Nuove drogherazioni e prevenzione
Testo di: R. Bricolo
Evoluzione delle culture di consumo
Definizioni preliminari: coscienza e droghe
In alcuni casi, i termini coscienza e droghe vengono usati in maniera impropria, spesso come se fossero sinonimi, quando invece indicano fatti e processi lontani e diversi fra di loro.
- Coscienza: Solitamente coscienza nella sua accezione comune è confusa con la coscienza intesa in senso etico; molto meno è percepita nel significato psicologico e fisiologico. In questo caso, a meno che non si debba affrontare un'implicazione etica, consideriamo il termine in senso psicologico o neurofisiologico.
- Droghe: Il termine droghe è usato per lo più per indicare sostanze stupefacenti proibite. Noi lo useremo in senso stretto, in riferimento a tutte le sostanze psicoattive, cioè che agiscono sul SNC, a prescindere dal fatto che si tratti di sostanze considerate proibite o no, quindi anche l'alcol, il tabacco e alcune classi di psicofarmaci, sebbene non siano inserite nelle tabelle ministeriali delle sostanze illegali.
La coscienza
Esistono diverse accezioni del termine coscienza: come sinonimo di conoscenza, consapevolezza, o responsabilità, e, nell'ambito dell'etica, come capacità di distinguere il bene dal male (coscienza morale). In medicina, lo stato di coscienza, insieme al respiro e al battito cardiaco, è considerato una delle tre funzioni vitali del nostro organismo. La perdita di una di queste comporta un grave rischio per la sopravvivenza. La coscienza è un processo fondamentale per l’esistenza umana ed è soggetta a numerose variabili. La coscienza, infatti, è un fenomeno soggettivo, per cui è difficile darne una definizione univoca. La sua essenza è il risultato di un insieme integrato di funzioni differenti che concorrono a definirla: la vigilanza, l'attenzione e, infine, la consapevolezza stessa di questi fenomeni. Una semplice definizione può essere la seguente: coscienza è la consapevole esperienza di sé e del mondo circostante. Nella quotidianità quindi la coscienza è innanzitutto la capacità di definire la propria persona e collocarla nello spazio e nel tempo. Le componenti fondamentali della coscienza sono lo stato di veglia o vigilanza e il contenuto dato dalla somma delle funzioni cognitive e affettive. Lo stato di veglia non presuppone il contenuto della coscienza, e tale contenuto non può manifestarsi se non è presente il primo. I disturbi dello stato di coscienza assumono un'importanza fondamentale in ambito psichiatrico. Questi ultimi possono essere sinteticamente raggruppati in: disturbi per riduzione o perdita (disturbi quantitativi); disturbi per disorganizzazione (disturbi qualitativi). I primi comprendono la diminuzione o perdita dell'attenzione, della capacità di elaborare gli stimoli esterni, di orientarsi nello spazio e nel tempo, di controllare la comunicazione e il comportamento. I secondi riguardano le alterazioni della logica, del giudizio di realtà, delle percezioni, della valutazione dello spazio e del tempo. Queste alterazioni, spesso presenti contemporaneamente, sono tipiche di chi fa uso di sostanze o farmaci con effetti psicotropi, cioè che agiscono sulle funzioni psichiche. Quando invece siamo in presenza di sostanze che modificano la coscienza, ma con un particolare effetto di distorsione delle percezioni sensoriali viene utilizzato il termine psichedelico.
Definizione di droga
Droga è un termine di etimologia incerta ed è usato per indicare sostanze essiccate (in prevalenza vegetali). Dal punto di vista scientifico in generale può essere definita droga una qualsiasi sostanza che, se introdotta in un organismo vivente, è in grado di provocare cambiamenti a livello delle capacità percettive, emotive, cognitive e motorie. A questo gruppo afferiscono sia sostanze psicoattive, con effetti anche fisici (anfetamine, cocaina ecc.), sia sostanze praticamente prive di effetti psichici, ma che influiscono nettamente sullo stato fisico (farmaci cortisonici, B-bloccanti, o la semplice caffeina).
