L'antichità greca e romana
L'immagine emblematica della percezione dello spazio politico greco è quella di un cerchio, opposto alla visione piramidale orientale, in cui il potere è in mezzo, al centro della città e dei cittadini. Vi è un indebolimento delle differenze socioeconomiche, ma totale assenza di quelle politiche tra individui. L'ordine politico è legittimato in quanto funzionale a livello sociale (capacità di risoluzione dei problemi, di assorbimento delle soddisfazioni delle esigenze di ogni cittadino).
La riflessione politica greca
Nonostante l'affinità linguistica, la riflessione politica greca non è del tutto proiettabile su quella moderna, essendoci differenze enormi:
- Lo sfondo su cui si instaura la relazione politica è caratterizzato da forti differenze (greco-barbaro, semplici abitanti-cittadini a pieno titolo, uomo libero-schiavo, uomo-donna ecc.);
- Qui vi è una democrazia diretta, in una rappresentativa come quella moderna;
- Il ruolo del politico ottiene qui molto più prestigio (era l'attività più alta che un uomo potesse fare);
- La facilità di risoluzione che l'ha messa in secondo piano delle questioni economiche, grazie all'abbondanza di manodopera schiavile, disponibile grazie al conflitto perpetuo.
Omero e l'ideale dell'uomo virtuoso
Le opere di Omero, "Iliade" ed "Odissea", sono state per molto tempo educative, basate sull'ideale dell'uomo virtuoso; nonostante ciò, in queste opere si avverte la fragilità del mondo: nell'"Iliade" la crisi di autorità di Agamennone, visto che non riesce a convincere Achille, e nell'"Odissea" Ulisse che si ritrova a dover riconquistare il suo stesso regno.
La virtù omerica si inquadrava nella forza e nell'onore, le quali erano inevitabilmente mosse dal conflitto. L'onore (timè) era dettato dalla supremazia di uno sull'altro; gli eroi cercano il primato sulle altre persone, senza però essere capaci di perseguire pace e giustizia (essendo il conflitto fondamentale). Questa preponderanza degli eroi sui non-eroi è avvertibile anche dentro lo stesso accampamento (si intende quello fuori Troia), dove tra le stesse fila vige lo stesso principio di superiorità del campo di battaglia.
Ci si trova però anche di fronte a un dualismo importante: da una parte coloro dotati di forza e coraggio (Achille, Ettore), dall'altra coloro che forniscono saggezza e consiglio (Nestore).
La giustizia
Con Esiodo, Solone e Sofocle, la giustizia inizia ad occupare una posizione centrale nelle riflessioni, mentre l'ideale eroico va sempre più attenuandosi. Una prima fase è quella dove viene impersonificata da Themis, figlia di Zeus, incarnazione di un ordine giuridico che va dal macro al micro cosmo, sia umano che divino. Questa Giustizia ordina le questioni all'interno del ghenos, della stirpe, infatti, è quella insegnata nella pandeia, l'educazione. Giustizia eroica, la quale spinge gli eroi a farsi carico della propria stirpe, assumendosi la responsabilità dell'offesa, della difesa e della vendetta.
Ad uno stadio più evoluto dello sviluppo sociale, andando oltre la stirpe e la famiglia, vi è la seconda fase, caratterizzata dalla centralità della dike (personificata dalla dea vergine incorrotta). Si tratta inizialmente (prima di Aristotele e Platone) di una serie di procedure capace di trovare un compromesso tra rivendicazioni contrastanti. A mano a mano che la città non ammette più il potere aristocratico, al concetto di giustizia si affianca anche quello di “colpa”, si fa ricorso sempre più a una colpa individuale, che non riguarda più l'intera stirpe, laicizzazione della Giustizia, ben visibile da Esiodo fino a Eschilo.
Esiodo
Primo poeta che si distacca dalla leggenda (tipo Omero), egli porterà avanti un sistema di valori anti-aristocratici. Nel "Le opere e i giorni" (Erga Kai Emerai) egli propone una duplice visione della Contesa (Eris):
- Negativo quello che porta alle guerre e ai lutti; (condanna la virtù guerriera)
- Positivo che stimola la concorrenza fra produttori.
Egli sovverte i valori aristocratici condannando l'Hybris, la prepotenza, ed esaltando la Dike. La Giustizia è ciò che ci differenzia dagli animali, ciò che garantisce la pace e rende fiorenti città e individui.
