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Riassunto esame Diritto Commerciale e Industriale, professoressa Silvia Turelli, libro consigliato Manuale di diritto industriale di A.Vanzetti, di Cataldo Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto Industriale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Silvia Turelli: "Manuale di diritto industriale", A. Vanzetti, Di Cataldo. Gli argomenti trattati sono i seguenti:Concorrenza sleale, imitazione confusoria, imitazione servile, pubblicità per agganciamento, mendacio concorrenziale, violazione di norme... Vedi di più

Esame di Diritto industriale docente Prof. S. Turelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

La magnificazione del proprio prodotto (c.d. pubblicità iperbolica) non è generalmente

considerata atto denigratorio.

Sentenza: tra prodotti della Barilla e Plasmon, destinati alla prima infanzia. Barilla lamentava

che la Plasmon avesse iniziato questa aggressiva e massiccia campagna pubblicitaria

incentrata sul confronto comparativo tra i prodotti Plasmon, notoriamente rivolti

all’alimentazione della prima infanzia,e alcuni prodotti Barilla, biscotti macine e i piccolini –

pasta. C’era questa tabella dove si comparavano i prodotti e emergeva che i prodotti della

Barilla contenevano una quantità di pesticidi e micro-tossine che non era adatta ai prodotti per

l’infanzia. La Barilla lamenta una concorrenza denigratoria perché la pasmon non aveva

evidenziato che a livello di legislazione c’è una diversa regolamentazione per i prodotti tra

quelli della prima infanzia, da 0 a 3 anni, contro quelli della Barilla che sono destinati da 3 anni

in su. Venivano comparati due prodotti che non erano adatti a soddisfare gli stessi bisogni,

erano destinati a fasce di età differenti. Il Tribunale di Milano ha riconosciuto una concorrenza

sleale per denigrazione attuata mediante pubblicità dichiarativa da parte della Plasmon.

Sentenza: ci sono due società che producono capsule di caffè: Nespresso e Verniano. È

ravvisabile concorrenza sleale per denigrazione? La società attrice, cioè la Verniano lamentava

che sul sito internet la società Nespresso aveva posto in essere un comportamento scorretto

compiendo atti denigratori nei confronti dei propri prodotti. C’è un indagine. Alcuni ispettori

mandati dalla Verniano si recano attraverso i punti vendita e chiedono a vari commessi se c’è

una compatibilità tra le capsule e le macchine. Affermano l’incompatibilità di queste capsule,

pur affermando che il caffè è buono. Cerchiamo di individuare se ricorrono gli elementi per

aversi una concorrenza per denigrazione: c’è diffusione di notizie inerenti la qualità dei

prodotti? Si, se c’è un sito, se c’è il libretto d’istruzione raggiunge una pluralità di destinatari. Il

Tribunale di Torino ammette che vi sia diffusività e dunque vi era un’attività denigratoria da

parte della Nespresso nei confronti della Verniano.

Seconda fattispecie:

b. Appropriazione di pregi: Gli elementi costitutivi di questa fattispecie di concorrenza sleale

sono:

- << appropriazione >>: vuol dire assegnare ai propri prodotti e alla propria impresa delle

caratteristiche qualità che sono proprie di altri prodotti di un’impresa o di un concorrente,

che i nostri prodotti non hanno.

- << pregi >>: si fa riferimento a qualità del prodotto. Tutto ciò che può che può

determinare nel consumatore la preferenza verso quel determinato prodotto di

quell’impresa. Un atto di appropriazione di pregi può essere l’aver affermato che si dispone

di un’esclusiva di vendita di un certo prodotto, quando in realtà questa esclusiva spetta a

un altro soggetto. Questa è una qualità: essere titolare di un’esclusiva certi prodotti.

- <<destinatario del messaggio>>: è rivolto al mercato.

Sentenza: Tribunale di Catania che riguarda specificatamente l’atto di appropriazione di pregi.

Atra ipotesi è pubblicare sul sito internet fotografie o disegni inerenti ai prodotti di un altro

concorrente.

PUBBLICITA’ PER AGGANCIAMENTO

Una delle tipiche fattispecie che vengono ricondotte alla concorrenza per appropriazione di pregi è

la così detta : PUBBLICITA’ PER AGGANCIAMENTO, cioè quando nella pubblicità di afferma o si

cerca di far credere che i nostri prodotti o servizi si caratterizzano per certe qualità che hanno 17

prodotti o servizi di imprese più famose. Si richiama le qualità del prodotto o del servizio di un altro

concorrente inducendo a far credere che di quelle qualità ne disponga il nostro prodotto o servizio.

Che differenza c’è tra questo tipo di concorrenza e l’illecito concorrenziale confusorio di cui al 2598

n°1. Vi è che qui, in realtà, non c’è una confusione nei segni. Si capisce che i prodotti

appartengono a due imprenditori diversi, quello che si vuol far credere è che le qualità di quel

prodotto famoso, ce l’hanno anche i nostri prodotti. Oppure c’è il fenomeno del <<look alike>>,

ovvero attraverso l’utilizzazione dello stesso Pataging dei prodotti più famosi (forma esterna).

NB: qui il mendacio non è necessario perché ciò che si vuole reprimere è l’approfittamento della

forma del concorrente. Nella pubblicità di agganciamento non si richiede il mendacio, perché è una

tipica ipotesi in cui quello che si vuole sanzionare è il fatto che ci si approfitta della fama di un altro

concorrente, che ha raggiunto in investimenti, ricerca ecc .. è un’ipotesi di appropriazione di pregi

dove non è richiesta la prova del mendacio.

Sentenza: società san Carlo cita in giudizio Amica chips spa, lamentando che dal 2002 la San

Carlo aveva introdotto una nuova confezione di patatine che aveva rappresentato per la società

un cambio di stile, distaccandosi da tutte le altre confezioni in commercio per il carattere di

sobrietà: aveva uno sfondo bianco nella confezione con la patatina al centro. Dal 2010 Amica chips

aveva iniziato una campagna che riprendeva la stessa confezione della patatina san Carlo. La San

Carlo agisce su più fronti, con azione di concorrenza sleale confusoria, che non gli viene

riconosciuta perché il Tribunale non ravvisa nella confezione il carattere distintivo. Si riprende

l’imitazione servile, la forma del prodotto. Secondo il Tribunale, non c’è confusione perché il

marchio posto al centro è un elemento determinante ai fini della distintività. Diverso dalle Krox che

non era per istintività. Qui, non c’è pericolo di confusione. Si riconosce l’atto di concorrenza sleale

per agganciamento, non per confusione, ma è idoneo a ingannare il consumatore sulle qualità del

prodotto, non sulla provenienza delle patatine perché il marchio è ben esposto.

Art. 2598 n°3: tipizzazione degli atti di concorrenza sleale riconosciuta dalla giurisprudenza.

Alcune ipotesi alterano le condizioni di mercato, non danneggiando uno specifico concorrente e

ipotesi in cui il danno riguarda uno specifico concorrente.

Tra le fattispecie ricondotte a questo articolo:

- Mendacio concorrenziale: è tra le ipotesi che riguarda il mercato in generale. Il mendacio

concorrenziale si differenzia da altre ipotesi perché l’imprenditore afferma falsamente che i

propri prodotti hanno certe qualità che in realtà non hanno. È una comunicazione decettiva

( falsa, ingannevole), fatta mediante qualsiasi elemento di comunicazione volta a una

pluralità di soggetti. Spesso, il mendacio si realizza attraverso la pubblicità ingannevole,

ovvero qualsiasi pubblicità che in qualunque modo è idonea a indurre in errore le persone

che essa raggiunge e possa pregiudicare il loro comportamento economico, e lede altri

concorrenti. Uno dei problemi fondamentali è quello di individuare qual è il parametro:

quale consumatore è ingannato? Si è sempre parlato di consumatore medio. C’è chi ritiene

che il parametro del consumatore medo non sia adeguato.

- Le vendite sottocosto: è illecita se diretta ad eliminare dal mercato l’impresa concorrente.

Se si impongono prezzi al solo fine di cercare di eliminare dal mercato altri soggetti, è un

atto di concorrenza sleale.

- La violazione di norme pubblicistiche: è atto di concorrenza sleale la violazione di norma

pubblicistiche che impongono limiti all’esercizio dell’attività imprenditoriale. La violazione

delle norme pubblicistiche che impongono costi possono rappresentare indirettamente 18

fonte di danno concorrenziale. Tutte le volte in cui vi sono delle norme che richiedono certe

autorizzazioni per certe attività, o certi adempimenti necessari. Tutte le volte in cui la

violazione di queste regole determina la possibilità per l’imprenditore poi di creare delle

condizioni per cui i propri prodotti possono risultare più concorrenziali per i prezzi bassi, è

concorrenza sleale. Pensiamo al lavoratore a nero: quando diventa anche un illecito

concorrenziale? Laddove la sua assunzione comporta per l’impresa un risparmio di costi e

quindi una possibilità di offrire dei prodotti a dei prezzi inferiori, rispetto a quei prezzi a cui

sono obbligati gli altri imprenditori, che rispettano invece queste norme.

- Storno di dipendenti: è necessario che ricorrano una serie di circostanze dalle quali

desumere l’animus nocendi , cioè la volontà di recar pregiudizio al concorrente . È

considerato un atto di concorrenza sleale quando un concorrente riesce ad attrarre a sé i

dipendenti di un altro concorrente. Qui, il problema fondamentale è quello di trovare un

punto di equilibrio tra la tutela dei lavoratori a poter cambiare il proprio lavoro perché gli

viene offerta una maggiore remunerazione, ad esempio, e dall’altro lato l’interesse

dell’imprenditore a mantenere invece i propri dipendenti sui quali magari ha investito in

termini di formazione e quant’altro. Quando un’offerta di maggior remunerazione diventa

storno di dipendenti? La giurisprudenza è abbastanza varia, spesso focalizza l’attenzione

sull’elemento dell’animus nocendi, da parte del concorrente, quando tutto questo è svolto

con la specifica volontà di recare pregiudizio all’altro concorrente. Si cerca di desumere il

tutto da dati concreti, cioè quando il numero dei dipendenti è così elevato, quindi il

concorrente rimane privo di soggetti che possono svolgere l’attività d’impresa per conto

dell’imprenditore, oppure quando vengono sottratti determinati soggetti con qualifiche e

caratteristiche fondamentali. Oppure ci sono metodi di convincimento scorretto, inducendo

i dipendenti a lascare il lavoro informandoli che l’imprenditore abbia una situazione

patrimoniale scarsa e quindi diffondere notizie false sul concorrente e cos via.