L’assunzione di droghe: da problema individuale a problema sociale
Fino alla fine degli anni 70 del secolo scorso, le droghe maggiormente usate erano l’alcol, il tabacco e le anfetamine. Il loro consumo avveniva in ambito prevalentemente privato, ed era accettato fino al momento in cui non incideva sulla civile convivenza, o non comportava patologie clinicamente definibili. La psichiatria in quel periodo era ancora fondata sul concetto di pericolosità verso di sé o verso gli altri, e quindi quando l’assunzione di alcol o anfetamine produceva nel soggetto che ne faceva uso comportamenti considerati pericolosi, si procedeva al ricovero del malato in ambienti ospedalieri, per sottoporlo a interventi di tipo medico o chirurgico. Fino a quegli anni, quindi, non era chiaramente percepita la gravità dell’uso di tali sostanze, e a livello sociale non esisteva alcun messaggio che ne suggerisse per lo meno un uso limitato, anzi il loro abuso era addirittura comunemente accettato: quando poi ne derivava una patologia, questa diventava una questione privata e personale, che il singolo doveva affrontare come conseguenza della sua condotta e che si poteva risolvere con interventi medici o psichiatrici. Solamente più tardi il problema dell’assunzione di droghe, legali o illegali, diventato un tema affrontato sul piano sociale con campagne di stampa, diffusione di dati e creazione di servizi specializzati.
Dalle droghe di estraneazione alle droghe di partecipazione
Le sostanze psicoattive presenti oggi sul mercato, e maggiormente usate, provocano una serie di effetti che vanno dal favorire e provocare l’estraneazione dal mondo circostante, all’indurre invece una attiva partecipazione al mondo stesso. Come vedremo, alcune di queste droghe producono degli effetti univoci o nel senso dell’estraneazione o in quello della partecipazione, altre, invece, possono generare effetti in entrambe le direzioni. L’eroina, per esempio, può essere assunta a scopo di estraneazione, a cui segue l’esaltazione: viene consumata per lo più in solitudine o in piccoli gruppi, in genere in luoghi isolati e silenziosi, tra le mura della propria casa, in zone appartate dei parchi cittadini e in campagna. Altre droghe possono essere assunte sia come mezzo di alienazione dal mondo circostante, sia per favorire l’intensificazione della attività intrapsichica come risposta a stimoli esterni, quali la musica, i colori e particolari contesti (i fumatori di hashish, per esempio, molto spesso si ritirano in luoghi appartati, dove è possibile sentirsi in armonia con se stessi e con il mondo circostante). Altre volte, invece, i cannabinoidi possono essere usati con finalità differenti e in contesti diversi, dove l’efficacia del favorire le relazioni con gli altri e permette l’utilizzo in ritualità sociali. Analoghe considerazioni possono essere fatte anche in relazione all’uso di alcol, che può aumentare l’isolamento, o viceversa, favorire la partecipazione sociale. Anche sostanze allucinogene possono accentuare e distorcere percezioni individuali in contesti isolati o facilitare la partecipazione a situazioni di ampio contesto. Ecstasy, anfetamine e cocaina fanno parte di quelle droghe considerate utili per facilitare la partecipazione sia nel senso di appartenenza a un gruppo, che nel senso di prendere parte attivamente a eventi. Molti di coloro che assumono queste sostanze hanno iniziato a farlo durante periodi di vacanza, in luoghi per lo più alla moda, in occasioni deputate al divertimento e al piacere, per poter stare allegramente insieme agli altri. Tanto per fare un esempio si può citare Ibiza, isola spagnola colonizzata da giovani inglesi, dove queste droghe, un certo tipo di musica, un particolare look, il tutto accompagnato da un dato comportamento, hanno cominciato a dettare moda e a diffondersi nelle varie città. Da Ibiza, quindi, sono sbarcati anche in Italia nuovi stili di vita e di divertimento. Queste persone si riuniscono in grandi discoteche o in locali d’altro genere e, grazie al passaparola più che all’organizzazione di eventi ufficiali, si trovano per cercare di sperimentare tutti insieme le stesse sensazioni e raggiungere stati modificati di coscienza, in cui la lucidità non era più considerata un valore; l’importante invece era essere qualcosa d’altro da sé, per così dire, di esserci non essendoci. La voglia e la necessità di essere parte di un popolo della notte e di vivere la notte sono state, e lo sono tuttora, un tratto distintivo di una parte delle ultime generazioni. A questo si aggiunge l’esigenza di sentirsi parte di un gruppo, fino ad essere una cosa sola con il gruppo stesso, in una sorta di partecipazione mistica che unifica le persone in una singolarità collettiva. Sia le droghe di estraneazione che quelle di partecipazione modificano la percezione di sé e del contesto e quindi possono esporre a gravi rischi.
