delle applicazioni di leggi europee: questo principio è chiaro anche

in altre parti dell’europa. Ci hanno messo tanto perché anche dopo il 2001 qualche altro tribunale

ha continuato a obbligare alcuni siti online a registrarsi presso i tribunali. Nel maggio 2008 il

tribunale di Modica condanna il giornalista blogger Carlo Ruta a registrare il suo sito online, che si

chiamava www.accadeinsicilia.net. In questo sito di contro-informazione venivano pubblicate

notizie anche scomode nei confronti dei politici siciliani dell’epoca (molti hanno pensato fosse un

caso di censura). Carlo Ruta fa ricorso in appello e la corte d’appello di Catania, dopo un processo

che si conclude nel 2011, conferma il verdetto di primo grado e ribadisce l’obbligo delle testate on-

line a registrarsi presso il tribunale. Qual era il ragionamento della corte d’appello di Catania? Lo

stesso ragionamento fatto da 4 tribunali alla fine degli anni ’90: è a tutti gli effetti un giornale, è fatto

da giornalisti ecc. quindi è uguale ad un giornale cartaceo, quindi perché devo trattarlo in modo

diverso? Carlo Ruta ancora una volta non si da per vinto e fa ricorso in cassazione. La cassazione

nel giungo 2012 chiude il caso ribaltando i verdetti di primo e secondo grado —> da ragione a

Carlo Ruta, in una sentenza che rappresenta uno spartiacque tra la fase di incertezza applicativa

della legge n° 62 del 2001 e la fase della certezza applicativa, perché da quella sentenza del

giugno 2012 nessun giudice si è più sognato di obbligare alla registrazione i siti online che

non avessero quelle 5 caratteristiche. Nella sentenza della cassazione del 2012 che chiude il

caso Ruta, c’è scritto che i blog e i siti online non sono testate giornalistiche, a meno che non

ricevano dei finanziamenti pubblici. Queste conclusioni non solo hanno chiuso il caso Ruta, ma

hanno anche aperto la strada a una maggiore consapevolezza della natura della rete. Perché dal

2012 ci sono state tantissime sentenze (ricordare i contenuti per l’esame), che documentano un

progresso nella tutela dei diritti in rete. !

Si è definitivamente chiarito il problema della registrazione, ora occupiamoci di capire se alla rete

si possano applicare i criteri del cartaceo. Concludiamo con una novità: se la comparazione non

c’è stata per la registrazione, questa equiparazione invece c’è stata per quanto riguarda la la

diffamazione, la privacy ecc —> mentre per la registrazione non si può obbligare, per quanto

riguarda le nostre tutele, l’equiparazione sembra progressiva. Se non c’è un luogo fisico di

produzione, come tuteliamo questi diritti? Ci sono molte sentenze che hanno chiarito quale debba

essere il tribunale competente in questi casi. E’ il luogo in cui si amplifica l’offesa. Le rotative

amplificano la portata diffamatoria del giornale cartaceo. Nel caso della stampa il luogo fisico c’è

ed è quello dello stampatore. Nel caso delle diffamazioni televisive, il criterio stabilito è il luogo

dove risiede la persona offesa, perché la persona offesa deve avere svolto il giudizio nel luogo

dove è maggiormente conosciuto. E in internet? Anche qui, nel paragrafo sulla diffamazione online,

29

vedremo che delle incertezze ci sono state —> addirittura una sentenza del 2000 aveva

adombrato il fatto che il processo si facesse nel luogo del server. Ma è del tutto irrilevante il luogo

del server! Hanno iniziato ad affermare il seguente principio: il processo si fa nel luogo in cui il

querelante ha patito maggior danno, quindi in cui soggetto leso ha più interesse a vedere

ricostruita la sua immagine. E non è sempre luogo della residenza del soggetto leso, come per

la tv, perché se si tratta di un imprenditore che ha delle aziende a Bergamo ma è originario della

Sicilia e ha un legame affettivo a Roma, quindi la residenza l’ha mantenuta in Sicilia, ma vive

spesso a Roma, ma le aziende producono e hanno epurazione in Lombardia, è chiaro che l’uscita

di un articolo online danneggia soprattutto il nome delle sue aziende, quindi Bergamo. Il processo

si può anche fare nel luogo in cui è avvenuto l’upload del testo in rete. In questo filone

giurisprudenziale si è aperta una ferita, cioè fare il processo nel luogo dove il soggetto era stato

danneggiato. !

Reato di evento: il reato si compie se si compie l’evento (materiale di cliccaggio di quell’articolo).

