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Sesso/genere: Oltre l'alternativa

Pier Davide Guenzi

Introduzione

Le caratteristiche biologiche, psicologiche e sociali che compongono l’identità si integrano risolvendosi in una individualità (un Io) che non è possibile prestabilire. La meta infatti varia in funzione della dotazione biologica, delle abilità ricettive, dei messaggi ambientali e del rapporto interattivo che si istituisce fra queste tre variabili. Tutti fattori non facilmente definibili a priori che rendono impossibile prevedere quale uomo o quale donna diventerà un determinato zigote che si sviluppa in un determinato ambiente.

La persona non può essere individuata solamente a partire dalla dotazione genetica, determinante una differenza del genotipo maschile e femminile, ma anche da una variabile di elementi compositivi che contribuiscono a rinforzare (e anche in taluni casi a rendere “incerta”) la coscienza di sé di ciascun soggetto umano nel tempo. In riferimento a tale complessità, la ricerca psico-evolutiva e psicosociale, dapprima in prospettiva empirica e descrittiva, ha introdotto il termine genere (gender) come categoria in grado di racchiudere, rispetto a quello più riduttivo di sesso, l’approccio complessivo dell’identità personale nelle sue molteplici componenti.

Cap. 1 – Il gender e la sua semantica flessibile

È innegabile un accrescimento di significato attorno all’espressione e al concetto di genere, rispetto alla sua comparsa iniziale nell’ambito degli studi psicologici e storico-sociali. Su questa polisemia si vuole soffermare da principio l’attenzione, ricostruendo la vicenda del gender attraverso i suoi più significativi passaggi, pure in modo allusivo e senza pretesa di completezza.

Il gender, da categoria per comprendere l’umano e le differenze tra i soggetti umani come non semplicemente riconducibili alla biologia del sesso, ma a partire dalla configurazione prodotta dalla cultura, e da concetti impegnato all’interno del femminismo per marcare il superamento del sessismo patriarcale, ha seguito anche il processo di ideologizzazione a giustificazione e sostegno della legittimazione individuale dei modelli di esistenza, di contro a una permanente standardizzazione di essi imputata a una cultura precedente. Sotto questo profilo, il genere rappresenta una radicalizzazione dell’ideologia liberal all’interno dei vissuti personali, secondo il tipico tratto proprio della post-modernità.

La distinzione tra “sesso biologico” e “sesso psicologico”, con l’introduzione dell’idea di gender, può essere fatta risalire in ambito psicoanalitico agli anni ‘60 del 20º secolo a partire dal saggio di Robert J. Stoller intitolato Sex and Gender, con il suo programma di studio sulle personalità intersessuali e transessuali per le quali la differenziazione biologica del sesso non risultava determinante. Prima di lui l’espressione è rintracciabile nelle ricerche empiriche di area medica degli anni ‘50 condotte dal chirurgo americano John Money, soprattutto in riferimento a quei bambini che, a causa di un’ambigua conformazione degli organi genitali alla nascita o in seguito a interventi medici che ne avevano compromesso l’integrità, erano portati ad acquisire un’identità personale non a partire da quella biologica, ma attraverso processi di socializzazione e di induzione di essa. In riferimento a questi casi, Money aveva introdotto la terminologia di “identità di genere”. Allo stato iniziale, il gender rappresenta una categoria empirico-descrittiva per indicare un’identità appresa attraverso processi psico-comportamentali, in opposizione a quella definibile come naturale a partire dal sesso biologico.

Accanto a questo utilizzo, occorre richiamare il filone rappresentato dai cultural studies nell’ambito delle ricerche storico-sociali, attivo già alla fine degli anni ‘70 del 20º secolo, come tematizzato, quasi in forma di manifesto programmatico, in un contributo della storica Joan Scott, più volte ripreso nel libro Gender: A Useful Category of Historical Analysis. Questo tipo di studi si propone di mostrare soprattutto come i tratti caratterizzanti la femminilità non sarebbero iscrivibili alla natura, ma alla loro configurazione storica da parte di modelli di pensiero e azione tipicamente maschili e oppressivi, saldando un approccio storiografico di tipo marxista a quello operante nell’evoluzione del femminismo dagli anni ‘80 in poi.

