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Agire secondo il Vangelo

Xavier Léon-Dufour

Cap. 1 – L’esperienza fondamentale di Gesù

A. Secondo la tradizione sinottica

Leggendo le narrazioni evangeliche, la persona di Gesù si presenta ammirevole, nelle parole come nelle azioni. La maggior parte degli studiosi propone che l’espressione “regno di Dio” sia il centro del pensiero di Gesù, e lo è pure per noi, precisando che ne è la rivelazione principale. Le parole “Il regno di Dio è vicinissimo” sono presentate nei testi come il fulcro del messaggio da trasmettere da parte dei discepoli e il suo riassunto.

1. Il testo di Marco 1,15

Per affermare che “il tempo è compiuto”, Gesù non ricorre al termine khronos che ingloba la durata della giornata o dell’anno; sceglie il termine kairos che gli è famigliare: un momento preciso che si deve discernere nel flusso della storia. Invitando a convertirsi, egli parla come gli Atti degli Apostoli, che associano volentieri l’annuncio a “conversione”. Tuttavia Gesù non ha sistematizzato il tema della conversione, perché, a suo avviso, la conversione non ha lo stesso significato che per Giovanni Battista. Per Giovanni, essa significa la rottura con una vita di peccato, mentre per Gesù essa equivale all’ascolto della buona novella, implicando altresì una gioia definitiva. Queste diverse espressioni sembrano riflettere il linguaggio della Chiesa nascente e non quello dei Gesù di Nazareth.

2. Studio semantico dell’espressione: “regno di Dio”

Viene scelta la formulazione “regno di Dio”, regolarmente usata da Marco e Luca, preferendola a quella di Matteo che scrive “regno dei cieli”. Regno di Dio designa il risultato dell’azione divina nei confronti degli uomini e, a differenza di “sovranità di Dio”, è un’entità futura, che è l’orizzonte proposto dalla fede ebraica. La nozione di “regno” ha potuto indurre a degli equivoci: l’Israele contemporaneo di Gesù lo equiparava a una sovranità di Israele di ordine terreno dovuta all’intervento del Messia; analogamente i cristiani sono giunti talvolta a identificare abusivamente il “Regno” con la “Chiesa”.

Il nostro interesse verterà in primo luogo sui casi dove si impone la traduzione “sovranità di Dio”, tanto più che l’espressione traspone nella modalità semitica la realtà concreta che è Dio in quanto regna: Gesù ha l’esperienza di Dio che sta regnando.

3. Storia dell’espressione

Parlando di “sovranità di Dio”, Gesù si inserisce in una lunga tradizione ebraica. L’esperienza della liberazione e della traversata del deserto induce a riconoscere non qualche possedimento di Dio, ma il suo agire storico: “il Signore regna per sempre!”. Il regno si realizza ovunque dove l’uomo lascia passare in sé l’azione di Gesù Cristo, cioè l’azione di Dio che regna. Questo messaggio di Gesù poteva essere compreso dai suoi contemporanei. Ma così non è stato.

4. Il regno di Dio è vicinissimo

Gesù non pensa che la venuta di Dio che regna sia esclusivamente per la fine dei tempi: in tale attesa egli introduce in aggiunta una nuova dimensione. Non dice in che senso, né quando, né come Dio sta ormai per regnare: afferma soltanto che per accoglierlo, così come si presenterà, si deve essere desti. Ma, non accennando ancora all’affermazione ulteriore che il regno è già qui, viene conservata la dimensione dell’attesa e della speranza, senza che sia precisato il suo oggetto.

5. La parola di Gesù rafforzata con quella del precursore

Le parole di Giovanni sono di una durezza impressionante: se non c’è conversione, nessun rimedio è possibile, neppure la discendenza da Abramo. Il cielo è chiuso; si aprirà soltanto con la venuta di Gesù, colui che si deve attendere non esplicitamente in vista di una salvezza, ma nella prospettiva imminente di una terribile collera. Annunciando che il giudizio incombe sull’Israele peccatore, Giovanni propone un battesimo di conversione che prepari a sfuggire alla collera e ad accogliere colui che viene come giudice.

Di fronte a questo quadro terribile, la figura di Gesù assume un particolare rilievo, annunciando soltanto la buona novella di Dio che ora viene a regnare: egli inaugurerà nella gioia un regime nuovo che il Messia qualificherà con le sue azioni e il suo insegnamento. Non dando qui ulteriori precisazioni, Gesù lascia aperto l’avvenire: il regno di Dio è vicinissimo! Se menzione vien fatta dalla “conversione”, non è prima ma dopo la buona novella. Il messaggio fa sognare un avvenire, ma invita soprattutto a restare desti nell’attesa di un intervento stupefacente di Dio.