Ci sono articoli che non legge nessuno: nemmeno il soggetto leso, quindi non si è prodotta la

diffamazione. L’evento non è l’upload, ma il download —> se leggiamo qualcosa contro di noi,

dobbiamo far cliccare quel link da qualcun altro (la prova è che almeno 3 persone, compreso

l’interessato, abbiano letto quell’offesa). Basta fare uno screenshot di quella pagina —> si prende

una condanna se quella pagina è stata letta o memorizzata da qualcuno. In questa sentenza si

dice che se è individuabile il luogo dell’azione, questa sentenza non nega che il reato si produca

quando le persone leggano, ma dato che non so da dove leggono, quantomeno so da dove è stato

caricata quell’offesa. Quindi posso risalire a dove la persona si trovava quando caricava —> faccio

il processo in quel luogo. Secondo il prof questa tesi verrà contraddetta —> ha più senso scegliere

il luogo in cui la persona ha patito maggior danno. La corte di giustizia europea, chiamata a

pronunciarsi su casi di diffamazione online, ha stabilito questo principio: noi possiamo essere offesi

da un sito italiano, ma anche da un sito danese, svedese ecc. con chi ce la prendiamo nel caso di

diffamazione a livello internazionale? Come dobbiamo attivarci per tutelare i nostri diritti? In queste

2 decisioni del 2011, la corte di giustizia europea ha fissato 2 parametri: !

il processo si fa nel luogo in cui il soggetto leso ha patito il maggior danno. Vuol dire che il

• giornalista del sito danese deve presentarsi davanti al tribunale di Bergamo a difendersi

dall’accusa di diffamazione. Il criterio è quello di favorire una riabilitazione in rete del soggetto

leso, nel luogo in cui il soggetto leso è stato maggiormente danneggiato. !

Entità della pena in caso di condanna: se quel giornalista danese venisse condannato, a lui non

• si applicherebbe la pena prevista in Italia per quel reato, ma si applicherebbe la pena più

favorevole tra quella prevista in Italia e quella prevista in Danimarca (principio del trattamento più

favorevole). Da una parte si tutela il soggetto leso, ma si viene anche incontro al soggetto di un

altro stato, attraverso una comparazione tra lo stato d’origine di questa persona e lo stato dove si

svolge il processo —> si mettono in comparazione i due ordinamenti giuridici. !

!

Il responsabile unico del cartaceo è il direttore. Gli articoli firmati con pseudonimi vengono attribuiti

al direttore, che nel caso di diffamazione è responsabile per reato di omesso controllo. Nel caso

di internet è diverso —> c’è più difficoltà a capire chi ha scritto l’articolo, bisogna risalire al diretto

responsabile. !

Ci sono stati oscuramenti di siti prima di capire se ci fosse stato un effettivoreato: solo sulla base

della segnalazione. Le recenti sentenze hanno finalmente riconosciuto all’editoria online le stesse

tutele del cartaceo: non c’è più il sequestro preventivo di una pagina di internet, ma il giudice deve

provare la effettiva condanna. Devono commettere palesemente un reato per far avvenire

l’oscuramento. Ma se c’è un dubbio, una frase diffamatoria contro un politico, non c’è

l’oscuramento del sito —> ci sarà un processo normale ecc. !

Il sequestro preventivo non c’è più. !

! LEZIONE 11, 07 Novembre 2016!

!

La prima tutela è l’autotutela: è la capacità di sviluppare un discernimento di quello che

possiamo o non possiamo fare. Questo vale per i blog ma soprattutto per i social network. Sui

social non manifestiamo solo una libertà di espressione e di pensiero: viviamo nei social anche

una libertà di riunione —> siamo riuniti con altre persone che scegliamo e quindi con queste

30

persone noi ci riuniamo, condividiamo file audio, video, notizie, post, commenti ecc. Ma ci riuniamo

anche nelle chat e qui conversiamo solo con le persone che abbiamo selezionato. Dal punto di

vista giuridico noi non ci esprimiamo solo, ma nei social network ci riuniamo anche. Questo, dal

punto di vista giuridico, ha un’implicazione —> non realizziamo solo la libertà d’espressione del

pensiero, ma anche la libertà dell’art. 17 della costituzione (libertà di riunione). Qui svolgiamo le

riunioni con altri soggetti. Questo amplia le potenzialità dei social network, ma espone le nostre

personalità a dei rischi ulteriori. Uno spartiacque nella giurisprudenza è rappresentato da una

sentenza del 2010 del tribunale di Monza: 1 marzo 2010 ha pronunciato la prima condanna per

diffamazione a mezzo facebook. La cosa apparve sorprendente —> si riteneva che nei social

network non ci fossero tutele. Il ragionamento era “i social non sono giornali”. Per anni si è ritenuto

che il prezzo da pagare per riavvicinare amici dispersi e riattivare dialoghi virtuosi fosse quello di

rinunciare alla tutela dei nostri diritti. Nel 2010 il tribunale di Monza ha condannato a 15 mila euro

di multa un ragazzo che aveva postato commenti denigratori nei confronti della sua ex, ironizzando

sullo strabismo della ragazza. Lo aveva fatto sulla propria bacheca, ma rendendo visibile questo

commento a degli amici comuni, che avevano informato la ex, la quale aveva sporto querela. Quel

caso ha aperto una falla in quello che si credeva fosse il muro impenetrabile della mancanza di

tutela dei diritti in rete. !

