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matrimonio, pone al centro unicamente la coppia coniugale, che deve trovare in se stessa il suo senso e il suo

destino.

Un tema costante nel Nuovo Testamento è la trasformazione o il rovesciamento dei comuni rapporti umani,

affinché riflettano meglio la presenza la potenza di Dio, rivelate in Gesù Cristo.

La parola di Gesù, letta nella prospettiva dell’annuncio del regno di Dio, con la sua caratteristica tensione tra il

presente, in cui già si mostra, e il futuro della sua piena manifestazione, non sono indica il ritorno alla radice

dell’originario, ma lo assume nella sua verità escatologica.

Se dal rapporto uomo-donna è possibile reperire un senso che orienti integralmente la vita umana, cioè è vero nel

rispetto di una natura iniziale intesa come principio di uno sviluppo, che risulta attestato nella parola divina

destinata alla coppia coniugale.

La relazione uomo donna, nella sua forma coniugale, deve essere assunta a un livello superiore rispetto a un

quadro culturale sedimentato. Il vincolo reciproco nell’amore e la promozione di una comunicazione improntata

alla considerazione profondo dei soggetti punta l’attenzione su un cambiamento profondo che deve attraversare

la famiglia, tradizionalmente connotata da uno schema di potere verticale che sanzionava precise diseguaglianze

tra i soggetti forti, in primi quello maschile del capofamiglia.

Da questa sommaria lettura trasversale di nuovi biblici significativi per la questione della relazione sesso-gender,

sembrare utile formulare una tesi che ne assuma complessivamente il senso. Da una parte la differenza maschile

e femminile risulta fondamentale e fontale per pensare la stessa cultura umana, fondando la prossimità originaria

e originale a partire dalla quale delineare ulteriormente ogni relazione strutturata tra le persone. D’altra parte

non risulta sufficiente porre unicamente in questo dato il peso della tradizione biblica, poiché in essa si mostra

anche una permanente tensione critica a non identificare le istituzioni della cultura umana come custodi di

quanto, a partire da quest’identità nella differenza e per la comunione delle persone, si svela come figura etica di

valore per l’apprezzamento dell’umano. Da ciò si manifesta con chiarezza la necessità di una vigilanza su tutte

quelle forme di pensiero che introducono un motivo di ferita nella comune dignità umana delle persone.

CAP. 3 – DALLE QUESTIONI DI SUPERFICIE AI NODI ETICI FONDAMENTALI

La riflessione cattolica si attesta sulla posizione dell’antropologia della “differenza naturale” del maschile e del

femminile, senza con questa affermazione semplicemente limitarsi a “sacralizzare” il dato biologico, ma

comprendendola come uguaglianza dinamica nella reciprocità relazionale dei sessi. Si attribuisce all’ideologia

“post-moderna” e “post-umana” del gender la perdita di una fondamentale distinzione che identifica la

soggettività umana.

Senza misconoscere l’importanza della critica a precise strategie sociali, condotte anche in opposizione alla Chiesa

cattolica, tese a giustificare l’ideologia del gender nel nome del politically correct o dei presupposti della moderna

società liberale, resta l’impressione che riflessioni puramente “difensivistiche” si precludano una lettura integrale

della problematica e soprattutto non riescano a operare una disamina più profonda della sua evoluzione

culturale. La prima apparizione del lemma genere, secondo la sua comprensione connessa alle problematiche

dell’identità sessuata, fu proposta in un documento ufficiale della Chiesa cattolica predisposto in occasione della

IV Conferenza internazionale dell’ONU sulla donna tenutosi a Pechino nel 1995. Durante i lavori preparatori della

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delimitazione concettuale del gender è oggetto di ampie e contrastanti riflessioni, a partire dalla definizione

proposta da Dale O’Leary: “Il genere si riferisce ai rapporti tra donne e uomini basati sui ruoli definiti socialmente

che vengono assegnati all’uno o all’altro sesso” e che dunque sarebbero modificabili, a differenza del sesso, che

indicherebbe piuttosto la semplice differenza biologica che distingue gli esseri umani in maschi e femmine. La

Santa Sede, pur non rigettando integralmente l’impiego della parola genere, intendeva escluderne la sua

interpretazione in termini rigidamente afferenti alla pura costruzione culturale dell’identità personale. Nel

magistero pastorale di Giovanni Paolo II, con “Lettera alle donne”, il Pontefice invitava a lavorare per la

liberazione integrale della donna da tutte quelle espressioni culturali che ne offuscano la dignità e il suo

progresso, ma anche sottolineava “per la donna, anche una certa diversità di ruoli, nella misura in cui tale

diversità non è frutto di arbitraria imposizione, ma sgorga dalle peculiarità dell’essere maschile femminile”.

