Fare didattica con gli eas
Introduzione
ESL = episodes of situated learning = attività svolte dallo studente nei contesti real life in cui si trova a operare e apprendere grazie alla disponibilità di mobile device (fotografare gli angoli…). È un'attività che lo studente svolge fuori dal contesto della classe trasformando uno spazio informale in un’opportunità di apprendimento formale.
Le pratiche di costruzione della conoscenza e di produzione degli apprendimenti sono molto diverse nei contesti formali e in quelli informali, ed è interessante capire come fare in modo che alcuni elementi di successo degli apprendimenti formali possano essere trasferiti anche in contesti informali.
Metodi di insegnamento
Freinet lezione a posteriori = rimanda il suo intervento a dopo che i suoi allievi hanno provato da sé a confrontarsi con un problema, un testo, una questione.
Comunicazione generativa nell’epoca della comunicazione digitale: occorre recuperare un approccio creativo e critico alla produzione dei contenuti, rifuggendo dalla tentazione di omologarsi alla dittatura dello script solo perché rende le cose facili. Il modello più efficace è quello di Don Milani (Barbiana: non si chiede a cosa serve studiare ma è a contatto con la realtà).
Non è sufficiente solo digitalizzare, ma la tecnologia è solo un reagente: destabilizza gli assetti calcificati della scuola e crea le condizioni perché si rifletta sulle pratiche e si accetti di modificarle.
Educazione e società
L'educazione è una forza per produrre uguaglianza nel senso di fare in modo che ciascuno conti e sia in grado di partecipare pienamente alla società a cui appartiene. È una forza per tirare fuori da ciascuno il meglio di sé al servizio di una vita e di una società intellettualmente e moralmente migliori.
Capitolo 1: La scuola digitale
Negli ultimi decenni il mondo della comunicazione è cambiato molto, i principali attori sono il Web 2.0 e la diffusione dei dispositivi mobili (tablet, smartphone).
Web 2.0 ha spostato in modo deciso la piattaforma dell’agire digitale dal software all’web. Per lavorare con l’applicazione 2.0 non devo scaricarla, ma restano sull’web ciò che genero, modifico, condivido… ho bisogno solo di un sistema operativo e di un browser per navigare. Le applicazioni 2.0 sono interattive e si predispongono alla costruzione di reti sociali.
Cambia in relazione alla loro diffusione il modo di costruire e far circolare le informazioni, di produrre la conoscenza, archiviarla e organizzarla, pubblicarla e condividerla. Cambia anche il modo di allestire e mantenere le reti sociali, passioni (libri), fotografia, sviluppi professionali. Comunicare diventa facile e il problema della protezione dei dati si risolve con le politiche di sicurezza dei providers.
Tutto quello che il web 2.0 rende disponibile è accessibile in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo se c’è una connessione.
Grazie ai dispositivi mobili, la tecnologia arriva nelle nostre vite diventando strumento e spazio per la costruzione e la circolazione della cultura, per la facilità con cui si possono produrre e pubblicare messaggi; produce discontinuità nel modo di fare comunicazione rispetto al passato. La comunicazione non necessita più di passare per gli apparati per essere condivisa, diventa personale e non più di massa, ridefinisce il concetto di spazio pubblico rendendolo permeabile e confondendone i confini con quelli dello spazio privato.
Quando una tecnologia a forte impatto si affaccia alla storia sociale della cultura, il dibattito si polarizza attorno a utopie e distopie contrapposte.
- Primo versante: discorsi di chi declina tutto al tempo futuro: scuola, insegnanti, didattica. L’idea implicita è quella di un discontinuità forte rispetto al passato che occorre lasciarsi alle spalle dal momento che ci sono nuove sfide da affrontare: la necessità di intercettare interessi e bisogni delle nuove generazioni di nativi digitali. Le scuole del futuro sono però sempre quelle degli altri, si guarda sempre all’estero.
- Discorso millenarista: di fronte al futuro frena e prova a tutelare i valori che appartengono alla nostra tradizione di scuola, i classici, la preparazione degli studenti, la cultura. Qui l’idea implicita di un discontinuità verso il passato, a cui bisogna fare ritorno, conservando la specificità e resistendo alle tentazioni di confondere la stupidità di internet e dei nuovi media digitali con l’aggiornamento della didattica.
