Machiavelli: notizie biografiche
Niccolò Machiavelli nacque nel 1469 a Firenze e visse nel periodo di terremoto politico dovuto all’arrivo di Carlo VIII, re di Francia. Immerso nelle relazioni diplomatiche, scrisse “Legazioni e Commissarie”, i versi del “Decennale” e dei “Capitoli”; due grandi opere politiche, a cui si dedicò allontanato dalla vita politica:
- Il “Principe”, che si occupa della forma politica del principato/monarchia (la sua datazione si colloca fra il 1513 e il 1517-19 e venne pubblicata postuma nel 1531)
- I “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” (grande storico di Roma), che verte sulla repubblica (fu scritto tra il 1506 e il 1518 e pubblicato nel 1531)
E una strategia militare:
- “Dell’arte della guerra” (1521)
- La “Storia di Firenze” (1521-25), incarico che esaudì il suo desiderio di fare qualcosa per la sua patria.
Le idee contenute in tali opere furono già espresse negli anni precedenti, per esempio, nel “Discorso fatto al Magistero dei Dieci sopra le cose di Pisa” (1499), in cui Machiavelli cerca di prevedere e indagare gli eventi futuri. Per lui la logica delle cose del mondo è tutta interna alle cose stesse e consiste nella presenza del caso nelle vicende umane. Gli uomini agiscono e cercano di avere successo in un mondo ostile e indifferente, pieno di individui intrinsecamente malvagi ed egoisti. Machiavelli parla spesso di fortuna, termine utilizzato nel suo significato latino di “sorte”, con cui manifesta la sua convinzione che la storia non obbedisca a un disegno provvidenziale cristiano ma sia un ciclo di avvenimenti che l’uomo non può controllare e che non è finalizzato al suo benessere o alla sua salvezza.
La storia non è progresso e l’unico modo per dare un senso al trionfo della contingenza è l’agire politico virtuoso. La virtù, per Machiavelli, è quell’energia umana che si oppone alla fortuna e non vi si adegua passivamente ma permette agli uomini di uscire dal loro egoismo e di compiere gesta collettive grandi e gloriose, per essere ricordati dai posteri. Nel 1513 Machiavelli venne mandato in esilio per aver partecipato al tentativo di instaurare a Firenze la Repubblica, di cui era stato segretario (equivalente del nostro Ministro degli Esteri). I Medici vennero cacciati ma l’incapacità dei fiorentini di essere liberi fece sì che questi ultimi riuscirono facilmente a rientrare in città e a ripristinare il loro dominio e la loro signoria.
L’esperienza della Repubblica fiorentina rimarrà fondamentale per Machiavelli, il quale capirà che l’Italia non è pronta a una Repubblica e di conseguenza il sistema che risulta più adeguato ad essa è il principato. La sua aspirazione però è la creazione di un territorio unito ed egli pensa che i principi italiani non siano all’altezza di prendere le redini dell’Italia al punto che la sua vocazione è quella che un principe straniero scenda in Italia a guidare il paese.
I “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio”
I “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio” (iniziati insieme al “Principe” e terminati alcuni anni più tardi) divennero il grande modello di tutto il pensiero repubblicano che ha attraversato la storia moderna e contemporanea. Sono strutturati in 3 libri, come un commento ai primi 10 libri dell’opera di Livio “Ab Urbe Condita” e divisi secondo l’intenzione di trattare prima le cose accadute a Roma per consiglio pubblico, poi delle imprese romane compiute all’esterno ed infine delle azioni degli uomini “particulari”, che contribuirono alla grandezza della città. Tali “Discorsi” furono tradotti in inglese e letti a lungo nel ‘600.
Qui Machiavelli tra tutti i principi sceglie Cesare Borgia così come decide di parlare di Roma, esempio per eccellenza della Repubblica in quanto tumultuaria. La grandezza di Roma sta infatti nell’essere una Repubblica che ha fondato la propria gloria nella scelta di utilizzare il conflitto come elemento virtuoso e di non farsi travolgere da esso. L’eroe negativo della storia romana è invece Giulio Cesare in quanto ha spento il conflitto sommando tutte le cariche istituzionali nella sua persona: ha eliminato tutti i consoli, ha attribuito a sé stesso il ruolo del tribunato della plebe ed ha assunto il titolo di pontifex maximus. Con Cesare finì l’epoca della Repubblica di Roma, caratterizzata dalla libertà politica e dalla gloria, e si aprì il periodo del principato, dell’Impero. Se la Repubblica era fatta di cittadini tutti liberi, nell’Impero vi era soltanto un uomo libero, ossia l’imperatore mentre tutti gli altri cittadini erano i suoi servi. Non si trattava perciò né di una comunità di armi né di una politica partecipativa ma di un dominio che non convinse molto Machiavelli.
