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Storia d’impresa: complessità e comparazioni

Concetti chiave

Micro e macro: si tratta di due concetti strettamente correlati, poiché il destino di una singola società (micro) dipende dalla ricchezza complessiva della sua nazione (macro).

Rivoluzioni industriali: si tratta delle varie fasi del progresso tecnologico. Ogni fase dipende da diversi fattori: conoscenze tecniche e scientifiche, fonti di energia, intensità di capitale.

Imprenditori: sono i proprietari e i responsabili dell’impresa. La loro abilità consiste nel saper adattare l’attività della loro impresa al progresso tecnologico.

Manager: godono di autonomia decisionale su una determinata sezione dell’impresa e offrono all’impresa le loro conoscenze teoriche e pratiche.

Mercato: esistono due tipologie di mercato: il mercato nazionale e il mercato internazionale. Il mercato nazionale è determinato da due fattori: numero degli abitanti e reddito pro capite. La dinamicità del mercato è spesso più importante delle sue dimensioni.

Cultura: si tratta dell’atteggiamento che una nazione assume nei confronti dell’attività economica e del cambiamento economico.

Stato: nell’ambito economico lo Stato può rivestire molti ruoli differenti. Può essere imprenditore, regolatore, pianificatore o partecipante della competizione economica.

Forme di impresa: esistono vari tipi di impresa, ciascuno dei quali viene definito in base alla struttura, alla dimensione e alle strategie. Un aspetto fondamentale riguarda il rapporto tra il “quartier generale” e le unità operative. Non è possibile affermare quale tipo di impresa sia migliore. In ogni nazione opera una comunità di imprese, cioè un insieme di imprese tra loro diverse.

Varietà dei sistemi capitalistici: esistono vari tipi di capitalismo. Il sistema capitalistico è il rapporto tra istituzioni ed economia. Alcuni fattori che determinano il capitalismo sono ad esempio il modo in cui le istituzioni regolano la competizione economica e il rapporto che intercorre tra finanza e imprese. Non è possibile stabilire quale tipo di capitalismo sia migliore.

Il cambiamento è imprevedibile: non è possibile prevedere l’andamento della competizione internazionale, poiché ciò che funziona in una fase storica non funzionerà necessariamente anche in quella successiva.

Post-chandlerismo: Chandler, che morì nel 2007, fu il maggiore storico d’impresa. Chandler considerava fondamentali per lo sviluppo economico due fattori: la grande impresa e la tecnologia. Secondo lui l’imprenditore doveva essere in grado di gestire la sua grande impresa attraverso una fitta rete manageriale. Egli, però, non attribuiva alcun tipo di importanza al contesto politico, sociale e culturale in cui l’attività economica veniva svolta. Attualmente l’analisi d’impresa viene definita “post-chandleriana”, poiché parte dalla teoria di Chandler, ma la integra attraverso la considerazione del clima in cui l’impresa opera.

Capitolo 2: storia e teoria d’impresa

Con la prima rivoluzione industriale l’impresa si affermò come unità di analisi economica. A quel tempo l’impresa veniva identificata con la fabbrica. Quest’ultima si caratterizzava per la concentrazione di capitale e forza lavoro al proprio interno. La fabbrica si affermò con la prima rivoluzione industriale, ma non era una novità assoluta. Infatti nel periodo preindustriale erano già presenti masse di lavoratori impiegati nella cantieristica, nell’industria mineraria e nell’industria delle costruzioni. La novità consisteva invece nell’utilizzo di una tecnologia più efficiente. Le nuove fabbriche utilizzavano inizialmente acqua, sostituita poi dal vapore. Inoltre si caratterizzavano per una nuova divisione del lavoro e per nuove forme di manodopera. La nuova fabbrica si impose come sistema produttivo molto efficiente.

