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Riassunto esame Diritto dell'informazione e della comunicazione, prof. Magnani, libro consigliato Le regole dei giornalisti, Malavenda

Riassunto usato per l'esame di Diritto dell'informazione e della comunicazione, basato sugli appunti personali e lo studio autonomo del testo consigliato dal prof. Magnani: "Le regole dei giornalisti", Malavenda. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Scienze della comunicazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Diritto dell'informazione e della comunicazione docente Prof. C. Magnani

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quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole delle

persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente i più

umani sentimenti”, come precisato da una sentenza della Cassazione del

1984. La continenza è, tuttavia, legata al contesto: se la materia forma la

pubblica opinione, espressioni forti, che non ricadano nella mera

contumelia, sono tollerate, purché “il giornalista, al fine di sottrarsi alla

responsabilità che comporterebbero univoche informazioni o critiche”, non

ricorra a “subdoli espedienti”.

o Anche per la satira, benché ne manchi una definizione normativa, è

prevista una maggiore libertà nell’utilizzo di iperbole e paradosso, di una

forma ironica e sarcastica e di un registro grottesco che deformi il reale,

purché le vicende interessate siano poste all’attenzione generale e non

trasmettano messaggi falsi. Un giudice del Tribunale di Latina, nel 2006,

ha infatti sentenziato che la satira è un genere letterario, una forma libera

del teatro, attraverso la quale si fornisce una chiave di lettura diversa della

realtà. Tale arma di denuncia sociale, nonché di formazione della

collettività, anche grazie allo stile non aulico, può “scompaginare le regole

del sentire comune che alimenta e stabilizza il Potere”.

Il diritto di critica, invece, consiste nell’espressione di un giudizio, di una

personale convinzione di chi la sottoscrive, che viene ritenuta lecita, sebbene

offensiva, purché abbia ad oggetto un argomento di interesse pubblico e sia

priva di insulti gratuiti: ad esempio, il biasimo nei confronti di un pubblico

ministero come esempio dell’incapacità della magistratura di formare

professionisti all’altezza può ledere la reputazione del soggetto, ma se il CSM e

la Procura lo hanno sottoposto a procedimento disciplinare e penale,

l’argomento diventa di pubblico interesse.

Inoltre, l’orientamento giurisprudenziale del giornalismo d’inchiesta (i cui

giornalisti, nel 2010, sono stati definiti dalla Cassazione l’”espressione più alta e

nobile dell’attività d’informazione”) impone l’obbligo inderogabile di rispettare il

segreto professionale sulla fonte delle notizie, ma se la veridicità di notizie

indispensabili ai fini della prova del reato può essere accertata solo identificando

la fonte, il giudice può ordinare al giornalista di indicarla. Anche la

giurisprudenza di Strasburgo ha ribadito il diritto dei giornalisti a non rivelare le

loro fonti d’informazione e a non testimoniare davanti al tribunale per non

compromettere la confidenzialità della fonte o dissuadere l’informatore

dall’aiutare i media, proibendo anche la perquisizione del domicilio e del luogo di

lavoro, nonché il sequestro degli effetti personali di tutti coloro che sono

coinvolti nella redazione di un giornale. Tuttavia, i ricorsi individuali per ottenere

la protezione dell’articolo 10 della Convenzione, negli ultimi 10 anni, sono

aumentati al punto che la Corte europea dei diritti è diventata una sorta di 4°

grado di giurisdizione, nonché un “giudice amico” della stampa, tanto che l’Italia

stessa è stata sanzionata per violazione dell’articolo 6 della CEDU, che

garantisce ai cittadini il diritto d’accesso a un giudice.

A ciò si aggiunge la Carta di Treviso del 1995, che tutela i minori (tramite

l’obbligo di non pubblicare il nome, oscurare il viso, renderlo oggetto della

notizia solo se strettamente necessario).

La disciplina delle attività di raccolta e trattamento dei dati personali”, altrimenti

detta “legge sulla privacy”, è contenuta nel decreto legislativo numero 196 del

2003, “Codice in materia di protezione dei dati personali”.

Secondo tale decreto, il Garante per la protezione dei dati personali (istituito

dalla legge 675 del 1996), è composto da 4 membri di nomina parlamentare ed

è tenuto a far cessare comportamenti contrari alla legge, in particolare in

relazione alla disciplina riguardante i “dati sensibili”, che rilevano, cioè, l’origine

razziale ed etnica delle persone, le convinzioni religiose e filosofiche, l’adesione

a partiti e sindacati, le condizioni di salute e soprattutto le abitudini sessuali (al

fine di evitare la spettacolarizzazione o la strumentalizzazione di scelte

personali).

Il Garante, con un provvedimento del 2004, ha riconosciuto al giornalista

l’autonomia nell’acquisizione (purché avvenga con correttezza), nella selezione e

nella scelta dei dati (anche sensibili) da diffondere, senza obbligo di consenso,

ma tenendo conto dei limiti del diritto di cronaca.

Possono, inoltre, essere trattati i fatti resi noti dagli interessati direttamente o

attraverso comportamenti in pubblico, nonché i dati che gli obblighi di

trasparenza della pubblica amministrazione rendono facilmente acquisibili.

I dati diffondibili comprendono anche foto, riprese o registrazioni: nel 2009,

infatti, la Camera ha approvato il disegno di legge in materia di intercettazioni

telefoniche, telematiche ed ambientali, che prevede il divieto di pubblicazione

degli atti di indagine preliminare, del fascicolo del pubblico ministero o delle

investigazioni difensive, anche quando viene meno il “segreto istruttorio” e fino

alla conclusione delle indagini preliminari, o fino all’udienza preliminare. Viene,

inoltre, introdotto il divieto di pubblicazione di atti e contenuti relativi a

conversazioni e comunicazioni informatiche o telematiche di cui sia stata

ordinata la distruzione.

è la difficoltà di ricavare dalle regole delle linee di comportamento, a limitare la

libertà del giornalista, la cui condotta viene valutata con criteri spesso vaghi. Per

far fronte a tale problema, ci si affida al “codice di deontologia” del 1998

(applicabile a tutti coloro che si cimentino nella funzione di informare), frutto

della collaborazione fra Ordine dei giornalisti e Garante.

• Secondo tale codice, nella raccolta dei dati, il giornalista è tenuto a chiarire la

propria identità personale e professionale, nonché le finalità della ricerca, a

meno che ciò non metta in pericolo la sua incolumità o “renda impossibile la

funzione informativa”, in quanto, in nome del giusto principio di tutela della

privacy, la circolazione delle informazioni può essere facilmente

compromessa. Il ricorso al Garante, infatti, è privo di costi e rischi, ma utile

per tentare di bloccare informazioni fastidiose: nel 2011, ad esempio, il

Garante ha sancito la possibilità di divulgare, ad indagini concluse, i

movimenti di conto corrente di un esponente politico, ma omettendone il

numero.