- Sottrazione dei segreti aziendali: necessità di stabilire quando una informazione è <<

segreto aziendale >>. Attraverso l’acquisizione dei dipendenti dell’imprenditore si

acquisisce anche un certo know how per certi procedimenti, ma non solo, si possono anche

acquisire conoscenze in ordine alle abitudini dei clienti (c.d. lista clienti). Cosa diventa

segreto aziendale? Bisogna dimostrare che quelle informazioni non erano facilmente

accessibile da parte di quel determinato soggetto, fosse esso dipendente o non. Dove si

dimostra che c’erano delle procedure particolari ed che erano informazioni considerate

come segreto aziendale : un esempio è la password aziendale che aveva soltanto quel

dipendente che accedeva a quel determinato software particolare.

- Concorrenza parassitaria: imitazione sistematica di tutte le iniziative imprenditoriali del

concorrente comprese le iniziative pubblicistiche e promozionali. Si ha una serie di atti leciti

che nel loro complesso determinano un comportamento illecito: un imprenditore che

costantemente riproduce tutte le iniziative pubblicitarie dell’altro imprenditore, c’è una

pedissequa imitazione di tutto ciò che fa l’altro imprenditore.

Sentenza: Gucci vs Guess, la domanda fu respinta, si affermava da parte della Gucci che

la Guess riproduceva sistematicamente tutte le iniziative pubblicitarie ecc..

Sentenza del 2017, dove si riassumono quali devono essere gli elementi costitutivi per poter

affermare che in quel determinato comportamento si è concretizzato un comportamento

anticoncorrenziale per storno dipendenti. Non è semplice perché in questa ipotesi si deve 19

contemperare le esigenze del lavoratore, e quella del datore di lavoro a mantenere quei soggetti

sui quali ha investito a livello di formazione. Queste considerazioni sono contenute in questa

sentenza che vede contrapposti, la società editrice del Giornale, e la società editrice del quotidiano

Libero, per lo storno di dipendenti. Libero agisce per concorrenza sleale nei confronti della società

editrice del giornale in conseguenza di una campagna di assunzione di dipendenti, fatta dal

giornale, sottraendoli a libero, tra i quali anche il direttore Feltri e molti altri giornalisti e

collaboratori. Secondo l’attrice (società del Giornale) “si è legittimamente appropriata di dipendenti

e di risorse strategiche del quotidiano libero .. “. C’è una sottrazione rilevante. La parte importante

è “elementi costitutivi dello storno dell’illecito” -> cioè, all’interno della sentenza la Cassazione fissa

quelli che devono essere gli elementi costitutivi per cui la fattispecie può essere considerata storno

di dipendenti. E sono : che un’impresa induca i dipendenti di un’impresa concorrente a dimettersi

al fine di assumerli nel proprio organico, il che non accade quando un rapporto di lavoro venga

interrotto volontariamente dal dipendente o quando tale rapporto sia totalmente estinto; lo storno di

saltare il costo di ricerca; quantità del soggetto stornato, posizione che i dipendenti stornati

rivestivano, rapidità dello storno. C’è anche la libertà del concorrente di cercare sul mercato dei

soggetti migliori. Sullo storno di dipendenti ci sono state numerose sentenze.

La concorrenza parassitaria si ha tutte le volte in cui un soggetto replica le iniziative svolte

dall’altro concorrente cercando di sfruttare anche la notorietà che il concorrente ha.

Sentenza: Gucci vs Guess. Gucci agisce contro guess ritenendola responsabile di una condotta

illecita per imitazione e contraffazione di segni distintivi della Gucci. Si sarebbero appropriate

dell’immagine. Gucci sottolinea che Guess aveva imitato due stagioni, una produzione sportiva, e

Guess aveva abbandonato il proprio segno distintivo, cioè il triangolo rosso, per appropriarsi di

segni prodotti dalle più famose case di moda, come il nastro rosso-verde. Il tribunale però alla fine,

non aveva riconosciuto la sussistenza della concorrenza parassitaria, ritenendo che Guess si

ispirasse ad altri trand di moda.

Terminiamo la concorrenza sleale, soffermandoci sui profili più strettamente procedimentali:

l’azione di concorrenza sleale e i profili inerenti alla legittimazione, alla competenza e quali

sanzioni possono essere ottenute a seguito di un’azione di concorrenza sleale.

Quali sono i soggetti legittimati? La dottrina della concorrenza sleale trova applicazione laddove

sussiste un presupposto soggettivo che si riflette sulla legittimazione ad agire in giudizio che spetta

all’imprenditore leso dall’attività di concorrenza sleale di un altro imprenditore. Si era tentato di

estendere la legittimazione all’azione di concorrenza sleale anche ad altri soggetti, in primis ai

consumatori. I comportamenti che sono alla base della fattispecie di concorrenza sleale, spesso

danneggiano anche i soggetti terzi, i consumatori. Posto che non c’è una tutela specifica per loro si

è cercato di estendere l’azione di concorrenza sleale anche a questi soggetti. Ora, abbiamo una

tutela specifica per i consumatori che trova la fonte nel codice dei consumatori, e nella disciplina

delle pratiche commerciali scorrette in particolar modo, dove c’è la possibilità di agire contro gli

imprenditori. Il d.lgs. del ’97 ha introdotto nel codice di consumo la disciplina delle pratiche

commerciali scorrette. Accanto all’imprenditore l’art. 2601 attribuisce la legittimazione anche alle

associazioni professionali. Art. 2601. (Azione delle associazioni professionali).

“Quando gli atti di concorrenza sleale pregiudicano gli interessi di una categoria professionale,

l'azione per la repressione della concorrenza sleale può essere promossa anche dalle

associazioni professionali e dagli enti che rappresentano la categoria.” 20

Questa disposizione era stata inserita per attribuire l’azione per concorrenza sleale alle

corporazioni, con l’ordinamento fascista questa norma poteva ritenersi abrogata, ma così non è

stato, cioè si è interpretato questa disposizione attribuendo la legittimazione all’azione di

concorrenza sleale a categorie professionali rappresentative dell’imprenditore (pensiamo alla

camera del commercio). Tutte le volte in cui il comportamento concorrenziale va a ledere tutta la

categoria, pensiamo a una campagna denigratoria nei confronti dell’utilizzo delle bottiglie di

plastica per imbottigliare l’acqua. Laddove si affermi nella campagna che la plastica comporta

l’alterazione delle qualità dell’acqua rispetto a quelle del vino, questo tipo di comportamento

potrebbe essere azionale come concorrenza sleale, come dai produttori della plastica nei confronti

di chi questa condotta è in essere. Non è volta a ottenere risarcimento di uno specifico danno, ma

più in generale in danno collettivo.

Di fronte a atti di concorrenza sleale, l’imprenditore a chi si rivolge? All’Autorità giudiziaria di

Milano, con tuttavia una specifica competenza per materia perché si prevede che se la trattazione

della causa coinvolge anche indirettamente questioni che hanno a che fare con la proprietà

industriale, la competenza spetta alle sezioni specializzate per l’impresa. Ovvero: avendo visto le

fattispecie del 2598, quali sono quelle che non interferiscono con diritti di proprietà industriale

(utilizzo di marchi, brevetti o altro). Il numero 1, era l’imitazione confusoria, lì sempre abbiamo una

interferenza con anche diritti di proprietà industriale; in quelle ipotesi vanno alla sezione speciale,

cioè laddove c’è una materia che interferisce con i diritti di proprietà industriale compente per

materia è la sezione specializzata per l’impresa. Anche il 2: l’appropriazione di pregi per

denigrazione, spesso hanno a che vedere anche con profili indirettamente di proprietà industriale.

Le uniche fattispecie che teoricamente possono andare davanti a un giudice ordinario, quindi a un

tribunale non a sezione specializzata, sono quelli del 2598 numero 3, per esempio lo storno di

dipendenti. Cosa sono queste sezioni specializzate in materia d’impresa? All’interno del tribunale si

sono individuati dei giudici specializzati, con un’adeguata preparazione in materia di segni

distintivi, brevetti, diritto d’autore ecc.. e queste sezioni specializzate si trovano presso il tribunale

di capoluogo di regione, per esempio a Firenze, c’è la sezione specializzata in materia di impresa,

non c’è a Siena. In alcune regioni ne hanno due, in Sicilia ad esempio. Ci sono sezioni che

decidono per materia in relazione a queste controversie.

Cosa si può ottenere in seguito all’esperimento di un’azione per concorrenza sleale? Quali sono i

provvedimenti che il giudice può pronunciare? Innanzitutto, l’inibitoria, cioè quando si fa

riferimento a un ordine di cessare certe attività. Nonché il 2599 : ARTICOLO 2599

Sanzioni

La sentenza che accerta atti di concorrenza sleale ne inibisce la continuazione e dà gli opportuni provvedimenti

affinché ne vengano eliminati gli effetti.