Teorie dell’impresa

La produzione industriale nelle fabbriche sostituisce la produzione artigianale negli ambienti domestici. Nel corso del tempo l’impresa ha subito importanti modifiche. Esistono varie teorie relative all’impresa:

  • Prospettiva neoclassica: secondo questa teoria l’impresa è di dimensioni medio-piccole; svolge funzioni limitate; opera all’interno di un sistema competitivo chiamato price-oriented e caratterizzato dal monopolio e dalla concorrenza perfetta; non possiede tecnologie esclusive, bensì tecnologie poco costose e facilmente reperibili; si caratterizza per una tecnologia esogena, cioè che proviene da fattori esterni. L’impresa viene considerata come una realtà statica, cioè non orientata alla crescita. Infatti la sua espansione si ferma al raggiungimento della dimensione media.
  • Dinamica economica in prospettiva storica: secondo questa teoria la storia d’impresa ha due dimensioni, una comparativa e una dinamica. Dimensione comparativa: pur operando in paesi e strutture differenti, le imprese appartenenti allo stesso settore presentano caratteristiche comuni, cioè l’intensità del capitale e del lavoro. Dimensione dinamica: l’impresa evolve nel tempo. Le fasi del processo dinamico di un’impresa sono: continuità, discontinuità, espansione, stagnazione, declino. L’evoluzione delle imprese dipende dall’ambiente storico, geografico, culturale e istituzionale, quindi varia da impresa a impresa. Altri fattori che determinano lo sviluppo di un’impresa sono il dinamismo delle tecnologie e il dinamismo dei mercati, che spingono l’impresa al cambiamento, con lo scopo di adattarsi.
  • Teoria e realtà delle grandi imprese: la teoria di Schumpeter, un economista austriaco, si concentra sulla grande impresa e sulla figura dell’imprenditore. La sua teoria si basa su due concetti fondamentali: la propensione competitiva dell’impresa e il disequilibrio tra le imprese. Dopo la seconda guerra mondiale vengono formulate nuove teorie dell’impresa. Tali teorie istituiscono uno stretto legame tra microeconomia dell’impresa e macroeconomia della nazione. Questo nuovo approccio comprende tre punti:
    • Identificazione dei fattori e delle dinamiche che determinano la crescita dell’impresa, sia a livello nazionale che internazionale;
    • Identificazione delle strategie adottate dall’impresa per raggiungere la crescita;
    • Identificazione dell’organizzazione ideale dell’impresa;
    • Identificazione dei comportamenti e dei ruoli degli attori della crescita dell’impresa. Per attori si intendono coloro che operano all’interno dell’impresa. Su questo aspetto si concentrano prevalentemente tre studiosi: Simon, Cyert e March.

In questo periodo lo sviluppo tecnologico comincia ad essere considerato come uno dei fattori principali della crescita dell’impresa. Alcuni studiosi, come ad esempio Chandler, considerano lo sviluppo tecnologico come un fattore esogeno, cioè esterno all’impresa. Altri studiosi, invece, lo considerano come un fattore endogeno, cioè interno all’impresa. La teoria di Penrose, un’economista americana, si basa sul fatto che l’impresa è un soggetto che impara e che quindi acquisisce conoscenze e competenze. La crescita dell’impresa è determinata dal sapiente sfruttamento e investimento di tali conoscenze e competenze. La sua teoria è alla base della teoria evolutiva. Nelson e Winter, due economisti americani, si concentrano sul concetto di routines. Le routines sono comportamenti che vengono ripetuti continuamente, poiché in passato si sono rivelati di successo. Il fatto di ripercorrere sentieri già noti prende il nome di path dependence ed è uno dei principali fattori che ostacolano il cambiamento. Hymer e Dunning si concentrano sul tema dell’espansione dell’impresa multinazionale, adottando però approcci differenti:

  • Hymer sostiene che l’espansione dell’impresa multinazionale parta dai vantaggi che l’impresa ha acquisito nel mercato interno e che poi possono essere sfruttati anche nel mercato estero;
  • Dunning sostiene che l’espansione dell’impresa multinazionale nasca dalla combinazione tra vantaggi di proprietà e vantaggi di localizzazione. I primi sono i vantaggi acquisiti nel mercato interno, mentre i secondi sono i vantaggi presenti nel paese ospite, come ad esempio la forza lavoro specializzata.

Marris sostiene che la crescita dell’impresa sia il risultato di una contrattazione tra manager e azionisti. I primi, spinti da interessi personali e professionali, tendono ad investire tutto il denaro per ottenere grandi risultati, mentre i secondi, interessati sia ai risultati che alla rilevazione dei dividendi, limitano tali investimenti.

