Nancy Di Rollo
DIRITTO COMPARATO DELLE RELIGIONI
Strumenti e percorsi di
Diritto Comparato delle
Religioni
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DIRITTO COMPARATO DELLE RELIGIONI
Introduzione 3
Il Diritto Ebraico4
Il Diritto Canonico 8
Il Diritto Islamico 12
Il Diritto Hindu 16
Il Diritto Buddista Pag. 2 di 20
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DIRITTO COMPARATO DELLE RELIGIONI
Introduzione si
Il Diritto Comparato delle Religioni è una nuova disciplina giuridica, la quale
occupa di individuare e analizzare le analogie e le differenze che intercorrono
fra i diversi diritti religiosi, i quali caratterizzano al giorno d’oggi la nostra società
multiculturale. Come abbiamo accennato, il diritto comparato delle religioni è da
disciplina giuridica recente,
considerare come una di fatto essa si è sviluppata
soltanto nell’ultimo ventennio grazie alla crescente diversificazione religiosa e
culturale presente in molti paesi europei. Prima dello sviluppo di questo particolare
ramo del diritto comparato, i diritti religiosi venivano studiati separatamente. Ad
esempio, in Italia ci si è sempre concentrati sullo studio e sull’insegnamento del
diritto canonico, anche se più recentemente si sono andati sempre più a consolidare
anche gli studi sul diritto islamico sul diritto ebraico, questi tre sistemi giuridici però
sono stati costantemente analizzati separatamente ed è solo negli ultimi anni che,
appunto, si sono sviluppate delle ricerche di comparazione fra i tre. È importante,
tale opera di comparazione è possibile solo se fra i diritti
però, sottolineare che
religiosi vi è un elemento che li accomuna tra loro. Non tutti gli esperti di diritto
però, tra i quali vi è anche colui che viene considerato come il padre del diritto
comparato ovvero Renè David, sono concordi sull’esistenza di tale elemento comune
e quindi sulla concreta possibilità di comparazione dei diritti religiosi. Ma appunto,
non tutti gli esperti di diritto la pensano così. Infatti, secondo una diversa linea di
pensiero, la comparazione dei diritti religiosi è possibile poiché l’elemento che li
accomuna tra loro, e che li differenzia dai diritti secolari, consiste nella loro
eterofondazione. Ciò significa che tutti i diritti religiosi non trovano il loro
fondamento nell’uomo, bensì in qualcosa di esterno all’uomo. Di fatto, i diritti delle
tre Religioni del Libro stati dettati da un’entità sovrannaturale, ovvero Dio, mentre il
diritto Hindu e il diritto Buddhista traggono la loro origine dal dharma, ovvero da una
legge che risale alle origini del cosmo.
Abbiamo, quindi, affermato che la comparazione fra i diritti religiosi è possibile,
poiché questi sono accomunati da un elemento comune, ovvero il loro carattere
il perché è
eterofondate. È necessario, quindi, ora comprendere anche
fondamentale studiare e conoscere il diritto comparato delle religioni. In
particolare, vi sono tre buone ragioni che inducono allo studio della materia.
Una migliore comprensione degli specifici diritti religiosi che vengono
analizzati.
Una comprensione dei nessi che intercorrono tra i diversi diritti religiosi che
vengono analizzati.
Una migliore comprensione dell’esigenze delle diverse comunità religiose
presenti in un paese.
analizzare nel dettaglio il diritto di cinque delle religioni
Passiamo ora ad più
importanti nella nostra società. Pag. 3 di 20
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Il Diritto Ebraico
“Diritto Ebraico” s’intende il diritto del popolo ebraico,
Con l’espressione è un diritto che ha
dall’epoca biblica fino ai giorni nostri. Di fatto, il diritto ebraico
continuato nei secoli a cambiare ed a evolversi, questo a causa delle grandi sfide
che la storia ha posto al popolo ebraico. Tra queste troviamo l’esilio babilonese, la
distruzione del santuario di Gerusalemme nel 70 e.c., la perdita dell’indipendenza
ebraica e la successiva diaspora nel 135 e.c., l’apertura dei ghetti e il riconoscimento
dei diritti civili, e più recentemente la soggettazione alle leggi razziali naziste. Tutti
questi eventi, e non solo, condizionarono molto il diritto ebraico.