Diverse risposte alle difficoltà della vita
Ognuno di noi può incontrare nella propria vita difficoltà di diverso ordine e grado, dovute a fattori esterni o a problemi interiori. Di fronte alle difficoltà si possono avere reazioni diverse: ci si può ritirare, o affrontarle e quindi superarle. L’eroina è stata simbolo, per lungo tempo, della prima modalità di risposta alle difficoltà della vita, essa spiegava l’uso proprio come mezzo per evitare il disagio del vivere. Negli anni in cui l’eroina era la droga dominante, come l’alcol, rappresentava uno dei sistemi artificiali per alienarsi dalla realtà, l’anestesia dal mondo reale veniva ritenuta come mezzo più idoneo per affrontare o evitare i problemi della propria esistenza. Questo atteggiamento, anche se ovviamente tuttora presente, negli ultimi decenni è andato scemando: alle difficoltà della vita non si risponde più ritirandosi, ma si sceglie una direzione opposta, quella di entrare nella vita attraverso il piacere, il divertimento e la partecipazione insieme ad altri. Si potrebbe dire che il comportamento di base è ancora unilaterale, e cioè di non accettazione della sofferenza umana. Questa unilateralità però si è polarizzata in modo per così dire antitetico: dall’evasione provocata dalla morfina all’essere parte di un gruppo che si diverte cantando e ballando. Il passaggio dalla ricerca dell’isolamento, collegato all’uso degli oppiacei, alla ricerca della partecipazione, sostenuta dagli eccitanti, è segno di una grande trasformazione dei costumi e delle esigenze che coinvolgono molti dei giovani e anche degli adulti di oggi.
Fra mito dell’eroe, adolescenza: di Arianna e di Narciso
L’adolescenza è la fase della vita nella quale convivono profonde spinte in avanti, verso l’indipendenza, l’autonomia, la libertà, il distacco dalla famiglia e altrettante spinte indietro verso il mantenimento della dipendenza, della protezione e della sicurezza garantita nel contesto familiare. È l’età durante la quale diventa importante lasciare simbolicamente la casa del padre per avventurarsi nel mondo e affrontare le sfide che questo pone, o che almeno si ritiene che questo ponga. È l’età nella quale si pensa di poter andar ovunque, di poter sfidare chiunque; la fase della vita nella quale è facile restare affascinati da sé e dai propri pensieri. I miti dell’eroe, di Arianna e di Narciso permettono di illustrare in modo simbolico queste caratteristiche del periodo adolescenziale.
Il mito dell’eroe
Nella mitologia greco-romana, l’eroe era il figlio nato dall’unione di una divinità con un umano, dotato di virtù eccezionali e che sapeva lottare con coraggio e generosità per un ideale. Il doppio, doppia appartenenza, la derivazione da un divino e da un umano, l’eccezionalità, la lotta, quindi, la generosità e la tensione verso un ideale: questi i tratti peculiari dell’eroe, che molto spesso caratterizzano anche l’adolescenza e la giovinezza dell’essere umano. La disarmonia talvolta addirittura fisica, primaria ma anche psicologica, sembra caratterizzare l’inizio di questa fase della vita: disarmonia che, di fatto, deriva da una doppia appartenenza all’infanzia e all’età adulta e da una polarità affettiva (intenso legame con il padre e/o la madre e grande necessità di lasciarli per entrare nel gruppo dei pari). Questa sorta di scissione implica che il giovane si trovi in una situazione di conoscenze ed esperienze che però non è in grado di possedere interamente. La non completa conoscenza di sé, porta come conseguenza che l’esperienza vada interpretata e realizzata come mezzo e premessa di interiorizzazione della conoscenza che quel momento di vissuto implica. La mancata esperienza, nell’adolescenza, fatica ad avere dignità di esperienza positiva, perché nella disarmonia della conoscenza di sé il tempo e che proprio in quel momento appare possa significare la perdita di un’occasione, del kairos dal greco: il tempo opportuno, l’occasione che non può essere persa mai più. Naturalmente l’attrazione più forte verso ciò che manca: questo provoca la penosissima percezione che spesso i genitori hanno nel vedere disprezzato quanto hanno dato ai propri figli, oppure nel constatare l’uso strumentale che questi ultimi fanno di quanto è stato loro proposto e offerto. Infatti quanto è stato ricevuto, ed è quindi in qualche modo posseduto, non viene ulteriormente tematizzato; l’eroe è chiamato a grandi imprese e a imprese diverse, che lo portino sempre più avanti, a inseguire ciò che non ha. Mito dell’eroe: ci dà l’idea di come in adolescenza il soggetto si senta invincibile, grandioso. Quando dobbiamo relazionarci con i giovani quindi non possiamo ignorare che molto probabilmente i loro vissuti sono quelli descritti sopra. Chi ha esperienza di vita sa quanto queste illusioni possano comportare una delusione successiva e che la conquista e il progresso si realizzano gradualmente e spesso in alternanza a momenti regressivi. Deve però essere altrettanto chiaro anche per gli adulti che se la delusione della grande illusione dell’adolescenza è dolorosa, e si impone per il proseguire della vita stessa, è allo stesso tempo una delle più tristi percezioni di castrazione che si incontrano nel corso della vita.