Ci si è subito interrogati sulla responsabilità di facebook Italia —> che responsabilità ha? E’

stata una domanda ricorrente. Nel 2010 si cominciano a riconoscere i diritti in rete per la

diffamazione e la privacy (codice 166 sulla privacy). !

Nel 2012 tribunale di Livorno condanna una ragazza che su facebook aveva pubblicato commenti

a sfondo razzista nei confronti del suo ex datore di lavoro —> era stata licenziata e aveva

commentato in modo diffamatorio questo licenziamento, offendendo in modo razzista il capo

albanese. !

La giurisprudenza ha fatto un passo avanti, arrivando a punire la diffamazione a mezzo

facebook basata su semplici allusioni, su indizi. Tratteggiare lineamenti non necessariamente

fisici, che portano qualcuno a identificare questa persona —> accusabile di diffamazione.!

I commenti allusivi, anche se privi del riferimento nominalistico, integrano già gli estremi del reato

di diffamazione, perché rendono identificabile il bersaglio nella cerchia ristretta dei suoi contatti: il

danno reputazionale che quel soggetto riceve è evidente. E magari lo danneggia perché porta a

rivelare qualcosa che voleva tenere riservato, o addirittura è un commento denigratorio perché

mette in dubbio la sua morale. Bastano i mi piace per accendere la miccia. !

Se una persona scrive un commento diffamatorio sul mio profilo, io ho l’obbligo di cancellarlo,

altrimenti posso essere denunciato insieme a chi ha scritto, perché divento corresponsabile.

Quando la persona lesa da quel commento fa lo screenshot, poi dobbiamo dimostrare che

l’abbiamo visto proprio in quel momento. Anche i like ai commenti diffamatori integrano la co-

responsabilità. !

Facebook italia è responsabile di non aver rimosso le foto di Tiziana Cantone da facebook —> al

prof sembra una sentenza un po’ discutibile. Tutta la giurisprudenza emessa da vari tribunali dice

che i provider non sono responsabili dei contenuti postati dagli utenti. Ma non è giusto che

fanno soldi grazie a noi e in più possono ospitare qualsiasi cosa! In che senso non sono

responsabili? Non sono responsabili di un obbligo di sorveglianza preventiva: non possono

passare le loro giornate a vedere cosa pubblichiamo su facebook, se no sarebbe un’ingerenza

nella nostra libertà d’espressione, quindi non possiamo chiedere loro di vigilare in via preventiva

sulla liceità dei contenuti pubblicati da milioni di utenti. Però la giurisprudenza ha detto un’altra

cosa: questi soggetti, una volta sensibilizzati dalle parti interessate, devono attivarsi con il

cosiddetto EFFETTO INIBITORIO: devono impedire l’ulteriore diffusione di quei materiali illeciti.

Una volta sollecitati dalla persona interessata, devono attivarsi! Quindi la responsabilità di questi

soggetti esiste, ma è su segnalazione degli utenti, a fronte di una denuncia. Facebook non può

cancellare dei nostri post a sua discrezione. I video di Tiziana Cantone giravano da oltre un anno,

sono stati inizialmente diffusi dalla ragazza stessa su whatsapp e non c’era la prova che lei avesse

vietato la diffusione di questi video. Non c’era un messaggio in cui lei dicesse di non girare questo

video a nessuno. E’ stata la titolare dei dati a inviare questi video ad alcuni suoi contatti. !

Bisogna lavorare soprattutto sulla dimensione dell’autotutela. !

L’inquadramento giuridico del reato di diffamazione per mezzo facebook: i giudici non hanno

deciso di fare gli eroi dei diritti individuali su facebook —> c’è un’interpretazione consolidata che ci

31

dice che la diffamazione a mezzo facebook è inquadrabile nella fattispecie dell’art. 595 del codice

penale: !

punisce la diffamazione (anche quella commessa in un ambito ristretto, in piazza, aula ecc nei

• confronti di soggetti non presenti)!

punisce anche la diffamazione a mezzo stampa, qualificandola come una diffamazione

• aggravata: è più grave offendere su un giornale piuttosto che in un’aula. La diffamazione a

mezzo stampa ha una forza diffusiva e quindi lesiva superiore a quella della diffamazione

commessa in un ambiente ristretto!

l’aggravante non scatta solo con la stampa, ma scatta con qualsiasi mezzo di pubblicità. Tutti

• quei mezzi che consentono di amplificare la portata diffamatoria integrano gli estremi della

diffamazione aggravata. Tutti i mezzi che amplificano la portata della diffamazione, portano alla

diffamazione aggravata. Facebook è considerato da tutti i giudici concordemente come “altro

mezzo di pubblicità”. Troveremo un riferimento a una sentenza del 2014 —> la diffamazione

online è ancora più grave di quella a mezzo stampa, perché attraverso i motori di ricerca la

portata denigratoria si sprigiona in modo ancora più virulento. !