• L’articolo 3 protegge, invece, domicilio, luoghi di cura e riabilitazione, nei

quali l’intimità delle persone non può essere violata con tecniche invasive che

“rubino” immagini o suoni in luoghi non esposti al pubblico.

• L’articolo 5, invece, impedisce il coinvolgimento, nella descrizione dei fatti, di

congiunti o soggetti diversi da quelli interessati direttamente ai fatti.

• Tuttavia, l’articolo 6 sottolinea che “un’informazione, anche dettagliata” è

diffondibile quando “sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o

della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della

qualificazione dei protagonisti”, lasciando di nuovo un ampio margine

discrezionale per i giudici.

• L’articolo 7 impedisce la diffusione di dati riguardanti minori (a meno che non

sia nel loro oggettivo interesse, come nel caso di una scomparsa, o per dare

particolare risalto alle sue qualità o a quelle del suo contesto familiare) per

non ledere l’armonico sviluppo della persona.

• L’articolo 8, invece, vieta espressamente la pubblicazione di immagini lesive

della dignità, come quelle che ritraggono persone in stato di detenzione in

mancanza di “rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di

giustizia e di polizia”, le “foto segnaletiche”, o quelle realizzate ricorrendo ad

artifici e pressioni indebite.

• Infine, l’articolo 10 impedisce la pubblicazione di dati relativi alla salute, salvo

che la persona rivesta una posizione rilevante a livello politico o sociale,

condizionabile dal problema di salute (del quale, tuttavia, è vietato fornire

particolari riguardanti terapie e diagnosi).

Per quanto riguarda la diffusione di dati, inchieste e commenti da parte di

soggetti non professionali, attraverso blog e testate giornalistiche (ossia il

cosiddetto “giornalismo partecipativo”), si è cercato di applicare all’informazione

telematica le disposizioni valide per quella cartacea, ricercando una giustizia

sostanziale ben lontana dalla disciplina peculiare resa necessaria dal fatto che la

rete ha ormai quasi completamente sostituito la stampa. Benché il divieto di

analogia in materia penale non consenta di applicare una sanzione a condotte

che non ricadano per intero nel perimetro del penalmente rilevante, la lesione di

onore e reputazione diffusa tramite rete è spesso stata ricondotta al reato di

diffamazione aggravato da un qualunque mezzo di diffusione. Molti giudici,

infatti, hanno spesso applicato l’articolo 13 della legge stampa per affermazioni

diffamatorie spesso anonime, diffuse via Internet, accontentandosi di contestare

il reato di omesso controllo al direttore del periodico telematico (o addirittura ad

un blogger), essendo lui a decidere quali contenuti mantenere online. Con la

sentenza Brambilla (dal nome del ricorrente), tuttavia, la Corte ha escluso

l’identità fra

• stampa (per la quale esiste una definizione legislativa: “tutte le riproduzioni

tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici in

qualsiasi modo destinate alla pubblicazione”)

• e telematica (a proposito della quale la Cassazione ha stabilito che, data la

quantità di dati e la velocità di inserimento, è pressoché impossibile affidarne

ad un unico soggetto la verifica della correttezza).

Relativamente a tutele e garanzie, non sussistono, invece, regole di rilievo

costituzionale. è infatti consentito l’oscuramento di pagine web, dato che le due

sentenze della Cassazione in materia si sono limitate a confermare i

provvedimenti emessi in presenza dei presupposti previsti per il sequestro

preventivo (sebbene la casistica sia ormai limitata ai delitti di stampa oscena e

apologia di fascismo). Pertanto,

• se nella stampa il sequestro ha come conseguenza l’esclusione dal circuito

dell’informazione di un gran numero di messaggi leciti a causa di un singolo

messaggio illecito e, in caso di annullamento, rende impossibile reintrodurre

lo stampato nel circuito ripristinando la situazione precedente,

• in un sito internet, esso si realizza con un oscuramento limitato alla parte

ritenuta illecita, realizzando una compressione della libertà d’espressione

meno invasiva (sebbene ciò comporti una disparità di trattamento tra mezzi

di comunicazione).

Tuttavia, nel 2010, il Tribunale di Milano ha stabilito, in sede di riesame, che le

garanzie previste dall’articolo 21 della Costituzione possano essere applicate ai

contenuti diffusi via internet purché il sito abbia i requisiti imposti ai periodici (in

particolare quelli relativi al direttore responsabile e alle indicazioni obbligatorie),

circoscrivendo la tutela ai siti che indicano il giorno d’immissione in rete e

l’autore del contenuto. L’addirittura auspicabile mantenimento di un alto tasso di

anonimato nella diffusione del pensiero via internet (vista la presenza di governi

ed aziende tendenti a schedare il maggior numero possibile di profili) rende

necessario un sistema di obblighi che consenta assunzioni di responsabilità, data

la presenza dell’aggettivo “proprio” nella definizione di libertà d’espressione

presente nell’articolo 21, ad indicare la necessaria attribuzione del contenuto

espresso ad un soggetto. Tuttavia, già un decreto legislativo del 2003 (il 70),

attuando una direttiva europea,

• al 3° comma dell’articolo 7, aveva precisato che la registrazione della testata

telematica è obbligatoria solo qualora i prestatori del servizio intendano

usufruire delle provvidenze per l’editoria previste dalla legge 62 del 2001,

che ha introdotto la nozione di “prodotto editoriale” (all’interno della quale

potrebbe essere ricondotta l’informazione via web).

• In tema di responsabilità, invece, si è precisato che l’host provider si limita a

prestare una piattaforma telematica, attraverso la quale memorizza

informazioni prodotte da altri; pertanto, purché egli non sia a conoscenza del

fatto che i contenuti rappresentino un’attività illecita o che, venuto a

conoscenza di tale illiceità, non informi l’autorità ed impedisca l’accesso ai

dati, la sua responsabilità è esclusa.

Il mercato dell’informazione stampata è disciplinato da una normativa antitrust

(primo esempio di applicazione di norme anticoncetrazionistiche ad un settore

economico).

Essa fissa, infatti, delle soglie massime, con l’obiettivo di tutelare il principio

della libera concorrenza, ossia la libera iniziativa economica (garantita

dall’articolo 41 della Costituzione) e il diritto al pluralismo dell’informazione degli

utenti, ossia la libera manifestazione del pensiero (contenuta nell’articolo 21).