Le Fonti. Per poter comprendere nel dettaglio questo particolare diritto religioso è
necessario, in primo luogo, analizzare nel dettaglio quelle che sono le sue fonti.
La Bibbia, o Torah. Iniziamo parlando di quella che viene considerata come la
fonte primaria del diritto ebraico, ovvero la Bibbia, o più precisamente la
i primi cinque libri
Torah. Di fatto, gli ebrei prendono in considerazione solo
della Bibbia, ovvero Genesi/Esodo/Levitico/Numeri/Deuteronomio, i quali nel
loro insieme prendono, appunto, il nome di Torah. Al suo interno sono presenti
613 precetti, divisi in 365 divieti e 248 obblighi positivi, che ogni ebreo deve
rispettare. Tra questi troviamo, ad esempio, le regole alimentari che
compongono la Kasherut, il rispetto del sabato e delle feste, l’aiuto alla vedova
e all’orfano, etc. Questi 613 precetti devono, come abbiamo già detto essere
rispettati da tutti gli ebrei, senza distinzione tra uomo o donna, ma oltre ad
7 principi noachidi,
essi all’interno della Torah troviamo anche i che invece
devono essere rispettatati dall’intera umanità, a prescindere dal proprio credo.
Tali principi, secondo la tradizione, sono stati dettati da Dio a Adamo e Noè e
consistono nell’obbligo di stabilire dei tribunali che applichino il diritto/nel
divieto di blasfemia/nel divieto d’idolatria/nel divieto di omicidio/nel divieto di
furto e rapina/nel divieto di immoralità sessuale/nel divieto di mangiare un arto
tratto da un animale vivo.
La Legge Orale. Un ulteriore fonte del diritto ebraico è la legge orale. Questa
per molti secoli è stata, appunto, tramandata e ripetuta oralmente, ma dopo
l’epoca del secondo tempio conclusavi con la distruzione, del 70 e.c., del
santuario di Gerusalemme e la perdita dell’indipendenza ebraica sessant’anni
la necessità di trascrivere anche la legge
dopo, si sentì sempre più viva
orale. Vennero realizzate diverse opere per raggiungere tale scopo, ma quella
la Mishnà,
che rimane, anche al giorno d’oggi, l’opera più importante è o
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ripetizione. Tale opera di trascrizione della legge orale venne realizzata intorno
alla seconda metà del II secolo e l’inizio del III secolo, ovvero nello stesso
periodo in cui il giurista romano Gaio realizzava le sue “Istitutiones”. La
Mishnà raccoglie, nei sei ordini dai quali è composta, sia da un gran numero di
tradizione dettate dai saggi rabbini, detti Tannaim, sia quelle opinioni che non
sono state accolte come regole legali. Ognuno dei sei ordini, comprendente
sessanta trattati, tratta un determinato argomento. I primi due e gli ultimi due
ordini contengono materiale strettamente religioso, essi trattano infatti, tra
l’altro, le regole sulle benedizioni e sui cibi permessi, le preghiere e i sacrifici.
Mentre, il terzo e il quarto ordine si occupano di diritto penale/diritto
privato/matrimonio e famiglia/proprietà/prestito/diritto processuale/etc. Dopo
la redazione del Mishnà vi fu, nella accademia Babilonese e in quella
Palestinese, un periodo di studio e discussione dell’opera che portò alla
il Talmud Palestinese il
redazione di altre due opere, ovvero nel V secolo e
Talmud Babilonese nel VI secolo. Il Talmud è quindi, nel concreto, una
compilazione omnicomprensiva della legge orale considerata vincolante, tant’è
che ancora al giorno d’oggi ogni responso rabbinico si apre con la fonte
talmudica che riguarda il caso.