Abbiamo delle tutele e possiamo far valere i diritti anche su social.!

! CAPITOLI 6 E 7: PIU IMPORTANTI PER ESAME!!

!

LEZIONE 12, 11 Novembre 2016!

!

! Il diritto all’oblio:!

!

Il tema del diritto all’oblio è affrontato analiticamente nel capitolo nuovo del manuale, perche nelle

precedenti dizioni non c’era. E’ stato necessario dedicarvi un capitolo, perche testimonia la vivacità

del dibattito in corso tra gli studiosi e non solo, su un tema che rappresenta l’ultima frontiera della

tutela dei diritti in rete. Nelle scorse lezioni abbiamo visto come in rete si possono tutelare privacy,

onore, reputazione ecc. Nel 6 capitolo si parla del diritto d’autore (CI SARA’ UNA DOMANDA

ALL’ESAME!!!!). !

Questo tema del diritto all’oblio è l’ultima frontiera, perche ultimamente si è capito quanto possa

essere lesivo della dignità di un soggetto la permanenza in rete di contenuti che riguardano il

soggetto. Prima di internet la diffamazione assumeva una dimensione statica, perche essere

diffamati su un giornale cartaceo, su un telegiornale, significava vivere quel giorno o quell’istante

una lesione dell’onore, ma la difficile reperibilità di quei materiali rendeva pressoché innocua la

permanenza di quelle offese: era difficile che qualcuno a distanza di mesi o giorni accedesse

all’archivio cartaceo di un giornale per recuperare un articolo lesivo per qualcuno. La diffamazione

avveniva quando quell’articolo usciva, quando il conduttore leggeva la notizia diffamatoria ecc. ma

la carica lesiva si esauriva nello spazio della trasmissione o pubblicazione di una notizia, perche

era poi difficilmente recuperabile. Non era possibile recuperare sempre quel servizio, come oggi,

non c’erano gli archivi online, non c’erano motori di ricerca, quindi la recuperabilità di un contenuto

diffamatorio era problematica. La gente dimenticava che su quel soggetto erano state scritte o

dette determinate cose. La diffamazione prima di internet faceva meno male, aveva una

potenzialità lesiva inferiore rispetto a quella di oggi. !

Oggi con la rete è cambiato tutto: sono cambiate tante cose che abbiamo già evidenziato, ma è

cambiato anche il margine di recuperabilità di questi contenuti. Oggi possiamo dire che la

recuperabilità in internet è immediata. E’ come se quel giornale cartaceo uscisse tutti i giorni con

quella notizia, perche è insito nell’idea di rete il concetto di perpetrazione dell’offesa. Quando si

parla di gogna mediatica perpetua si vuole intendere questo: una perenne e immediata

disponibilità di questi contenuti nella piazza virtuale della rete: recuperabilità e possibilità

immediate di riattualizzare costantemente questi contenuti. !

Prima nessuno sarebbe andato negli archivi cartacei di un giornale per recuperare un articolo, e la

stessa cosa valeva per i telegiornali non ricuperabili in archivi online. !

Oggi possiamo recuperare quell’articolo, perché basta andare su un motore di ricerca. Possiamo

anche contribuire alla diffusione, condividendo quel contenuto, riattualizzandolo, commentandolo

sui nostri profili (anche un articolo di 3 anni fa). De-giuridicizzare ci fa comprendere quanto sia

32

importante la lezione di oggi. Il diritto all’oblio è nato proprio da queste considerazioni svolte

adesso. Il tema del diritto all’oblio è un tema che incrocia due esigenze: !

garantire la libertà d’espressione. Internet è un ambiente in cui noi ci riuniamo, ci esprimiamo,

• ma è anche un ambiente in cui ci informiamo. E’ cambiato il nostro modo di informarci sulla

realtà: gli italiano scelgono nuovi mezzi di informazione. Quindi bisogna garantire che internet sia

un mezzo di informazione —> tutti devono poter accedere a internet in modo libero. !

tutela dei diritti della personalità. Perche internet non può da mezzo di progresso diventare un

• mezzo di alienazione, non può calpestare i diritti della personalità, non può esserci uno scambio,

un trade off tra libertà di informazione e tutela della personalità. !