Eschilo
Egli condanna la catena di Colpa-Giustizia-Vendetta-Vendetta della vendetta-nuova colpa nella trilogia dell'"Orestea" (Oreste uccide sua madre Clitemnestra perché lei aveva ucciso suo marito Agamennone). Athena viene incaricata di istituire un tribunale umano, l'Areopago. Vi è una diatriba fra Dei all'interno del tribunale, dove le Erinni (dee della vendetta) vogliono il sangue di Oreste; la loro richiesta viene riconosciuta, ma il matricida viene assolto. Definita sconfitta del vecchio diritto del ghenos, il nuovo diritto è volto a soddisfare prima il bene comune, limitando l'Hybris dei membri della comunità.
In Eschilo emerge quindi la volontà di affermare l'ordine divino (istituito da Atena) e istituzioni politiche di Atene.
Solone
(Arconte nel 594) Quando Eschilo scrive riguardo alle sacre leggi di Atene, Solone aveva già introdotto quell'eunomia che caratterizza l'ideale greco. Erano buone leggi dal momento che fungevano da mediazione in un contesto di forte conflitto interno alla città. Concretamente egli abolisce la schiavitù e la ipoteca per debiti, accontentando sia gli schiavi sia i possidenti, le due parti in conflitto. La fragilità di questo sistema consiste, però, nel risolvere solo i problemi sociali, e non quelli derivanti da differenti visioni politiche (democrazia vs oligarchia).
Erodoto di Alicarnasso
(490 c.a -425 c.a) La storia che egli racconta, il "logos tripolitikos", affronta temi anche politici, ricreando una situazione avvenuta in Persia dopo l'uccisione dell'usurpatore del legittimo Smerdi. Al consiglio dei Sette, Otane afferma la pericolosità della monarchia (uno può fare ciò che vuole) esaltando il plethos (moltitudine), il governo del popolo, e l'isonomia, l'uguaglianza di fronte alla legge (DEMOCRAZIA); Megabizo afferma che la democrazia sia incapace, mentre solo il governo dei migliori può effettivamente essere efficace (ARISTOCRAZIA); Dario afferma che i pochi si contrasterebbero per emergere, i tanti si unirebbero ma a danno del bene, il solo (il migliore dei migliori) è capace di capire e agire in modo immediato (MONARCHIA). Erodoto non dà una propria visione politica, ma è il primo ad utilizzare il termine “demokratia”.
Democrazia, oligarchia e tirannia
Nonostante la democrazia sia un portato greco, per molto tempo i filosofi hanno rifiutato una partecipazione politica della massa, considerata incapace di poter influire in modo positivo sulla politica. I filosofi accolgono la richiesta di una legislazione filo-popolare, ma essa deve essere realizzata dai migliori. La democrazia vera e propria diviene strumento con il quale affrontare quella “politica pastorale” (in cui vi è un pastore sul gregge) Asiatica, durante le guerre persiane; una sorta di mezzo per accentuare lo scontro Greci vs Barbari.
Viene esaltata da Eschilo ma anche da Euripide, il quale esalta l'isonomia e l'isegoria (uguaglianza di voto), ma il più grande manifesto della democrazia ateniese è sicuramente quello di Tucidide e dell'Epitaffio di Pericle (discorso per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso). Viene sottolineato il coinvolgimento politico di tutti, ricchi e poveri, la discussione pubblica non come danno all'agire ma come necessaria prevenzione. Atene è la “scuola della Grecia”.
Costituzione degli ateniesi: ekklesia (assemblea di tutti i maggiorenni, si riunisce 40 volte circa l'anno sulla base dell'ordine del giorno della boulè) delibera sulle attività di governo della boulè (assemblea dei 500 con funzioni governative); i magistrati avevano cariche temporanee ed erano controllati all’”assunzione” e durante il periodo di carica, inoltre venivano sorteggiati tra candidati eletti; le cariche magistratuali più delicate, quali strateghi o finanzieri, erano elettive fra chi ne competeva.
La “Costituzione degli Ateniesi” o “Athenaion Politeia” (si intende l'opera) è il manifesto cardine della visione antidemocratica, scritta da un anonimo ma attribuita a Senofonte. Qui viene descritto come l'istituzione greca sia solo un mero tentativo di soddisfare la fame della massa, sia all'interno (vs ricchi) sia all'esterno (imperialismo ateniese), e che ciò possa solo portare a un permanente stato di guerra civile (“stasis”).