  • Teoria dell’agenzia ed economia dei costi di transazione: Agency theory: Jensen e Meckling si concentrano sul rapporto tra manager, chiamati agent, e azionisti, chiamati principal. I manager possiedono una quota minima del capitale dell’impresa, gli azionisti possiedono la maggior parte del capitale dell’impresa. Essi definiscono l’impresa come finzione legale, per indicare la presenza al suo interno di relazioni contrattuali, come ad esempio quella tra manager e azionisti. L’idea dell’impresa come finzione legale è anche alla base della teoria dei costi di transazione. Tale teoria, formulata da Coase, si interroga sul perché l’impresa svolge determinate transizioni solo all’interno dei propri confini giuridici. La risposta è molto semplice: a causa degli importanti costi che il mercato impone sulle transazioni. La teoria di Coase viene poi approfondita da Williamson. Quest’ultimo sostiene che più le transazioni sono strategiche più alto è il loro costo. Quindi le transazioni che l’impresa svolge solo al proprio interno sono sostanzialmente quelle più frequenti e quelle altamente strategiche.
  • Teorie sull’impresa del XXI secolo: le teorie economiche formulate fino a questo momento si concentravano sulla grande impresa. Ora invece ci si concentra sull’analisi di unità produttive più piccole e tra loro indipendenti, che collaborano per portare avanti lo sviluppo economico. Si passa quindi dall’integrazione, tipica della grande impresa, alla disintegrazione. Questo radicale cambio di prospettiva, che è in atto e che quindi è ancora incompleto, è dovuto alla terza rivoluzione industriale: una rivoluzione altamente tecnologica.

Capitolo 3: imprenditorialità

Il concetto di imprenditorialità è impossibile da definire con chiarezza, poiché è molto versatile e soggetto a diverse interpretazioni. L’imprenditorialità è presente in tutte le imprese, di qualunque dimensione esse siano. Sono state elaborate diverse definizioni di imprenditorialità:

  • Weber definisce l’imprenditore come una persona capace di relazionare i propri obbiettivi con mezzi efficienti e con strategie;
  • Sombart definisce l’imprenditore come una persona vitale, energica e creativa. Egli ritiene che si tratti di caratteristiche elitarie, cioè possedute solo da pochi individui;
  • Nietzsche distingue tra coloro che si adattano alle convenzioni morali del loro tempo e coloro che le superano intraprendendo percorsi innovativi e apparentemente irrazionali. Gli imprenditori appartengono a questo secondo gruppo;
  • Schumpeter considera l’imprenditore come il motore della crescita dell’impresa. Egli ha come obiettivo fondamentale l’innovazione, cioè il fattore determinante della crescita dell’impresa. L’innovazione viene definita come “distruzione creatrice”, cioè come fenomeno che distrugge un qualcosa di vecchio per creare un qualcosa di nuovo.

Alcuni economisti, come Smith, Ricardo e Marx, sostengono invece che l’imprenditorialità sia irrilevante ai fini della crescita dell’impresa. Le capacità dell’imprenditore sono importanti per il funzionamento e il successo dell’impresa, ma non sono in grado di influenzarne il processo di crescita. Tra coloro che ritengono l’imprenditore un eroe responsabile della crescita e coloro che lo ritengono assolutamente irrilevante ai fini della crescita, troviamo coloro che considerano l’imprenditore rilevante ai fini della crescita, ma che non lo considerano come un eroe, bensì come un uomo comune. Alcuni di essi sono:

  • Cantillon e Knight definiscono l’imprenditore come colui che sa fronteggiare l’incertezza assumendosi tutte le responsabilità ad essa relative. L’incertezza è legata al fatto che l’imprenditore sostiene dei costi per raggiungere determinati obiettivi, ma non ha la certezza che tali obiettivi verranno raggiunti;
  • Marshall ritrae l’imprenditore nella sua quotidianità. Si tratta di una persona normale che opera all’interno dell’impresa e che si occupa del suo funzionamento;
  • Kirzner sostiene che la caratteristica fondamentale dell’imprenditore sia l’attenzione. Per attenzione si intende l’abilità di riconoscere e sfruttare le opportunità. L’attenzione nasce dalla combinazione tra creatività, immaginazione e capacità di previsione;
  • Casson definisce l’imprenditore come un individuo singolo in grado di prendere decisioni appropriate in ogni tipo di situazione, sia positiva che negativa.

