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Cittadinanza europea: istruzioni per l'uso

Nel campo del diritto, la cittadinanza è uno status giuridico contenente una serie di diritti; dal punto di vista politico, essa si identifica come appartenenza al popolo-nazione. Con la Dichiarazione del 1789, la cittadinanza è collegata alla nazione e alla legge da essa prodotta e difatti il cittadino è tale solo grazie al rapporto tra soggetto e nazione. Il legame tra cittadino e sovranità ha avuto un ruolo centrale nella formazione dello Stato moderno, ma nel diciannovesimo e ventesimo secolo, esso diventa il cardine stesso della vita, in quanto lo Stato determina l'identità di una persona, fino a rendere possibile esercitare i diritti individuali solo al suo interno.

La cittadinanza UE e il superamento dei confini nazionali

La cittadinanza UE va al di là di questa dimensione in cui lo Stato è centrale e segna una rottura storica. Ad essa è dunque affidato il compito di mostrare come la cittadinanza non può e non deve essere limitata dall'appartenenza a una comunità nazionale, ma deve andare oltre. Tuttavia, nella situazione attuale, nell'Unione Europea, pur essendo riusciti a superare la dicotomia cittadino-straniero, per quanto riguarda i cittadini di stati membri, non è ancora possibile eliminare quella che vige tra nazionalità e cittadinanza, poiché quest'ultima è ancora legata alle singole nazioni. Inoltre esiste una certa confusione tra i due termini, tanto che spesso, l'istituto giuridico che è la cittadinanza, viene confuso con il senso di appartenenza socio-culturale che è la nazionalità. Come conseguenza, i diritti contenuti dalla cittadinanza non vengono più considerati come attributi immediati del soggetto, ma elementi successivi del rapporto che lega l'individuo alla comunità.

L'evoluzione storica della cittadinanza

La cittadinanza moderna nasce dall'idea giusnaturalista secondo cui l'individuo è libero e uguale e in quanto tale dotato di diritti a prescindere dall'appartenenza socio-politica. L'idea prevedeva l'eliminazione delle gerarchie della società. I diritti sono suoi attributi immediati e il soggetto di diritti è protagonista dell'ordine. Tuttavia, a salvaguardia di essi si pone un ente nazione, cioè lo Stato che in cambio esige soggezione e obbedienza.

Dalla Rivoluzione Francese il soggetto di diritti è il cittadino che appartenendo necessariamente a una comunità, si vede riconosciuti i diritti. La comunità tuttavia è di tipo politico e sarà tale fino alla fine del '700, intesa dunque come partecipazione politica. Dalla Restaurazione in poi il popolo non è più corpo politico ma ha significato di 'unità storica', quindi nazione.

La Rivoluzione Francese getta le basi per la democrazia, poiché prende il potere del re e lo trasferisce alla nazione, composta dai cittadini che sono dunque possessori di sovranità. Tuttavia, crea una separazione fra coloro i quali sono cittadini e coloro i quali sono stranieri e assegna diritti solo ai primi. Di fatto, la comunità nazionale che doveva essere omogenea e portatrice di uguaglianza, non fa altro che evidenziare le disuguaglianze di status fondate su discriminazioni di razza, genere, classe ecc. I cittadini sono uguali fra loro poiché diversi dagli 'altri' (cioè gli stranieri) ma sono poi diversi fra loro sulla base di credenze politiche, religiose ecc.

La cittadinanza nell'800 e 900

Si crea dunque una cittadinanza che è un'appartenenza senza diritti, il cui unico scopo è far sì che avvenga la subordinazione al potere sovrano. Si crea una tensione fondamentale nella struttura della cittadinanza: essa riconosce solo ad alcuni l'uguaglianza e la libertà di essere cittadino. Nell'800 la cittadinanza era nazionale; nel 900 essa è il metro di misura dell'appartenenza al popolo-nazione-razza. Solo chi era riconosciuto come un membro della comunità 'padrona' aveva diritto a godere della cittadinanza e dei suoi diritti. Essi non erano più inalienabili dunque.

Le politiche di cittadinanza dal 1950 ad oggi

Dal 1950 in poi in Europa si assiste alla tendenza favorevole alla liberalizzazione delle politiche di cittadinanza e di tutto ciò che fosse connesso con l'attribuzione della cittadinanza agli stranieri. Assistiamo a due diversi processi:

  • De-etnicizzazione delle norme degli stati riceventi come risposta alla presenza stabile di comunità immigrate;
  • Re-etnicizzazione delle leggi degli stati invianti per garantire il legame dei discendenti con gli espatriati.

Tuttavia fino a quando la cittadinanza sarà a discrezioni degli stati, essi potranno gestirla come meglio credono, formulando norme esclusive o al contrario, inclusive.