Accanto a un ordine di cessare una certa attività il giudice potrebbe anche ordinare la restituzione

di quegli oggetti prodotti imitando certi marchi, ad esempio. Accanto all’inibitoria, che è la sanzione

principale e che viene attribuita dal giudice sulla base dl semplice presupposto della esistenza di

una fattispecie di concorrenza sleale, è possibile per colui che agisce per concorrenza sleale,

anche chiedere il risarcimento dei danni (NB: sul presupposto che ricorrano le condizioni di cui al

2043, che vi sia una colpa dell’elemento soggettivo). Anche qui è difficile quantificare il danno che

subisce il concorrente, l’imprenditore leso. Si distingue il danno emergente, come le spese che

l’imprenditore ha sostenuto, e il lucro cessante,il lucro che non riceve più, perché il concorrente ha

posso in essere una determinata condotta. Anche in queste ipotesi è possibile ottenere una

condanna generica altrimenti. 21

Altra sanzione particolarmente richiesta, ma che consegue soltanto laddove vi sia un risarcimento

del danno, è anche la pubblicità della sentenza. Questo perché per l’imprenditore è importante

rendere noto al pubblico che quel determinato atto concorrente ha posto in essere una condotta

per concorrenza sleale. Il consumatore in materia di concorrenza sleale non risulta tutelato dalle

norme, non ha la legittimazione per l’azione di concorrenza sleale. Un riconoscimento che

un’attività di concorrenza sleale può causare un danno anche nei confronti dei consumatori ( e

quindi l’introduzione di una disciplina ad hoc) è stata sviluppata in sede comunitaria e poi recepita

anche dal nostro legislatore in punto di recepimento delle direttive in materia di pratiche

commerciali scorrette. C’è stata una direttiva del 2005, che è stata recepita nel 2007 dal nostro

legislatore, che ha introdotto queste disposizioni all’interno del Codice di consumo. È importante

che ciascuno abbia consapevolezza dell’esistenza di questa disciplina nella vita quotidiana perché

ci sono delle fattispecie che sono considerate pratiche commerciali scorrette, ma che vengono

costantemente poste in essere da coloro che svolgono attività commerciali. Certe condotte sono

sanzionabili, attraverso dei procedimenti molto semplici, cioè delle denunce fatte dall’antitrust. Si

può inviare per fax, per posta elettronica, dove l’Autorità dell’Antitrust, è tenuta a emanare certi

provvedimenti. Spesso il consumatore subisce certi comportamenti senza reagire. L’architettura di

questa disciplina è abbastanza complessa, innanzitutto questa disciplina è l’art. 28 e art. 27

“Pratiche commerciali scorrette” , in particolar modo l’art. 20 del codice di consumo, ci dà la

definizione di queste pratiche :

1. Le pratiche commerciali scorrette sono vietate.

2. Una pratica commerciale è scorretta se è contraria alla diligenza professionale, ed è falsa o

idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico, in relazione al prodotto, del

consumatore medio che essa raggiunge o al quale è diretta o del membro medio di un gruppo

qualora la pratica commerciale sia diretta a un determinato gruppo di consumatori.

3. Le pratiche commerciali che, pur raggiungendo gruppi più ampi di consumatori, sono idonee a

falsare in misura apprezzabile il comportamento economico solo di un gruppo di consumatori

chiaramente individuabile, particolarmente vulnerabili alla pratica o al prodotto cui essa si riferisce

a motivo della loro infermità mentale o fisica, della loro età o ingenuità, in un modo che il

professionista poteva ragionevolmente prevedere, sono valutate nell'ottica del membro medio di

tale gruppo. E' fatta salva la pratica pubblicitaria comune e legittima consistente in dichiarazioni

esagerate o in dichiarazioni che non sono destinate ad essere prese alla lettera.

4. In particolare, sono scorrette le pratiche commerciali:

a) ingannevoli di cui agli articoli 21, 22 e 23 o

b) aggressive di cui agli articoli 24, 25 e 26.

5. Gli articoli 23 e 26 riportano l'elenco delle pratiche commerciali, rispettivamente ingannevoli e

aggressive, considerate in ogni caso scorrette.

Con professionisti , non si intendono soltanto gli imprenditori, anche il lavoratore autonomo che

non può essere qualificato come imprenditore, soggiace a questa disciplina delle pratiche

commerciali scorrette.

Quando una pratica commerciale è scorretta? Secondo l’art. 20, quando ricorrono due

presupposti: 22

1. Quando è contraria alla diligenza professionale, cioè il normale grado della specifica

competenza delle attenzioni che ragionevolmente i consumatori attendono da un

professionista nei loro confronti rispetto ai principi generali di correttezza e di buona fede;

l’art 18 ci dà tutte le definizioni di professionista, pratica commerciale.. è una tecnica

legislativa diffusa. La pratica scorretta è una pratica che viola i principi di correttezza

professionale.

2. Deve essere una pratica che sia idonea a falsare in misura apprezzabile (deve essere

anche rilevante la condotta che incide nella decisione del consumatore medio) un

comportamento economico del consumatore. Ad esempio, se non ci fosse stata quella

pratica che viola quelle regole di correttezza professionale, il consumatore non sarebbe

stato indotta a comprare quel determinato prodotto. Se la pratica commerciale riguarda i

bambini di una certa età, bisognerà far riferimento al consumatore medio di quella

determinata età.

Questo art. 20 che ci dà una clausola generale, in realtà viene poi specificata in due sub categorie,

che sono le pratiche ingannevoli e le pratiche aggressive. Le prime sono sicuramente le più

frequenti e più rilevanti.

Pratiche ingannevoli. Un esempio di pratiche ingannevoli, Art. 21 codice di consumo. E’ tutta

una serie di elencazione dettagliata , si tratta di dare informazioni non rispondenti al vero, o se

anche corrette date in modo tale che falsano l’idea che il consumatore aveva. Quali pratiche

vengono in mente? Basti pensare al comportamento di operatori telefonici e servizi internet. Si

parla di un offerta con un certo prezzo e non si specifica che quell’offerta è valida solo per un certo

periodo di tempo. Anche offerte di biglietti aerei, dove c’è il prezzo del biglietto ma non si specifica

che ci sarà l’iva e il prezzo d’imbarco che faranno lievitare il prezzo iniziale enormemente. Oppure

si danno informazioni errate in ordine agli obblighi a cui è tenuto lo stesso imprenditore, acquisti un

Iphone non direttamente alla Apple, dopodiché se il telefono di guasta ti dicono di rivolgerti per la

garanzia direttamente al produttore, non la vuol fare il rivenditore, anche se ne avremo diritto per

legge.

Pratiche aggressive. Accanto alle pratiche ingannevoli ci sono le pratiche aggressive, cioè tutti

quei comportamenti con i quali ci sono coercizioni psicologiche ma anche fisiche, quindi molestie,

e si limita la libertà di scelta del consumatore medio. Un esempio sono gli operatori telefonici che

chiamano a casa la sera. Abbiamo la clausola generale dell’art.24, ma nel 26 abbiamo una black

list, dove vengono identificate tutta una serie di fattispecie tipiche di comportamenti considerati

aggressivi. Un esempio è effettuare visite presso l’abitazione del consumatore ignorando l’invito

del consumatore a lasciare la sua residenza. Sono pratiche considerate aggressive di per sé, sono

pratiche purtroppo quotidiane. Anche premere con una pubblicità i bambini a farsi comprare dai

genitori un certo prodotto, è una pratica aggressiva. Si può ordinare la pubblicazione del

provvedimento sui giornali, o ricorrere all’inibitoria. Anche nei confronti della banche ci sono stati

dei provvedimenti, per comportamenti ingannevoli in relazione a operazioni di finanziamento, dove

non sono chiare queste operazioni di prestito ecc…

DISCIPLINA DEI SEGNI DISTINTIVI

Nel momento in cui gli imprenditori operano in regime di libera concorrenza, la cosa importante è

potersi distinguere gli uni dagli altri, uno degli interessi fondamentali è quello di poter ravvisare

strumenti idonei per farsi riconoscere dai consumatori. Questa esigenza strettamente correlata con

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l’esistenza di un mercato concorrenziale è riconosciuta dal legislatore attraverso la disciplina dei

segni distintivi ed è tutelata dal legislatore attraverso l’attribuzione agli imprenditori di un utilizzo in

via esclusiva di quei determinati segni. Consideriamo che la tutela che viene riconosciuta, si

riconoscono alcuni segni distintivi e si riconosce il loro utilizzo, troviamo norme in parte nel Codice

Civile in parte nel Codice della proprietà industriale (cpi). Questo diritto non è assoluto ma è un

diritto di utilizzo di quei segni, in funzione di riconoscimento. Non sarà una tutela assoluta, ma

relativa e condizionata alla funzione verso la quale questi segni distintivi sono riconosciuti. Questa

è una tutela che riguarda certi campi merceologici, certi confini territoriali, come abbiamo visto in

materia di concorrenza sleale. Se la funzione di tutti i segni distintivi è quella di rendere visibile un

imprenditore, questi segni hanno certe caratteristiche comuni a livello di disciplina:

Libera formazione del segno distintivo: ciascun imprenditore è libero di formare il segno

 distintivo, però la libertà è limitata in relazione a certe caratteristiche che quel segno

distintivo deve avere.

Capacità distintiva: Se la funzione del segno distintivo è quella di distinguere due

 imprenditori, ecco che una delle caratteristiche fondamentali è la capacità distintiva.

L’originalità, la novità: altrimenti il segno distintivo non svolge alcuna funzione di

 distinguere un imprenditore dall’altro ecc ..

Caratteristica inerente all’uso esclusivo, ma relativo: la non attribuzione di un diritto

 assoluto.

La possibilità di trasferire questo segno anche ad altri soggetti: purché (condizione

 necessaria) dal trasferimento non si rechi inganno nei confronti del pubblico.

Analizzeremo i tre più importanti segni distintivi: la Ditta, l’Insegna e il Marchio(segno distintivo

per eccellenza, infatti è attraverso il marchio che i consumatori individuano quel determinato

imprenditore).

La Ditta. Della ditta noi non abbiamo una definizione a livello legislativo. Non abbiamo indicato che

cos’è la ditta, ma tradizionalmente, la ditta è il nome che l’imprenditore spende nel commercio.