6. Il regno di Dio vi cade addosso

La risposta si imporrà in diversi modi, ad esempio attraverso le parabole del regno, o nelle beatitudini che dichiarano che il regno di Dio è dei poveri. Questo diventerà evidente durante l’intera esistenza di Gesù. Nell’attesa, restiamo sospesi all’annuncio del regno di Dio, la cui venuta è annunciata prossima o affermata persino come presente.

Gesù di Nazareth non si è limitato ad annunciare imminente il regno di Dio. Alle parole ha associato dei gesti che significavano la presenza attiva di Dio fin da adesso, e pertanto la sua volontà di rinnovare l’Alleanza. Queste azioni che si possono definire “simboliche” sono e non sono Dio all’opera: scacciando i demoni, Gesù restituisce la salute, trasmette cioè il perdono e la salvezza. È Gesù stesso l’autore della manifestazione divina, il testimone dovrebbe riconoscere che Gesù agisce al posto di Dio in persona: a poco a poco i primi cristiani sostituiranno perciò al “regno di Dio” una “Cristologia” saldamente fondata sulle apparizioni del Risorto.

7. Problemi di linguaggio

Questo linguaggio, riferito a Dio, può creare qualche difficoltà all’uomo moderno, poiché l’immagine del “regno” suggerisce un certo autocratismo. Questa difficoltà è inerente alla modalità con cui Dio si è rivelato al popolo eletto. Si capirà nei capitoli successivi di quale natura è la presenza del Dio che agisce, di cui Gesù ebbe l’esperienza: Dio ha l’iniziativa del perdono, senza che da parte dell’uomo esista alcun motivo. Nell’attesa di queste precisazioni, è opportuno mostrare il modo con cui Gesù ha qualificato la presenza di Dio che è all’opera. La si può qualificare con due epiteti: presenza urgente (in cerca di dialogo) e presenza misteriosa.

8. Presenza in cerca di risposta

Dio non si presenta all’uomo se non in vista di un dialogo: dall’uomo aspetta una risposta, quella dell’accoglienza del suo amore. L’uomo deve dunque “vegliare” perché possa cogliere il momento, il kairos favorevole. Gesù è presente, perché Dio stesso è presente, di una presenza che esige dall’uomo un’attenzione efficace. Presenza dell’amore che diventa pressante, e che chiede a ciascuno di sbrogliarsela per essere realmente aperto all’evento.

9. Presenza misteriosa

Gesù annuncia che Dio è all’opera, aspettando da ciascuno un’accoglienza calorosa.

A mo’ di conclusione

Gesù ha avuto l’esperienza che Dio proponeva a Israele e al mondo una novità assoluta, da tempo intuita dai profeti e adesso pronta a tradursi in realtà. Questa esperienza è così forte che egli impegna l’intera sua vita per comunicarla: Dio viene. Ciò facendo, egli è consapevole di compiere una missione a lui affidata; perciò gli viene confermato il potere, ricevuto dall’alto, di vincere Colui che si oppone al disegno di Dio e agli uomini che egli tormenta.

B. Secondo il Vangelo di Giovanni

Alcuni studiosi ritengono che il ricercatore non può spingere oltre la sua indagine. Le conoscenze supplementari non potrebbero provenire se non da un’altra fonte diversa dai dati storici propriamente detti. Vivendo del ricordo di Gesù di Nazareth e della sua intera storia, questo evangelista ha potuto penetrare in profondità il significato e la motivazione del comportamento di Gesù: Giovanni ha tentato di esprimerlo in un linguaggio adatto al suo tempo. In esso la Chiesa antica si è riconosciuta in pieno e ne ha proclamato l’autenticità.

1. Giovanni traspone l’espressione basileia tou Theou

Diversamente dalla tradizione sinottica, l’espressione basileia tou Theou appare in Giovanni soltanto due volte. Qual è dunque il suo equivalente giovanneo nel senso di “sovranità di Dio”? Taluni ritengono che Giovanni trasponga l’espressione “sovranità di Dio” con il termine “vita” che occupa un posto capitale nel suo Vangelo. La “luce” è spesso identificata con Dio stesso, con il Logos, con Gesù di Nazareth; trionfa dalle tenebre quando essa entra nel mondo, illumina ogni uomo, ed esige un impegno verso di essa.