Con la legge 416 del 1981 e la legge 67 del 1987, si definisce il concetto di

“posizione dominante” come

• la posizione di chi controlli società che editino testate quotidiane dalla tiratura

superiore al 20% della tiratura complessiva dei giornali quotidiani nazionali,

• (o al 50% della tiratura complessiva regionale) nell’anno solare precedente.

Tra gli obblighi di trasparenza troviamo, inoltre,

• quello di iscriversi al Registro nazionale della stampa

• e di rendere pubblici gli assetti proprietari e societari, depositando

annualmente il bilancio annuale all’Autorità garante per la stampa e l’editoria,

autorità amministrativa indipendente (la prima istituita nell’ordinamento

giuridico, nel 1981) formata da un organo monocratico designato dai

Presidenti delle Camere, a cui spetta il compito di assicurare la corretta

applicazione della nuova disciplina antitrust, fornendo al Parlamento, tramite

relazione semestrale, gli elementi informativi necessari a valutare gli effetti

dell’applicazione della legge, per poi punire le eventuale violazioni con

dichiarazioni giudiziali di nullità.

Capitolo 3: Radiotelevisione

Tra le due guerre, la radiofonia passa dal piano sperimentale a quello

dell’utilizzazione commerciale, al punto da coinvolgere lo Stato in veste di

soggetto regolatore delle numerose iniziative private spontaneamente avviatesi,

ma che necessitavano di una razionale dislocazione degli impianti di

trasmissione per ridurre le reciproche interferenze.

Solo successivamente sarà introdotto il modello monopolistico, che trasformerà

le emittenti private (tra le quali si era avviato un processo di fusione, dovuto

agli alti costi di gestione) in società a prevalente o totale capitale pubblico,

finché l’attività di radiodiffusione esercitata da un solo ente pubblico nazionale

titolare di una concessione, permetterà allo Stato di esercitare un ruolo interno

nelle scelte relative ad aspetti tecnici e contenuti della programmazione.

Le caratteristiche tecniche del mezzo (che utilizza frequenze via etere non

illimitate) e la sua funzione sociale hanno reso necessaria la messa a punto di

un quadro di principi costituzionali comune alla maggioranza degli ordinamenti

europei. Dopo la legislazione che introdusse il regime monopolistico e quella

che lo riformò sulla base di principi costituzionali democratici, fu varata la

legislazione della “terza generazione”, in cui le innovazioni tecnologiche e la

pressione per la liberalizzazione dell’attività radiotelevisiva porranno fine al

monopolio pubblico. La legge inglese del 1954, affiancherà, infatti, all’ente

pubblico radiotelevisivo (la BBC), l’ente pubblico ITA (poi IBA), con il compito di

diffondere programmi radiotelevisivi di società private. Ciò spingerà il resto dei

paesi europei ad affermare il principio secondo cui anche soggetti privati, nel

rispetto dei limiti e previa autorizzazione, possono istallare e gestire reti di

comunicazione via cavo.

L’attività di controllo sul rispetto degli obblighi è affidato ai governi o ad organi

di derivazione governativa e/o parlamentare, mentre, per quanto concerne i

meccanismi di finanziamento, l’obiettivo dei legislatori europei fu quello di

escludere il rischio di un’accentuata commercializzazione dell’attività

radiotelevisiva, sostituendo spesso la pubblicità commerciale con forme di

sostegno finanziario dello Stato, o limitandola quantitativamente.

L’articolo 1 della legge 395 del 1910 (prima legge sulla radiofonia, approvata dal

governo Giolitti) sanciva la riserva allo Stato dello stabilimento ed esercizio di

impianti per i quali si impiega energia allo scopo di ottenere effetti a distanza

senza l’uso di conduttori. Inoltre, tale legge prescriveva la possibilità di ricorrere

a rapporti di concessione a soggetti privati, poi dal regio decreto del 1912, ed i

cui primi esempi vedranno protagoniste le società private Radiofono e Società

italiana radioaudizioni circolari.

Nel 1924, invece, sarà rilasciata una concessione della durata di 6 anni, all’URI

(Unione radiofonica italiana), a condizione che

• la maggioranza del pacchetto azionario appartenesse a cittadini o società

italiane,

• gli impianti fossero messi a disposizione del Governo per la diffusione di

particolari notizie di pubblico interesse.

• e che la trasmissione di programmi di informazione che utilizzavano

materiale informativo diverso da quello fornito dall’agenzia di stampa Stefani

(designata dalla Presidenza del Consiglio), fosse preceduta da visto

governativo.

Nel 1927, invece,

• la concessionaria divenne proprietà della SIP e fu rinominata “EIAR” (ossia

“Ente italiano per le audizioni radiofoniche”). Lo Stato rilasciò ad essa una

concessione venticinquennale del servizio, per poi affidarla all’IRI (“Istituto

per la ricostruzione industriale”), istituito nel 1933 per far fronte alla crisi del

1929, affidando ad esso tutte le partecipazioni azionarie dello Stato (ma

smantellato solo nel 1992, con Prodi ultimo presidente). L’istituzione dell’IRI

si basava sull’articolo 43 della Costituzione, secondo cui “A fini di utilità

generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante

espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di

lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si

riferiscano a servizi pubblici essenziali […] ed abbiano carattere di

preminente interesse generale”, contrapposto all’articolo 41, che, grazie

all’adesione dell’Italia alle normative europee, ha avuto la meglio.

• Inoltre, presso il Ministero delle Comunicazioni venne istituito il Comitato

superiore di vigilanza, che curava il miglioramento tecnico del servizio,

sebbene l’ente radiotelevisivo dovesse già obbligatoriamente contare nel suo

Consiglio d’amministrazione 4 membri di nomina governativa (oltre ad un

Presidente e ad un Amministratore delegato le cui nomine erano soggette

all’approvazione del Governo, così come il bilancio ed il piano annuale delle

trasmissioni).

La nuova concessione del servizio del 1952 alla RAI (“Radio audizioni italiane”,

società per azioni così denominata nel 1944, con Jemolo primo presidente),

prevedeva che

• la proprietà della maggioranza assoluta delle azioni fosse pubblica (ossia del

Ministero delle finanze, tramite l’IRI)

• e che i 6 membri del Consiglio di amministrazione, il Presidente e

l’amministratore delegato fossero nominati dal Consiglio dei Ministri.

• Era, inoltre, necessaria l’approvazione del piano triennale dei programmi da

parte del Ministero delle poste e delle telecomunicazioni,

• e si confermava il doppio regime del finanziamento, rappresentato dal canone

di utenza (introdotto già per l’apparecchio radiofonico nel 1938) e dagli

introiti pubblicitari (limitati dal “tetto” massimo del 5% della programmazione

oraria, per la trasmissione pubblicitaria).