Non possiamo dire “internet ci da talmente tante notizie che io posso barattarle con la

penalizzazione dei miei diritti”: devo proteggere anche miei diritti. Non posso far calpestare la mia

identità digitale. Se uno scambio (trade-off) è possibile, è possibile sul terreno privacy-sicurezza: in

rete si organizzano tanti attentati anche tragici, allora accettiamo di farci controllare un po di più,

accettiamo l’invasione della nostra privacy, ci facciamo pedinare in rete ecc, perche cosi possono

essere scoperti anche gli attentatori. Solo in quel caso posso scegliere di rinunciare a un po’ della

mia privacy (così siamo più sicuri quando circoliamo anche in altri stati). Ma invece sul terreno

della tutela dell’onore e della reputazione questo trade off sarebbe penalizzante per noi: non

possiamo cedere terreno sulla nostra sovranità individuale e sui nostri diritti, solo perche internet ci

da tanto —> bisogna conciliare queste due esigenze (essere protetti ed essere sovrani della

propria identità). !

Allora ecco che il tema dell’oblio assume maggiore consistenza perche non è un tema che si

possa affrontare come è stato affrontato finora, soprattutto in Italia —> non si può riassumere nella

semplice ideologia della rimozione dei link. Non possiamo ragionare in materia di diritto all’oblio,

considerando il diritto all’oblio come semplice diritto alla rimozione! Dobbiamo riconoscere che il

vocabolo è fuorviante —> non vogliamo far calare il sipario su una persona, vicenda, situazione, e

metterla nel dimenticatoio, quindi nell’oblio. Sarebbe riduttivo, perche diritto all’oblio non vuol dire

semplicemente diritto di cancellare determinati link o contenuti —> diritto all’oblio vuol dire un

concetto molto più articolato. Perche in rete, come si dice frequentemente, rimane tutto, è difficile

cancellare del tutto alcune informazioni. La rete è come un fiume carsico che a volte fa scomparire

alcuni contenuti, ma riaffiorano per altre vie (quando qualcuno ritira fuori una notizia di cui non si

parlava piu). Se questa persona vuole tirare fori un discorso che sembrava sopito nel dibattito

all’interno dell’opinione pubblica, può farlo tranquillamente. Il diritto all’oblio inteso come

cancellazione totale è un diritto inesistente, un’illusione —> non ci sarà mai diritto all’oblio

globale. !

! Caso di partenza: il banchiere Calvi viene trovato impiccato, non si sa chi sia stato —> il

caso è stato archiviato e non si potrà indagare sui colpevoli. Questo caso è chiuso da un punto di

vista giudiziario, ma non si potranno mai cancellare da internet le notizie —> questo caso ha

riempito i giornali per 34 anni, quindi diventa impossibile rimuovere tutta la memoria storica, anche

se si tratta di un caso chiuso. Anche nei piccoli eventi, che possono capitare a persone come noi,

la cancellazione totale dalla rete rimane illusoria, perche chiunque può sentirsi legittimato a

riesumare contenuti che ci riguardano e che sono già stati pubblicati. Allora non cambia niente

questo oblio? Non serve a niente ed è soltanto una contorsione mentale dei giuristi

dell’informazione? Non è così —> infatti sul diritto all’oblio sono stati fatti dei passi avanti sia dalla

giurisprudenza, sia dalla normativa, sia dalla deontologia dei giornalisti. Quindi noi adesso

dobbiamo cercare di inquadrare bene il concetto di oblio, poi passeremo ai passi avanti fatti da

giurisprudenza con le sentenze dei giudici, la normativa dal punto di vista europeo e la

regolamentazione dei giornalisti, su come rispettare il diritto all’oblio. !

Dobbiamo fare una premessa fondamentale che riguarda l’applicazione del diritto all’oblio: si

applica in modo distinto a:!

- siti sorgente, quelli che per primi pubblicano una informazione. I siti a carattere informativo

hanno una missione prioritaria di garantire il nostro diritto a essere informati , quindi io devo

poter andare in qualunque momento su uno di questi siti, e ho il diritto di avere sempre le notizie

aggiornate all’ultima evoluzione —> la mission di questi siti è garantire il diritto dei cittadini a

essere informati.!

- e ai motori di ricerca. I motori di ricerca come google, che non sono però degli editori, non

sono obbligati a darci notizie aggiornate: non sono benefattori, non sono aziende che fanno

33

filantropia, sono colossi che fanno business. Non sono obbligati a darci notizie aggiornate,

perche non hanno come mission quella di informarci: sono aggregatoti di notizie che si trovano

altrove. Google non scrive notizie, non ha un giornale —> si indicizzano le notizie prodotte da

altri.!

Quest’ultima per noi è un’arma a doppio taglio, perché i cittadni vanno in google e trovano delle

notizie non aggiornate su di se, non attuali. !