Nel 1995 si approfondisce in ambito Vaticano una comprensione tendenzialmente negativa del gender, ritenuto

supporto giustificativo di rivendicazioni sociali in nome di un processo culturalmente avanzato di superamento del

valore della differenza sessuale. Di questo tenore sono alcune indicazioni sulla gender-theory condensate nel

documento del Pontificio Consiglio per la famiglia “Famiglia, matrimonio e unioni di fatto” del novembre del

2000. Il fulcro dottrinale e pastorale del testo si propone di difendere la forma specifica, nel suo valore naturale,

del matrimonio eterosessuale, prendendo le distanze dal movimento socio-politico di accreditamento pubblico

delle unioni di fatto, etero e omosessuali. Il processo di riconoscimento legale per altre forme di unione

comporterebbe un’erosione di quegli elementi che sostengono concettualmente la figura giuridico istituzionale

del matrimonio, con la sua equiparazione ad altre forme di convivenza. Accanto alle motivazioni individuali per

l’accreditamento delle “unioni di fatto”, il documento riconduce il fenomeno a un più vasto movimento

ideologico, che porterebbe a una “graduale e destrutturazione culturale e umana dell’istituzione matrimoniale”.

Tale processo è ricondotto a una “certa ideologia di gender”, per cui l’essere uomo e donna trova una sua

determinazione fondamentale nella cultura più che nel dato della differenza sessuale. Pur non rigettando

completamente la pertinenza e concettuale del gender, nella scia di quanto sostenuto dalla Santa Sede in

occasione della Conferenza di Pechino, il testo del dicastero vaticano si premura di mantenerlo all’interno di una

correlazione con il dato della differenza sessuale, in una prospettiva di armonica costruzione delle personalità: “la

categoria di identità sessuale di genere (“gender”) è pertanto d’ordine psico-sociale e culturale. Essa corrisponde

armonicamente all’identità sessuale d’ordine psicobiologico, quando l’integrazione della personalità si

accompagna al riconoscimento della pienezza della verità interiore della persona, unità d’anima e corpo”.

L’ideologia gender è colta in continuità con i processi di democratizzazione delle forme espressive della sessualità

portate avanti dalla “rivoluzione sessuale”, accostando, tutta via senza uno sforzo di comprensione di sfumature

di significato indubbiamente riconducibili a una categoria univoca, l’anarchia sessuale.

La “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel

mondo”, siglata nel maggio 2004 dalla Congregazione della dottrina della fede dall’allora prefetto cardinale

Joseph Ratzinger, accosta alla problematica del genere nell’ottica complessiva di un documento globalmente

positivo propositivo teso a riprendere in modo ampio, anche con accenni originali, la visione emergente dalle

scritture ebraiche-cristiane in merito alla reciprocità dell’uomo e della donna, espressa dalla coniugalità, per

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derivarne implicazioni significative sul presente, soprattutto in ordine “all’attualità dei valori femminili nella

società” e nella “vita della Chiesa”. “La donna, per essere se stessa, si costituisce quale antagonista dell’uomo. [...]

Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come

semplici effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, chiamata

sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al

massimo è ritenuta primaria”. La Lettera sembra accreditare presupposti di pensiero che sono apparsi

problematici all’interno della recente riflessione sulla legge naturale. In particolare sulla possibilità di annettere al

concetto di natura umana il dinamismo delle leggi biologiche (in questo caso quelle procreatiche), estremizzando

nel gender la figura di un creazionismo di valori modellato sull’insuperabile soggettività individuale e dunque,

nella sua declinazione relativista, potenzialmente destabilizzante la possibilità stessa di un approccio al senso

dell’uomo nel rispetto dei suoi elementi strutturali a partire dal quale configurare la regola del suo agire. Questa

osservazione risulta corroborata dal modesto, ma significativo, riferimento alla gender-theory, contenuto nel

recente documento della Commissione Teologica Internazionale. La teorizzazione del genere è assunta come

paradigma di un approccio distorto, attraversato da una rinnovata espressione della “dualismo antropologico”,

che oppone lo spirito (e la sua dinamica di libertà) al dato corporeo e che “si manifesta nel rifiuto di riconoscere

qualunque significato umano ed etico alle inclinazioni naturali che precedono le scelte della ragione individuale”.

In questo senso il gender esprime un approccio riduttivo alla corporeità, compreso nello logica di un “avere” un

corpo disponibile a qualunque tipo di significazione da parte di ciascun soggetto, senza prestare ascolto ai

significati già iscritti in esso e al dato della dualità dei sessi.

Il processo inventivo della verità personale della qualità morale dei propri atti non si risolve solo a partire dalla

verità oggettiva, ma assume il senso di una verificazione soggettiva, esponendosi pertanto a una critica di

relativismo etico, oggetto di presa di distanza da parte del documento vaticano secondo cui, in tale visione: “la

bontà morale non è più una qualità della volontà sceglie in armonia con la verità dell’essere, ma viene ridotta a un

prodotto delle intenzioni soggettive” e dunque nei conseguirebbe “una moralità fondata su una sorta di fede

cieca nella spontaneità umana”.