Torah, Mishnà e Talmud sono, quindi, le fonti primarie del diritto ebraico.
Analizziamo ora, anche le fonti minori del diritto ebraico.
I Commentari e i Codici. Dopo la realizzazione del Talmud, iniziò un periodo
di studio e interpretazione dei tre testi vincolanti appena analizzati. Da tale
attività interpretativa ne derivò la realizzazione di diversi commentari, come
quello di rabbì Rashì che è stato accettato come classico ed ancora oggi
accompagna i testi della Torah e del Talmud. Ma, l’opera che diede una svolta
“Mishnè Torah”,
alla codificazione del diritto ebraico fu la o ripetizione della
Torah, del rabbino Maimonide. Egli comprese come fosse necessario fornire al
popolo, non più una compilazione di testi in lingua originale poco ordinata,
bensì un’opera vasta/ completa/organizzata che, in un buon ebraico,
contenesse tutte le conclusioni a cui si poteva arrivare dalla discussione
talmudica. Tale opera, all’apparenza semplice, ebbe sì un grande successo, ma
fu anche al centro di diverse polemiche. Di fatto, la Mishnè Torah sembra
rendere superfluo lo studio del Talmud. È importante, infine analizzare il più
Codice Ebraico,
autorevole e seguito realizzato dal rabbino Josef Caro,
composto da due parti, il Bet Josef e lo Shulchan Aruch. La prima parte di tale
codice è destinata agli esperti di diritto, infatti al suo interno non troviamo solo
le semplici regole che devono essere seguite dagli ebrei, ma vi è anche un
apparato di fonti e commenti che hanno portato alla realizzazione di tali regole.
Mentre, la seconda parte del codice ha un taglio più pratico, in quanto
contiene solo le regole da seguire, le quali sono dettate in una forma semplice
e comprensibile per ogni individuo che dovrà poi rispettarle.
I Responsa. Quest’ultimi consistono nelle risposte delle autorità competenti,
come ad esempio i rabbini, ai dubbi dettati da particolari casi pratici. Molto
spesso, sono i giudici che non riuscendo a risolvere un dubbio su una
determinata questione pratica, chiedono consiglio alle autorità, le quali
espongono il loro parere tramite tali responsa.
L’Appartenenza e la Conversione. Passiamo ora ad occuparci di come il diritto
ebraico disciplini sia i criteri di appartenenza sia il processo di conversione alla
religione ebraica. Iniziamo analizzando nel dettaglio come viene, appunto,
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disciplinata dal diritto ebraico l’appartenenza alla religione ebraica. Secondo il diritto
è ebreo colui che è nato da entrambi i genitori ebrei oppure
ebraico,
solamente da madre ebrea. Da ciò evince, quindi, che a differenza di quanto
la trasmissione religiosa
avviene ad esempio nel diritto islamico, nel diritto ebraico
è matrilineare. Non è però sempre stato così, di fatto se si analizzano nel dettaglio
le fonti si può con certezza affermare che ai tempi del diritto biblico si optava per una
trasmissione religiosa patrilineare, ed è solo durate l’epoca della Mishnà, ovvero
intorno al 200 e.c., che venne cambiato inspiegabilmente il criterio di appartenenza.