! Esempio 1 —> io sono stato condannato per evasione 10 anni fa, quella notizia per due

giorni è rimasta su tutti giornali ecc, poi io ho risolto tutto in 2 settimane, ma i giornali non hanno

dato questa notizia con altrettanta enfasi. A distanza di anni io apro un’associazione di volontariato

e la gente va su internet per informarsi su di me e viene fuori quell’articolo di 10 anni prima. E’

evidente il danno di immagine e reputazione, è evidente che google lo ha indicizzato senza curare

la mia immagine, proprio perché google non è tenuto a farlo. Ma la mia immagine ne risente. !

Rispetto a questi due canali, i siti sorgete e il motore di ricerca, esistono regole ben precise dettate

dalla giurisprudenza. Sono regole che ci fanno capire cos’è il diritto all’oblio, con parole

comprensibili: non è un colpo di spugna sulla storia, non cancella le informazioni scomode, non

è un diritto di rifarsi la propria immagine digitale secondo le proprie convenienze. Altrimenti

sarebbe una storia falsata. Il diritto all’oblio è il diritto alla corretta contestualizzazione delle

notizie, non è il diritto alla rimozione tout court. Si tratta di una ricostruzione della nostra identità

digitale affinché in internet possa esserci un ritratto fedele alla realtà della nostra dimensione

individuale. L’obiettivo dell’applicazione del diritto all’oblio è proprio raggiungere questa

coincidenza —> far coincidere la vita reale con l’identità virtuale. La rete deve diventare lo

specchio fedele della nostra identità, non deve essere uno specchio deformante. In rete chi non ci

conosce deve capire esattamente chi siamo, non deve farsi 1 immagine sbagliata di noi perche i

dati in rete non sono correttamente contestualizzati. !

Non è sempre vero che bisogna rimuovere i link, non è sempre un nostro diritto, perche molti link

non possono e non devono essere cancellati. !

! Esempio 2 —> Ci sono articoli che escono con una serie di nominativi di persone coinvolte

in un’inchiesta. A distanza di giorni si scopre che le indagini su questi stanno andando avanti, anzi

la loro posizione è sempre più delicata, ma un tizio esce pulito. Noi abbiamo diritto di sapere che

quello li non c’entra più nulla con l’indagine, e proprio per questo non possiamo rinunciare a

leggere quegli articoli: non possiamo sacrificare il diritto all’informazione solo perche c’è uno che

per sbaglio è finito in quegli articoli. Bisognerà garantirgli una riabilitazione virtuale in altre forme:

con altri articoli, con la marginalizzazione sui siti di quei particolari che lo riguardano e che erano

stati smentiti da successive indagini. Ma non possiamo rimuovere quegli articoli, altrimenti non

sapremmo come sta andando avanti l’inchiesta. !

La corretta indicizzazione non è quasi mai la rimozione. Ci sono tantissimi contenuti che non

possono essere rimossi. Anche quando sentiamo dire “diritto all’oblio”, non dobbiamo intenderlo

come una cancellazione, perché quasi mai accade questo. !

Se io voglio chiedere il diritto all’oblio, devo innanzitutto capire se ne ho diritto. Si fa un processo,

ma non è possibile dare questo diritto di de-linkizzazione a qualcuno che non lo può avere,

sopratutto se si trattai di una notizia di servizio pubblico. !

Quando è attivabile il diritto all’oblio? Qualcuno anni fa, per risolvere il problema in modo

semplicistico, ma assolutamente illusorio, suggeriva di obbligare i motori di ricerca a introdurre un

dispositivo: far rimanere in rete solo le notizie degli ultimi 10 anni. Ma sarebbe una follia, per la

semplice ragione che negli ultimi 10 anni ci sono molte vicende di cui nemmeno ci ricordiamo,

invece 20 anni fa ci sono sicuramente delle trame oscure che ancora ci interessano e hanno sfondi

di attualità. Questo criterio temporale non poteva essere un buon criterio per il diritto all’oblio.!

Allora si è deciso di ragionare caso per caso, applicando determinati parametri. Il concetto chiave

che riassume questi parametri è: bisogna ricorrere all’immagine della bilancia. Bisogna mettere

sulla bilancia:!

- il diritto alla pubblicazione e alla diffusione di queste notizie, che a volte è anche un dovere. !

- il diritto alla personalità dei soggetti coinvolti in quelle notizie. !

Allora il ragionamento che deve essere fatto da google è il seguente: la permanenza in rete di quel

contenuto è fondamentale per tenere le notizie aggiornate? Quel link che è stato indicizzato da

google, è essenziale per ricostruire correttamente l’identità digitale dei protagonisti di quel link o di

quella notizia? La seconda domanda che deve farsi google: la permanenza in rete di quel link lede

34

il diritto all’onore e alla reputazione del protagonista di quella notizia? Il problema è che le risposte

sono quasi sempre inconciliabili: sarebbe opportuno lasciare la notizia, però la permanenza in rete

di quella notizia danneggia anche il protagonista della notizia stessa. Con la bilancia bisogna

valutare se sia più importante lasciare la notizia in rete o de-linkizzare la notizia da google, perche

crea troppi danni alla persona di cui si parla. !