Con l’avvio delle trasmissioni televisive (avvenuto con una partita di calcio del

1954, sebbene l’invenzione della televisione risalga agli anni Trenta, tanto che la

prima trasmissione c’era già stata con le Olimpiadi di Berlino del 1936), lo Stato

impedirà l’utilizzo di alcuni termini all’interno dei programmi (essendo al potere

la DC, influenzata dal Vaticano). Nel 1961, tuttavia, durante il governo di centro

sinistra e la direzione di Bernabei (che durerà fino al 1974), la RAI inizierà a

mostrare segni di apertura, con l’introduzione del secondo canale, la

trasmissione di tribune elettorali, l’avvio di trasmissioni culturali e destinate a

promuovere l’alfabetizzazione, nonché la presenza di giornalisti e conduttori di

diversi orientamenti politici.

Nel 1956, nasce, infatti, l’idea di creare nuove televisioni: alcuni imprenditori

milanesi vogliono creare un’infrastruttura di rete (ossia un impianto di

trasmissione del segnale), mentre a Roma una società editoriale (nella quale

confluisce anche “Il tempo”) si propone di creare l’emittente locale “Il tempo

tv”. Il Ministero delle poste e delle telecomunicazioni, però, nega loro il

permesso, ribadendo la riserva dello Stato, malgrado sia sempre più evidente il

contrasto di tale sistema con i nuovi principi, soprattutto con gli articoli 21 e 41

della Costituzione. La prima pronuncia in tema di legittimità costituzionale di

tale modello si avrà con la sentenza 59 del 1960 della Corte costituzionale, che,

basandosi sull’articolo 43 della Costituzione, affermerà che la limitatezza delle

risorse che i soggetti privati pretendevano di utilizzare (lo spettro

elettromagnetico) faceva sì che parificando il mezzo radiotelevisivo agli altri

mezzi di comunicazione potessero venire a crearsi monopoli od oligopoli privati,

contrari al necessario pluralismo informativo.

Gli sviluppi delle tecnologie porteranno ad un nuovo intervento della Corte

costituzionale, che,

• con la sentenza 225 del 1974, infatti, dopo aver esaminato dei casi dei

pretori di Lombardia, Marche, Lazio, Friuli e Liguria, relativi a soggetti che,

captando le frequenze di emittenti estere, le ritrasmettevano in italiano,

o dichiarerà illegittima la riserva dello Stato dell’attività di ritrasmissione di

programmi di emittenti estere (sfruttando essa bande di frequenza diverse

da quelle nazionali).

o La Corte inaugura, inoltre, la serie di “sentenze monito”, fornendo ulteriori

direttive per la necessaria riforma della disciplina del monopolio pubblico,

note come “i sette comandamenti”, secondo cui: gli organi di vertice della

concessionaria non dovevano più essere espressione esclusiva

dell’Esecutivo; era necessario garantire il pluralismo e l’imparzialità

dell’informazione; il Parlamento doveva essere coinvolto nella vigilanza del

rispetto del pluralismo nei programmi d’informazione; i giornalisti della

radiotelevisione necessitavano di una disciplina specifica della professione;

il diritto di rettifica doveva essere garantito, così come quello di accesso al

mezzo televisivo per ogni gruppo, partito o movimento; la pubblicità

commerciale non doveva pregiudicare la stampa.

• La sentenza 226 dello stesso anno, invece, riguarderà il “caso Peppo Sacchi”.

Dopo la prima radio privata nata in Sicilia nel 1970 in seguito al terremoto

(“Radio Partinico libera”), Giuseppe Sacchi, imprenditore di Biella entrato a

contatto con la televisione via cavo nei suoi viaggi d’affari, nel 1973, aveva

aperto “Telebiella A21 Tv”, emittente privata che trasmetteva via cavo a

livello locale, sfruttando una lacuna del codice postale (nel quale si parla

soltanto di frequenze hertziane), che sarà colmata dal nuovo codice postale

(varato pochi giorni dopo), il cui articolo 1 porterà alla chiusura dell’emittente

e al processo per violazione del codice postale. Tuttavia, il pretore di Biella

accoglierà i dubbi di legittimità costituzionale di tale accusa e chiamerà in

causa la Corte Costituzionale, che consentirà l’ingresso alle iniziative private

nel settore dei servizi radiotelevisivi via cavo a livello locale, ritenendo che

l’utilizzo del mezzo illimitato e poco costoso del cavo consentisse l’ingresso di

un numero di operatori sufficiente ad escludere la possibilità di attentati al

pluralismo.

Il primo intervento organico di riforma del settore realizzato dal Parlamento

repubblicano si ha con la legge 103 del 1975 (frutto del compromesso storico,

ossia votata da una maggioranza comprendente i comunisti), che

• all’articolo 1, ribadisce la definizione dell’attività radiotelevisiva come

“servizio pubblico essenziale avente carattere di preminente interesse

generale […] volta ad ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere

allo sviluppo sociale e culturale del paese”, stabilendo, quindi, la riserva dello

Stato (eccezion fatta per la gestione di impianti ripetitori di programmi

stranieri trasmessi da organismi radiotelevisivi pubblici, senza pubblicità,

previa autorizzazione ministeriale quinquennale rinnovabile).

• L’articolo 4, invece, stabiliva che i 16 membri del Consiglio di

amministrazione della RAI (chiamato ad eleggere Amministratore delegato,

Presidente e Direttore generale, ed in cui la “lottizzazione” prevedeva che 6

membri appartenessero alla DC, 5 al Partito Comunista, 2 al Partito

Socialista, 1 ai Socialdemocratici, 1 ai Liberali ed 1 al Partito Repubblicano),

fossero nominati

o 6 dal Governo

o e 10 (di cui 6 indicati dalle Regioni) dalla Commissione bicamerale per

l’indirizzo, il controllo e la vigilanza sul servizio pubblico radiotelevisivo

(nota come “Commissione di vigilanza RAI”), istituita riprendendo una

commissione prevista già nel 1947 e composta da 20 senatori e 20

deputati, proporzionati alle forze politiche parlamentari. Tale Commissione

si occupava anche del contenuto dei programmi, disciplinando in modo

particolare le “tribune” politiche.

• La legge 103 del 1975 crea, inoltre, i presupposti per la nascita della terza

rete RAI (le cui trasmissioni inizieranno, tuttavia, solo nel 1979), in modo

tale che Rai 1 fosse affidata alla DC (in quanto solitamente tale rete viene

“assegnata” alla coalizione vincitrice delle elezioni), Rai 2 ai Socialisti e Rai 3

al Partito comunista.