Fino a poco tempo fa, quando si parlava di ditta si faceva prevalere due diverse teorie

contrapposte: la teoria soggettiva, che individuava nella ditta il nome dell’imprenditore, quindi

evidenziava il profilo soggettivo; la teoria oggettiva, volta a individuare nella ditta l’apparato

organizzativo e quindi l’azienda. queste teorie avevano anche degli addentellati normativi: c’era chi

sosteneva che la ditta dovesse individuare il nome dell’imprenditore e si richiamava la disposizione

che richiede che la ditta contenga quantomeno la sigla; oppure chi sottolineava l’elemento

oggettivo, cioè questo segno distintivo andava ad identificare l’organizzazione, e sottolineava la

disposizione in punto di trasferimento della ditta. Queste teorie sono superate, ormai l’idea

prevalente è che la ditta come segno distintivo individua sia il profilo soggettivo, che quello

oggettivo, è il nome che l’imprenditore utilizza per l’esercizio dell’impresa. la ditta va a identificare

l’impresa in senso lato. Nella sua componente soggettiva-> l’imprenditore, sia gli strumenti

attraverso i quali la stessa attività è svolta. Questi due profili sono due facce della stessa medaglia

per identificare l’imprenditore nell’esercizio dell’attività d’impresa. L’insegna invece, si trova nei

cartelli che vengono posti sopra il locale dove si svolge l’attività d’impresa, ma la Ditta? Viene

utilizzata nella carta intestata, nelle fatture, quindi un segno distintivo che più che essere rivolto al

consumatore, è destinato a svolgere un ruolo tra gli imprenditori, e questo giustifica certe

caratteristiche della ditta, ad esempio in relazione al requisito della capacità distintiva, richiesta in

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maniera meno pregnante rispetto a quella richiesta per il marchio d’impresa. Quali sono le fonti

normative della ditta? La disciplina della ditta si ritrova nel C.C. negli artt. 2563 al 2566, dedicati

alla ditta. La ditta è contenuta nel Titolo VIII, quindi dopo l’azienda. la disciplina è ancora in un'altra

disposizione art. 2598 nella fattispecie di concorrenza confusoria, “usa nomi o segni distintivi

idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri”, tra

questi segni vi è anche la ditta certamente. Accanto a queste diverse disposizioni del c.c., abbiamo

una disciplina priva di uno specifico contenuto, perché si contempla la ditta “tra gli altri segni

distintivi diversi dal marchio registrato”, nell’art. 2 comma 4 del cpi. Nell’art 2 si parla di diritti di

proprietà industriale. L’acquisto della ditta non presuppone una registrazione (art. 8 convenzione di

Parigi); vi è poi la necessità di coordinare queste disposizioni. Prima di affrontare la disciplina, si

deve introdurre una differenziazione tra la ditta e altre denominazioni che svolgono altre funzioni.

Spesso se un’impresa è individuale vi è una coincidenza tra ditta e nome civile, cioè la ditta può

essere formata soltanto dal nome dell’imprenditore. Se questo è vero, è vero anche che non sono

la stessa cosa, sono soggette a discipline differenziate:

-> il nome è un diritto che spetta all’individuo. È un diritto intrasferibile e indisponibile;

-> la ditta è quel nome che l’imprenditore spende per l’esercizio della propria attività economica.

L’imprenditore può avere anche più ditte.

Analoga differenziazione si ha tra ditta e ragione sociale:

-> ragione sociale è il nome a cui si dà la società la società di persone, dove si parla di

denominazione sociale in relazione al nome della società di capitale. Anche qui, ragione e

denominazione sociale e ditta hanno funzioni diverse. La prima serve a identificare un centro di

imputazione, la ditta ha una funzione di utilizzo di quel nome nella spendita dell’esercizio della

propria attività commerciale. Anche qui possiamo avere più ditte (fenomeno di diffusione di società

ad esempio).

Come si forma la ditta? Ci sono delle regole per la formazione? Uno degli elementi è la libertà

della forma. Abbiamo dei limiti però in ordine alla libertà di formare una ditta perché il secondo

comma del 2563, ci dice che “la ditta comunque sia formata deve contenere almeno il cognome o

la sigla dell’imprenditore”. Come ditta posso utilizzare qualsiasi segno, ma all’interno di questo

segno deve essere comunque contenuto il cognome dell’imprenditore o quantomeno la sigla di

questo. Questa cosa del cognome poteva avere una sua rilevanza in tempi passati, dove

effettivamente la funzione distintiva aveva il cognome del soggetto, adesso non è più così. Il cuore

della ditta non è più svolto dal cognome del soggetto, ma dagli elementi interiori di fantasia che

vengono inseriti all’interno della ditta medesima. Certo è che questa è una previsione specifica, un

limite alla libertà di formazione. Almeno vuol dire “non necessariamente”. Si parla di ditta

originaria, che continente espressamente il cognome o la sigla dell’imprenditore; ditta di

fantasia, invece, c’è anche il nome dell’imprenditore ma in funzione marginale, quella priva del

cognome è la ditta irregolare. La presenza del cognome dell’imprenditore è funzionale

all’iscrizione nel registro delle imprese. Infine, si parla di ditta derivata, cioè in relazione a quelle

ditte dove il cognome non è dell’imprenditore, ma è del precedente titolare di quella determinata

impresa. La ditta derivata si ha con la cessione di azienda, dove passa anche la ditta. La Ditta

Renzi, che produce mobili, è derivata, e ci sono molti casi simili a questo. Nella derivata abbiamo

una deroga al principio di verità della ditta. Come si acquista il diritto della ditta? Con l’uso della

ditta, e questo lo si desume da una serie di disposizioni, tra cui anche quella dell’art. 8, l’art. 2. La

registrazione non ha un efficacia costitutiva del diritto alla ditta, perché quest’ultimo si acquista

semplicemente con l’uso di quel determinato segno distintivo che viene fatto da quell’imprenditore

(cessa con la cessazione dell’attività d’impresa da parte dei soggetti). 25

Cosa ha diritto colui che utilizza un certo segno distintivo? Un diritto all’uso esclusivo della ditta,

che è attribuito al soggetto in tutte le ipotesi in cui vi è un rischio di confusione di quella ditta con

una di un altro imprenditore. La tutela della ditta è essenzialmente una tutela che si attiva in tutte le

ipotesi in cui vi un rischio di confusione con lo stesso segno utilizzato da altri imprenditori. Quindi,

purchè possa essere tutelata, quali requisiti deve avere la ditta? Deve esserci un uso da parte di

un altro imprenditore, deve riguardare una ditta uguale o simile, deve sussistere un rischio di

confusione. Questi elementi devono essere valutati sia sotto il profilo merceologico sia territoriale.

La sanzione nel caso di ditta confondibile è soltanto un diritto a ottenere dall’imprenditore a

modificare o integrare quel determinato segno. C’è un inibitoria che è meno forte rispetto a quello

previsto in materia di marchio. È possibile sommare anche le sanzioni previste nella concorrenza

sleale, laddove l’utilizzo di ditta confondibile integra anche la fattispecie di concorrenza confusoria.

L’unico problema interpretativo a livello sanzionatorio è se si possono o meno applicare l’inibitoria

piena in caso di concorrenza sleale, ma abbiamo visto che è possibile ordinare la cessazione di un

certo utilizzo di segno distintivo. Si ritiene che la disposizione speciale prevalga sulla disposizione

di inibitoria piena in materia di concorrenza sleale. La ditta può essere trasferita? La disciplina del

trasferimento della ditta è contenuta nel 2565. La ditta non può esser trasferita separatamente

dall’azienda … terzo comma.

ARTICOLO 2565

Trasferimento della ditta

La ditta non può essere trasferita separatamente dall'azienda.

Nel trasferimento dell'azienda per atto tra vivi la ditta non passa all'acquirente senza il consenso dell'alienante.

Nella successione nell'azienda per causa di morte la ditta si trasmette al successore, salvo diversa disposizione

testamentaria.

Diversamente da quanto vedremo in materia di marchio, la ditta per essere trasferita deve esserlo

insieme all’azienda. Non è possibile trasferire la ditta in sé come segno distintivo. Posso anche

decidere di tenere la ditta, perché questa può andare a rappresentare sia il profilo soggettivo, sia

oggettivo relativo all’azienda. se questi due profili si scindono, cioè l’imprenditore cede l’azienda,

questo può scegliere se la ditta continui a identificare il profilo oggettivo o invece l’elemento

soggettivo. Posso trasferire l’azienda senza la ditta, ma non posso trasferire la ditta senza

l’azienda. in ipotesi di trasferimento della ditta il legislatore individua due differenti discipline , a

seconda che il trasferimento sia inter vivos, o mortis causa. Nel primo caso, per cedere la ditta

occorre il consenso espresso del ricevente, laddove l’azienda si trasferisce mortis causa, il

trasferimento della ditta si presume.

Ditta : Non abbiamo una definizione normativa di che cosa si intende per segno distintivo, e quindi

di cosa va a identificare.

L’insegna. L’insegna identifica il luogo o i locali dove l’attività d’impresa viene svolta. È una

definizione desunta dal linguaggio comune. Manca una definizione legislativa; nell’uso comune del

termine è il segno distintivo che contraddistingue i locali ove si svolge l’attività. Le norme dedicate

all’insegna sono una: 2568 che si limita a rinviare alla disciplina della ditta, in relazione allo

specifico profilo della tutela. È una disposizione espressamente prevista, poi abbiamo un

riferimento nel codice della proprietà industriale, il famoso art. 2 quarto comma, troveranno

applicazione in parte nel codice, e l’altra disposizione rilevante è quelle del 2598 e quindi la

disciplina della concorrenza confusoria. Se questa è la disciplina, è evidente che non abbiamo

disposizioni relative ad alcuni profili: come si forma l’insegna? Nulla è detto in materia di insegna,

che si ritiene possa essere costruita liberamente. Per ricevere tutela questo segno distintivo deve

avere qualche caratteristica: la capacità distintiva perché identificano, ad esempio. 26

Altro profilo disciplinato indirettamente relativo a come si acquista il diritto all’insegna: non è

prevista né una registrazione né altro. È un diritto non titolato, si acquista semplicemente mediante

l’uso.

Formazione dell’insegna: l’insegna può essere formata liberamente. Essa deve tuttavia essere,

lecita, dotata di novità e capacità distintiva. Si applica la disciplina della ditta o quella del marchio?