Non ci sono più le scuole e gli studenti di una volta, gli adulti sono figli della scrittura e capaci di ragionamento argomentativo, i nativi digitali sono figli dei videogiochi e dei cellulari, non sono più capaci di attenzione, riflessione, concentrazione, ragionamento, sono superficiali.
Gli effetti miracolosi della digitalizzazione sugli apprendimenti sono un alibi, non ci sono evidenze né degli effetti né della mutazione genetica di cui i nativi digitali sarebbero testimoni, usano solo le neuroscienze per legittimare una tesi senza profondità.
Il problema della scuola non è la rincorsa al futuro e agli esempi stranieri per avere un cambiamento ma l’incapacità di sintonizzazione socio-culturale della scuola rispetto all’oggi, non riuscire a fare questo significa non riuscire più a svolgere la funzione che da sempre ha svolto e quindi non avere futuro.
Compiti della scuola
- Trasmettere il patrimonio culturale: in essa si possono avere occasioni per ricostruire e appropriare il sapere.
- Formare per il futuro: mediare tra i saperi e chi li apprende, non trasferire conoscenze ma competenze di gestione della complessità. La scuola fornisce agli studenti chiavi di accesso alla cultura.
- Accompagnare il percorso di ricerca di senso e di costruzione identitaria dei soggetti: per vivere esperienze di democrazia e formazione della cittadinanza.
Se la trasmissione culturale non tiene conto delle forme di cultura, se l’insegnante va in crisi nella sua funzione di mediatore tra i saperi, anche l’accompagnamento degli studenti nella formazione di cittadinanza e cultura si indebolisce. È quanto sembra stia succedendo adesso, soprattutto per l’incapacità della scuola di colmare il gap che si è aperto tra le sue pratiche e quelle diffuse nell’informale.
Participation gap
C’è un scarto di partecipazione nella scuola che prende corpo nell’accesso disuguale alle risorse. Ad esempio, la banda larga è ancora lontana da molte scuole = negare a chi non ha accesso la possibilità di usufruire delle opportunità dei media digitali e chi ha delle competenze non può utilizzarle.
Gap di partecipazione = nella scuola non vi è una cultura partecipativa per tradizione = mentre le logiche partecipative dei media sono orizzontali e collaborative, le logiche di scuola sono ancora improntate alla prestazione individuale.
Language gap = si può avere accesso dal punto di vista tecnico alla rete ma non possedere gli alfabeti. Le competenze informatiche di base sono una competenza chiave di cittadinanza nella società odierna, occorre che siano sviluppate sia da alunni che insegnanti. I media non sono auto alfabetizzanti, quindi richiedono istruzioni, i bambini si fermano se no al primo uso, la scuola invece deve fare sviluppare le competenze di linguaggi e padronanza delle grammatiche interne.
Bisogna fare formazione agli insegnanti: dare una prima alfabetizzazione ai resistenti e ai neofiti, e va accompagnato chi è già digitale.
Ma il linguaggio e il controllo tecnico del mezzo e dei suoi alfabeti non sono tutto, ci sono conoscenze sul mondo della comunicazione che non si possono ridurre alla padronanza del mezzo, c’è anche un problema di conoscenza. Se l’insegnante non dimostra di essere informato gli sarà difficile legittimarsi. Il problema della conoscenza consente di comprendere che i media sono sistemi culturali che modellano le rappresentazioni e i valori e costituiscono spazi di organizzazione dei significati e delle pratiche attraverso cui produrli. La scuola deve porsi il problema dei gap e cercare di colmarli sia a livello individuale di singoli insegnanti, sia a livello di sistema.
Quindi la scuola deve:
- Favorire la ricomposizione dei saperi: non possono esistere una cultura di scuola e una sociale. Occorre mantenersi distanti tanto dal formalismo quanto dallo spontaneismo.
- Promuovere l’interattività e lo scambio: nella tradizione classica della pedagogia il compagno può essere visto come risorsa dallo studente, anche se in termini funzionali e utilitaristici. Il sistema-scuola promuove l’individuo e la sua prestazione. La comunicazione è lontana da quello che una didattica collaborativa potrebbe promuovere.