Nella riflessione di Angelo Scola, “il binomio identità-differenza è lentamente caduto in disuso ed è stato

rimpiazzato dal più “manipolabile” uguaglianza-diversità. Ci si illude, in tal modo, di “addomesticare” l’irriducibile

differenza sessuale assimilandola a diversità di altra natura, di cui ogni uomo fa normalmente esperienza. Ma

differenza non è diversità. Quest’ultima, infatti, come dice il suo significativo etimo di-vertere (volgere in altra

direzione) indica il dischiudersi di un ventaglio di possibilità. La nozione di diversità ha a che fare, per sua natura,

con la molteplicità e col cambiamento di qualcosa che chiama in causa “l’esterno”, senza riferirsi all’essenza

intima dell’individuo. […] Invece, la radice della parola differenza deriva dal verbo dif-ferre e suggerisce l’idea di

un portare altrove la stessa cosa, cambiandovi collocazione. Non indica perciò il rapportarsi tra due cose, ma il

portare la stessa cosa in un’altra parte. Mentre la diversità indica un dato inter-personale, la differenza è intra-

personale. Anche la nozione di uguaglianza, oggi impiegata come sinonimo di identità, in realtà significa qualcosa

di ben diverso. Di per sé infatti il termine stabilisce una somiglianza puramente formale tra realtà diverse. Si lega

all’idea di serie di oggetti intercambiabili e può sfociare nell’uniformità. L’identità invece si riferisce alla fisonomia

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costitutiva e singolare dell’io”. L’affermazione coglie un aspetto interessante per la sua pregnante sinteticità. Se è

possibile reinterpretare il testo di Scola, si potrebbe dire che il rilievo conferito nel discorso culturale del gender

sulla “diversità” suggerisce una maggiore plasmabilità di sé, in un ventaglio potenzialmente variegato di

possibilità. La diversità, in quanto rispettabile forma individuale di vita, domanda di essere tutelata

semplicemente a motivo di se stessa.

Nell’annullamento della differenza fondamentale della dualità dei sessi, pure ancorata al dato biologico, può

prodursi un possibile depotenziamento della struttura elementare della società, a partire dalla quale prende

forma la possibilità di significare in senso umano il mondo attraverso la cultura. Si afferma come la

neutralizzazione della differenza dei sessi indurrebbe a una decostruzione radicale della socialità, soprattutto

nelle sue basi pre-culturali e antecedenti a ogni sistema di significazione prodotto dalle relazioni storiche e dai

processi decisionali umani. L’identità sessuata della persona e la differenza dei sessi, rilevabile

fenomenologicamente a partire dalla generazione, per cui “essere donna vuol dire essere nata da un corpo del

tuo stesso sesso; essere uomo vuol dire nascere da un corpo di sesso diverso”, costituisce così il principio

insuperabile a partire dal quale si articola la forma della comunicazione inter-soggettiva che presiede allo sviluppo

della socialità. La messa in forma a livello socio-politico e giuridico di quanto emergente nella teoria gender

indurrebbe non semplicemente la neutralizzazione nell’indistinto della dualità dei sessi in una instabile bipolarità

psicologica, bensì un percorso di de-simbolizzazione di quelle strutture elementari grazie alle quali l’essere umano

ha dato forma alla cultura e alla sua dimensione sociale, a partire dalla percezione di sé, dal riconoscimento della

propria corporeità, intesa come originario punto prospettico dal quale tracciare le relazioni significative che

hanno consentito, sino a ora, di dare ordine e senso al mondo.

Lo spostamento terminologico dal “sesso” al “genere” così non è da comprendere come operazione di

purificazione lessicale, ma come induzione all’accettazione e giustificazione di tali profili relazionali. La filosofia

gender non sarebbe da considerare come semplice modello teorico, bensì un orientamento di pensiero

politicamente schierato per ottenere modifiche legislative o per la creazione di normative nazionali e

internazionali fondate su un differente presupposto rispetto a quello ereditato dalla tradizione e, soprattutto,

sganciate dal riferimento al diritto di natura, che nella cultura occidentale ha costruito la base e l’orizzonte a

partire dal quale definire gli ambiti e le caratteristiche della legge giuridica positiva.

CAP. 4 – ELEMENTI DI FONDO DA RIVISIATARE

In primo luogo si impone di rivisitare la categoria di natura umana, che nella prospettiva del gender viene opposta

alla cultura e superata (o neutralizzata) da quest’ultima in ordine alla chiarificazione dell’identità sessuata della

persona e della regola per definire il senso buono e doveroso dell’agire umano. Secondariamente, occorre

riprendere la questione della relazione uomo-donna come archetipo e forma originaria per cogliere il valore della

differenza nell’uguaglianza tra le persone.

Risulta innegabile come il concetto di natura, soprattutto se assunto all’interno della prospettiva dischiusa della

rivelazione biblica, mostra una dimensione merente alla storia in una tensione di compimento, nella

consapevolezza della persistenza delle ferite inferte alla dignità umana, che rendono necessaria una continua

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DETTAGLI
Esame: Teologia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.possenti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Guenzi Pier Davide.

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