• Il tempo di accesso minimo per sindacati, confessioni religiose, partiti ed

associazioni, era, inoltre, fissato al 5% del tempo totale di trasmissione

(ossia non più di 6 minuti per ora) e al 3% delle ore di trasmissione

radiofonica.

• Per quanto riguarda, invece, il diritto di rettifica, veniva estesa ai direttori di

tele-giornali e giornali-radio la normativa introdotta dalla Legge stampa del

1948 riguardante gli obblighi (e le relative sanzioni) del direttore

responsabile.

• Con la sentenza 202 del 1976 (nella quale la Corte riunisce 10 ricorsi inviati

da altrettanti pretori, riguardanti casi di creazione di piccole emittenti locali),

invece, veniva consentita la diffusione tramite frequenze hertziane a livello

locale, poiché la disponibilità viene giudicata sufficiente a garantire il

pluralismo. Anche qui, la Corte costituzionale inserisce dei moniti,

sottolineando la necessità di una legge che definisca l’ambito locale, gli

standard tecnici minimi, un piano dell’etere (con censimento delle

frequenze), i requisiti necessari al rilascio dell’autorizzazione ed i limiti

temporali alle trasmissioni pubblicitarie.

• Il tetto pubblicitario era, invece, fissato al 5% del tempo totale di

trasmissione, in modo da assicurare l’equilibrato sviluppo dell’informazione

radiotelevisiva e stampata, anche grazie ad una soglia massima di introiti

pubblicitari.

L’Italia è, quindi, il primo paese a riconoscere la libertà di diffusione via cavo a

livello locale (in Germania si avrà nel 1982, mentre in Spagna e Francia nel

1981) e proprio grazie a tale sentenza Berlusconi creerà la sua prima emittente

(che trasmetteva perlopiù televendite agli abitanti di Milano 2), per poi

acquistare (alla cifra simbolica di una lira) l’emittente Tele Milano 58,

accollandosene i debiti, per sostenere la campagna elettorale del democristiano

De Carolis.

Dal il 1976, quindi, (anno in cui viene introdotta la televisione a colori, con un

grande ritardo rispetto a molti paesi d’Europa in cui l’industria delle televisioni

era già avviata, dovuto all’opposizione dei comunisti al consumismo che essa

propagandava), l’Italia conobbe il fenomeno denominato “caos dell’etere”, ossia

una sempre crescente concentrazione di reti private, definite “commerciali”. Vi

erano, molto spesso, semplici terminali facenti capo ad una grande emittente,

che ricorrevano a forme di interconnessione funzionale (come la messa in onda

in contemporanea di programmi preregistrati), in modo da superare l’ambito

locale. La pubblicità commerciale (priva di limiti per gli emittenti locali), infatti,

farà emergere la potenzialità economiche del mezzo televisivo al punto tale che,

dal 1979 al 1985, il capitale investito in pubblicità passerà da 85 a 1800

miliardi.

All’inizio degli anni Ottanta, il gruppo editoriale Rizzoli presentò una richiesta al

Ministero delle poste e delle telecomunicazioni per creare un’emittente televisiva

che trasmettesse su frequenze hertziane denominata “PIN” (“Prima rete

indipendente nazionale”). Il divieto imposto dal Ministero porterà la questione

davanti alla Corte costituzionale: nella sentenza 148 del 1981, essa, nonostante

il venir meno delle motivazioni tecniche (ossia della limitatezza delle frequenze

disponibili), stabilirà che la differenza tra la televisione e gli altri mezzi di

comunicazione sta nella pervasività del messaggio (ossia nella capacità di

influenzare in maniera penetrante la coscienza degli spettatori) e, pertanto,

manterrà la riserva dello Stato, appellandosi all’assenza di una normativa

antitrust che contrasti i fenomeni concentrazionistici che potrebbero

compromettere il pluralismo. Pertanto, la Corte invita il Parlamento ad

introdurre tale normativa, come già avvenuto

• nel 1983 in Spagna,

• nel 1982 in Germania (dove non si poteva possedere più di un’emittente, con

possibilità di partecipazione in una seconda)

• e nel 1981 in Francia (dov’era stato stabilito che un singolo soggetto non

potesse possedere più di metà di una televisione, il 20% di un’altra e il 10%

di una terza).

L’assenza di un intervento del Parlamento italiano e la presenza al potere del

pentapartito (con Craxi capo del Governo dal 1983), lasciarono libero Berlusconi

(già proprietario, attraverso il gruppo Fininvest, di Canale 5, ex “Tele Milano”) di

creare, tra il 1981 e il 1983, il duopolio radiotelevisivo tutt’oggi esistente,

acquistando le altre 2 principali emittenti: “Italia 1”, di proprietà della

Mondadori, e “Rete 4” (nata a fine anni Settanta), di proprietà di Rusconi. Tali

reti, grazie a programmi d’intrattenimento, cartoni animati, quiz, telenovele,

nonché alla presenza di professionisti spesso con precedenti esperienze nella

stessa RAI, realizzarono una concorrenza non indifferente, raggiungendo l’intero

territorio nazionale grazie alle interconnessioni di impianti locali o alla

trasmissione di programmi preregistrati allo stesso orario. Pertanto, nell’ottobre

1984, i pretori di Roma, Torino e Pescara attuarono un provvedimento

repressivo e sigillarono le televisioni di Berlusconi, spingendo Craxi a rientrare

da una visita di Stato in Inghilterra per approvare una disciplina transitoria,

cosiddetta “disciplina ponte”, destinata a durare fino all’approvazione di una

nuova legge sulla radiotelevisione (ma comunque non oltre 6 mesi), che tuttavia

si fece attendere per altri 5 anni. Il decreto legislativo 807 del 1984 (anche noto

come “decreto salva-Berlusconi”), convertito poi nella legge 10 del 1985,

stabiliva che

• tutte le emittenti radiotelevisive private in funzione al 1° ottobre 1984

potessero continuare la trasmissione,

• ma confermava la riserva dello Stato del servizio pubblico radiotelevisivo

nazionale, fino a che il legislatore avesse disciplinato il sistema misto.

• Erano, inoltre, provvisoriamente consentiti i ponti radio tra gli studi di

emissione delle singole emittenti e la trasmissione dello stesso programma

preregistrato ad opera di più emittenti.

• Per quanto concerne la pubblicità commerciale, invece, vigeva l’obbligo di

rispettare la soglia del 16% dell’orario settimanale, con punta massima oraria

del 20% (in modo da assicurare una distribuzione equa tra le varie fasce

orarie),

• mentre era esteso alle emittenti private l’obbligo della riserva del 25% del

tempo di programmazione destinato ai lungometraggi, ad opere di paesi

europei.