Mentre nei Sinottici la venuta del regno di Dio costituisce il messaggio centrale, chi organizza il testo giovanneo è “l’inviato del Padre”. Questa formula implica la funzione di “Messia” che, nei Sinottici, è più una domanda che una risposta; essa conserva l’esistenziale della celebre frase di Gesù, che è conosciuto dal Padre e che, lui solo, conosce il Padre. Il Padre ha dato a Gesù delle opere: egli le porterà a termine. Queste opere sono le opere del Padre; sono anche quelle del Figlio, indissolubilmente. Il Padre non ha affidato le sue opere al Figlio come a un semplice esecutore, ma perché siano veramente le sue; il Figlio dà una figura sensibile alla potenza divina di salvezza: l’invisibile assume un volto.

2. Il mistero di “due e uno”

Giovanni conserva la distinzione delle due persone senza far ricorso alla teologia delle “due nature”. Secondo lui, Gesù è pienamente cosciente di agire in comunione (non in fusione) con il Padre. In tal modo si ha accesso all’esperienza di Gesù secondo il quarto Vangelo. Dio è la profondità del suo essere; il suo agire è quello di suo Padre.

3. L’agire del Figlio è l’agire del Padre

Il Padre non è un Dio immobile nella sua eternità, ma Colui che agisce: Colui che è la fonte dell’agire di Gesù non dà delle opere da compiere, ma fa agire. Dio “personalizza” suo Figlio, affidandogli tutto ciò che Egli è, la vita, la luce e tutto ciò che fa.

4. L’agire del credente deve essere l’agire del Figlio

Se Gesù rende personalmente presente il volto del Padre, ne consegue che la relazione misteriosa che lo unisce al Padre è il prototipo della relazione che unisce il credente e il Cristo. La relazione reciproca che si stabilisce tra il Figlio e il credente è fondata e animata dalla relazione che unisce il Padre al Figlio. Il rapporto Padre/Figlio è il modello fondatore. Ogni agire, ogni vita che trae origine nel Padre che è il Vivente, non può esistere se non nella comunione con lui, sia nel caso del Figlio, sia in quello del credente: tale è la “dimora” che esprime ormai la relazione Padre/Figlio e la relazione Figlio/credente. La prospettiva giovannea si palesa nel fatto che è quasi impossibile parlare del Padre se non in relazione con Gesù, suo Figlio. Il Padre esiste, agisce, ma non è una “individualità” giustapposta a quella di Gesù. E tuttavia il Padre e il Figlio non possono essere confusi. Essi sono due pur essendo uno: tale è il paradosso della loro relazione.

A mo’ di conclusione

Secondo la tradizione sinottica, Gesù ha avuto l’esperienza di Dio che, tramite lui, trionfava dell’Avversario. Il suo agire si riferiva a Dio, di cui era la presenza attiva. Funzione unica e indispensabile perché si realizzi il regno di Dio. Il quarto Vangelo invita a interiorizzare il rapporto Gesù/Dio dal punto di vista della realtà: è ciò che sottolinea l’uno che sono i due esseri, l’uno nell’altro. La presentazione sinottica non è resa vana da questa interpretazione giovannea. Essa manifesta al lettore l’itinerario della rivelazione concernente l’esperienza di Gesù. Conviene iniziare con un linguaggio che esprime la sua relazione con Dio come quella di un reciproco confronto, ossia di due esseri faccia a faccia.

Cap. 2 – Gesù di fronte alla tradizione giudaica

Gesù non è solo. Compenetrato dalla presenza di Dio che regna oggi nel suo popolo, seduce taluni dei suoi contemporanei, ma si scontra rapidamente con i sostenitori della religione costituita che gli rimproverano di non osservare le venerande tradizioni ricevute dagli antenati: questo fu il motivo principale della sua condanna. Gesù non teme di contrastare le nobili abitudini, come il riposo sabbatico, dando una scrollata ai costumi dell’epoca. Da questo suo comportamento e dalle reazioni violente dei suoi contemporanei, si è dedotto che Gesù si è opposto alla Legge giudaica.

A. Secondo la tradizione sinottica

1. La Torah e la Halakah

In origine il termine Torah designava un comandamento particolare. In seguito, l’insieme della Torah costituisce una parte del libro dell’Alleanza. La Torah non esiste se non in relazione con l’Alleanza. Trova il suo pieno significato solo se è la risposta data dal popolo a Dio.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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