- Suscitare non solo domande ma proposte provocatorie: nella nostra società le grandi narrazioni della religione e dell’ideologia hanno fatto il loro tempo, ma non significa che siamo liberi di progettarci, ma spesso siamo solo più disorientati di prima. Il compito dell’insegnante è quello di fornire agli studenti gli strumenti per chiudere il senso e non aprirlo definitivamente. La domanda non basta più. Occorre affiancarla in una pedagogia del progetto che aiuti lo studente a coinvolgersi nel mondo, questa è fatta di proposte provocatorie, bisogna pensare in grande.
- Farsi luogo di ricerca culturale, sociale, etica: occorre abbandonare il modello di educazione bancaria, per ricorrere a un’educazione pensata come trasferimento fisico della conoscenza. Bisogna evitare che la centralità del lavoro scolastico sia solo cognitivo. La scuola deve fornire risposte e supporto ai più giovani su come essere protagonisti della cultura.
- Fare cultura usando molti linguaggi insieme: la scuola deve uscire dal territorio dell’alfabetismo per occuparsi degli altri linguaggi con cui giornalmente si è chiamati a comunicare.
La cucitura del gap viene spesso affidata a quella che viene definita “lezione digitale” ma cosa è la lezione digitale?
- Non analogico. Secondo il lessico di Palo Alto, una comunicazione è digitale quando è univoca nei significati, non lascia margine al lavoro di punteggiatura, non può essere fraintesa. Se così fosse, parlare di lezione digitale significherebbe una lezione molto esaustiva e precisa che risolve il problema della comunicazione didattica. Ma una comunicazione così non appartiene nemmeno al più esperto, quindi si necessita anche di una comunicazione analogica che alimenta la curiosità dello studente. Quindi la definizione non è quella degli studiosi di Palo Alto.
- Una lezione ridotta a contenuto digitale: lezione che diventa un Learning Object, come nelle video lezioni e nelle clip didattiche. Anche questa definizione non è corretta perché manca l’interazione e senza di essa non può essere chiamata lezione.
- Quindi una lezione digitale è una lezione svolta col supporto dei media digitali.
La lectio nell’università medievale era una forma didattica in cui qualcuno legge e commenta, gli altri ascoltano e apprendono, ma richiede magistralità. Nella scuola questa magistralità che suscita imitazione è rara, quindi la lezione perde il suo valore di commento autorevole e rimane un momento di comunicazione informativa. Rendere questo digitale significa spostare il problema senza risolverlo, credere che la lezione divenga nuova solo in virtù della presenza dei media che favoriscono occasioni di apprendimento.
Quale può essere la proposta?
3 categorie di Marc Prensky usate per definire i comportamenti digitali delle persone trasferite all’uso delle tecnologie nella didattica: stupidità, destrezza, saggezza digitale.
- Didattica stupida: concepisce la scuola come una polis media-resistente, la organizza come una provincia monomediale, la pensa come strumento di controcultura. Ma non valorizza le competenze degli studenti, non prepara al futuro. Una didattica è stupida anche quando confonde l’innovazione con l’aggiornamento tecnologico, agisce vecchie pratiche attraverso nuovi formati, mette al centro lo strumento e non il processo. Non coglie il significato del cambiamento, inganna gli studenti, illude i genitori.
- Didattica tecni(cisti)ca: assolutizza la funzione dei linguaggi, porta in primo piano le competenze tecnologiche degli insegnanti, interviene sulle pratiche tradizionali, le modifica e le aggiorna alla luce del nuovo. Questa spaventa i meno esperti, non riesce a vincere le resistenze ma rischia di rinforzarle, può diffondere l’idea che alcune discipline rimangano impermeabili all’operazione, promuove la coabitazione di due culture.
- Didattica saggia: favorisce la riconcettualizzazione della tecnologia come risorsa culturale normale per la didattica, riconosce il valore della competenza che gli studenti sviluppano nell’informale rendendole funzionali negli apprendimenti di scuola.
Siamo in una fase in cui si è esaurita la spinta del formalismo istruzionale (che ha risposto al mandato di riproduzione culturale che la società ha assegnato alla scuola, ma ha mostrato rigidità dei programmi, centralità della lezione frontale, incapacità di catturare l’attenzione) e del costruttivismo democratico (ha relativizzato l’importanza del contenuto, la convinzione che sia sufficiente fare le cose in classe perché la didattica diventi laboratoriale, si lascia lo studente apprendere da solo).