• Infine, i 16 membri del consiglio della RAI dovevano essere nominati dalla

Commissione di vigilanza RAI, così che verrà riprodotto il dualismo Consiglio

d’amministrazione (con referente parlamentare) – Direttore generale (con

referente governativo): infatti,

o se da un lato i socialisti e la destra della Democrazia Cristiana aiutarono

Berlusconi,

o la sinistra della Democrazia Cristiana si assicurò la nomina del Direttore

generale (che sarà, per molti anni, Biagio Agnes) tramite il Ministero delle

finanze, grazie all’IRI.

o Il Partito comunista venne, invece, agevolato dal potenziamento del

telegiornale di RAI 3, non più affidato alle regioni.

La sentenza 826 del luglio 1988 rappresenta, invece, una sorta di summa della

giurisprudenza in materia, nella quale la Corte costituzionale riconosce alla

disciplina del 1984 la costituzionalità “provvisoria” o “transitoria”, una

“assoluzione condizionata” che funge da spunto per fornire i principi a cui

devono ispirarsi le scelte legislative del Parlamento,

• prima fra tutte, la garanzia di un sistema-misto, che assicuri il pluralismo,

o sia esterno (inteso come presenza del maggior numero possibile di

emittenti private, espressione della libertà di iniziativa economica),

garantito dalla legge antitrust,

o sia interno (ossia la capacità del sistema radiotelevisivo di rappresentare

nella sua programmazione il maggior numero di tendenze politiche e

culturali del tessuto sociale), garantito dal servizio pubblico.

• Si ribadì, inoltre, la necessità di una disciplina relativa alla pubblicità e ai

flussi di risorse finanziarie (a tutela dei diversi settori della comunicazione e

delle emittenti locali).

A sollecitare l’intervento del Parlamento sarà anche la direttiva della CEE n. 552

del 1989 “Televisione senza frontiere”, nella quale si afferma

• l’obbligo di dedicare la maggior parte delle trasmissioni a programmi

radiotelevisivi di produzione europea,

• e il divieto di trasmettere opere cinematografiche prima che sia passato un

certo periodo di tempo dalla programmazione nelle sale cinematografiche,

proprio a tutela dell’industria cinematografica.

In materia di pubblicità commerciale, il mercato comune stabilisce

• il divieto di pubblicità subliminale, la necessaria riconoscibilità della

sponsorizzazione (ottenuta indicando lo sponsor ad inizio e/o fine del

programma)

• e la possibilità di inserire messaggi pubblicitari nelle trasmissioni dotate di

intervalli “naturali” e nelle opere cinematografiche (una sola volta per un

periodo completo di 45 minuti). Nelle trasmissioni non composte di parti

autonome, invece, si fissava in 20 minuti il tempo minimo tra due interruzioni

pubblicitarie, del tutto vietate per le trasmissioni di uffici religiosi, telegiornali

o trasmissioni dedicate ai bambini, di durata inferiore ai 30 minuti.

• Era, inoltre, proibita, la pubblicità di sigarette e tabacco, così come gli spot

contenenti discriminazioni di sesso e razza ed offese a dignità umana e

convinzioni politiche o religiose,

• mentre l’articolo 15 restringeva le pubblicità di bevande alcoliche.

• L’articolo 18 fissa il così detto indice massimo di affollamento pubblicitario al

16% del tempo di trasmissione quotidiano (con punta massima oraria del

18%), poi innalzato al 18% giornaliero e 20% orario.

Il contenuto della direttiva “Televisione senza frontiere” sarà riportato

dall’Unione Europea (sebbene l’Italia abbia spesso mancato di attuare tali

normative) nella direttiva 65 del 2007 “Servizi di media audiovisivi” (SMAV), che

distingue

• “servizi lineari” (come televisione tradizionale e Internet), basati sulla

piattaforma del cosiddetto “broadcasting” (segnale recepito da una pluralità

indifferenziata di destinatari),

• e “servizi non lineari” che hanno un emittente ed un destinatario specifico

(come la televisione on demand), per le quali vengono introdotte norme a

tutela dei minori.

Per quanto concerne la pubblicità,

• il tetto di 3 ore al giorno viene abolito, così come il tempo minimo di 20

minuti tra due interruzioni pubblicitarie,

• ma è ora concesso alle emittenti di inserire i messaggi pubblicitari all’interno

dei programmi a proprio piacimento, purché le trasmissioni per bambini, i

programmi di attualità e i notiziari non vengano interrotti più di una volta ogni

35 minuti.

• La direttiva sostiene, inoltre, nuove forme di pubblicità, come quella a

schermo diviso (split screen), ossia la sovraimpressione, quella virtuale

(come quella utilizzata durante gli eventi sportivi), quella interattiva e gli

“inserimenti di prodotti” (ossia le telepromozioni).

In virtù del “principio del paese d’origine”, l’erogazione del servizio era

assoggettata alle disposizioni giuridiche del paese di stabilimento: pertanto, la

direttiva SMAV è stata recepita dal nostro ordinamento col decreto legislativo 44

del 2010, il cosiddetto “Decreto Romani”.

L’ammonimento della Corte ad approvare una legge che disciplinasse il sistema

radiotelevisivo fu recepita dal Parlamento solo nell’agosto del 1990, quando le

Camere approvarono la legge 223, nota come “prima legge di sistema” o “Legge

Mammì” dal nome del Ministro (repubblicano) delle poste e delle

telecomunicazioni. Tale legge ottenne il favore del pentapartito, ma causò la

dissociazione di 7 ministri della sinistra della Democrazia cristiana (che anticipò,

quindi, gli schieramenti politici della seconda repubblica), anche in seguito alla

vicenda del “lodo Mondadori”. Nel 1989, infatti, la famiglia Formenton, anziché

rispettare l’accordo preso con De Benedetti (proprietario di Repubblica) per la

vendita di un pacchetto azionario, lo vendette a Fininvest (che aumentò, così, il

suo potere mediatico, acquisendo i giornali “dissenzienti”). 3 giudici (tra cui il

giudice Metta, che ammetterà, anni dopo, di essere stato corrotto da Previti,

avvocato di Fininvest) emaneranno una sentenza a favore di Berlusconi (mai

condannato, data l’impossibilità di provare il legame tra Berlusconi e Previti, che

fu invece costretto a lasciare il Senato in seguito alla condanna per corruzione).

Il giudice di 1° grado del Tribunale di Milano (il giudice Mesiano), concederà,

invece, a De Benedetti, la monetizzazione dei danni civili, in una cifra pari a 750

milioni, poi scesi a circa 500 milioni, in seguito alla condanna penale della Corte

di Cassazione. Nel frattempo, grazie all’intervento di Andreotti, Berlusconi aveva

ceduto Repubblica e L’espresso, grazie al “lodo Ciarrapico” (dal nome

dell’editore romano).