Vi sono diverse fonti che confermano tale principio di trasmissione religiosa
matrilineare, tra queste troviamo ad esempio alcuni versetti del Deuteronomio i quali
affermano che solo l’uomo che contrae matrimonio con una donna non ebrea viene
allontanato dall’ebraismo e non il contrario, o ancora il versetto del Levitico che
racconta di un figlio di padre egiziano e di madre israelita che “viveva in mezzo ai
figli di Israele”. Da tale criterio di appartenenza per via matrilineare, evince quindi
che il bambino nato da madre non ebrea e da padre ebreo non può essere
considerato ebreo per nascita, e se vorrà divenirlo dovrà sottoporsi al lungo
processo di conversione, salvo nel caso in cui sua madre decida di divenire ella stessa
ebrea, infatti in tal caso anche i figli già nati verranno considerati ebrei. Passiamo ora
il
ad analizzare, nel dettaglio, come viene invece disciplinato nel diritto ebraico
processo di conversione alla religione ebraica. È importante, in primis,
specificare che non vi è all’interno della Torah una descrizione della procedura di
conversione, essa infatti prese forma durante l’epoca della redazione della Mishnà,
più precisamente all’inizio della diaspora ebraica, e da allora tale procedura non è
Tribunale Rabbinico,
cambiata. Essa prevede un ruolo fondamentale del di fatto
quest’ultimo deve in primo luogo indagare sulle motivazioni che spingono il soggetto
in questione a convertirsi e realizzare solo le conversioni che vengono richieste “per
l’amore che il soggetto ha nei confronti del Signore”, il quale è quindi
considerato come l’unico vero e proprio requisito della conversione. Da ciò evince,
quindi, che ragioni come il denaro/l’acquisizione di una posizione prestigiosa/il
matrimonio con partner ebreo non sono considerate valide per la realizzazione della
conversione. Dopo che il tribunale ha dichiarato legittime le motivazioni della
conversione alla religione ebraica, avviene il vero e proprio processo di conversione,
il quale prevede di chiedere al soggetto in questione se è conscio del fatto di star
unendosi ad un popolo perseguitato e gli vengono, inoltre, ricordati i diritti/doveri/le
punizioni ai cui andrà incontro dopo la conversione. Il processo, infine si conclude
Dopo la conversione, la
con il bagno rituale, e con la circoncisione per l’uomo.
persona diviene a tutti gli effetti ebrea e acquista un nome ebraico. Secondo la
tradizione, gli uomini proseliti prendono il nome di ben Abraham, ovvero figlio di
Abramo, mentre le donne proselite prendono il nome di Sara, prima madre di Israele,
o di Ruth. I proseliti non possono essere soggetti ad alcun tipo di discriminazione a
causa delle loro origini non ebree, e a conferma di ciò vi è il fatto che vi siano
pochissime differenze fra i gli ebrei per nascita e i proseliti. Quest’ultimi non possono
ricoprire uffici pubblici, in particolare sedere in tribunale. Anche se alcune fonti
affermano che, in realtà, i convertiti possono essere giudici nei procedimenti civili,
ma non i quelli penali. Un ulteriore differenza riguarda le donne proselite, le quali
non possono sposare i sacerdoti.
Matrimoni Interreligiosi. Il diritto ebraico vieta i matrimoni interreligiosi,
ovvero quei matrimoni che vengono contrattati da un ebreo con una donna non
ebrea, o da una ebrea con un uomo non ebreo. Sono molteplici le fonti bibliche e non
di tale divieto, un esempio sono alcuni versetti del Deuteronomio, i quali affermano
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che il matrimonio con una persona non ebrea viene considerato come pericoloso, in
quanto può far allontanare la persona ebrea dalla propria religione in favore degli
idoli del coniuge.
Le Regole Alimentari. Analizziamo ora nel dettaglio le rigide regole alimentari,
Kasherut,
dette nel loro insieme che ogni ebreo dovrebbe seguire. Tali regole, che si
norme prescrittive positive e divieti perentori,
dividono in trovano il loro
fondamento sia nella Torah che nell’attività interpretativa e normativa dei rabbini.
animali
Tra le norme prescrittive positive troviamo tutte quelle norme riguardati gli
kasher e trefà, ovvero gli animali che è lecito consumare e quelli non. Analizziamoli
nel dettaglio.
Mammiferi. Sono dichiarati trefà, secondo le regole della Kasherut, i
mammiferi che sono in possesso dell’unghia bipartita e, contemporaneamente,
sono ruminanti. Ad esempio, sono considerati impuri gli equini/i cammelli/i
l
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