Secondo l’interpretazione predominante il diritto all’insegna si trasferisce applicando la disciplina

della ditta. Quali imprese può rilevare questo segno distintivo? È un segno in grado di attrarre il

consumatore in tutte quelle attività che attraverso quel logo possono ricondurre un determinato

imprenditore. L’insegna ha una rilevanza come segno distintivo, anche il luogo è importante,

pensiamo a un albergo ecc ..

IL MARCHIO :

Il marchio è il segno distintivo dei servizi e dei prodotti dell’impresa. È il segno distintivo che

rappresenta il vettore tra consumatori e imprenditore. Serve al pubblico per identificare una certa

impresa e distinguerla da altre. Rilevanza centrale sia da un punto di vista economico, ma anche

giuridico, si capisce dal numero di disposizioni dedicate al marchio d’impresa rispetto a altri.

Nell’ambito del codice della proprietà industriale, abbiamo le disposizioni che riguardano i profili più

strettamente sostanziali, dagli art. 7 al 28. Abbiamo un corpo di norme dedicato espressamente al

marchio d’impresa. Molteplici sono state le direttive per l’avvicinamento per i vari stati europei,

abbiamo varie fonti internazioni e europee, abbiamo addirittura una disciplina ad hoc per il marchio

dell’unione europea ( o comunitario, ma dal 2015 non si chiama più così, c’è una disciplina per il

marchio che riceve una tutela a livello comunitario).

Fonti della disciplina del marchio nazionale: -artt. 2569- 74

Funzioni giuridicamente protette del marchio: quali funzioni il nostro ordinamento dà rilevanza

giuridica?

• Funzione distintiva: significa che quel segno è diretto a individuare, differenziare, i servizi

prodotti di un certo imprenditore, rispetto a quelli di altri imprenditori. Si parla di indicazione

d’origine. È la funzione esclusiva del marchio d’impresa. Di indicazione di origine dei

prodotti o dei servizi art. 2569, art. 7 codice della proprietà industriale 13 cpi.

ARTICOLO 2569

Diritto di esclusività

Chi ha registrato nelle forme stabilite dalla legge un nuovo marchio idoneo a distinguere prodotti o servizi ha diritto di

valersene in modo esclusivo per i prodotti o servizi per i quali è stato registrato. (1)

In mancanza di registrazione il marchio è tutelato a norma dell'art. 2571.

Questa scelta dell’ordinamento ha riflessi sotto il profilo della disciplina. Prima, il marchio

poteva essere usato da uno e un solo imprenditore fino al ’92. Questa funzione significava

riconoscere una tutela del marchio, un diritto all’uso esclusivo del marchio ma relativo,

limitato a certi prodotti e in un certo territorio. Questa non è più la funzione esclusiva

giuridicamente tutelata del marchio.

• Funzione attrattiva: sono state introdotte altre funzioni a partire dal ‘92, come quella

attrattiva, cioè la capacità del marchio di attrarre il pubblico dei consumatori. Una capacità

che il marchio ha in sé, che è una conseguenza della capacità che ha questo segno di far

27

vendere certi prodotti e servizi. Si riconosce anche una funzione autonoma, c’è un selling –

power, potere di vendita del marchio. Questo riconoscimento giuridico della funzione

attrattiva del marchio comporta delle disciplina specifiche: 2573.

ARTICOLO 2573

Trasferimento del marchio

Il marchio può essere trasferito o concesso in licenza per la totalità o per una parte dei prodotti o servizi per i quali è

stato registrato, purché in ogni caso dal trasferimento o dalla licenza non derivi inganno in quei caratteri dei prodotti o

servizi che sono essenziali nell'apprezzamento del pubblico. (1)

Quando il marchio è costituito da un segno figurativo, da una denominazione di fantasia o da una ditta derivata, si

presume che il diritto all'uso esclusivo di esso sia trasferito insieme con l'azienda.

Posso trasferire liberamente il marchio, indipendentemente dall’organizzazione che serve

per svolgere l’attività d’impresa, perché il marchio ha un valore in sé. Altra disposizione

importante è l’art. 20 cpi, primo comma lettera c, che introduce la categoria dei marchi

dotati di rinomanza. Si introduce una tutela che supera la relatività della tutela, per i marchi

che hanno acquisito una notorietà (Armani, Gucci), ch vengono tutelati non per il rischio di

confusione, ma per il fatto che l’utilizzo di questi segni notori, dotati di fama, consente a

colui che li utilizza di sfruttare una ricchezza che su quel marchio l’imprenditore ha

investito. Si va a sanzionare un fenomeno di parassitismo, cioè se sfrutto gli investimenti

fatti da un determinato imprenditore. La tutela è estesa a tutte le tipologie di prodotti Art.

20.: 1. I diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facoltà di fare

uso esclusivo del marchio. Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di

usare nell'attività economica:

a) un segno identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui esso è stato

registrato;

b) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se

a causa dell'identità o somiglianza fra i segni e dell'identità o affinità fra i prodotti o servizi,

possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che può consistere anche in un

rischio di associazione fra i due segni;

c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se

il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l'uso del segno senza giusto motivo

consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del

marchio o reca pregiudizio agli stessi.

2. Nei casi menzionati al comma 1 il titolare del marchio può in particolare vietare ai terzi di

apporre il segno sui prodotti o sulle loro confezioni; di offrire i prodotti, di immetterli in

commercio o di detenerli a tali fini, oppure di offrire o fornire i servizi contraddistinti dal

segno; di importare o esportare prodotti contraddistinti dal segno stesso; di utilizzare il

segno nella corrispondenza commerciale e nella pubblicità.

3. Il commerciante può apporre il proprio marchio alle merci che mette in vendita, ma non

può sopprimere il marchio del produttore o del commerciante da cui abbia ricevuto i

prodotti o le merci. 28

Il danno non è derivante dalla confusione tra prodotti o servizi, ma è un danno all’immagine

di quel determinato segno, e ancora art. 29 cpi, che legittima alla registrazione del

marchio, non soltanto l’imprenditore, ma anche colui che non vuole utilizzare il marchio ma

pensa a cederne l’uso ad altri soggetti per sfruttare un impatto positivo nel pubblico. L’aver

separato il marchio da prodotto o dal servizio, e quindi tutelare il marchio in sé per la sua

capacità attrattiva, che effetti può provocare? Degli effetti nei confronti dei consumatori che

si ravvisano nel fatto che i consumatori possono esser tratti in inganno.

• Funzione di garanzia di qualità? Ci sono disposizioni volte a evitare l’inganno nei

confronti del consumatore. Art. 21 secondo comma cpi, 23 quarto comma cpi, 14 primo

comma).

21 secondo comma: “Non e' consentito usare il marchio in modo contrario alla legge, ne',

in specie, in modo da ingenerare un rischio di confusione sul mercato con altri segni

conosciuti come distintivi di imprese, prodotti o servizi altrui, o da indurre comunque in

inganno il pubblico, in particolare circa la natura, qualità o provenienza dei prodotti o

servizi, a causa del modo e del contesto in cui viene utilizzato, o da ledere un altrui diritto di

autore, di proprietà industriale, o altro diritto esclusivo di terzi”.

In realtà da queste disposizioni una parte della dottrina ne fa derivare il riconoscimento di

un’altra funzione del marchio, che è quella d garanzia di qualità, deve garantire una certa

qualità del prodotto. Non è corretto desumere da queste norme che introducono un divieto

di uso ingannevole del marchio, un obbligo di avere un certo standard qualitativo dei

prodotti. Non c’è una funzione di garanzia giuridicamente riconosciuta.

I tipi di marchio. Il c.c si occupa dei marchi di prodotto, solo nel ’59, sulla base di una direttiva, si

riconosce anche il marchio di servizio, che va a identificare un certo servizio svolto dall’impresa

(impresa assicurativa, di trasporto). Il marchio, in questo caso, verrà posto su quegli strumenti

realizzati per la realizzazione per la produzione di un servizio.

I marchi si classificano:

In base alla natura dell’attività : classificazione legislativa

 - marchio di fabbrica: del produttore

- del commercio : dall’intermediario

In base all’utilizzazione :

 - Marchio di prodotto e marchio di servizio

- Marchio generale e marchio speciale: classificazione che non troviamo a livello

legislativo. Quello generale serve a identificare quella determinata impresa (Fiat), quello

speciale è quello che all’interno de prodotti o servizi di quella impresa va a identificare i

singoli prodotti all’interno della stessa attività (500, panda).

In base alla composizione :

 - Marchi denominativi: formati da parole (Adidas, Mulino bianco). Tra questi ci sono i

marchi patronimici, cioè formati da nomi di persona, e il cpi introduce una disciplina ad

hoc per quest’ultimi (Giorgio Armani, Roberto Cavalli, Valentini). L’utilizzo del nome

diverso dal proprio non deve recare danno al soggetto. L’art. 8 secondo terzo

comma cpi: “Se notori, possono essere registrati ((o usati)) come marchio solo 29

dall'avente diritto, o con il consenso di questi, o dei soggetti di cui al comma 1: i nomi di

persona, i segni usati in campo artistico, letterario, scientifico, politico o sportivo, le

denominazioni e sigle di manifestazioni e quelli di enti ed associazioni non aventi

finalità economiche, nonché gli emblemi caratteristici di questi”.

Se è un nome notorio non può essere usato da chiunque, vi è una maggior limitazione

che deriva dal principio della tutela della funzione attrattiva.

- Marchi figurativi: costituiti da figure o disegni ( mela della Apple)

- Marchi misti o complessi: costituiti sia da parole, che da altri elementi (fanta, la

scrittura di Adidas che ha una rappresentazione grafica)

Art. 7 cpi, introduce ulteriori possibilità di composizione dei marchi.

Art. 7. Oggetto della registrazione

1. Possono costituire oggetto di registrazione come marchio d'impresa tutti i segni suscettibili di

essere rappresentati graficamente, in particolare le parole, compresi i nomi di persone, i disegni, le

lettere, le cifre, i suoni, la forma del prodotto o della confezione di esso, le combinazioni o le

tonalita' cromatiche, purche' siano atti a distinguere i prodotti o i servizi di un'impresa da quelli di

altre imprese.