Per quanto riguarda le tirannidi, il VII-VI secolo è considerato un periodo di “cattivi tiranni” ma “belle tirannidi”. In ogni caso, la considerazione che i greci hanno del governo dispotico è assolutamente negativa, riportata ad una natura Orientale (tanto che la parola tyrannos è ripresa da loro) e assolutamente apolitica.
Legge e natura
Andando avanti la concezione della legge che si ritrova in Esiodo e in Eschilo, responsabile della limitazione dei conflitti, prende una piega diversa. Si inizia a riflettere di più sulla legge stessa, sulle debolezze intrinseche ad essa. Si ricorda l'”Antigone” di Sofocle: Antigone, sorella di Eteocle (difensore di Tebe), Polinice (assalitore di Tebe) e Creonte (sovrano di Tebe), si ritrova a chiedere al sovrano che entrambi i cadaveri vengano sepolti (i due erano morti in battaglia). Creonte aveva richiesto che Polinice non fosse rispettato, per questo il tentativo di Antigone di non rispettare la volontà sovrana la porta alla morte. Contrasto fra la legge positiva (legge di Creonte) e la legge naturale (più profonda).
Convinti della convenzionalità della legge positiva, quindi della sua plasmabilità, erano i sofisti, ovvero i professionisti della retorica (venivano pagati a volte per discutere politicamente). I sofisti usano la tecnica del discorso doppio (difendo una tesi, difendo la tesi contraria) avvicinano la legge alla natura affermando che sia una convenzione da una parte, dall'altra però sottolineano quanto la legge sia umana, distante dalla natura stessa. La politica diviene più razionale, e meno sacra.
Tucidide
(460-396) Egli scrive la "Guerra del Peloponneso"; si tratta dello scontro a lui contemporaneo, difatti Tucidide predilige gli eventi a lui presenti nel suo racconto; oltre a questi pone l'accento sugli eventi politici e bellici alla base della visione solo politica, da cui si estromettono i temi Erodotei mitologici ed eroici. Vi è l'idea che gli accadimenti abbiano come centro l'utile delle forme politiche, ovvero la potenza, e che essa possa essere perseguita solo tramite la guerra (in età moderna tramite il commercio).
Le peculiarità storiografiche di Tucidide sono 2:
- Capacità di individuare le vere cause dietro a quelle apparenti;
- Avvicinamento della logica e della razionalità allo studio della storia, estromettendo la morale e la contingenza (il caso).
La causa vera della guerra del Peloponneso è l'imperialismo ateniese che avrebbe suscitato una reazione, vista la preoccupazione, dei lacedemoni. La logica della potenza ammette anche la necessaria reazione da parte di chi ne teme gli effetti. Questa logica afferma anche la preponderanza del più forte; in una situazione di disparità vince il diritto del più forte. Da qui si evince come vi sia un'estromissione del carattere etico nel potere politico; il carattere conflittuale del rapporto tra forme politiche impone che la potenza più forte possa anche divenire tirannica e ingiusta. Viene giustificato l'atteggiamento imperialistico ateniese.
Senofonte
(430-354) (allievo di Socrate; enkrateia è un termine da lui coniato) In un periodo come la fine della guerra del Peloponneso, in cui Atene si ritrova sottoporsi a un regime tirannico-oligarchico, emergono gli ideali antidemocratici che da molto tempo erano presenti, nel buio, ad Atene; esponente di questi è appunto Senofonte. “Lakedaimonion politeia”, “Ciropedia”, in cui esalta la costituzione spartana e le imprese di Ciro il grande.
Egli critica la democrazia in quanto forma di governo indegna, data la carente competenza di coloro che ne prendono parte attivamente (tutti). Un'assemblea di dilettanti non può essere in possesso di quella necessaria virtù politica. Egli esalta, invece, l’eunomia spartana, esalta l'educazione (pasti in comune, eguale condotta di vita…), che consegue in una maggiore tendenza all'obbedienza. L’aspetto principale su cui si sofferma Senofonte è che a Sparta comandano i virtuosi e i competenti, su di una città coesa e ubbidiente, aspetto che permette una più efficace risoluzione dei problemi.