L’imprenditore per raggiungere i suoi obiettivi si serve delle persone che operano all’interno dell’impresa. L’impresa è una sorta di piramide gerarchica al cui vertice c’è l’imprenditore e alla cui base ci sono i lavoratori. Questa struttura gerarchica consente all’imprenditore un pieno controllo dell’impresa, ma potrebbe anche rivelarsi un ostacolo per l’imprenditore. Infatti i vari strati della piramide potrebbero svilupparsi notevolmente, sfuggendo così al controllo dell’imprenditore. Nella prima metà del XX secolo, negli Stati Uniti, vengono pubblicate molte opere economiche, che considerano l’organizzazione dell’impresa più importante dell’imprenditorialità. Organizzazione e imprenditorialità sono due concetti opposti. L’organizzazione riguarda la routine, il conformismo, la stabilità. L’imprenditorialità riguarda la creatività, l’originalità e il cambiamento. Tuttavia organizzazione e imprenditorialità sono sullo stesso piano: l’organizzazione viene creata dall’imprenditore, l’imprenditore senza organizzazione non sarebbe in grado di portare a termine i propri obiettivi. Chandler distingue tra imprenditore e manager. L’imprenditore è gerarchicamente più importante rispetto al manager. L’imprenditore gestisce la propria impresa, mentre il manager opera all’interno dell’impresa creata dall’imprenditore. Cipolla sostiene che l’imprenditorialità non sia autonoma, bensì dipendente da diversi fattori: economico, sociale, culturale e politico. Un tentativo di misurazione dell’imprenditorialità è stato operato da Wilken. L’obbiettivo di questa sua misurazione è quello di determinare l’impatto dell’imprenditorialità sullo sviluppo economico nazionale. Grazie a questo studio, Wilken conclude che in America e in Inghilterra l’imprenditorialità è assolutamente irrilevante ai fini dello sviluppo economico nazionale.

Capitolo 4: prima dell’industria

L’Europa preindustriale si caratterizzava per un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura, che necessitava numerosa manodopera. Proprio per questo motivo tale economia dipendeva dalle condizioni climatiche e dai cali demografici legati alle guerre e alle malattie. Tale economia inoltre non era supportata dalla tecnologia, infatti utilizzava macchinari molto arretrati e comunque sempre azionati dall’uomo. Le cose cominciarono a cambiare con la rivoluzione agraria, con la rivoluzione commerciale e con la modernizzazione delle istituzioni. L’economia preindustriale inoltre si caratterizzava per la produzione manifatturiera e l’artigianato.

La produzione manifatturiera rurale era prevalentemente a gestione familiare e quindi finalizzata all’autoconsumo e priva di specializzazione. Tale produzione avveniva a domicilio. Molti imprenditori trasferirono la loro attività manifatturiera in campagna per disporre di manodopera poco costosa in quanto non qualificata. Nacque così il putting-out system, cioè un’organizzazione gerarchica ma flessibile. Il capo di tale organizzazione era il mercante-imprenditore, cioè il proprietario delle materie prime e il gestore dell’attività. Si parla di organizzazione gerarchica poiché il mercante-imprenditore affidava a ciascun lavoratore un compito preciso. Si parla di organizzazione flessibile poiché facilmente adattabile alla domanda.

L’artigianato si caratterizzava invece per la presenza di lavoratori specializzati, come ad esempio fabbri e ciabattini. L’attività artigianale si concentrava in quelle campagne e in quelle città che offrivano materie prime e fonti energetiche, quali acqua, vento, legna o carbone. Nelle città l’artigianato produceva molti beni e quindi grandi guadagni. Tale produzione avveniva nelle botteghe, dove il maestro insegnava la propria arte agli apprendisti, che successivamente avrebbero avviato una propria attività artigianale. Nelle botteghe artigiane non vi era la divisione del lavoro, ma tutti dovevano essere in grado di eseguire l’intero processo produttivo. Le botteghe artigiane dello stesso tipo costituivano una corporazione. Le corporazioni presentavano sia vantaggi che svantaggi. Per quanto riguarda i vantaggi, le corporazioni consentivano l’accesso nel mondo del lavoro solamente dopo lunghi periodi di apprendistato e specializzazione ed inoltre garantivano protezione e stabilità ai lavoratori.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca.cozzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Gregorini Giovanni.
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