I marchi possono essere costituiti anche :

Da lettere (AJ), M di McDonalds

 Da cifre (46 di Valentino Rossi)

 Da suoni: ma quando può costituire un valido segno come marchio? Oltre al requisito della

 capacità distintiva, richiede anche la rappresentazione grafica perché il diritto all’utilizzo

esclusivo del marchio deriva dalla registrazione. Si può rappresentare graficamente, come

un pentagramma. Marchio della Tretis holding LLC e Marchio della Metro Golden Mayer,

che ha un sonogramma del ruggito del leone.

Tra i marchi non tradizionali: di colore, combinazioni e tonalità cromatiche: marchi

 rappresentati da un colore unico (primario) non possono essere registrati come tali, i colori

non possono avere questa capacità distintiva. Invece sono marchi ->il motivo di Burberry,

Fottball club Barcelona, Deutsche Tamoil. Se il colore non ha niente a che vedere con il

prodotto o servizio offerto allora si potrebbe tutelare il colore come marchio. Il Tribunale di

Milano ha ritenuto valido il marchio Gucci raffigurante il nastro << verde rosso verde>>,

sulla combinazione di colore non vi sono dubbi infatti. Importante è se individuo una

particolare combinazione cromatica, posso registrarlo come marchio d’impresa, attraverso

l’attribuzione del codice dei colori (Milka, che ha un particolare viola, Tiffany)

MARCHI OLFATTIVI E GUSTATIVI: si può registrare come marchio d’impresa un odore o

 un sapore? Secondo la giurisprudenza comunitaria i marchi gustativi o olfattivi non possono

essere registrati come marchi. Non possono essere rappresentati graficamente. È stata

modificato nel 2025 il regolamento di marchio, e sulla base della direttiva l’art. 3 2015/2436:

i segni devono essere adatti a distinguere i prodotti e servizi di un’impresa da quelli di altre

imprese; a essere rappresentati in modo tale da consentire alle autorità competenti e al 30

pubblico di determinare precisamente l’oggetto della protezione garantita al suo titolare. La

rappresentazione grafica non c’è più rispetto al 7 cpi, il punto b.

Marchi di forma o tridimensionali : bottiglia della cocacola, ovino kinder, la bottiglia

 chanel e il coniglietto della Lindt. È possibile registrare la forma di un determinato prodotto

con dei limiti però. L’art. 9 del cpi: “non possono costituire oggetto di registrazione come

marchio d’impresa i segni costituiti esclusivamente dalla forma imposta dalla natura stessa

del prodotto (la forma essenziale), dalla forma del prodotto necessaria per ottenere un

risultato tecnico, o dalla forma che dà un valore sostanziale al prodotto”. Il soggetto che

brevetta ha un diritto all’uso esclusivo per un tot. di anni e basta, dopodiché quella forma

diventa utilizzabile da tutti. Allora, tutelare una forma suscettibile di brevettazione vorrebbe

dire eludere la disposizione relativa alla temporaneità del diritto esclusivo perché il marchio

ha una durata di utilizzo di 10 anni, ma può essere rinnovato senza limiti di tempo, quindi

nell’ipotesi di prima si aggirerebbe la ratio della tutela brevettuale, e analoga motivazione

aveva anche la forma estetica del prodotto, perché prima disegni e modelli erano brevettati,

ora non è più così, sono semplicemente registrati.

Marchio di forma. non è registrabile come marchio la forma:

• imposta dalla natura stessa del prodotto (c.d. forme necessarie) art. 9 cpi, i limiti sono la

forma sostanziale,

• la forma necessaria per ottenere un risultato tecnico(c.d. forme funzionali);

• che dà un valore sostanziale al prodotto (forme che conferiscono al prodotto un particolare

valore di mercato) secondo l’interpretazione prevalente, è quella forma in grado di attrarre il

consumatore, ha una capacità attrattiva per il consumatore.

Sentenza: 2010, corte di giustizia dell’Ue, in relazione alla possibilità di poter registrare come

marchio il “mattoncino” Lego. È stata negata la registrabilità del mattoncino giocattolo, è una forma

la cui tutela può essere ottenuta soltanto in forma brevettuale, e quindi di durata limitata.

Sentenza: 2011, Tribunale dell’UE, riguardo all’autoparlante del Beolab, è riconosciuta la forma

attrattiva del consumatore, ma in questo caso si ritiene che non possa essere registrata la forma di

questo auto parlante in quanto forma che dà valore sostanziale.

Sentenza: questione dei Taxi Uber ( leggerla)

Sentenza : 2017 dell’ANSA, secondo il gruppo Piaggio, il tribunale di Torino dichiara la piena

validità del marchio tridimensionale dello scooter Vespa e riconosciuto il carattere creativo.

Leggere sulle slides. Sentenza ancora da pubblicare!

Da questa vicenda, che dubbi sorgono? Si potrebbe registrare la vespa come forma

tridimensionale? La forma di un prodotto può essere tutelata attraverso sotto quali profili?

Imitazione servile, ad esempio, quando quella forma è individualizzante (krox) per identificare un

certo imprenditore, se la forma è brevettabile e dà una certa tutela, forma come diritto d’autore. La

forma ha rilevanza sulla base della sussistenza di presupposti diversi. La forma può rilevare in

altre fattispecie, come l’appropriazione di pregi, oppure anche in concorrenza parassitaria. Il valore

sostanziale al prodotto non implica gradevolezza! Pensiamo alle krox, non marchio di forma

perché dotate di questa particolare capacità attrattiva. 31

Sentenza: tavolette di cioccolato Richter a forma quadrata, gli è stata attribuita la riconoscibilità

della forma tridimensionale quadrata dal tribunale, e è stata registrata come marchio

tridimensionale. Si fa un’indagine d mercato per verificare se quella forma è in grado nei

consumatori di ricollegarla a una specifica impresa.

Requisiti di validità del marchio. La tutela del marchio richiede la presenza di requisiti:

posti a tutela di interessi generali in conflitto con la tutela del marchio la cui mancanza dà

 luogo a nullità assoluta o impedimenti assoluti alla registrazione. La nullità assoluta può

essere fatta valere da chiunque abbia interesse.

Posti a tutela di interessi individuali, cioè di chi vanti diritti anteriori in conflitto.

Per poter essere registrato il marchio deve essere suscettibile di rappresentazione grafica (art. 7

cpi). Inoltre, deve rispondere a determinati requisiti di validità:

Capacità distintiva: il legislatore non ci dà una definizione positiva, ci dice quali seni non hanno

capacità distintiva- art. 13 cpi.

Art. 13. Capacità distintiva 1. Non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d'impresa i

segni privi di carattere distintivo e in particolare:

a) quelli che consistono esclusivamente in segni divenuti di uso comune nel linguaggio corrente o negli usi

costanti del commercio;

b) quelli costituiti esclusivamente dalle denominazioni generiche di prodotti o servizi o da indicazioni

descrittive che ad essi si riferiscono, come i segni che in commercio possono servire a designare la specie,

la qualità, la quantità, la destinazione, il valore, la provenienza geografica ovvero l'epoca di fabbricazione

del prodotto o della prestazione del servizio o altre caratteristiche del prodotto o servizio.))

2. In deroga al comma 1 (( . . . )) possono costituire oggetto di registrazione come marchio d'impresa i segni

che prima della domanda di registrazione, a seguito dell'uso che ne sia stato fatto, abbiano acquistato

carattere distintivo.

3. Il marchio non può essere dichiarato o considerato nullo se prima della proposizione della domanda o

dell'eccezione di nullità, il segno che ne forma oggetto, a seguito dell'uso che ne e' stato fatto, ha acquistato

carattere distintivo.

4. Il marchio decade se, per il fatto dell'attività o dell'inattività del suo titolare, sia divenuto nel commercio

denominazione generica del prodotto o ((servizio o abbia comunque)) perduto la sua capacità distintiva.

32

La capacità distintiva è la capacità di quel segno di richiamare un certo imprenditore differenziando

dai servizi e prodotti di un altro. Ci sono segni divenuti di uso comune nel linguaggio corrente, sono

suffissi o altre parole che esprimono certe caratteristiche qualitative del prodotto (extra, super), non

rappresentano validi marchi d’impresa. Ci sono anche le figure, il leone, l’aquila, ecc .. Sono segni

considerati come privi di capacità distintiva. La previsione della lettera B dell’art. parla di

denominazione generica (cornetto, pane, calzatura), identificano quel determinato prodotto in

generale. Così anche la forma generica di un determinato segno, pensiamo per il tonno la

rappresentazione di un pesce sulla scatola. Questo in generale, poi bisogna procedere a fare

distinzioni, non è sempre vero che delle denominazioni generiche siano sempre prive di capacità

distintiva, lo sono se sono strettamente legate al prodotto (pane il pane). Ma se utilizzo il pane

come segno distintivo di una maglietta, a quel punto distinguo il prodotto di una certa impresa

rispetto a quelli di un’altra ( es: camomilla per prodotti di abbigliamento, panda per la macchina,

punto per le macchina). Altra distinzione per le parole straniere, sono sempre prive di capacità

distintiva? No, bisogna vedere se quella parola è ormai conosciuta dai consumatori in quel

determinato significato (Ginger, Cynar-carciofo, per indicare drinks è stata riconosciuta, non è una

semplice denominazione generica, diverso è Football, o altre parole come Goldmarket come

rivenditore di oro). A questo riguardo, “Family spa” è un marchio o è privo di capacità distintiva? È

privo, sono entrambe parole ampliamente diffuse, non è un valido marchio.