La legge Mammì era divisa in 5 punti:

• l’articolo 1 della legge definiva “i principi fondamentali del sistema

radiotelevisivo, che si realizza con il concorso di soggetti pubblici e privati”,

ossia pluralismo, obiettività, imparzialità dell’informazione, ecc..

• Secondo punto fondamentale è la realizzazione del regime concessorio (con

concessioni non cumulabili e distinte in base all’ambito nazionale o locale,

riservando a quest’ultimo 1/3 delle frequenze) attraverso l’Autorità di

garanzia ed il Ministero delle Poste e delle telecomunicazioni (che valutava i

requisiti dei richiedenti), chiamati anche ad elaborare i piani nazionali di

ripartizione e assegnazione delle frequenze.

• Per quanto concerne, invece, la regolamentazione della pubblicità televisiva

(composta, oltre che dagli spot televisivi, da nuove forme di pubblicità, tra

cui la televendita e i messaggi promozionali), ad essa veniva riservato il 4%

dell’orario di programmazione settimanale della concessionaria (con 12%

orario massimo), il 16% per le emittenti private nazionali (con punta

massima oraria del 18%) e il 18% delle emittenti locali (con 20% orario).

• L’articolo 15 introduceva la normativa antitrust, che fotografava e legittimava

l’assetto esistente del duopolio RAI-Fininvest (tanto che essa farà sì che la

Legge Mammì venga anche chiamata “legge-fotocopia” o “legge-fotografia”)

secondo cui,

o a livello locale,

▪ per gli operatori della televisione si stabiliva un numero massimo di 3

concessioni, una per ogni bacino d’utenza (tenendo conto che ogni

bacino d’utenza corrispondeva a 10 milioni di abitanti),

▪ mentre, per la radio, vi era un massimo di 7 concessioni rilasciabili ad

uno stesso soggetto (per più bacini).

o A livello nazionale, invece, non era possibile possedere più del 25% delle

reti, e comunque non più di 3 emittenti, secondo il piano delle frequenze

(che ne prevedeva 12, sebbene alcune reti non coprissero più del 60% del

territorio nazionale), con divieto di rilascio ad uno stesso soggetto di

concessioni di livello nazionale e locale. La legge Mammì consentiva,

inoltre, alle imprese titolari di concessioni di acquisire fino ad un massimo

del 10% del capitale di un altro gruppo radiotelevisivo (strategia adottata

da Fininvest per introdursi nel capitale di Tele+).

o La normativa, inoltre, disciplinava i rapporti tra emittenti e stampa

quotidiana, affidando il compito di assicurare il rispetto delle quote di

mercato e il controllo dei bilanci all’Autorità garante per la radiotelevisione

e l’editoria (ex Autorità garante per la stampa e l’editoria). Sebbene la

sinistra della Democrazia cristiana avesse proposto la cosiddetta “opzione

0”, che obbligava un singolo soggetto a scegliere uno dei 2 settori, la

spaccatura del Parlamento aveva portato a stabilire

▪ la possibilità di rilascio di 2 concessioni per la radiotelevisione nazionale

per gli editori di giornali quotidiani con tiratura inferiore o uguale all’8%,

▪ o di una concessione, in caso di quotidiani con tiratura tra 8 e 16%,

▪ e il divieto di rilascio di concessioni a chi operava nel campo della

stampa quotidiana con tiratura superiore o uguale al 16%,

o Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra emittenti e concessionarie di

pubblicità (che raccolgono la pubblicità, rispettivamente Sipra per la RAI e

Publinvest, oggi Publitalia, per Fininvest, oggi Mediaset) ogni

concessionaria poteva raccogliere la pubblicità per 3 reti nazionali.

• Inoltre, un principio del diritto penale, consacrato a livello costituzionale,

stabilisce l’impossibilità di estendere in via analogica le disposizioni

incriminatrici: pertanto, non essendo la televisione non è assimilabile alla

stampa, la diffamazione a mezzo televisione, riconducibile al 3° comma

dell’articolo 595 del codice penale (che punisce la diffamazione commessa

con ogni mezzo di diffusione), venne integrata dall’articolo 30 della Legge

Mammì, che estese al reato di diffamazione attraverso trasmissioni,

consistenti nell’attribuzione di un fatto determinato, le sanzioni previste

dall’articolo 13 della legge 47 del 1948.

All’entrata in vigore della Legge Mammì, pertanto, il Ministero avrebbe dovuto

redigere i piani delle frequenze, ma le prime concessioni alle 12 reti (3 alla RAI,

3 a Fininvest, 2 a Tele Montecarlo, ossia TMC1 e TMC2, poi Videomusic, e 3

destinate alla televisione a pagamento, ossia a Tele + bianco, Tele + grigio e

Tele + nero) saranno di fatto rilasciate su carta, nel 1991.

Successivamente, però, con il decreto legge 323 del 1993 (emanato durante il

governo Ciampi),

• le reti scendono ad 11

• e si instaura un regime di proroga della situazione transitoria, in quanto le

emittenti che avevano ottenuto la concessione l’anno prima (rilasciate

mediante un decreto legge, sebbene le concessioni siano, in realtà, atti

amministrativi) vengono autorizzate a proseguire le trasmissioni per 3 anni.

All’inizio degli anni Novanta, quindi, dei comitati referendari proveranno ad

abrogare la legge Mammì:

• i referendari di destra (Lega nord e Radicali) volevano, infatti, privatizzare la

RAI, abrogando la parte della legge Mammì in cui si afferma che RAI è una

società a capitale interamente pubblico,

• mentre i referendari di sinistra (ex comunisti e sinistra DC) chiedono

l’abrogazione

o della normativa anti-trust,

o degli articoli che consentono di interrompere con la pubblicità i film

(secondo lo slogan di Veltroni: “Non si interrompe un’emozione”)

o e di quelli che disciplinavano la raccolta pubblicitaria (proponendo che

ciascuna concessionaria raccogliesse la pubblicità per una singola rete).

Tali referendum saranno persi dalle sinistre e vinti da Lega e Radicali nel 1995.

Nel frattempo, con l’ingresso in politica di Berlusconi (avvenuto nel marzo del

1994 e annunciato dal celebre discorso “L’Italia è il paese che amo. Qui ho le

mie radici […]”), la questione del “conflitto d’interesse” spinse le emittenti

escluse dalle concessioni assegnate nel 1993 a contestare la normativa anti-

trust, portando ancora una volta la questione davanti alla Corte Costituzionale,

che affermerà che “il pluralismo in sede nazionale non potrebbe in ogni caso

considerarsi realizzato dal concorso tra un polo pubblico ed un polo privato”.