Il caso è stato affrontato per la prima volta in modo rilevante in una sentenza (cap. 7) della corte di

giustizia europea nel maggio 2014: la sentenza COSTEIA GONZALEZ, dal nome del soggetto.

Questa sentenza è una sentenza della quale ancora oggi si parla, perche per la prima volta ha

cercato di dare una risposta. Costeia Gonzalez era un avvocato spagnolo, che a distanza di anni

aveva scoperto che in Google Spain compariva una notizia che lo riguardava e che lo danneggiava

parecchio. Era il link ad un articolo pubblicato dal quotidiano spagnolo “La avanguardia”, in cui si

raccontava della vendita all’asta di un suo appartamento a Barcellona, a seguito di un

pignoramento che l’autorità giudiziaria aveva deciso nei suoi confronti, per una riscossione pro-

attiva di crediti previdenziali. Il debito nel frattempo era stato appianato e quindi il provvedimento di

esecuzione di pignoramento dei suoi beni non era mai avvenuto. In google però l’avvocato si

continuava a portare dietro questa macchia, era rimasto intrappolato nel suo passato digitale. !

Google si rifiuta di rimuovere la notizia, fino a quando il garante della privacy spagnolo prende in

carica l'appello di Gonzales e chiede la rimozione di quel link. Il link viene rimosso a seguito della

sentenza della corte europea, proprio per quel principio secondo cui la corte di giustizia aveva

capito che il danno portato all’avvocato fosse un danno superiore al beneficio che la permanenza

della notizia in rete arrecava al nostro diritto all’informazione. Quella notizia, il giorno della

pubblicazione, aveva avuto senso, ma quando poi l’asta non c’era stata, non sarebbe più stato

giusto che i cittadini continuassero ad avere un’immagine negativa dell’avvocato, quando lui aveva

sanato il suo debito. !

L’opera di bilanciamento in favore di Gonzales non è una censura sull’informazione, non è un

bavaglio su una notizia che era giusto stesse in rete —> c’era una naturale prevalenza del diritto

della personalità di Gonzales rispetto a un diritto all’informazione che è meno rilevante. !

!

Applichiamo la differenza tra motori di ricerca e siti di sorgente: se Gonzales oltre, che ottenere la

rimozione da google, avesse voluto ottenere anche la cancellazione del link dal sito del giornale,

avrebbe dovuto presentare un’accusa separata. La corte di giustizia aveva condannato google,

non il sito sorgente: l’articolo sul sito del giornale era rimasto, perché riguarda la ricostruzione

storica di un fatto. La notizia di quell’articolo non era sbagliata, infatti nel giorno in cui era stata

scritta era una notizia di interesse pubblico, semmai andava aggiornata —> Gonzales ha potuto

chiedere l’aggiornamento di quella notizia. Magari infatti c’è qualcuno che va negli archivi online,

nella sezione search, e cerca il suo nome sui siti sorgente e digitando li trova l’articolo —> quindi è

giusto che trovi l’articolo, ma è altrettanto giusto che ci sia l’aggiornamento secondo i fatti accaduti.

Quindi il giornale ha l’obbligo di conservare la memoria storica, garantisce ai cittadini il diritto a

essere informati, ma deve aggiornare. !

Questa sentenza della corte di giustizia è importante anche perché contiene un’idea di motore di

ricerca un po’ discutibile. Quindi sicuramente il dispositivo della sentenza è giusto, però l’idea che

c’è in questa sentenza del ruolo dei motori di ricerca è discutibile. Perché? Come viene

qualificato Google nella sentenza? Se io cittadino devo presentare un’istanza a google, vuol dire

che google ha la responsabilità del trattamento dei miei dati. La rimozione dipende da Google, in

questo modo. Però, se noi ci pensiamo, perche google deve avere il diritto sui nostri dati? Perche

può anche rifiutare la rimozione? Spetta a google valutare caso per caso se sia più importante

garantire il diritto all’informazione o i diritti di personalità dei soggetti. Quel bilanciamento deve farlo

google. Questo, secondo il prof, è un po pericoloso: google non è un collegio di garanti della

reputazione individuale, non è una fondazione che si occupa di tutelare i diritti individuali, fa

business! Google incassa miliardi grazie ai nostri dati, quindi ha tutto l’interesse a lasciare il più

possibile nella rete dei contenuti. Se Google è indeciso se rimuovere o lasciare, nel dubbio non

rimuove: è un dato in più potenzialmente generatore di traffico. Quindi affidare a un’azienda che è

parte in causa l’ultima parola sulla rimozione o meno di alcuni link, è un tantino azzardato. Questa

corte di giustizia da una parte ha condannato google a togliere, ma ha anche attribuito a google un

ruolo spropositato. E il fatto che sia spropositato è provato da fatto che dopo questa sentenza

google è stata subissata da richieste di rimozione —> migliaia di persone hanno detto “se è stato

35

concesso questo diritto a lui, perche a me no?”. Google ha costituito quindi una task force di

esperti che potessero fronteggiare queste richieste: rimuovere tutto non era possibile. Non si

possono cancellare tutte le notizie scomode. Oggi google quindi ha predisposto un modulo, e

inserendo l’url di riferimento se ne chiede la rimozione, ma devono essere ragioni fondate!