Riassumendo, il requisito della capacità distintiva è valido se:

- le denominazioni generiche, le indicazioni geografiche o le figure generiche non hanno alcuna

relazione con i profitti;

- le parole straniere descrittive o generiche non note al consumatore medio;

- le denominazioni generiche o le parole di uso comune sono modificate o combinate fra loro in

modo fantasioso-> c.d. Marchi espressivi( es: Amplifon, Bergamon, Swatch, fluimicil): Spesso le

imprese hanno uno specifico interesse a utilizzare denominazioni generiche o specifiche del

prodotto, perché hanno una funzione adulativa nei confronti del consumatore ( in ambito

farmaceutico), quindi le imprese combinano una parola inserendo piccole variazioni. In relazione ai

marchi espressivi, si contrappongono ai marchi di fantasia. I marchi espressivi sono segni che

contengono elementi descrittivi o educativi della denominazione del prodotto o delle sue qualità o

funzioni. I marchi espressivi sono marchi deboli in quanto ad escludere la confondibilità è

sufficiente anche una lieve variazione del segno (Amplifon/Udifon). I marchi deboli sono

contrapposti ai marchi forti ( es. “cuore” per l’olio, Panda per filati). Nel momento in cui

l’imprenditore utilizza un segno con una variazione, deve essere consapevole che altri imprenditori

potrebbero fare la stessa cosa, inserire variazioni al mio segno piccole. Si parla di marchi forti e

deboli appunto, per sottolineare questa differente valenza sotto il profilo della tutela del segno. Non

c’è contraffazione tra Amplifon e Udifon infatti. Anche le località geografiche non può essere 33

utilizzata laddove questa provenienza ha una stretta aderenza col prodotto, (murano per il vetro di

murano, non è un marchio valido perché privo di capacità distintiva); diverso è “Capri “per

sigarette. L’assenza di capacità distintiva da luogo a nullità assoluta o impedimento assoluto

alla registrazione (sono stati ritenuti nulli ad es. Jeans per pantaloni). Vi sono ipotesi in cui

l’assenza di capacità distintiva può essere sanata: quando quel determinato segno acquista

capacità distintiva. Un segno che è denominazione generica si stacca dalla denominazione

generica e acquista la capacità distintiva, art. 13 secondo e terzo comma cpi. Questo fenomeno

prende il nome di “secondary meaning”, un secondo significato funzionale a identificare i prodotti di

un certo imprenditore (le due C di Chanel, ormai ha capacità distintiva). Come si fa ad affermare

che un segno ha acquisito un secondary meaning? Andrà approvato da parte dell’impresa, che

quel determinato segno ha assunto nei consumatori capacità distintiva. Si può verificare anche il

fenomeno inverso, cioè un segno che prima aveva capacità distintiva, perde questa funzione, si

parla di <<volgarizzazione del segno>>. Nutella ha avuto questo rischio, si richiede che si dia da

fare l’imprenditore purché non si abbia una volgarizzazione, evitare che quella parola finisca nel

vocabolario per non far si che nutella identifichi tutte le creme al cioccolato. Nei vocabolari

abbiamo la R che vuol dire marchio d’impresa, e questo è un requisito specifico, Nutella non è

decaduta come marchio perché il titolare si è dato da fare. Rimmel invece si è volgarizzato, idem

Scotch, Nylon, Biro.

• Liceità : Il marchio non deve contenere: segni contrari alla legge, all’ordine pubblico, al

buon costume; stemmi o altri segni protetti da convenzioni internazionali e quelli che

rivestono un interesse pubblico, salvo l’autorizzazione dell’autorità competente. I marchi

privi del requisito della liceità sono nulli. Si tratta di “nullità assoluta o di impedimento

assoluto alla registrazione”.

Sentenza: il marchio della A-Style è stato discusso perché andava contro il buon costume.

Questa impresa ha avuto un boom pazzesco di vendite, e si è scatenato da parte di altri

imprenditori l’utilizzo dello stesso segno con lettere diverse, che potevano portare le stesse

conseguenze perché riconducibile alla a-style. Il tribunale di Milano è arrivato a dichiarare

la nullità del marchio, ciò che caratterizza il segno è soltanto il richiamo sessuale. Diverso il

giudizio del tribunale di Bari, che riconosce il marchio.

• Non ingannevolezza : art. 14 cpi nella B: il marchio non deve contenere segni idonei ad

ingannare il pubblico, in particolare sulla provenienza geografica, sulla natura o sulla

qualità dei prodotti o servizi. Es. New England per prodotti di abbigliamento interamente

fabbricati in italia è marchio ingannevole. I marchi “decettivi” (sono i marchi ingannevoli)

sono nulli, si tratta di una “nullità assoluta” o “impedimento assoluto alla registrazione”.

“Cotonelle” è stato considerato ingannevole, perché indicava una ingannevolezza sulla

qualità del prodotto perché in questa carta igienica non vi è alcuna presenza di fibre di

cotone.

• Novità: l’art. 12 cpi, in negativo, chiarisce cosa il legislatore intenda per novità. Sembra un

articolo molto complesso, ma si possono individuare varie ipotesi, che possono essere

ricondotte a due categorie generali:

A) l’assenza di novità è considerata in riferimento ad un dato formale, la preventiva

registrazione.

B) l’assenza di novità è conseguenza di un fatto sostanziale dato dall’uso di un determinato

segno precedente.

A) l’assenza di novità è considerata in riferimento ad un dato formale: 34

-> c,d,e, art. 12, segni identici a marchio anteriore registrato per prodotti o servizi identici

(caso degli identici – identici), lettera c;

-> segni identici o simili a marchio anteriore registrato per prodotti o servizi identici o affini

se sussiste un rischio di confusione per il pubblico, (lettera d);

-> segni identici o simili a marchio anteriore registrato per prodotti anche non affini quando

questi marchi godano nella Comunità o nello Stato di rinomanza e l’uso del marchio

successivo distintivo o dalla rinomanza del segno anteriore o recherebbe pregiudizio agli

stessi (lettera e). A quale funzione tutelata dal marchio d’impresa si fa riferimento? Alla

funzione attrattiva, non distintiva del marchio.

L’anteriorità della registrazione deve essere valutata con riferimento alla data del deposito,

dello Stato o con efficacia dello Stato, della domanda di registrazione.

Nel conflitto tra due marchi identici o simili prevarrà quello depositato in data anteriore.

Ipotesi di registrazione: del marchio internazione che avviene per quei Paesi che

aderiscono al protocollo di Madrid e dà la possibilità ai paesi aderenti di chiedere la

registrazione presso l’ufficio in sede a Ginevra e dalla richiesta di registrazione

internazionale e è possibile poi avere la registrazione in tutti gli altri paesi indicati. Vi è la

titolarità di un marchio internazionale, esteso poi anche agli altri paesi. Non c’è un unico

marchio, come quello per l’UE, avremo un fascio di marchi regolamentati dalle discipline

dei diversi paesi. Il caso di registrazione del Marchio europeo, nel 2015,2424 abbiamo

avuto la sostituzione del marchio dell’UE, con questo regolamento si supera il requisito

della rappresentazione grafica, aprendo la possibilità alla registrazione di altri marchi atipici

( ad es. Marchio olfattivo). Il marchio dell’Ue è unico e c’è un’unica disciplina, esteso a tutti i

paesi dell’Ue, quindi è diverso.

I CASI DI PRIORITA’:

-priorità unionista: art. 4 della convenzione dell’Unione di Parigi, è ancora in vigore

questa convenzione nonostante sia datata). In relazione ai Paesi che aderiscono alla

Convenzione dell’unione di Parigi, si stabilisce che io che deposito un marchio in Italia, poi

ho 6 mesi per poter procedere alla registrazione in altri Paesi. Il momento in cui si deve far

riferimento è l’ipotesi della prima domanda di registrazione. Questo termine per evitare che

altri soggetti depositino il marchio in Francia, Spagna ecc.. il mio marchio non sarebbe più

nuovo. Per valutare la novità si fa riferimento alla data del primo deposito, purché le varie

registrazione avvengano nel tempo di 6 mesi;

- protezione temporanea del marchio: (art. 18 cpi), prevede la possibilità di anticipare

questo momento per valutare l’anteriorità e la novità, è il momento del deposito del prodotto

nella fiera o nell’esposizione. Per tutelare coloro che espongono un prodotto nuovo o nuovi

servizi a quella determinata fiera, e evitare che qualcuno che lo vede si attiva per

depositare domanda, tutela nei confronti di coloro che utilizzano marchi nuovi con prodotti

esposti in fiera.

Non fanno venir meno il requisito della novità le registrazione anteriori che hanno perso

efficacia a causa (la registrazione del marchio ha durata di 10 anni):

-> Decadenza: quando il marchio non sia oggetto di uso entro i 5 anni dalla registrazione.

Ho un termine dunque;

-> Scadenza: non toglie la novità il marchio scaduto da oltre due anni.

B) l’assenza di novità : segni identici o simili ad un segno già noto come marchi per

prodotti o servizi identici o affini. Il c.d. PREUSO: che si distingue a seconda che questo

pre-uso abbia una rilevanza generale, o non abbia rilevanza, o abbia una notorietà 35

puramente locale.

-Se siamo nel caso di notorietà generale del marchio: questo elemento inficia il requisito

di novità del marchio. Il pre-uso è una registrazione priva del requisito della novità, ha effetti

invalidanti della novità del marchio successivamente registrato.

- se siamo nel caso di non notorietà o di notorietà locale, non toglie la novità, ma il terzo

pre-utente ha diritto di continuare nell’uso del marchio, anche ai fini della pubblicità, nei

limiti della diffusione locale. La registrazione è valida dove il requisito della novità si ritiene

esistente, l’unica conseguenza è che il titolare del marchio registrato successivo dovrà

tollerare che in quel determinato ambito territoriale coesista un altro titolare del marchio

successivamente registrato, c’è una sorta di concorrenza del pre-utente e chi registra

successivamente. Oggi con la tecnologia è difficile non farsi pubblicità.

-> segni identici o simili ad un segno utilizzato non come marchio, ma come altro

segno distintivo (ditta ad es.), l’utilizzo della ditta implica il venir meno del requisito della

novità del marchio, dove c’è il rischio di confusione;

-> segni identici o simili a un marchio notoriamente conosciuto ai sensi dell’unione

di Parigi anche per prodotti non affini. Questo quando l’uso del marchio successivo

trarrebbe senza motivo indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza

del segno anteriore o recherebbe pregiudizio allo stesso.