Machiavelli lesse la storia di Roma antica in controluce rispetto ai problemi di Firenze e alle possibili alternative istituzionali rappresentate da Venezia, al fine di trovare una risposta ai drammatici quesiti che spingevano la repubblica fiorentina alla corruzione. Tale dramma viene trattato nei “Discorsi” attraverso due vie:
- La prima è rappresentata dalla riflessione sulla crisi della repubblica romana e dai capitoli XVI-XVIII del I libro, in cui si parla della crisi del “vivere libero” e della conseguente necessità di adottare strumenti politici per trattenere la civiltà dal baratro
- La seconda è costituita dalla tensione fra l’esemplarità degli antichi e la tesi della loro inattualità.
In sostanza la mutevolezza e il cambiamento di una forma politica nell’altra, percepita come una drammatica instabilità, costituiscono il problema centrale della riflessione politica di Machiavelli. Egli ha un’idea di politica molto particolare, influenzata dalla politica italiana del periodo e dispendiosa. Per tale motivo egli rappresenta lo sconfitto della nostra storia in quanto la politica europea occidentale troverà un’altra soluzione a quella ipotizzata da Machiavelli, che risulta appunto particolarmente costosa. Machiavelli si è interrogato a lungo sul perché dell’esistenza di una pluralità di forme politiche e ha riconosciuto dietro ciascuna di esse sia una differenza di quelli che l’autore chiama umori, cioè di principi politici primari sia la facilità con cui ogni forma pura cade nella degenerazione. Si tratta infatti di un circolo in cui nulla può impedire che una forma “non sdruccioli nel suo contrario”.
Poiché gli umori allo stato puro danno vita a forme politiche instabili, Machiavelli citava anche gli assetti politici misti, che avevano in sé una parte di principato, una di aristocrazia e una di governo popolare. La mescolanza degli umori rispondeva al tentativo di interrompere il ciclo delle transizioni di una forma nell’altra.
La principale distinzione dei regimi politici è quella fra principati e repubblicani. Tuttavia fino al 1513 il pensiero politico aveva argomentato sostenendo che vi erano 3 forme politiche, all’interno delle quali vi era una forma buona e un’altra degenerata, corrotta. Sono quindi 7 le forme di governo: monarchia, aristocrazia, democrazia, tirannia, oligarchia, cheirocrazia e regime misto. Tale distinzione era stata fatta alla base della domanda: chi governa? Uno-pochi-molti e come? Bene-male. La vera differenza sussiste però tra chi governa, ossia se il potere appartiene al popolo o a uno solo.
Per Machiavelli l’esempio più negativo di Repubblica è rappresentato da Venezia, la Repubblica più antica che non visse per la gloria ma per durare e fare dei soldi, ossia per ciò che Machiavelli non considerava come politica. La Repubblica veneziana fu plurisecolare ma non ha mai mosso i suoi confini e si è concentrata per lo più sullo sviluppo dei commerci. Rompendo con la lunga tradizione che aveva identificato il bene politico con la concordia, Roma ha usato in modo positivo, glorioso, politico il normale conflitto che abitava ogni popolo, ossia lo scontro tra patrizi e plebei e lo ha risolto in maniera assai particolare: istituendo il tribunato della plebe, motore della vita politica, che aveva il potere di veto (potere negativo = bloccava le decisioni che andavano troppo contro agli interessi dei plebei) ma nessun potere positivo (=di proposta) nei confronti del Senato e dei consoli. Nella lettura di Machiavelli il potere di veto è conflittuale. I romani dunque riuscirono ad evitare che il conflitto strutturale (=tra patrizi e plebei) diventasse distruttivo della Repubblica incanalandolo in una forma istituzionale (=tribunato della plebe) che servisse a rendere più potente e gloriosa la Repubblica di Roma. Quindi se Roma è rimasta libera lo si deve anche alla sua capacità di accogliere le spinte diverse provenienti dal suo tessuto sociale, dando loro uno sfogo politico ed istituzionale.