Il mito di Arianna
Si tratta di un mito complesso, con Arianna che assume vari possibili significati. Per il nostro fine scegliamo il filo e più classico: Arianna che aiuta l’eroe Teseo a raggiungere il centro del labirinto dove è rinchiuso il mostro Minotauro per ucciderlo. La difficoltà degli itinerari del labirinto non consisteva tanto nel raggiungere il centro di esso, quanto nel ritrovare la via d’uscita. Arianna, che stava filando quando Teseo le si presentò, gli porse allora il suo filo e gli suggerì di legarne un capo all’ingresso, e di non lasciarlo mai l’altro estremo; seguendo il filo si avvenne e si ritrovava l’uscita. Ogni adolescente ha un mostro da affrontare, da combattere e possibilmente da distruggere. Si tratta di problematiche interne più che esterne, ma che è più facile combattere proiettandole all’esterno. Questi mostri sono quindi celati in labirinti nei quali i giovani eroi non temono di entrare, spinti dalla necessità di cercarli per poterli vincere, affermando in questo modo se stessi. Troppo spesso, però, ignorano che la sfida più grande è guadagnare la luce del solo dopo essere entrati nelle tenebre. Da ciò l’utilità di mantenere un filo, da poter percorrere a ritroso, per ritornare vincitori e liberi o, almeno, per poter comunque tornare. Molte delle richieste regressive che gli adolescenti fanno a genitori, educatori ecc., altro non sono che equivalenti del filo di Arianna, filo, legame, che è pericoloso spezzare, e questo vale per i giovani e per gli adulti: entrambi possono spezzare il filo. Mito di Arianna: fa riferimento all’importanza che si realizzi il processo di separazione-individuazione, tenendo però in mano il filo che ci consente di ritornare alla luce. È importante che il filo non si spezzi.
Il mito di Narciso
Anche la figura di Narciso è molto complessa. Noi seguiamo la versione più classica, che racconta come la dea Nemesi decise di punire Narciso facendo sì che egli vedesse la propria immagine riflessa nell’acqua di una fonte: di tale immagine egli si innamorò, struggendosi a tal punto da trasformarsi nel fiore che porta il suo nome. Il suo corpo infatti scomparve e lasciò al suo posto lo splendido fiore. Nell’adolescenza, il rischio di innamorarsi di sé e della propria immagine è uno dei pericoli più grandi che perdere il filo che permette di uscire dal labirinto. Questo destino può colpire il giovane eroe sia nella sua sfida al mondo, sia se rinuncia alla sfida e resta legato al contesto e al complesso genitoriale o familiare, innamorandosi di sé e della sua immagine. La concentrazione dell’attenzione su di sé, del disprezzo per tutto il resto, costituiscono uno dei più grandi pericoli del passaggio all’età adulta. Mito di Narciso: innamorarsi di se stessi, della famiglia, e rinchiudersi senza che si avvii il processo di separazione.
L’adolescenza come occasione di riorganizzazione e riproposizione di sé
I tre miti classici presentati possono accompagnarci in questo percorso volto alla comprensione delle pulsioni e delle caratteristiche tipiche dell’età adolescenziale.
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