Sistemi di acquisizione della cittadinanza nell'UE

Vi sono tre sistemi principali di acquisizione della cittadinanza all'interno dell'Unione Europea:

  • Ius Sanguinis: il principio secondo cui la cittadinanza si eredita dai genitori per discendenza di sangue; è presente allo stesso modo in tutti gli stati UE per quando concerne la trasmissione della cittadinanza per discendenza diretta ai figli nati in patria. Esistono norme diverse per quanto riguarda il numero di generazioni di 'non nati in patria' ai quali si consente di trasmettere la cittadinanza per discendenza.
  • Ius Soli: è quel principio per cui chi nasce in un certo stato può assumerne la cittadinanza. Ne esistono diverse forme:
    • Puro: alla nascita sul territorio si acquisisce automaticamente la cittadinanza.
    • Doppio: assegna la cittadinanza al bambino nato da genitori stranieri già nati sul territorio dello stato.
    • Condizionato: è legato al tempo di residenza dei genitori stranieri.
  • Ius Domicilii: è il principio per cui un individuo può chiedere la naturalizzazione dopo aver avuto residenza stabile in un paese; il tempo di residenza varia da stato a stato, per un minimo di 3 anni fino a un massimo di 10. Ne esistono due forme:
    • Puro: è necessario avere la residenza ininterrotta e non si deve rinunciare alla cittadinanza di origine.
    • Condizionato: prevede una serie di condizioni oltre agli anni di permanenza, fra cui: la perdita della cittadinanza originaria, permesso di soggiorno permanente, una buona condotta di vita, risorse economiche sufficienti, livello di integrazione politica, sociale, linguistica e culturale.

Test di valutazione per la cittadinanza

Dal 1990 alcuni stati hanno introdotto dei test di valutazione del candidato cittadino in cui si testa la conoscenza della lingua, della storia, della cultura, della politica e delle regole sociali. Si testa se un immigrato è idoneo a ottenere lo Status Civitatis. Tuttavia l'uso di questi test ha ricevuto numerose critiche sia per contenuto che per procedure. Alcuni sostengono che sia uno strumento illiberale e discriminatorio che viola il principio di uguaglianza e si pone come ostacolo alla naturalizzazione. Inoltre crea discriminazione fra gli stessi immigrati in base al grado di scolarizzazione. Di fatto, con i test il migrante viene tenuto in una condizione di inferiorità giuridica.

Per altri, i test sono un valido strumento, i cui contenuto andrebbero però rivisti poiché vi è mancanza di criteri obiettivi e tutto finisce per essere giudicato arbitrariamente. Inoltre, a detta di costoro, i quesiti dovrebbero essere mirati alla conoscenza di ciò che è legale in quello stato, lasciando da parte credenze individuali.

La cittadinanza in Italia e Malta

In Italia si assiste al fenomeno contrario alla liberalizzazione della cittadinanza. Essa ha infatti rinforzato l'elemento dello Ius Sanguinis e non si è mostrata favorevole all'apertura dello Ius Soli. Inoltre esiste la possibilità di acquisire la cittadinanza tramite matrimonio e dal 2013 a Malta è possibile acquistarla tramite il principio dello Ius Pecuniae. L'Irlanda ha abolito lo Ius Soli puro dopo il Caso Chen del 2004, poiché stava diventando meta di 'turismo delle nascite'.

Il lavoro e la cittadinanza

Secondo il liberalismo classico, solo chi era possidente veniva considerato cittadino; il principio vige fino a quando il lavoratore iniziò ad essere considerato come proprietario della sua forza lavoro. Nell'800 le lotte operaie rivendicavano il riconoscimento di diritti politici e sociali. Nella situazione attuale dell'Unione Europea bisogna tener presente che il lavoro è l'unico mezzo tramite cui accedere ai permessi di soggiorno per i migranti non comunitari. L'esistenza giuridica del migrante dipende dal fatto di avere un lavoro, che diventa l'unico strumento per inclusione sociale, per il riconoscimento di diritti e infine per la cittadinanza stessa. Il fatto che il migrante sia esclusivamente ridotto a forza lavoro fa riferimento alle esigenze di mercato che prevedono la massimizzazione dei benefici. Il migrante ha bisogno di lavoro per acquisire una posizione di non clandestinità e il mercato sfrutta questa situazione a suo vantaggio, ma si riserva la possibilità di espellerlo quando diventa un peso.

Per accedere al diritto di cittadinanza, il migrante deve sottoporsi a una continua mercificazione della sua forza lavoro. Nella fase economica post-salariale, il lavoro non ha più la stabilità tale da garantire ai migranti la permanenza continua e quindi la possibilità di diventare cittadini. Dunque il lavoro non può essere considerato l'unico accesso alla cittadinanza poiché la sua stabilità è profondamente mutata.

Il modello di cittadinanza democratico-sociale

Nel secondo dopoguerra, assistiamo alla creazione da parte di Marshall di un nuovo modello di cittadinanza, quello democratico-sociale, che voleva assicurare l'equiparazione fra cittadini, sia per occupazione, istruzione che vita familiare. In questa fase si è cittadini solo se si è lavoratori e dunque l'individuo è preso in considerazione solo perché è 'situato' all'interno di una condizione sociale. Il lavoro viene considerato strumento di realizzazione sociale tramite cui il singolo si fa individuo. Al cittadino spettavano anche diritti sociali che vennero integrati per permettere un'effettiva uguaglianza, o perlomeno, per evitare la distinzione basata sul censo. La cittadinanza non poteva più riferirsi alla figura del maschio proprietario ma doveva riprendere la sua vecchia concezione universalistica. Essa, la cittadinanza democratico-sociale, doveva affermare un principio di uguaglianza contro le disuguaglianze di classe della nuova società industriale.

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Scienze giuridiche IUS/14 Diritto dell'unione europea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher morreale.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Nicolosi Salvo.
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