Se Sparta e Venezia hanno posto “la guardia della libertà” nelle mani dei Nobili, Roma ha scelto di affidarla “nelle mani della Plebe”, soluzione che Machiavelli considerava opportuna sotto diversi aspetti:
- I desideri della plebe erano naturalmente compatibili con il diritto e con la libertà di tutti
- La plebe creò quella milizia che consentì a Roma il suo espansionismo militare.
In realtà né il popolo né i Grandi sono immuni a una naturale malvagità, che spinge entrambi all’egoismo e a infrangere le leggi ma i nobili, per le loro risorse economiche e politiche, sono più pericolosi e anarchici dei plebei. Pur non essendo più la concordia la precondizione necessaria per lo sviluppo, l’unità della forma politica è un bene e nel caso della Repubblica romana ciò è dovuto non soltanto alla costituzione ma anche alla religione, che per i Romani ebbe un significato civile e non privato, assumendo il ruolo pubblico di tutelare tanto la sacralità dei giuramenti e dei patti dei privati, quanto l’intangibilità delle leggi. La virtù politica è però fragile e soggetta ad essere erosa dagli egoismi naturali degli uomini. Il vero problema è quindi quello di mantenere la libertà per un popolo che è entrato nella corruzione, intesa come disprezzo delle leggi, allontanamento dai principi costituzionali e ricerca del bene di una parte anziché dell’intera repubblica. Nel caso romano antico e implicitamente in quello fiorentino, la corruzione acquistò un significato ancora più preciso: fu infatti la rottura dell’uguaglianza tra i cittadini, che inevitabilmente porta alla crisi della libertà. A questo punto Machiavelli si chiese come fosse possibile trattenere in qualche modo una libertà che sta fuggendo da uno Stato libero e come se ne possano rinnovare gli ordini, le istituzioni. La drammatica conclusione del XVIII capitolo del I libro afferma la necessità di rinnovare gli ordini e allo stesso tempo la sua impossibilità. Infatti per realizzare un fine buono, come quello di riordinare la città, risulta necessario che un uomo “reo”, violento diventi principe della sua repubblica; ma raramente un reo vorrà operare bene così come raramente un buono vorrà farsi reo per portare a compimento i suoi fini buoni. Machiavelli perciò concluse che era impossibile mantenere una repubblica in tempi corrotti o crearla di nuovo. Il limite di realizzabilità della repubblica è rappresentato dalle condizioni strutturali di un territorio, dai rapporti di forza e dagli assetti proprietari in esso vigenti. Queste considerazioni mettono in luce il forte realismo politico di Machiavelli, che continuerà a considerare la repubblica come un organismo politico più vivo, più capace di durata e di espansione di un Principato dal momento che soltanto in essa le forze economiche si dispiegano pienamente e le diverse virtù dei molti risultano più adatte rispetto alla virtù di uno solo a fronteggiare la fortuna e i casi della storia.
Infine l’opera contiene una comparazione tra età antica ed età moderna: secondo Machiavelli ciò che la modernità non ha più è quella sorta di ethos pubblico, incarnato nella religione, che a suo parere deprime l’amore per la libertà e per la grandezza, facendosi portatrice di valori come l’umiltà e la passività, non adatti alla politica ma essenzialmente privati. Egli individua quindi nell’interesse, benché più debole dell’ethos antico, quel filo sottile che lega la libertà dei moderni ai suoi fondamenti, meno nobili di quelli romani. Tuttavia l’interesse privato non rappresenta la soluzione dei problemi della politica moderna, la quale può sussistere solo dove gli interessi, le ricchezze dei singoli non cancellino quell’etica pubblica e quella buona costituzione, che consentendo di armare i cittadini e di motivarli alla guerra, permette l’ampliamento necessario a soddisfare anche gli interessi materiali individuali.