Pertanto, con la sentenza 420 del 1994, la Corte dichiara incostituzionale

l’articolo 15 della legge Mammì, ma mantiene in vita le disposizioni transitorie

dell’anno precedente, che consentivano ai soggetti titolari di un numero

illegittimo di concessioni di continuare ad operare, in attesa della riforma del

sistema radiotelevisivo.

Tuttavia, nel 1996, con la vittoria delle elezioni dell’Ulivo, il neo-insediato

Governo Prodi emana un decreto legge che rimanda di un anno la riforma della

radiotelevisione.

Pertanto, dato che la Corte stabilirà l’impossibilità di prorogare ulteriormente il

decreto legge, il Parlamento varerà la legge 249 del 31 luglio 1997 (nota come

“seconda legge di sistema” o “Legge Maccanico”, dal nome del Ministro delle

poste e delle telecomunicazioni), che modificherà soltanto la normativa antitrust

• stabilendo che ad un soggetto non possano essere rilasciate concessioni o

autorizzazioni che consentano di irradiare più del 20% delle reti televisive o

radiofoniche analogiche (ossia 2 reti, sebbene coloro che avessero già

superato quella soglia, potevano continuare l’esercizio delle reti eccedenti, a

condizione che le trasmissioni fossero diffuse contemporaneamente su

frequenze terrestri e via satellite o via cavo),

• ed imponendo un limite (questa volta esteso anche alla RAI) del 30% dei

proventi del settore radiotelevisivo (ossia le somme di denaro che circolano

in un anno nel settore a livello nazionale, frutto del canone RAI, della

pubblicità, dei ricavi delle convenzioni con soggetti pubblici e delle offerte

televisiva a pagamento).

A vigilare su tali limiti è chiamata l’Autorità garante per la stampa e la

radiotelevisione, rinominata “AGCOM” (“Autorità per le garanzie nelle

comunicazioni”), formata dal Consiglio, costituito da

• un presidente (in carica per 7 anni e nominato dal Capo di Stato su

suggerimento del Capo del Governo)

• e 8 consiglieri (eletti, 4 dalla Camera dei Deputati e 4 dal Senato, con 2 voti

per ogni membro, così che, generalmente, 2 membri appartengono alla

maggioranza e 2 alla minoranza), che, a loro volta, formano la Commissione

infrastrutture e reti (composta da 4 consiglieri) e la Commissione prodotti e

servizi (formata anch’essa da 4 consiglieri).

La Legge Maccanico, tuttavia, congelerà la situazione fino al 1° aprile 1998, data

in cui l’AGCOM avrà il compito di indicare a Fininvest il termine ultimo per la

cessazione delle trasmissioni via etere di Rete 4. Alla RAI, invece, viene chiesto

di trasformare un canale (Rai 3) in una rete senza pubblicità. Tale termine sarà

inizialmente fissato al 31 dicembre 2001: pertanto, nel 1999, durante il governo

D’Alema (con Cardinale Ministro delle poste e delle telecomunicazioni) il nuovo

bando per l‘assegnazione delle frequenze vedeva esclusa Rete 4, bensì inclusa

(assieme a Rai 1, Rai 2, Rai 3, Canale 5, Italia 1, Tele Montecarlo, La 7, Rete A,

ecc.) l’emittente Europa 7 (di proprietà di Di Stefano). La banda, tuttavia, non

era mai stata liberata da Rete 4 e, non essendoci ulteriori frequenze disponibili,

Di Stefano sarà costretto a limitarsi ad affittare i suoi studi alla RAI. Tale

questione darà vita ad una battaglia legale che si svolgerà anche davanti al TAR

e alla Corte Costituzionale. Solo nel maggio del 2008, la Corte di Giustizia della

Comunità Europea dichiarerà l’illegittimità del regime transitorio della Legge

Maccanico, mentre il Consiglio di Stato si limiterà a condannare il Governo al

risarcimento di un danno pari a un milione di euro a Centro Europa 7 s.r.l., a cui

il Ministero assegnerà delle frequenze recuperate dal passaggio al digitale

terrestre della Rai 1, che, tuttavia, raggiungono solo il 10% della popolazione.

La sentenza 466 del novembre 2002 della Corte Costituzionale affermò la

gravità della mancanza di indicazione di un termine certo da parte della Legge

Maccanico (elemento che la rendeva costituzionalmente illegittima, in quanto, a

causa del lento e modesto sviluppo tecnologico delle tecnologie relative al

digitale terrestre, che avrebbe moltiplicato i canali disponibili, essa avrebbe

potuto procrastinare un assetto contrario al pluralismo esterno), fissandolo al 31

dicembre 2003.

Con la legge 206 del 1993,

• vennero limitati i poteri del Presidente della concessionaria pubblica

(nominato dal Consiglio nell’ambito dei suoi membri, con parere favorevole

della maggioranza dei 2/3 dei componenti della Commissione di vigilanza)

alla rappresentanza legale della società.

• Il Consiglio era invece ridotto a 5 membri (nominati dai Presidenti delle

Camere e chiamati a scegliere il Direttore generale, poi nominato dal

Presidente, tra persone di riconosciuto prestigio professionale e indipendenza

dei comportamenti), tanto che, nel 2001, in seguito alla dimissione di 3

consiglieri, si parlerà anche di “consiglio d’amministrazione Smart”, con

presidente Baldassarre ed Albertoni consigliere).

Il divieto della propaganda politica, comune a molti paesi europei, fu imposto

dal Governo tecnico Dini, nel 1995, con un decreto legge poi impugnato da

Mediaset (spinta dall’esigenza di combattere la campagna referendaria sulla

radiotelevisione), che ottenne una sentenza favorevole della Corte

Costituzionale, nella quale si precisava che tale divieto potesse essere applicato

solo alle elezioni, ma non ai referendum. Il confronto tra le diverse posizioni

tutela, infatti, l’interesse dell’elettore a non essere vittima della

suggestionabilità degli cosiddetti “spot” (in passato liberamente trasmessi).

Proprio ispirandosi al principio di imparzialità, il governo D’Alema approverà la

legge 28 del 2000 sulla “par condicio”, che disciplina la comunicazione politica in

televisione.

L’impianto della legge si fonda sulla distinzione tra

• programmi di comunicazione politica (in cui si confrontano opinioni politiche

diverse)

• e messaggi autogestiti (gestiti autonomamente dai partiti), obbligatori per la

concessionaria pubblica (con durata da 1 a 3 minuti), ma facoltative per le

altre reti.

Vi era, inoltre, una distinzione tra:


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'informazione e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Magnani Carlo.

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