I marchi privi del requisito della novità sono nulli. La nullità può esser fatta valere soltanto

dai titolari dei diritti anteriori.

Esiste una possibilità di sanare questa nullità, attraverso un istituto specifico, che è la

Convalidazione del marchio. Questo istituto opera nell’ipotesi in cui, pur in presenza di un

marchio precedentemente registrato o preuso con estensione generale, un soggetto

registra un marchio, che dovrebbe essere considerato nullo dal preutente. Se questi

soggetti non fanno valere la nullità e decorro 5 anni dall’iscrizione, la mancata

contestazione da parte dei precedenti titolari determina la sanatoria del marchio

successivamente registrato. Da un lato, abbiamo una ratio riconducibile a evitare situazioni

che si potrebbero creare quando un soggetto che registra un marchio non fa valere il diritto

nei confronti del secondo registrante, attendendo che questo secondo marchio acquisti

notorietà, solo in seguito a questo proceda a far valere la mancanza del requisito della

nullità. In sostanza, sfruttare la notorietà per poi approfittarsi di questa situazione. (ART. 28

CPI).

Sentenza: imprenditore Aldo utilizza il marchio “AAA” per il commercio dei propri articoli,

Bruno registra lo stesso marchio. Qui la questione riguarda l’esistenza di un preuso in

relazione ad un determinato marchio, e se questo preuso può o meno invalidare una

registrazione successiva. Bruno afferma di avere un diritto in via esclusiva all’utilizzo di quel

marchio d’impresa, è così? È una notorietà locale, e quindi non inficia la successiva

registrazione. Bruno ha un diritto di utilizzare il marchio, ma non ha un diritto di vietare a un

preutente di uso locale. In quell’ambito territoriale il diritto di Aldo rimane in piedi.

Sentenza 2:Alfa spa può dire che il suo è un marchio valido e ha un diritto di esclusiva che

può esercitare anche contro Aldo? Il problema in questa fattispecie è quello dei prodotti, i

cioccolatini con le macchine non sono prodotti che possono essere considerati come

prodotti identici o affini. Qui, c’è un altro elemento rilevante, si tratta di fama mondiale, c’è

un segno notorio, che è tutelato al di là del prodotto identico o affine. In questa ipotesi, la

alfa spa, dato che ha un marchio notorio può esercitare legittimamente un’azione di

contraffazione nei confronti della Alfa-Alfa che produce cioccolatini. 36

ACQUISTO DEL DIRITTO (art. 2569, art 15 primo comma)

Il diritto all’utilizzo esclusivo consegue a un procedimento che culmina con la registrazione,

che ha efficacia costitutiva. I soggetti legittimati a registrare il marchio (art. 19 cpi) “chi lo

utilizzi o si proponga di utilizzarlo”. Può essere un imprenditore, che ha solo un’intenzione e

vuole sfruttarlo. La registrazione può essere chiesta da chiunque, il solo limite previsto è la

volontà di utilizzare il segno, anche da parte di terzi come marchio.

vi sono de limiti alla legittimazione alla registrazione:

- art. 8 cpi, registrazione di marchi costituiti dal nome di persone diversa;

- registrazione come marchio di segni notori, quali nomi, segni usati in campo artistico,

letterario scientifico;

- i soggetti in malafede non possono ottenere la registrazione;

- i segni il cui uso comporta la violazione di un diritto d’autore, di proprietà industriale o altro

diritto esclusivo di terzi;

PROCEDIMENTO DI REGISTRAZIONE:

- Deposito della domanda: presso l’UIBM o le Camere di Commercio o enti pubblici o

uffici determinati dal Ministero Sviluppo (art. 147 cpi). Nella domanda di registrazione indico

qual è il segno e identifico anche le classi di prodotti ( questo segno mi vale per

abbigliamento, per le borse… ) questo perché il diritto all’esclusiva riguarda quelle classi di

prodotti indicate o affini.

- Esame da parte dell’UIBM (Ufficio Italiano Brevetti) della regolarità formale della

domanda e successivamente esame sostanziale (art. 170 cpi). Controlla tutti quei requisiti

che rappresentano degli impedimenti assoluti alla registrazione

- Pubblicazione della domanda di registrazione e dalla pubblicazione decorre 3 mesi

entro i quali eventuali terzi possano far valere i propri diritti (anteriorità della registrazione o

del preuso). Dopo la pubblicazione abbiamo l’efficacia costitutiva, acquisto al diritto

esclusivo del marchio d’impresa.

-> il diritto di esclusiva dura 10 anni ma la registrazione è rinnovabile, e si estende ( per il

marchio nazionale) a tutto il territorio nazionale.

Sentenza: esempi di decisioni dell’ufficio italiano di brevetti e marchi. Ufficio italiano

brevetti e marchi , possiamo trovare delle Opposizioni (guardare sul sito). In una

opposizione del 2012, che ha una parte la Sixy international che vuol registrare il marchio

Emis Killa a cui si oppone la Carosello per il suo precedente marchio KILLAH. L’opponente

dice che Emis killa contiene il marchio KILLAH. Si ritiene che i marchi non sono per nulla

simili, il pubblico saprà distinguere senza problemi.

Opposizione numero 2 : per il marchio Hollister e Hello Star, da parte di Abercrombie e

Fitch contro Jiang Zhognan. Qui si, i marchi si somigliano molto, hello star è ritenuto privo

del requisito della novità.

Dalla registrazione consegue un diritto di esclusiva disciplinato dall’art. 20 primo comma.

Una domanda di registrazione del marchio: costo: 100 euro, per classi aggiuntive 34 euro, diritti

di segreteria 40 euro. Con 200 riusciamo a registrare un marchio d’impresa.

DIRITTO DI ESCLUSIVA: art. 20 primo comma cpi -> il diritto di esclusiva si sostanzia nel diritto

del titolare del marchio di vietare una serie di atti a terzi. A tutela di un utilizzo illecito da parte del

terzo, è concesso al titolare del marchio registrato è concessa l’azione di “Contraffazione del 37

marchio”. Con l’azione di contraffazione si fa valere un diritto di esclusiva, e quindi di vietare a terzi

quel determinato marchio d’impresa. L’illecito di contraffazione di marchio è diffusissimo. Spesso si

sfocia in Atti di pirateria -> contraffazione sistematica e organizzata. Nel primo comma dell’art. 20

il titolare del marchio può vietare al terzo:

• Utilizzo di un segno identico per prodotti identici : colui che agisce in contraffazione dovrà

provare solo l’utilizzo di quel marchio per quei prodotti.

• Utilizzo di un segno identico o simile per prodotti identici o affini quando vi è un rischio di

confusione: è la più frequente come ipotesi. Qui è richiesto espressamente dal legislatore,

che questo utilizzo possa generale confusione nei confronti del pubblico. Questo rischio di

confusione può anche determinare un rischio di associazione. Viene tutelato che nel

pubblico ci sia la convinzione che quel prodotto o servizio proviene da quello stesso

imprenditore, ma anche l’ipotesi in cui il pubblico si convince che vi sia comunque un

legame tra l’imprenditore e il titolare legittimo di quel marchio d’impresa, cioè che vi possa

essere un legame, un qualche rapporto. Dovrò provare due diversi profili:

-che vi possa essere una confusione tra segni, quindi giudizio sulla identità/somiglianza tra

segni.

- che vi sia un rischio di confusione tra i prodotti o servizi. – un giudizio sulla identità/affinità

dei prodotti o servizi.

• Utilizzo di segni identici o simili per prodotti o servizi anche non affini se il marchio

registrato gode nello stato di rinomanza: si deroga al principio della specialità o relatività

della tutela, e non si richiede la conformità:

- per i marchi che godono di rinomanza;

- se l’uso del segno senza giusto motivo comporta un indebito vantaggio(se chi usa il

marchio ha un impennata di vendite per quell’utilizzo; l’indebito vantaggio consente a chi

utilizza il marchio in modo non corretto una vendita dei propri prodotti) o reca pregiudizio

(all’imprenditore titolare del marchio notorio quando può ledere l’immagine) – > si vuole

proteggere la funzione attrattiva del marchio.

Quando un marchio è notorio? Si fanno delle indagini di fatto.

IDENTITA’/SOMIGLIANZA TRA SEGNI:

Riguardo al punto 2, quando sussiste confondibilità tra segni? Secondo la giurisprudenza si deve

tener conto:

- dell’impressione di insieme che i due segni possono generale (c.d. “fase intuitiva”) -sentenze

varie;

- della tipologia di marchi(ad es. marchi denominativi, marchi complessivi),

- della maggiore o minore capacità distintiva (marchi forti e deboli); se il segno non ha nessuna

attinenza con il prodotto ( ad es. un marchio di pura fantasia- gatto per filati), a quel punto diventa

un marchio forte. Nel marchio debole un esempio è quello dei prodotti farmaceutici, che spesso si

confondono. Il marchio forte ha maggior tutela perché non ci si può avvicinare tanto a quel segno

nell’utilizzo, se è debole e richiama delle funzioni del prodotto si posso, non è contraffazione.

Sentenza: Dolce vita, considerato marchio debole e quindi sono sufficienti anche semplici

variazioni perché il marchio sia legittimamente utilizzato e possa anche essere registrato.

- della tipologia di pubblico destinatario del prodotto: il pubblico non è considerato in maniera

unitaria, ma varia a seconda se il prodotto sia di largo consumo ad esempio, dove il consumatore è

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Industriale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Silvia Turelli: "Manuale di diritto industriale", A. Vanzetti, Di Cataldo. Gli argomenti trattati sono i seguenti:Concorrenza sleale, imitazione confusoria, imitazione servile, pubblicità per agganciamento, mendacio concorrenziale, violazione di norme pubblicistiche, vendite sottocosto, storno di dipendenti, concorrenza parassitaria, sottrazione di segreti aziendali, la disciplina dei segni distintivi (ditta, insegna, marchio, marchi collettivi). Ci sono anche varie sentenze degli ultimi anni e esempi concreti.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GIULIASERENA di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Turelli Silvia.

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