La ricerca didattica sta cercando vie intermedie che mantengano la significatività dell’intervento dell’insegnante e che favorisca l’apprendimento attivo dello studente. All’insegnante si richiede di:
- Superare la tentazione dell’arrocco (scambio di re e torre negli scacchi): l’insegnante lo fa con le tecnologie, sentendosi sotto attacco si mette sulla difensiva dicendo: sono diversi da noi, non sanno più ragionare, leggere, andare in profondità e la cultura è altro rispetto alla futilità dei media e la scuola deve essere spazio per la cultura. - Incapacità e scarsa motivazione dell’insegnante vengono rovesciate nella presunta inadeguatezza dell’alunno, il disagio che vive l’insegnante rispetto ai media viene giustificato come disinteresse in favore dei contenuti e dei temi che hanno valore.
- Cambiare la punteggiatura: la punteggiatura è l’insieme di operazioni interpretative che gli interlocutori applicano alla comunicazione dell’altro al fine di comprendere il senso. Spesso è la punteggiatura a decidere del significato delle parole a prescindere dalla intenzione di chi parla. L’insegnante punteggia la comunicazione comprendendo la difficoltà dei ragazzi ad apprendere o sviluppare curiosità e interesse per l’acquisizione del dato culturale come una loro specifica mancanza, ma il problema potrebbero essere le pratiche dell’insegnante.
- Accettare il cambiamento: non si produce miracolosamente grazie alla spinta delle tecnologie, la cosa naturale che avviene non è il cambiamento delle pratiche ma un adattamento della tecnologia alle pratiche. Il potere della tradizione è formidabile. Il problema nel rapporto insegnante-tecnologia è di accompagnarlo ad accettare il cambiamento aiutandolo a pensare come il nuovo può essere un’occasione per aggiornare le sue pratiche. Lo sforzo richiesto all’insegnante è di mediazione didattica cioè trasposizione dei propri contenuti nei nuovi alfabeti della cultura.
Scheda 1: Il programma scuola digitale del MIUR
Primi anni 2000: le tecnologie dell’informazione e della comunicazione fanno irruzione nella vita dei professionisti della conoscenza e si presentano nelle scuole come strumenti con cui confrontarsi, prima come strumenti per comunicazione e ricerca, poi anche in chiave didattica. La risposta della scuola è di due tipi: immediata e immersiva.
2008: Piano nazionale FOR TIC implementa percorsi di alfabetizzazione tecnologica a diversi livelli. Ha avvicinato i docenti all’utilizzo del computer e della rete, è basato sull’idea di veicolare l’innovazione delle scuole partendo da una formazione tecnica. Due difficoltà: idea di poter raggiungere a cascata tutti i docenti si inceppa con una formazione che avvicinava i già esperti e incrementa la delega al collega e le formazioni troppo tecniche rendono difficile il passaggio al piano della didattica rendendo evidente il salto tra saper usare il pc e saperlo usare in classe.
Proposta parallela per portare il TIC in classe, attraverso una formazione che usa la tecnologia come tramite. È chiamata immersiva perché obbliga i docenti a passare dalle tecnologie per svolgere le attività formative.
2001-2002: il ministero propone la formazione rivolta al personale docente non più basandosi su incontri ma alternando momenti in presenza e attività a distanza. Duplice obiettivo: garantire omogeneità di formazione al personale nel panorama regionale e forzare gli utilizzi e le riflessioni attorno alle tecnologie. Il modello formativo viene modificato per rispondere meglio alla specificità degli insegnanti italiani e riesce ad alzare i livelli di uso delle tecnologie ma fatica a far decollare lo sviluppo di competenze didattiche.
2006: cambio di proposta. La competenza digitale è tra le raccomandazioni dell’Ue ed è ritenuta la chiave per l’apprendimento permanente e per lo sviluppo della cittadinanza attiva. Competenza digitale = saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione per lavoro, tempo libero e comunicazione. È supportata da abilità di base nelle TIC: uso di pc per reperire, valutare e scambiare informazioni.
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