Il concetto di genere ha ricevuto differenti concettualizzazioni, rintracciabili nell’evoluzione del pensiero femminista, seguendo da vicino le sue fasi di sviluppo. A partire dagli anni ‘70, si caratterizza per un orientamento prevalentemente politico-rivendicativo, teso all’affermazione e al riconoscimento dell’uguaglianza dei sessi. Il modello-guida, in questa fase iniziale, è rappresentato da un approccio alla questione del maschile e del femminile di tipo monista. Si tratta cioè di pretendere per la donna l’uguaglianza per estensione di quelle prerogative che la storia e la cultura hanno attribuito al maschio.

A questa prima fase, fortemente conflittuale, segue quella approssimativamente databile nel decennio successivo, più impegnata a superare la rigida dialettica, percorrendo una direzione improntata a valorizzare la differenza uomo e donna come espressiva di modi distinti di essere al mondo. Si assume un paradigma interpretativo del maschile e del femminile che, superando l’iniziale impostazione monista, si caratterizza piuttosto per l’approccio duale, teso a far emergere la piena soggettività di ciascuno compresa non “contro” l’altro, ma attraverso percorsi di reciprocità interpersonale. L’ultimo esito del pensiero femminista, cui si aggiungono le variegate espressioni dei movimenti gay e transessuale, è contrassegnato dall’imporsi sempre più massivo della categoria del gender. Il pensiero contemporaneo propende così ad accreditare la moltiplicazione e la ricombinazione soggettiva dei percorsi di identificazione, come recentemente suggerito dalla categoria queer, verso nuovi tipi di identità e figure del post-umano caratterizzate da una più complessiva neutralizzazione della differenza di sesso e di genere a livello antropologico e nella loro possibile valenza etica.

È importante focalizzare l’attenzione su alcuni contributi significativi per approcciare le differenti semantiche del genere e, a partire da essi, andare alla ricerca di alcune matrici di pensiero che ne condizionano la sua comprensione. Nel secondo ‘900 l’attenzione è posta su due pensatrici rappresentative soprattutto del “secondo” e del “terzo” femminismo, rispettivamente Luce Irigaray e Judith Butler. Al loro contributo, tuttavia, è necessario premettere qualche indicazione sulla teoria sviluppata da Simone de Beauvoir, abitualmente censita tra le capofila della prima ondata del movimento femminile, ma la cui influenza si estende anche ai suoi successivi sviluppi e, in parte, sulla stessa caratterizzazione del gender.

Si è soliti indicare nella lapidaria affermazione: “donna non si nasce, lo si diventa”, che apre il secondo libro del monumentale saggio di de Beauvoir Il secondo sesso, il caposaldo concettuale dell’ideologia gender, facendo del contributo della filosofia parigina un’anticipazione delle direttrici del seguente femminismo. L’attenzione abitualmente è posta sull’inevitabile scarto tra la constatazione di un’identità sessuale segnalata dall’indicatore corporeo-biologico e le forme dei rapporti sociali e delle identificazioni culturali, che hanno finito per relegare in una posizione di secondarietà la donna rispetto all’uomo.

La riflessione proposta ne Il secondo sesso non può essere superficialmente ricondotta alla crisi di un’identità sessuata a partire dalla cultura e per misconoscimento della natura. Beauvoir non riconosce la matrice oppositiva e prevaricativa dell’uno, l’uomo che, per sviluppare la piena soggettività, costruisce come “altro” la donna, relegandola alla dimensione oggettuale, funzionale all’affermazione di sé. Tale operazione avviene in taluni casi con la complicità della sua stessa partner. La tesi mette in luce come l’identità vera della donna debba comprendersi a partire dalla presa di coscienza su di sé, della propria esperienza individuale, non da una supposta pre-determinazione naturale. Tutta l’ultima parte de Il secondo sesso è dedicata a sviluppare un cammino di affrancamento in cui risulta decisiva, più che l’acquisizione di una libertà individuale nel segno del superamento della dipendenza economica e dal destino del ruolo e stereotipo di sposa e di madre, la costruzione di una nuova cultura, annunciata fin dalle prime pagine nel segno della reciprocità e nell’annullamento di quei tratti persistentemente dominativi che ritornano nell’espressione sessuale. Giunge, nelle battute conclusive del suo saggio, a ipotizzare una sorta di sospensione e annullamento dell’eros per eliminare quei tratti di violenza dell’uno sull’altro che fatalmente pone in essere. Intende così prefigurare una possibile riconciliazione nel segno dell’amicizia e di un cammino di ridefinizione personale che deve coinvolgere, per la loro parte, sia l’uomo sia la donna.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.possenti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Guenzi Pier Davide.
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