Egli esalta anche l’enkrateia di Ciro il re persiano: ha infatti le capacità di governare con virtù e magnanimità. L'educazione persiana gli permetteva, infatti, di avere il dominio di sé (enkrateia); a tal proposito il suo operato non veniva intaccato da desideri personali, priorità al bene comune.
Platone
(428/27-347) Di fronte alla crisi della città e della vita associata dopo la Guerra che rendeva impossibile il permanere di un sistema di valori comuni, Platone tenta di restaurare la misura e la giustizia fondandole su basi solide tramite la filosofia intesa come conoscenza dell'essere e contemplazione delle idee. Platone vuole assegnare un valore tecnico alla politica considerandola come arte egemonica (nel senso che comanda su tutte le altre arti), e favorendo l'applicazione dei singoli saperi tecnici riconoscendo come unico obiettivo il bene comune e li considera come malata sia la democrazia sia il regime dei 30 tiranni.
La Repubblica
Qui si cerca di sviluppare la questione della giustizia (virtù politica per eccellenza), smontando la visione utilitaristica (la giustizia come utile del più forte). Il protagonista del dialogo è Socrate, il quale ripercorre la genesi della città, vista come il luogo in cui converge la molteplicità dei bisogni, in cui di conseguenza questi vengono soddisfatti tramite la divisione del lavoro. La città diviene sempre più complessa, non limitandosi solamente a ciò che è innegabilmente necessario. Per questo, ai produttori si affiancano i phylakes (i custodi guerrieri, feroci all'esterno inoffensivi all'interno). Oltre questi, Platone evidenzia anche l'esigenza della presenza di archontes, veri e propri governanti scelti tra i custodi, i phylakes; questi devono conoscere le singole scienze e non avere proprietà, in modo che possano perseguire il bene comune senza eventuali tentazioni.
La Giustizia platonica consiste, quindi, nel collegare le caratteristiche qualitative dell'animo umano con la gerarchia politica. I tre principi presenti nell'animo umano, ovvero desiderio, aggressività, ragione, devono trovare una propria armonia sia negli uomini, sia nella città tramite lo schema gerarchico. In questo modo, in base alla preponderanza in ogni individuo di uno dei 3 principi, verranno assegnati i ruoli all'interno della scala gerarchica (chi è più aggressivo diviene custode, chi è più desideroso diviene produttore, chi è più razionale diviene governante-filosofo). La giustizia platonica è, quindi, la virtù che garantisce l'ordine della vita di tutti, ciò che permette la divisione gerarchica. La giustizia è la politica.
Per spiegare come i filosofi conoscano il Vero e il Bene, Platone si appella al mito della caverna. I filosofi sono coloro che riescono a liberarsi dalla catena che tiene gli uomini prigionieri in una caverna, la quale fa vedere ombre che in realtà non esistono. I filosofi escono all’esterno, e scorgono gli oggetti veri (Idee) illuminati dalla luce del sole (il Bene). I filosofi rientrano nella caverna liberando gli uomini dall’errore e dall’opinione tramite l’insegnamento. Per questo sono i filosofi che dovrebbero governare, essendo coloro che riescono ad indirizzare gli uomini nel proprio ruolo nel mondo, tramite la superiore conoscenza del Bene e della Verità (il surplus conoscitivo).
L’opposto della Giustizia, intesa come il Bene unico, è inevitabilmente una molteplicità di mali, una ribellione di gruppi. La degenerazione dello Stato segue 4 fasi: viene meno la razionalità dei governanti i quali si lasciano tentare dal possesso, e le proprietà non sono più comuni (Timocrazia, in cui l’uomo cerca l’onore, forma di governo basata sul censo (tipo Solone)). A poco a poco coloro che divengono più ricchi possono dettare legge, abbandonando anche quel minimo di virtù politica rimasta (oligarchia). L’attaccamento alla ricchezza determina una perpetua stasis (g civile) sociale a causa delle differenze sociali; segue un’inevitabile rivoluzione popolare dei poveri (regime democratico). Matura una parte più spregiudicata all'interno del popolo, la quale rifiuta ogni autorità e rende relative persino le leggi; al fine di frenare questi impulsi anarchici è necessaria la presa di potere di uno solo (Tirannide, il tiranno è l'opposto del governo filosofico, è colui incapace di dominare se stesso, considerata una belva fra gli uomini, il più basso grado dell'essere, l'opposto della Giustizia).
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