Il “Principe”
Il problema cui l’opera intende rispondere è essenzialmente quello esplorato nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”: ossia come individuare una forma politica capace di avere in sé l’energia politica, la virtù, in grado di agire efficacemente in un mondo che sta diventando, per l’Italia e per Firenze, sempre più insicuro. Nei primi 11 capitoli, Machiavelli analizza i diversi tipi di principato, in cui governa una sola persona, distinti in:
- Ereditari: possono essere guidati o attraverso la cooperazione tra il principe, il re e i nobili del regno (es: re di Francia) o in modo dispotico dal principe in quanto tale, unico detentore dell’arbitrio, che considera tutti i suoi sudditi come servi (es: Impero persiano = esempio classico del dispotismo).
- Nuovi
Machiavelli è però interessato particolarmente al Principato nuovo, a un principe che vada al potere perché ha conquistato ex novo un territorio in quanto per lui la politica è un’azione ed essenzialmente un’innovazione. Il suo ideale politico resta però la Repubblica, di cui il Principato ne è una specie di surrogato, poiché tutta la capacità di agire energetico, tutta la virtù, è concentrata in un solo uomo e non diffusa nel corpo del popolo e nelle istituzioni politiche. Il suo principe non è un tiranno ma è innanzitutto un condottiero (=qualcuno che sa fare la guerra), che sa comprendere perfettamente il presente, la realtà che lo circonda e gli uomini che gli stanno attorno non per trasformarli (in quanto la natura dell’uomo è immutabile) ma per sfruttare le loro caratteristiche. Machiavelli ha una visione buia, molto negativa dell’antropologia umana e di conseguenza risulta in contrasto con la Chiesa di Roma che crede in un uomo puro, idealizzato come la più alta creazione di Dio. Infatti in Machiavelli l’uomo non è un animale razionale e politico (come le api e le formiche) ma è simile al centauro = figura mitica, essere complesso, metà uomo nella parte superiore del corpo e metà cavallo nella parte posteriore. L’uomo è quindi un groviglio di passione e ragione, in cui la parte razionale non controlla quella passionale, istintuale (il cavallo scalcia mentre la testa può ragionare ma non può controllare la parte istintuale). Il principe deve sapere sfruttare questo intreccio dell’essere umano. Ma dal punto di vista dell’essere umano ciò rende la visione di Machiavelli dell’uomo molto triste. Quest’ultimo è visto sempre come reo, colpevole, tendenzialmente vizioso in quanto si fa trascinare dalle passioni.
Dal punto di vista della politica invece ciò rappresenta il motore di successo del principe: ciò che è visto come vizio, tristezza dal punto di vista del singolo o del giudizio morale, può diventare una virtù. Politica e morale viaggiano da questo momento in poi su due binari completamente diversi e la prima deve essere capace di trasformare i vizi di questi esseri in virtù politiche e non etiche. Il Principe astuto sa sfruttare i vizi dei suoi sudditi per far trionfare la sua città. Si può dire quindi che la politica di Machiavelli è dispendiosa in quanto ha a che fare con uomini non obbedienti.
Uno dei vizi tipici dell’animo umano è la brama di primeggiare, aver gloria. Il principe deve essere in grado di incanalare tale vizio per metterlo a disposizione della città. Tale virtù politica verrà in seguito tradotta nell’amor di patria. Per far emergere la propria città è necessario conquistare territori: egli pensa quindi a una politica che fa guerra in continuazione, a una politica come manifestazione continua della potenza della città, del principato. Egli arriverà a dire nell’opera il “Principe” che un buon principato è quello governato da buone leggi, che si identificano nelle buone armi.
Non tutti per Machiavelli possono fare il principe e la sua capacità principale consiste nell’avere virtù particolari: egli deve essere forte come un leone ed astuto come una volpe = animali solitari e nel comprendere la realtà degli eventi che lo circondano e piegarli alle proprie virtù. Ecco perché il fine giustifica i mezzi: ciò però non vuol dire che si può fare qualsiasi cosa per arrivare a un determinato fine ma che a seconda dell’obiettivo prefissato si adoperano i mezzi adatti a quella situazione. La capacità del principe è anche quella di capire i mezzi che aiutano a raggiungere il fine, senza un giudizio etico-morale ma solo politico.
Il principe è sempre animato dalla volontà di compiere grandi imprese, azioni e di rendere onore e gloria alla propria città, unico modo per restare iscritti nella storia che tutto divora.
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