Bisogna poter dimostrare che la permanenza in rete di quel link non è così indispensabile per il

diritto all’informazione, ma che la rimozione è essenziale per tutelare la reputazione del soggetto. !

Occorre che il danno di reputazione sia maggiore del beneficio per noi di poter leggere quella

notizia. !

Lasciare questa valutazione a un’azienda è un po’ un rischio. Qualcuno ha detto: perché non

affidarci a G29, il gruppo dei garanti europei, che si riunisce periodicamente per analizzare le

policy? Magari ci si poteva affidare ai garanti di ogni stato. Anche perche succede spesso che

google rifiuti un’istanza e il cittadino ricorrente che ha fatto ricorso a google, dopo il rifiuto di google

non si arrenda e si rivolga al garante della privacy, che esamina il caso e può decidere: !

- la notizia serve e non si può rimuoverla; !

- hai ragione, chiedo io a google di rimuovere la notizia. Se google rifiuta, si aprirà un contenzioso

e si andrà in giudizio —> un giudice dirà chi ha ragione. !

- oppure c’è una terza possibilità per il cittadino —> rivolgersi alla magistratura, anche dopo il

rifiuto del garante della privacy. Alla fine sarà la cassazione a stabilire se il cittadino abbia

ragione o meno. !

Ci sono anche casi in cui il cittadino non perde tempo a compilare il format di google —> si rivolge

direttamente al garante. !

E’ un po’ incoerente quello che ha scelto di fare la corte di giustizia europea, perché qualche anno

prima c’erano state sentenze che avevano negato ai motori di ricerca il ruolo di responsabili del

trattamento dei nostri dati: avevano riconosciuto ai motori di ricerca soltanto un ruolo di

intermediari e non di gestori.!

! Dieci anni fa su youtube era stato messo il video di un disabile picchiato in una scuola a

Torino. Quel caso portò a google delle denunce, poiché non aveva rimosso prontamente quel

video. Ci fu un processo al tribunale di Milano e in primo grado ci fu la condanna di 3 dirigenti di

Google Italia, per aver violato la privacy —> non avevano evidenziato sufficientemente su youtube

i rischi insiti nella trasmissione di quel video (bisognava che google mettesse nelle avvertenze

un’informativa sulla violazione di privacy di un soggetto). Non erano stati condannati per

diffamazione, ma per violazione della privacy. Era stato riconosciuto a google un ruolo di

responsabile di trattamento di quei dati, quindi come responsabile di quel video postato —> la

responsabilità era stata data a google. Google aveva fatto ricorso e la cassazione aveva ribaltato il

verdetto —> google non c’entra niente, non ha controllo dei nostri dati, non può essere perseguita

per dei video che carichiamo su youtube, bisogna perseguire i responsabili della violazione.

Google non è responsabile, non risponde di quei contenuti: ne risponde l’utente che posta i

contenuti. C’è stata una chiara esclusione di google dalla titolarità dei nostri dati. Invece la

sentenza di Gonzales dice il contrario.!

Quando questi soggetti colossi vengono allertati dall’attività giudiziaria, devono dimostrare spirito

collaborativo e dimostrare prontezza —> attivarsi per cooperare con l’attività giudiziaria. Ma finche

non arriva una denuncia non sono tenuti a rimuovere. Invece nella sentenza Gonzales a google

viene attribuito un ruolo di decisore. E allora non sono incoerenti le due cose? (Sentenza Costeia

Gonzales e Sentenza per video del disabile a Torino).!

Il diritto all’oblio vale solo per i contenuti inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in

relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati. !

Bisogna chiedersi se l’impatto di questa notizia sul pubblico e il fatto di lasciare in rete questa

notizia valga più o meno del rispetto della privacy. ! !

LEZIONE 13, 14 Novembre 2016!

!

Oggi puntualizziamo alcuni principi applicativi per quanto riguarda i siti sorgente. Come i giornalisti

devono applicare il diritto all’oblio?!

E’ fuorviante l’applicazione del diritto all’oblio nei primi anni: viene dato un significato sbagliato

all’indomani della sentenza Gonzales (CHIEDE ALL’ESAME). !

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in comunicazione per l'impresa, i media e le organizzazioni complesse (Facoltà di Economia, di Lettere e Filosofia e di Sociologia) (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 123prince123 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto della comunicazione per le imprese e i media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Razzante Ruben.

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